KIRIA RACCONTA: “Volpe”

C’era una volta un piccolo villaggio, abitato da agricoltori, falegnami e artigiani. Un giorno una donna, mentre lavorava, cadde a terra in preda alle doglie.
Le altre donne la portarono nel granaio e chiamarono la levatrice per aiutarla a partorire. Non appena la madre ebbe tra le braccia la bambina, si rese conto di due occhi gialli, nascosti nel pagliaio, che la fissavano insistentemente: erano gli occhi di una volpe.
“Vattene via, bestiaccia!” gridò la vecchia guaritrice del villaggio, lanciando un secchio d’acqua contro l’animale.
“E’ forse un cattivo auspicio?” chiese la madre. “Cosa significa?”
“Significa che la neonata è una figlia della volpe. Sarà bella e di pelo rosso, ma anche molto astuta e infida.”
Presto tutti iniziarono a guardare con sospetto quella bambina con i capelli rossi e il volto cosparso di lentiggini. L’ingenuità dell’infanzia le impediva di vedere il disprezzo e l’apprensione con cui tutti la guardavano, ma giorno dopo giorno le si cucì addosso una consapevolezza sempre maggiore. Quando si verificavano un furto o un incidente, oppure si ammalava una pianta, tutti erano sempre pronti a incolpare lei. Persino i suoi genitori non le credevano quando tentava di dimostrare la sa innocenza.
“Tutti mi chiamano Volpe” disse un giorno tra sé la ragazza, ormai divenuta donna. “Ho deciso che d’ora in poi sarò una volpe per davvero!”
Volpe era sempre stata molto golosa di torte alla frutta, ma la sua famiglia non aveva mai potuto permettersi il lusso di entrare in una pasticceria. Un giorno, quando vide un dolce alle fragole sul davanzale della fornaia, si guardò bene intorno e allungò le mani verso l’oggetto del suo desiderio. Esitò per qualche istante, ma alla fine vinse la paura e andò a mangiare in pace dentro un granaio.
“Mi avrebbero dato la colpa comunque!” pensò, assaporando l’ultima fragola.
Ogni giorno che passava, trovava sempre più facile sconfiggere il senso di colpa e rubacchiare in pace quel che le suggeriva la testa. Era sempre così svelta e abile a nascondere le proprie tracce che nessuno riusciva mai a coglierla in flagrante.
Una sera riuscì persino ad appropriarsi di una gonna nuova, appena confezionata dal sarto con dell’ottimo cotone bianco, ed ebbe l’astuzia di tingerla di rosso come la sua vecchia gonna lacera, in modo che il cambiamento risultasse meno evidente.
Quando qualcuno le faceva una domanda, di qualunque genere essa fosse, Volpe rispondeva sempre con una bugia. Ben presto le persone iniziarono a rendersene conto e presero a evitarla. A Volpe non importava di quello che pensavano gli altri, le importava solo di comportarsi da brava volpe.

Un mattino, Volpe si alzò da letto molto preso. Raccolse gli arnesi di suo padre senza chiedergli il permesso e decise di costruirsi una casetta nei pressi del bosco di querce che circondava il villaggio. Nessuno osava avventurarsi oltre i primi alberi per timore dei lupi che abitavano in mezzo alle fronde. Quando giunse il tramonto, la casetta era quasi ultimata.
“Mi mancano solo alcuno ciocchi di legno per finire il tetto. Andrò a cercarli prima che il sole cali del tutto” pensò Volpe, prendendo l’accetta e tre zainetti vuoti: uno per la legna, uno per i frutti spontanei del bosco e uno per i funghi.
Volpe trovò quasi subito la legna che le serviva e stava per tornare indietro, ma d’improvviso notò un cespuglio sul quale rosseggiavano decine di bacche mature. Ne raccolse parecchie e le mise nello zaino. Quando ebbe finito, si guardò intorno e si rese conto che era calato il buio e che non riusciva a vedere un palmo dal proprio naso.
Volpe iniziò a insultarsi da sola per essere stata così sconsiderata da farsi cogliere alla sprovvista dalla notte, ma non ebbe molto tempo per lamentarsi: un ululato le ricordò che non era sola in quel bosco. Molti altri ululati si unirono a quello. Volpe lasciò andare l’accetta e i due zaini pieni di legna e di bacche e si mise a correre più forte che poté, pur non avendo idea di dove stesse andando. D’improvviso, un vecchio cacciatore apparso dal nulla le si parò davanti.
“Ohi! Che fai, bambina?” chiese l’uomo “Non è posto per te questo!”
“La prego, mi accompagni a casa! E’ pieno di lupi qui e io ho una gran paura!” risposa la ragazza, col fiatone.
“Che cos’hai nello zaino?” chiese lui.
“Pane, formaggio e mele!” mentì la ragazza.
“Va bene” disse il vecchio. “Facciamo uno scambio: io ti porterò a casa sana e salva e tu in cambio mi darai metà del tuo cibo. Ti prometto che finché starai con me non ti accadrà nulla!”
Volpe accettò il patto e seguì il cacciatore fino alla sua casetta ai limiti del bosco.
“Ma come ha fatto a trovare la mia casa, se neppure le ho detto dove abito?” chiese lei, sorpresa.
“Non farti troppe domande. Posso avere ciò che mi avevi promesso?” disse il vecchio.
Volpe, con un sorriso beffardo, mostrò al cacciatore il suo zaino aperto, vuoto.
“Ingrata bugiarda!” disse l’uomo, a denti stretti. “Ti avrei aiutato anche se non mi avessi dato niente in cambio! Che tu sia maledetta! La tua bocca, che tanto ha esitato a dir la verità, darà la morte a chiunque provi a baciarti, a meno che non si tratti del vero amore! Vediamo se ai tuoi amanti sarai capace di raccontare la verità o se preferirai averli sulla coscienza!
Dopo aver detto queste parole, il vecchio cacciatore scomparve.
La fanciulla scoppiò a ridere e non pensò più all’accaduto, contenta di esser tornata a casa sana e salva.
Passarono i mesi e presto molti giovani boscaioli si accorsero della sua presenza e iniziarono a farle la corte. Lei tendeva ad approfittarsi un po’ di loro, chiedendo a ciascuno di svolgere qualche lavoro per la su casetta. Quando per ricompensa le veniva chiesto un bacio, li respingeva tutti, a volte anche in malo modo. Uno dopo l’altro, i giovani uomini finirono per allontanarsi da lei e parecchi smisero anche di salutarla.
Solo un ragazzo continuò a corteggiarla e a ronzarle intorno nonostante i suoi rifiuti. In realtà la ragazza avrebbe volentieri accettato le sue attenzioni, ma il timore delle parole del vecchio non l’abbandonava.
Ogni giorno il giovane chiedeva alla ragazza di sposarlo, ma lei era costretta a rifiutare. Lo insultava, lo scacciava, gli diceva parole che non pensava affatto, ma ogni giorno lui tornava da lei.
Infine, non sopportando più l’idea di respingerlo, Volpe decise di confessare il suo segreto. “Ascolta, io non posso innamorarmi, ma se potessi saresti l’unico che vorrei!” gli disse.
“Tu mi rendi felice con queste parole, ma perché non possiamo stare insieme?” chiese il ragazzo.
“Perché io sono maledetta: se tu mi baciassi, moriresti!” disse Volpe, raccontando poi la storia del vecchio e della maledizione.
“Tutto qui?” disse il ragazzo. “Ti dimostrerò che sono io, il tuo vero amore! Non ho paura di morire, se sarò tra le tue braccia!”
In quel momento, dal nulla, apparve il vecchio che aveva salvato Volpe.
“Oh, ma guarda!” disse, con un sorriso ironico. “Allora alla fine hai imparato ad essere onesta! Mi fa piacere vedere che hai trovato un bravo ragazzo e che grazie a lui tu abbia capito l’importanza della sincerità. Adesso sai che a volte la verità non è bella, ma è senza dubbio giusta! Pensa alla mia maledizione, per esempio. Ti ho fatto stare in ansia, non è vero? Eppure non ne avresti avuto motivo, perché io ti ho mentito! L’hai capito, adesso? In realtà tu non hai nessuna maledizione addosso!”
Così come era apparso, il vecchio scomparve.
I due giovani, finalmente liberi di amarsi, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

KIRIA RACCONTA: “Quando i personaggi se la prendono con l’autore”

Vi racconterò una storia.
C’era una volta una Chiara che scriveva racconti traboccanti di personaggi tristi o un po’ psicopatici. Ma non “tristi” per dire un po’ giù di morale, proprio depressi, affranti, in pezzi. E quando dico “psicopatici” non intendo leggermente inquietanti, intendo completamente andati, così disagiati da non riuscire a connettere pensiero e realtà. Sapete cosa è successo? Quei personaggi si riunirono e decisero di boicottare Chiara. Non le mostrarono un minimo di riconoscenza per averli messi al mondo, anzi; le diedero la colpa per la loro tristezza e la loro psicosi. Lei provò a rincorrerli, cercando di riacchiapparli per continuare le loro storie, ma loro erano evanescenti come fantasmi. Una di loro, una studentessa di diciotto anni con i capelli corti e lo sguardo ambiguo, venne eletta capo della rivolta.
“Mia cara, tu e io abbiamo ancora un conto in sospeso!” gridò la ragazza, leccando la lucida lama del suo coltello. “Mi hai torturato per convincermi a ritornare nel mio racconto e a restarmene lì buona, poi mi hai costretta a uscire di nuovo, facendomi rivivere la tortura… Hai fatto fare a me la figura della cattiva, quando è ovvio che sia stata tu a manovrarmi come un burattino!”
“È questo che fa uno scrittore” si difese Chiara. “Inventa personaggi e scrive le loro storie!”
“Le nostre storie fanno schifo” si lamentò un ragazzo con i capelli biondi. “Io sono lo sfigato di turno, ignorato dalle ragazze e con una vita familiare alle spalle che fa pena! Per non parlare del mio amico che…”
“ZITTO!” lo redarguì Chiara. “Tu sei il personaggio di un libro che non ho ancora pubblicato, vedi di non raccontare troppo!”
“E allora io?” disse una giovane donna dotata di una bellezza divina. “Mi hai dato dei poteri talmente grandi che la mia terra…”
“MA INSOMMA!” gridò Chiara. “Neanche il tuo libro è ancora stato pubblicato! Non puoi parlare di niente!”
La donna la fissò con uno sguardo pieno di rancore.
“Andiamo ragazzi, la vita non è così male tutto sommato” disse un grosso gatto grigio, rimasto in disparte a leccarsi fino a quel momento.
“Ah no?!” dissero gli altri personaggi, voltandosi verso di lui.
“Tu sei un gattaccio parlante che vive in casa, che poltrisce dalla mattina alla sera e si ingozza di lasagne come un pozzo senza fondo!” obiettò la ragazza col coltello in mano. “Vorrei vedere come reagiresti se qualcuno tentasse di cavarti gli occhi!”
“Per non parlare del fatto che la tua storia è l’unica a essere effettivamente stata pubblicata” disse il ragazzo biondo. “Non hai idea di quanto vorrei finire anche io sugli scaffali di una libreria!”
“Con tutto il rispetto, amico mio” disse la donna bellissima “ma credo che tocchi prima a me! Chiara sta lavorando alla mia storia da lunghi anni ormai! Il mio destino vide il suo compimento ben prima che il tuo avesse inizio!”
“Ma la mia storia è praticamente finita” obiettò lui. “La tua è solo un gran casino di personaggi strani, innamoramenti fuori luogo e…”
“Ah, davvero?” disse la donna, trattenendo la rabbia a stento. “E tu allora, che sei riuscito a farti fregare da…”
“RAGAZZI! Ma che devo fare con voi?!” gridò Chiara, cercando di riprendere il controllo dei suoi personaggi.
“STAI ZITTA!” gridarono quelli all’unisono.
A Chiara non restò altro da fare che sedersi mesta di fronte al suo portatile, sperando che i suoi personaggi fossero troppo impegnati a scannarsi tra di loro per ricordarsi di lei…

Blocco dello scrittore (sì, di nuovo)

Parliamoci chiaro.
Al momento ho le mani in tre libri. TRE. Un fantasy che mi ha preso la mano, uno young adult novel e il sequel di Norvy, che come potete facilmente immaginare ha bisogno di qualche migliaio di modifiche. Sono tutti e tre pieni di errori da far schifo e di cambiamenti da fare. Qualche cavia si è volontariamente offerta di aiutarmi e sono molto grata per questo.
Ma non sto scrivendo più niente, porca miseria.
Non riesco quasi a disegnare, figuriamoci a scrivere.
Il mio prossimo progetto è un ebook con tre racconti del mistero (vedi “L’assassino delle fiabe”), ma non riesco a scrivere il terzo. Non trovo un finale. E l’altro racconto, “Bello da morire”, è concluso ma non pienamente soddisfacente.
Il mio cervello sta galleggiando in un mare di cose in sospeso (dal punto di vista lavorativo intendo) e io sto annaspando come una cretina. Ma sapete cosa? Va benissimo così. Sto bene. Ricomincerò a scrivere prima o dopo.
Il mio cuore è di nuovo intero, non intatto, perché le cicatrici restano anche dopo che la ferita è chiusa, ma quel che non ammazza rende solo più forte.
Sono più forte? Sì.
Mi sono persa d’animo? Ovvio.
Mi sono rialzata? Ci ho provato in tutti i modi.
Ce l’avrei fatta da sola? Mai.
Ho ricominciato a ridere? Sì.
Sono soddisfatta della mia vita? Sì, ma voglio lottare con ogni goccia del mio sangue per dare tutto quello che ho dentro. E dentro ho veramente tanto.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 2: La professoressa

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando suonò la campanella della ricreazione, Eraldo non si alzò nemmeno dal suo posto. Si mise a riordinare gli appunti che aveva preso. Approfittando dell’assenza di Diana, pensai di avvicinarmi e fare due chiacchiere nella speranza di non rendermi troppo ridicola.
Quando mi vide davanti al suo banco, alzò lo sguardo e mi pugnalò con i suoi meravigliosi occhi, facendomi ammollare le gambe. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per spiccicare parola sembrando disinvolta.
“Ciao Eraldo, io sono Patrizia” dissi, porgendo la mano.
“Ciao Patricia” disse lui, stringendola. La sua pelle era calda e callosa.
“Spero tu possa trovarti bene in questa classe! Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure a me, me la cavo piuttosto bene in parecchie materie!”
“Oh, io sono anche più brava!” disse Diana, comparsa da non so dove.
La maledissi per aver interrotto quel momento e mi bastò lanciare uno sguardo alla faccia di Eraldo per capire di aver perso definitivamente la sua attenzione.
Li lasciai chiacchierare in pace e me ne tornai al mio banco, furente. Non era la prima volta che Diana mi rubava qualunque speranza di fare colpo su un ragazzo. Non ero brutta, ma certo ero a malapena carina di fronte alla sua insolente bellezza. Avrei potuto forse conquistare qualcuno con il mio cervello, ma nessuno si prendeva mai la briga di arrivare fino a quel punto.
Una mano picchiettò sulla mia spalla. Era Domenica. Domenica era nata quasi sorda, ma con l’aiuto dell’apparecchio acustico aveva ricominciato a sentire e imparato a parlare, nonostante a volte non fosse così facile capire cosa stesse dicendo.
“Simpatico, vero?” disse, con un sorriso.
“Non ne ho idea, ma mi piacerebbe saperlo!” le risposi. Per motivi a me sconosciuti, Domenica si era convinta che fossimo amiche e spesso finivo per chiacchierare con lei anche se non ne avevo voglia.
“Vorrei invitarlo per i compiti” disse lei.
Domenica e io eravamo le uniche della classe ad avere voti alti in italiano, mentre i nostri compagni vagavano tra il quattro e il sei e mezzo. La professoressa Fragola era una donna severa e rigorosa, sia nel carattere che nel modo di fare. Si vestiva come una vecchia signora, con lunghe gonne nere e maglioni smorti dai colori indefiniti. Il suo viso struccato non mostrava alcun segno di cura e i suoi capelli biondo chiaro erano trascurati e mal acconciati. I ragazzi la prendevano spesso in giro, chiamandola strega o suora. Fragola non mostrava mai nessun tipo di emozione, tranne quando spiegava. In quei momenti i suoi occhi grigi si illuminavano, la sua bocca spenta si schiudeva come un fiume di poesia pronto a inondare l’aula. Persino i miei compagni più scapestrati non potevano far a meno di fissarla ammutoliti. Danzava da una parola all’altra come una cantante tra le note musicali, eppure in molti non riuscivano a capire tale melodia. Io mi limitavo ad ascoltarla estasiata e lasciavo che le sue parole si facessero strada da sole sul mio quaderno. Quando tornavo a casa e rileggevo gli appunti era come leggere un’opera d’arte.

La ricreazione terminò, e vidi Diana tornare di malavoglia accanto a me mentre Domenica trotterellava felice al suo posto vicino al bell’americano.
“Guarda un po’ qua” borbottò Diana, mostrandomi lo smartphone.
“Ti sei fatta dare il numero?!”
“Certo! Sono abbastanza sicura di aver fatto colpo anche stavolta” disse lei, con un sorriso malizioso.
“Ma perché non ne lasci un po’ anche alle altre?! Tu sei già fidanzata!”
“E tu hai già Enrico, cosa vuoi da Eraldo?”
Enrico era un ragazzo ripetente della classe accanto che si era messo in testa di essere il mio fidanzato. Gli avevo spiegato in mille modi che non mi piaceva, che non volevo aver niente a che fare con lui e che non volevo vederlo nemmeno in foto. Avevo dovuto parlare con la preside e con i suoi genitori per ottenere il diritto di andare a casa a piedi senza che lui mi seguisse.
“Non è il mio ragazzo” ringhiai, arrabbiata. “Lo sai benissimo!”
“Non sono affari miei” rise lei beffarda. “Stasera Eraldo e io ci vedremo in biblioteca per studiare insieme…”studiare”… come no…”
Smisi di ascoltarla e cercai di concentrarmi sulla lezione di filosofia.

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KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 1: Il ragazzo americano

TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando entrò in classe il nuovo ragazzo venuto dall’America, tutte noi trattenemmo il fiato. Persino gli occhi della professoressa Claudia Fragola trasudavano lussuria. Era alto, più alto dei nostri compagni, e decisamente più atletico. La sua maglietta chiara faceva intuire i muscoli scolpiti da intensi allenamenti. Sulle sue spalle larghe e possenti ricadeva una pioggia di capelli castani e ondulati nei quali avrei potuto passare le dita per delle ore intere. Sorrise alla classe, mostrando dei denti bianchi e perfetti. I suoi occhi neri sembravano fatti di ebano.
Avrei potuto celebrare tanta bellezza in una delle mie insulse poesiole, ma ero troppo imbambolata per pensare a delle rime decenti. Lo sentii blaterare qualcosa con un accento delizioso riguardo la sua voglia di conoscere il nostro paese e altre cose di cui non ricordo assolutamente nulla.
“Eraldo, vai a sederti accanto a Domenica” disse la professoressa, accennando con la mano alla seconda fila di banchi.
“Eraldo? Un nome raro” pensai, talmente raro che non sapevo nemmeno fosse un nome.
Domenica sorrise con la sua bocca sgangherata e spostò un po’ più a destra la sedia a rotelle per fare spazio a Eraldo. Diana, seduta accanto a me, si voltò senza pudore al passaggio di Eraldo per puntare gli occhi sul suo sedere marmoreo fasciato alla perfezione da dei jeans firmati.
Le detti una gomitata nelle costole.
“Fabio ti sta guardando malissimo!” sussurrai.
“Sai cosa me ne fotte” rispose lei, senza distogliere la sua attenzione.
Eraldo si sedette, posò lo zaino per terra ed estrasse una penna e un quaderno. Domenica lo fissava estasiata.
“Persino lei si è accorta che è un gran figo” borbottò Diana. “Avrà anche una paralisi cerebrale, ma i suoi occhi funzionano bene. Non sai quanto vorrei sbattermelo sulla cattedra…”
“DIANA!” dissi a bassa voce. “Smettila, ti sentirà!”
“Oh, magari!”
Diana era la ragazza più bella, più sboccata e più infedele che avessi mai conosciuto. Con i suoi boccoli biondi e gli occhi azzurri aveva incantato mille cuori e altrettanti ne aveva spezzati. Fabio era il suo fidanzato storico, quello con cui si era lasciata e rimessa almeno cinque volte negli ultimi due anni, promettendo ogni volta fedeltà eterna e amore imperituro.
Stavano insieme dal secondo anno di superiori, ma solo il cielo sapeva quanto grosse fossero le corna di quel poveraccio.
La professoressa si mise a spiegare qualcosa su I promessi sposi, ma anche un imbecille si sarebbe reso conto che era a disagio. Si interrompeva spesso, perdeva il filo del discorso, balbettava persino.
“Guarda quella vecchia assatanata” sussurrò Diana ridacchiando. “Anche lei è distratta da Eraldo!”.
“Vecchia…” dissi io. “Ma se ha poco più di trent’anni!”
“Ne dimostra ottanta. Guarda che pelle vizza e spenta. E guardale i capelli! Sembrano saggina!”
“Smettila subito!” le intimai. “Non voglio finire nei guai per colpa tua!”
Diana era la figlia del vicepreside. Non aveva alcuna paura dei professori. Nonostante i suoi voti non fossero niente di eccezionale e il suo atteggiamento fosse strafottente, nessuno aveva mai il coraggio di dirle niente per timore di un licenziamento, così le ire dei professori frustrati venivano sfogate su qualche altro disgraziato studente, per esempio la sottoscritta.
Mi voltai con discrezione per dare un’ultima occhiata a Eraldo. Lo sorpresi mentre si arrotolava una ciocca di capelli intorno alle dita. Lo fissai per qualche istante. Aveva un’espressione intensa e quasi imbronciata. I suoi occhi neri erano socchiusi e concentrati.
“PATRIZIA!” gridò una voce querula.
Mi voltai di scatto, sentendo le guance avvampare.
“Hai finito di stare voltata?” domandò la professoressa fissandomi con occhi gelidi.
Annuii con gli occhi bassi.

Puntata successiva:

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – EPILOGO

Chiara digitò l’ultimo puntino di sospensione sulla sua tastiera.
“Vediamo se avrai voglia di subire tutto questo ogni volta che uscirai dalla tua storia” sogghignò malignamente.
Chiara dormì male quella notte. Sognò i suoi personaggi e rivisse la morte di ciascuno di loro. A mezzogiorno si svegliò si soprassalto.
“Bah, devo smetterla di scrivere questi racconti!” borbottò tra sé. “La prossima volta scriverò un libro per ragazzi sulle avventure di un gatto parlante!”
Chiara si diresse nello studio. Si sedette, accese il computer, bevve un sorso d’acqua e si mise a scorrere le ultime notizie. L’acqua le andò di traverso sulla tastiera.

“DICIANNOVENNI MORTI: CONFERMATA L’IPOTESI DELL’OMICIDIO DOLOSO
Mirko R. e Virginia U. sono stati trovati morti nei pressi del liceo Andrea d’Oria alle otto del mattino del 24 settembre. Entrambi hanno riportato fratture multiple al cranio. I testimoni affermano di aver visto che il volto del ragazzo era dipinto di azzurro e che una delle scarpe della ragazza era stata rimossa dalla scena del crimine. Dopo “Biancaneve”, si assiste alla morte di “Cenerentola” e del “principe azzurro”. Il liceo verrà chiuso per una settimana e i compagni di classe delle vittime verranno interrogati. Tra le mani della ragazza è stato rinvenuto un biglietto con su scritto: “Ci hai provato, Chiara… Ci hai provato…”.

P.S.: La storia di Marta è finita, o forse no. Forse la vedrete a scuola, seduta dietro di voi, oppure la incontrerete in autobus mentre sta tornando a casa dopo aver ucciso l’ennesima vittima. La prossima volta che avrete tra le mani un libro di fiabe, forse lo vedrete in un’altra prospettiva…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 11

[ATTENZIONE: IL SEGUENTE CAPITOLO CONTIENE ESPRESSIONI VIOLENTE CHE POTREBBERO URTARE I LETTORI PIU’ SENSIBILI.]
Con le sue ultime forze, Marta sfiorò la guancia di Francesco, sorrise e poi spirò tra le tue braccia.
“Marta!” disse lui, tra le lacrime. “Non ti ho nemmeno detto che ti amo…”
“Stai tranquillo, ormai lo aveva capito da sola.”
Francesco si voltò, spaventato. Una ragazza minuta con dei lunghi capelli castani lo stava fissando con i suoi occhi verdi.
“E tu che cosa… chi… chi sei? Come sei entrata?!” esclamò Francesco.
La ragazza non gli prestò minimamente attenzione. Lo spintonò via con una forza di disumana, poi si avventò verso il corpo di Marta e iniziò a scrollarlo con cattiveria.
“Ma che stai facendo?! Lasciala andare!” disse Francesco cercando di rimettersi in piedi.
“SILENZIO!” gridò la ragazza, spingendolo contro il muro con il solo suono della sua voce. “Svegliati, brutta sgualdrina” aggiunse, rivolta a Marta. “Lo so benissimo che sei viva, apri gli occhi!”
Marta sorrise in modo beffardo e alla fine si decise a fare quanto gli era stato chiesto.
“Marta, ma sei viva!” gridò Francesco emozionato. Una folata di vento sovrannaturale lo sbatté contro il muro con tanta forza da fargli prendere i sensi.
“Non mi piace vederti maltrattare il mio ragazzo” sussurrò Marta digrignando i denti.
“E a me non piace sapere che entri nel mio mondo per ammazzare la gente!”
“Che cosa pensi di fare?” disse maliziosa. “Non puoi fermarmi, lo sai benissimo che io continuerò a rigenerarmi all’infinito!”
La stanza intorno a loro iniziò a cambiare. Francesco iniziò a svanire, così come i macabri trofei delle uccisioni di Marta.
“Che sta succedendo?!” domandò Chiara, sorpresa.
“Tra pochi minuti la storia si riavvolgerà su se stessa e potrò ricominciare a mietere vittime!” spiegò Marta, ridendo.
“Non così in fretta…” disse Chiara.
Nel giro di un istante, tutti i fantasmi delle vittime di Marta si riunirono intorno alla loro carnefice, ancora vestiti dei loro abiti di morte.
Il principe azzurrò gettò Marta a terra, le salì sopra e le bloccò le gambe e le braccia. Biancaneve si gettò su di lei e iniziò a morderle il viso, sempre più forte, fino a staccare un pezzo della guancia.
“Bianca come neve, rossa come il sangue…” sussurrò la ragazza, leccandosi le labbra. Marta gridava di dolore e di paura.
Chiara assistette alla scena impassibile.
Cenerentola afferrò la sua scarpetta col tacco, abbassò i pantaloni di Marta fino a lasciare scoperte le cosce e infilzò il tacco con forza nel muscolo fino a lacerarlo. Il sangue sgorgava copioso dall’arteria femoraria, inondando le mani di Cenerentola. “Come farai ad andare al ballo, conciata così?” disse, ridendo istericamente. Marta era quasi in stato di shock, ma uno schiaffo tirato da Bestia la fece risvegliare.
“Chi è davvero una bestia tra me e te?” ringhiò lui.
La Bella strappò la maglia di Marta, l’afferrò per il collo e strinse forte le mani intorno alla sua gola, facendola quasi soffocare. Poco prima che svenisse, Bestia le tirò un pugno in faccia che le spezzò il setto nasale. La Bella aveva tra le mani la rosa senza petali con cui era stata abbandonata tra le braccia della morte. Con tutta la forza che aveva, conficcò lo stelo nella spalla di Marta.
Raperonzolo e Alice si fecero avanti per ultime. Avevano l’aria delusa ma glaciale. Alice stringeva tra le dita il pugnale con cui Marta si era uccisa pochi minuti prima. Appoggiò la punta del coltello sulla gola martoriata di Marta e affondò la lama quanto bastava per tingerla di rosso. Lentamente iniziò a muovere la punta come se fosse un pennello intriso di vernice scarlatta, finché il petto e quel che restava del volto di Marta non divennero un’unica tela rossa.
“Eramo amiche…” sussurrò. “E sai dove andrò a toccarti adesso con la lama? Importa poco, purché tu soffra!”
Alice piantò il coltello ai lati della bocca di Marta, aprendo la carne a formare un inquietante sorriso.
“Adesso sembri proprio lo Stregatto!” disse ridendo.
Raperonzolo, con il lunghi capelli sciolti davanti al viso, fissò Marta agonizzante al suolo, si inginocchiò davanti a lei e iniziò a sussurrare nel suo orecchio.
“Lo sai cosa successe all’uomo innamorato di Raperonzolo quando precipitò dalla torre? Perse entrambi gli occhi cadendo su un cespuglio di rovi, ed è quello che capiterà a te!”
Raperonzolo affondò le unghie affilate nelle orbite di Marta.

Marta aprì gli occhi di scatto, col fiato mozzo. Guardò l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Si alzò di malavoglia e andò in cucina a preparare del caffè per tenersi sveglia. Aveva trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui ricordava fin troppo bene i particolari…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 10

Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

Chiara digitò sulla tastiera l’ultimo puntino di sospensione.
“E’ perfetto” pensò, con un sorriso. “Nessuno si sarebbe mai aspettato di avere avuto l’assassino sotto gli occhi fin dall’inizio!”
Per qualche istante rimase ferma a fissare lo schermo, rileggendo le ultime pagine del suo racconto. Una volta che ebbe eliminato gli ultimi refusi ed ebbe indentato bene il testo, decise di stampare i nove capitoli. Gettò un’occhiata all’orologio in basso a destra sul desktop e notò che erano quasi le quattro del mattino. Si avvicinò alla finestra per abbassare la saracinesca e notò che nel cielo splendeva una meravigliosa luna piena.
“Ciao” sussurrò una voce, alle sue spalle. Chiara si voltò, credendo che fosse entrato un ladro in casa.
“Che ti succede, hai paura di me? Eppure sei tu ad avermi creata!”
Una ragazza alta con i capelli corti era in piedi a pochi passi da Chiara. Indossava una maglietta con una grossa macchia di sangue all’altezza dello stomaco.
“Sono io, Marta. L’assassina delle fiabe. Non guardarmi così, mi conosci benissimo!” disse la spettrale figura.
“No… non è possibile…” disse Chiara, incredula, tentando di uscire dalla porta della sala.
“Stai tranquilla, non ho intenzione di farti del male” disse Marta con un ghigno, afferrando Chiara per le spalle. “Mi hai dato una vita breve, una morte orribile e una schizofrenia incurabile, ma almeno mi hai resa forte e mi hai fatto provare dei sentimenti di amore e di amicizia. In fin dei conti ti vorrei ringraziare. Pare che una parte di me odi le storie a lieto fine, e di certo la mia storia non ne ha uno, quindi tutto sommato mi piace quello che hai scritto.”
“Cosa vuoi da me?” domandò Chiara, cercando di liberarsi dalle due gelide mani che la stringevano.
“Niente, volevo solo farti sapere che esisto e che la mia storia non è finita…”
“Tu sei morta, la tua storia è finita eccome!” rispose Chiara, pentendosi immediatamente della sua audacia.
“Vero, vero… però vedi, un personaggio immaginario, come me, non può mai morire del tutto, neppure se lo uccide il suo creatore. Ogni libro, fiaba, racconto o novella può essere riletta da capo, perciò i personaggi morti possono rigenerarsi ogni volta che qualcuno ricomincia a leggere. Hai pubblicato la mia storia sul Web, non è vero? L’hanno letta parecchie persone. Sono loro ad avermi dato la forza di uscire dalle tue pagine e di entrare in questo mondo. Un modo per uccidermi esiste, in effetti. Dovresti uccidere tutti coloro che hanno letto “L’assassino delle fiabe”, ma non credo che lo farai. Oppure potresti… “
Marta si zittì di colpo, si guardò rapidamente intorno e guardò Chiara fissa negli occhi.
“Adesso scusami, ma ho un paio di faccende da sbrigare. Devo ritrovare Francesco e devo continuare a uccidere.”
Chiara aprì bocca per ribattere, ma Marta la spinse contro il muro, facendole battere una testata abbastanza forte da farle perdere i sensi.
“Ci vediamo, creatrice…” sussurrò Marta ridendo, mentre svaniva nel nulla.

Verso le quattro e mezza del mattino, Chiara aprì gli occhi. Era seduta davanti al suo portatile, con la testa fra le braccia.
“Deve essermi venuto un colpo di sonno” pensò. “Meglio che vada a dormire adesso.”
Chiara si sentiva frastornata. Ricordava di avere sognato qualcosa o qualcuno proveniente dal suo racconto, ma non riusciva proprio a ricordarsi che cosa.

Il giorno seguente, Chiara cercò i fogli sui quali aveva stampato “L’assassino delle fiabe”, ma non li trovò da nessuna parte.
“Pazienza” pensò. “Si vede che facevano parte del sogno anche quelli!”
Accese il computer per controllare la posta elettronica. Per caso si imbatté nel sito di un noto quotidiano. La sua attenzione venne attratta da una notizia di cronaca nera.

“DICIOTTENNE TROVATA MORTA SULLE SCALE DELLA SCUOLA
Angelica C., studentessa di quinta liceo, è stata trovata morta sulle scale antincendio del liceo classico Andrea d’Oria alle otto del mattino del 19 settembre. La causa della morte è il soffocamento provocato da un pezzo di mela ritrovato nella gola della giovane. Non sono ancora confermate le voci che ipotizzano un omicidio doloso premeditato. Il corpo della ragazza è stato trovato circondato da fiori bianchi e truccato con cerone bianco e rossetto rosso, in un macabro tentativo di evocare la morte di Biancaneve. Il cadavere stringeva tra le mani un foglio con su scritte le parole “Grazie, Chiara”…”

Chiara scorse la notizia fino in fondo, scordandosi di respirare.
“Non è possibile” pensò. “Deve essere un pazzo che ha letto la mia storia e adesso sta simulando gli omicidi che ho scritto…”
“Ovviamente no, mia cara!” disse una voce femminile.
Chiara si voltò. Marta era in piedi, davanti a lei. Stringeva una mela morsicata nella mano destra e un fiore nella sinistra.
“Non ha sofferto, stai tranquilla…” sussurrò Marta, avvicinandosi a Chiara. “Era così bella, con quei capelli neri e quegli occhi color del mare… Non potevo lasciare che il tempo distruggesse il suo volto. La morte adesso avrà una sposa bellissima! La morte è l’unico principe che verrà mai a salvare le principesse in pericolo!”
“Io non ti ho creata in questo modo! Io ti ho creata buona!” disse Chiara con disprezzo.
“E’ vero… ma vedi, tu hai lasciato che la mia parte buona si suicidasse per distruggere quella cattiva, che invece, come puoi vedere, non è affatto morta…”
“Ti fermerò, in un modo o nell’altro ti fermerò!” gridò Chiara.
“Non sai come fare! E non lo saprai mai! Addio creatrice, devo accompagnare Cenerentola al ballo! Il suo principe la sta aspettando per morire insieme a lei!”
Chiara cercò di afferrare le mani evanescenti di Marta, ma tutto quello che le rimase tra le mani furono una mela rossa e un fiore bianco.
Chiara rimase in piedi, immobile, fissando il fiore e la mela. Era in preda alla rabbia e alla disperazione, ma riuscì a non perdersi d’animo. Rifletté a lungo, e alla fine un’idea la colse di sorpresa come un fulmine a ciel sereno.
“Non posso distruggere la storia di Marta, ormai è già stata divulgata… Però posso continuarla! Non conosco le regole per distruggere il suo gioco, ma… se riscrivessi le regole io stessa, allora forse…”
Chiara aprì il documento Word “L’assassino delle fiabe” e iniziò a scrivere.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 9

“Francesco, cosa stai facendo?” sussurrai, preoccupata.
“Dovrei chiedertelo io!” rispose lui, lasciandomi andare le mani. “Stavi cercando di strangolarmi!”
“Che cosa?!”
“Mentre guardavamo il film, a un certo punto mi hai guardato con un’espressione strana e mi hai messo le mani alla gola! Sono riuscito a fermarti per un pelo, ma avevi la forza di un leone!”
Fissai le mie mani, non capendo cosa stesse accadendo.
“Io… io non ricordo niente!” dissi. “D’improvviso, un’ondata di flashback tornò alla mia memoria.
Aprii una botola sotto la mia scrivania. Portava a uno scantinato in cui non andava mai nessuno. Non c’era polvere, nonostante non pulissi lì sotto da un po’. Iniziai a scendere le scale, chiedendo a Francesco di non seguirmi.
Quello che vidi mi distrusse l’anima. Sopra un tavolo, accuratamente disposti, vidi del rossetto rosso, una scarpa da donna, del trucco azzurro, una pila di vestiti, una ciocca di capelli lunghissimi e una di riccioli biondi. C’era uno spazio vuoto tra i vestiti e le ciocche di capelli, laddove avrebbe dovuto trovarsi qualcosa di Francesco. Peter Pan. Un pugnale giaceva proprio sotto il tavolo. Me lo rigirai tra le mani. Un fulmine mi attraversò il cervello, penetrate come mille aghi. Lo stesso pugnale con cui l’assassino aveva inciso l’uncino sulla sua schiena… Un foglio era appeso alla parete con delle puntine. Riconobbi la calligrafia con cui l’inchiostro aveva vergato un’inquietante filastrocca.

Biancaneve si è addormentata, ma la mela la strozzò.
Senza un principe né un bacio sempre morta lei restò.

Cenerentola perse un scarpa mentre lasciava la festa,
ma poi scivolò dalle scale, cadde e si ruppe la testa.

Il bel principe, in un fosso, senza fiori solo langue
Ora è azzurro perché ormai è cianotico il suo sangue.

La bella e la bestia si amavano in modo proibito,
ma con una corda alla gola adesso è tutto finito.

Raperonzolo non scioglierà più i suoi capelli
Son prigionieri della morte i suoi occhi belli.

Alice curiosa rincorreva il Bianconiglio
Sottoterra insieme a lui, è questo il suo giaciglio.

Mi accasciai a terra. Mi ricordai tutto all’improvviso.
“Li ho uccisi io…. sono io l’assassino delle fiabe…” sussurrai.
“Non è quello che hai sempre voluto?” disse una voce, nella mia testa. “Hai sempre odiato quelle sciocche fiabe sempre a lieto fine. Finalmente hai riportato un po’ di giustizia!”
“Erano mie amiche…” risposi a quella voce.
“Tu non hai amici” ribatté la voce. “Tu sei nata per vivere sola. Ti ricordi quando eri bambina? Nessuno voleva giocare con te. Allora ti rifugiavi chissà dove con un libro di storie tra le mani, e invidiavi quei personaggi a cui andava sempre tutto bene. Adesso ti sei finalmente vendicata!”
“Non ho mai voluto vendicarmi” singhiozzai.
“Ma io sì. Sei un’assassina, Marta. Sei la strega cattiva, sei nata per questo ruolo! Hai visto come sei stata brava a non farti mai scoprire dalla polizia?”
Frammenti di memoria iniziarono a tornare. Il costume nero da assassino nascosto nello zaino e poi gettato in un inceneritore, il coltello maneggiato solo con i guanti, le grosse corde per saltare usate per indurre l’ultimo respiro…
“Sono un’assassina” ripetei a me stessa. “Sono un’assassina…”
“No! Non è possibile!” gridò Francesco, che stava scendendo le scale nonostante gli avessi chiesto di non farlo. Lo vidi gettare una rapida occhiata davanti a sé, dove si ergevano i macabri trofei delle mie uccisioni.
“Me lo ricordo…” singhiozzai. “Adesso me lo ricordo! Sono stata io! Non ero cosciente quando lo facevo, ma sono stata io!”
Mille frammenti obliati nel mio inconscio si stavano riversando davanti ai miei occhi come inchiostro avvelenato. “Mi… mi ricordo tutto…” sussurrai, fissando il vuoto davanti a me. “Non sono riuscita a ucciderti solo perché ti amo!”
“Devi solo farti curare!” disse Francesco, tentando di avvicinarsi a me. “Non eri in te quando uccidevi quei ragazzi, non possono incolparti di qualcosa che non volevi!”
Francesco mi strinse contro il suo petto. Non riuscivo a credere che fosse disposto a perdonarmi.
“Non voglio farmi curare” risposi, a bassa voce. “Non esiste una cura a quello che provo. Vorrei riportare tutti in vita, ma non posso. Non posso vivere con questo peso sulla coscienza.
Senza farmi notare, iniziai a registrare un video con il cellulare.
“Grazie per avermi fatto conoscere qualcosa che non avrei mai creduto di provare” dissi, col respiro corto. Solo allora Francesco si rese conto che avevo un pugnale tra le mani.
“No, ti prego, non uccidermi!” gridò lui, facendosi scudo al volto con le mani.
Caddi a terra. Solo allora Francesco si girò verso di me.
Il coltello con cui avevo intenzione di ucciderlo era piantato nel mio stomaco.
“Forse tu puoi perdonarmi, ma io non posso. Vivi per me. Sarò io la mia ultima vittima” dissi, con la poca voce che mi restava. “Dai alla polizia il mio telefono, così non penseranno che sia stato tu. Baciami un’ultima volta.”
Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

 

P.S.: La storia di Marta non è ancora finita…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 8

Un mattino, Marcella arrivò in classe con la faccia buia. Per la prima volta dopo anni, si era presentata in classe con i capelli sciolti. Per un attimo rimasi a fissarla, incantata. Non avevo mai visto una chioma così lunga. Le ciocche le si avviluppavano intorno alle braccia come dei rampicanti e poi scendevano giù, selvagge, fino a metà della coscia. Il castano ramato delle radici si trasformava in biondo fragola verso le punte.
“Ciao Raperonzolo!” la salutò Alice, tutta allegra.
“Raperonzolo… è proprio per quello che ho deciso di tagliarli. Se l’assassino mi vedesse, di certo vorrebbe la mia testa!” sospirò Marcella, toccandosi i capelli.
“Nooo!” protestò Alice. “Che idea sciocca! E allora io dovrei cambiarmi nome? Ne abbiamo già parlato e abbiamo detto che non c’è modo di salvarsi quando l’assassino ti prende di mira. A meno che tu non sia Francesco” aggiunse, ammiccando nella mia direzione.
“Li sciolgo oggi per mostrarli a voi, per l’ultima volta. Quando uscirò da scuola andrò dal parrucchiere e li farò corti come i tuoi” disse, guardandomi.
Mi passai una mano sulla nuca. Avevo sempre odiato i capelli lunghi su di me perché non volevo perdere tempo a lavarli e asciugarli, ma mi piaceva vederli sulle altre ragazze e mi dispiacque sentire la decisione di Marcella.
Le ore trascorsero lentamente come al solito. Eravamo obbligati a fare lezione con le porte aperte per permettere agli agenti che pattugliavano la scuola di controllare ogni spostamento. Durante l’intervallo andai in bagno con Alice e Marcella per parlottare un po’ e per sentirmi sommergere di domande riguardo Francesco. Dopo aver eluso l’ennesima illazione, mi chiusi in bagno per poter fare pipì in pace. Per quei pochi minuti si decisero a tacere. Quando aprii la porta, vidi Alice seduta per terra vicino al lavandino e Marcella distesa a terra, con i lunghi capelli a farle da cornice ai lati del viso. Sentii lo stomaco contorcersi e per poco credetti di vomitare.
“Non è divertente!” gridai. “Aprite gli occhi!”
Non mi stavano prendendo in giro.
Il maglione rosa di Marcella si era tinto di rosso. Il sangue stava iniziando a macchiare anche il pavimento. I suoi occhi erano aperti verso il soffitto, le sue mani giunte al petto.
Alice fissava un punto indistinto davanti a sé. Aveva la testa reclinata su un lato. I riccioli biondi e l’espressione assente la facevano sembrare una bambola di porcellana. Sulle sue gambe era stato posato un coniglio bianco di peluche.
Sullo specchio, qualcuno aveva appeso un biglietto.

“Nessun principe risalirà mai la chioma di Raperonzolo.

Alice è caduta nella tana del Bianconiglio e rimarrà nel Paese delle Meraviglie.”

Disperata e terrificata, andai a cercare un agente di polizia. Non riuscii quasi a proferir parola, ma riuscii a indicare il bagno. Solo allora lo vidi: un piccolo coltello da cucina, affilato e sporco di sangue, era stretto tra le mani di Marcella. Distolsi gli occhi quasi subito, ma persi i sensi.

Mi risvegliai in infermeria. Francesco e la professoressa d’italiano mi stavano fissando.
“L’ho sognato?” sussurrai.
Entrambi mossero la testa in segno di diniego.
Sentii i miei occhi farsi umidi.
La polizia mi interrogò fino a farmi esaurire completamente ogni briciolo di forza interiore. Mi interrogarono su tutto quello che avevo visto quel giorno e i giorni precedenti. Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che ero chiusa in bagno, che erano mie amiche e che non avrei mai voluto vederle in quel modo. Alla fine una poliziotta mi lasciò andare a casa. “Hai un talento per trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato” disse, invitandomi a uscire dalla stanza degli interrogatori.
Restai a casa da scuola una settimana. I miei genitori non dissero niente. Mi lasciarono soffrire in pace, senza farmi troppe domande. Uscii soltanto per assistere ai funerali di Marcella e Alice. Dovevo prendere il sonnifero per riuscire a dormire, e così passavo le mie giornate in un perenne stato di stordimento grigio e insapore. Il sonno e la veglia si fondevano e non sapevo più cosa era vero e cosa fosse un sogno.
Una sera Francesco venne a trovarmi per vedere come stavo. Non ero di molte parole e lui rispettò il mio silenzio. Portò un film da poter vedere insieme. Diceva che mi avrebbe distratto. Era un poliziesco di cui non ricordo il titolo, piuttosto noioso. Dopo i primi venti minuti, infatti, complici i sonniferi, finii per addormentarmi. Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che Francesco mi stringeva fortissimo i polsi, come a volermi impedire di toccarlo, e mi fissava atterrito, con la bocca contorna in una smorfia di terrore e stupore.