BACK TO SCHOOL: Perché credo che a volte sia meglio omologarsi

Questo messaggio è apparso anche su Facebook e su Youtube, ma lo ricopio qui per chi non usa Facebook o non legge i commenti sotto i video.

Molti di voi stanno cominciando o hanno cominciato la scuola, perciò voglio farvi un grande in bocca al lupo!

In una live, ho espresso il pensiero per cui è importante non dare troppo nell’occhio, soprattutto quando si è in una scuola nuova, e di mischiarsi con la massa.
Alcuni hanno espresso dissenso a questa mia affermazione, ribadendo l’importanza della propria individualità.

Per non essere fraintesa, il mio consiglio è rivolto a tutte quelle persone che hanno paura di essere vittima di bullismo. Mi avete scritto in parecchi dicendomi “mi prendono in giro perché sono grasso, straniero, gay” o mille altre cose.

Le persone che incontrerete nel vostro percorso di studi potrebbero essere meravigliose, oppure neutre, o purtroppo molto cattive. Tutto ciò che diverge da quel che viene considerato “normale” vi esporrà come vittime di insulti o scocciature. Non è detto che accada, ma non è detto che non accada.

La vostra individualità e le vostre passioni sono la parte migliore di voi stessi. Non datela in pasto a chi non sa apprezzarla, condividetela con le persone che vi amano e che vi vogliono bene, con gli amici e i compagni di cui vi fidate davvero. C’è una vita che vi aspetta fuori dalle mure scolastiche, è lì che voi potete essere come vi pare, ma quando siete a scuola siete studenti, dovete concentrarvi sullo studio e sul prendere buoni voti.

La vostra unica paura a scuola deve essere “Aiuto, c’è l’interrogazione!”, non “Adesso quello mi picchia perché ho detto una cosa che non gli è piaciuta!”. Le persone cattive esistono ed esisteranno sempre e a volte non si può fare niente se non evitare che quelle persone vi prendano di mira.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 7

Mi assopii con la testa appoggiata al letto di Francesco. Venni svegliata dalla sua mano che mi accarezzava i capelli.

“Sei stata con me tutta la notte?” sussurrò. Mi resi conto di avere il collo dolorante e la schiena a pezzi, ma ero felice che fossimo entrambi vivi. Ogni mia speranza si dissolse quando mi accorsi di uno strano biglietto tra le mie braccia.

Le fiabe sono morte. Voi siete morti e presto morirò anche io.

Ero terrorizzata, ma cercai di non darlo a vedere per non allarmare Francesco. Mi infilai in biglietto in una manica della felpa e, con la scusa di andare in bagno, parlai con l’agente fuori dalla porta e gli consegnai il biglietto.

“Non è possibile che l’assassino sia entrato e che io non l’abbia visto!” esclamò il poliziotto. “Deve avertelo dato ieri sera quando l’hai visto”.

“Forse… forse è così!” sussurrai, poco convinta.

“Comunque faremo analizzare il biglietto dalla scientifica…”. L’uomo sospirò. “Sono diventato poliziotto perché da ragazzo leggevo un sacco di gialli e mi piaceva vedere come Sherlock Holmes, miss Marple e Poirot sapevano risolvere i casi più impossibili, ma io non sono intelligente come loro. Non lo nego, ragazza, non sappiamo cosa fare. Non dovrei nemmeno parlartene, ma visto che in qualche modo sei sempre tra i piedi quando capita qualcosa, non me la sento di nascondertelo: siamo in alto mare. Le indagini non procedono. Siamo davanti a un pazzo capace di disintegrare ogni singola traccia dietro di sé. Uccide le vittime quasi sempre allo stesso modo: le tramortisce, le soffoca e poi le trasforma in personaggi delle fiabe…”

Francesco rimase in ospedale per qualche giorno. Le ferite a forma di uncino erano poco profonde e rimarginarono in fretta, ma la coltellata alla schiena lo aveva privato di molto sangue. Ci volle una trasfusione per ristabilire la sua salute. Quando tornò a scuola, le persone iniziarono a guardarlo con ammirazione. La voce del doppio attentato alla sua vita si era sparsa in fretta e spesso, quando ero con lui, qualche curioso si avvicinava per fare domande. Non mi piaceva essere circondata da sconosciuti e quando non ne potevo più di tante attenzioni andavo a cercare Alice e Marcella e sparivo nell’anonimato insieme a loro.

Francesco non perdeva occasione per restare solo con me. Da quando aveva visto la morte in faccia aveva iniziato a vivere sempre più alla giornata. I suoi voti iniziarono ad abbassarsi un po’; non trascorreva più i suoi pomeriggi sui libri, preferiva spendere il suo tempo con gli amici, con la famiglia o facendo cose che gli piaceva davvero fare, come invitarmi a casa sua quando non c’era nessuno. La prima volta che andai a trovarlo non avevo idea che i suoi genitori e suo fratello fossero altrove e che non sarebbero tornati fino a sera. Me lo disse solo quando ormai ero sulla porta. Una parte di me avrebbe voluto andarsene, perché immaginavo con desiderio e paura cosa volesse Francesco da me, ma la voglia di vivere pienamente ogni minuto prezioso della mia o della sua vita mi spinse a restare. Gli donai il mio corpo e il mio cuore, pregando che non fosse la prima e l’ultima volta.