KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 11

[ATTENZIONE: IL SEGUENTE CAPITOLO CONTIENE ESPRESSIONI VIOLENTE CHE POTREBBERO URTARE I LETTORI PIU’ SENSIBILI.]
Con le sue ultime forze, Marta sfiorò la guancia di Francesco, sorrise e poi spirò tra le tue braccia.
“Marta!” disse lui, tra le lacrime. “Non ti ho nemmeno detto che ti amo…”
“Stai tranquillo, ormai lo aveva capito da sola.”
Francesco si voltò, spaventato. Una ragazza minuta con dei lunghi capelli castani lo stava fissando con i suoi occhi verdi.
“E tu che cosa… chi… chi sei? Come sei entrata?!” esclamò Francesco.
La ragazza non gli prestò minimamente attenzione. Lo spintonò via con una forza di disumana, poi si avventò verso il corpo di Marta e iniziò a scrollarlo con cattiveria.
“Ma che stai facendo?! Lasciala andare!” disse Francesco cercando di rimettersi in piedi.
“SILENZIO!” gridò la ragazza, spingendolo contro il muro con il solo suono della sua voce. “Svegliati, brutta sgualdrina” aggiunse, rivolta a Marta. “Lo so benissimo che sei viva, apri gli occhi!”
Marta sorrise in modo beffardo e alla fine si decise a fare quanto gli era stato chiesto.
“Marta, ma sei viva!” gridò Francesco emozionato. Una folata di vento sovrannaturale lo sbatté contro il muro con tanta forza da fargli prendere i sensi.
“Non mi piace vederti maltrattare il mio ragazzo” sussurrò Marta digrignando i denti.
“E a me non piace sapere che entri nel mio mondo per ammazzare la gente!”
“Che cosa pensi di fare?” disse maliziosa. “Non puoi fermarmi, lo sai benissimo che io continuerò a rigenerarmi all’infinito!”
La stanza intorno a loro iniziò a cambiare. Francesco iniziò a svanire, così come i macabri trofei delle uccisioni di Marta.
“Che sta succedendo?!” domandò Chiara, sorpresa.
“Tra pochi minuti la storia si riavvolgerà su se stessa e potrò ricominciare a mietere vittime!” spiegò Marta, ridendo.
“Non così in fretta…” disse Chiara.
Nel giro di un istante, tutti i fantasmi delle vittime di Marta si riunirono intorno alla loro carnefice, ancora vestiti dei loro abiti di morte.
Il principe azzurrò gettò Marta a terra, le salì sopra e le bloccò le gambe e le braccia. Biancaneve si gettò su di lei e iniziò a morderle il viso, sempre più forte, fino a staccare un pezzo della guancia.
“Bianca come neve, rossa come il sangue…” sussurrò la ragazza, leccandosi le labbra. Marta gridava di dolore e di paura.
Chiara assistette alla scena impassibile.
Cenerentola afferrò la sua scarpetta col tacco, abbassò i pantaloni di Marta fino a lasciare scoperte le cosce e infilzò il tacco con forza nel muscolo fino a lacerarlo. Il sangue sgorgava copioso dall’arteria femoraria, inondando le mani di Cenerentola. “Come farai ad andare al ballo, conciata così?” disse, ridendo istericamente. Marta era quasi in stato di shock, ma uno schiaffo tirato da Bestia la fece risvegliare.
“Chi è davvero una bestia tra me e te?” ringhiò lui.
La Bella strappò la maglia di Marta, l’afferrò per il collo e strinse forte le mani intorno alla sua gola, facendola quasi soffocare. Poco prima che svenisse, Bestia le tirò un pugno in faccia che le spezzò il setto nasale. La Bella aveva tra le mani la rosa senza petali con cui era stata abbandonata tra le braccia della morte. Con tutta la forza che aveva, conficcò lo stelo nella spalla di Marta.
Raperonzolo e Alice si fecero avanti per ultime. Avevano l’aria delusa ma glaciale. Alice stringeva tra le dita il pugnale con cui Marta si era uccisa pochi minuti prima. Appoggiò la punta del coltello sulla gola martoriata di Marta e affondò la lama quanto bastava per tingerla di rosso. Lentamente iniziò a muovere la punta come se fosse un pennello intriso di vernice scarlatta, finché il petto e quel che restava del volto di Marta non divennero un’unica tela rossa.
“Eramo amiche…” sussurrò. “E sai dove andrò a toccarti adesso con la lama? Importa poco, purché tu soffra!”
Alice piantò il coltello ai lati della bocca di Marta, aprendo la carne a formare un inquietante sorriso.
“Adesso sembri proprio lo Stregatto!” disse ridendo.
Raperonzolo, con il lunghi capelli sciolti davanti al viso, fissò Marta agonizzante al suolo, si inginocchiò davanti a lei e iniziò a sussurrare nel suo orecchio.
“Lo sai cosa successe all’uomo innamorato di Raperonzolo quando precipitò dalla torre? Perse entrambi gli occhi cadendo su un cespuglio di rovi, ed è quello che capiterà a te!”
Raperonzolo affondò le unghie affilate nelle orbite di Marta.

Marta aprì gli occhi di scatto, col fiato mozzo. Guardò l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Si alzò di malavoglia e andò in cucina a preparare del caffè per tenersi sveglia. Aveva trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui ricordava fin troppo bene i particolari…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 10

Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

Chiara digitò sulla tastiera l’ultimo puntino di sospensione.
“E’ perfetto” pensò, con un sorriso. “Nessuno si sarebbe mai aspettato di avere avuto l’assassino sotto gli occhi fin dall’inizio! Beh, quasi nessuno…”
Per qualche istante rimase ferma a fissare lo schermo, rileggendo le ultime pagine del suo racconto. Una volta che ebbe eliminato gli ultimi refusi ed ebbe indentato bene il testo, decise di stampare i nove capitoli. Gettò un’occhiata all’orologio in basso a destra sul desktop e notò che erano quasi le quattro del mattino. Si avvicinò alla finestra per abbassare la saracinesca e notò che nel cielo splendeva una meravigliosa luna piena.
“Ciao” sussurrò una voce, alle sue spalle. Chiara si voltò, credendo che fosse entrato un ladro in casa.
“Che ti succede, hai paura di me? Eppure sei tu ad avermi creata!”
Una ragazza alta con i capelli corti era in piedi a pochi passi da Chiara. Indossava una maglietta con una grossa macchia di sangue all’altezza dello stomaco.
“Sono io, Marta. L’assassina delle fiabe. Non guardarmi così, mi conosci benissimo!” disse la spettrale figura.
“No… non è possibile…” disse Chiara, incredula, tentando di uscire dalla porta della sala.
“Stai tranquilla, non ho intenzione di farti del male” disse Marta con un ghigno, afferrando Chiara per le spalle. “Mi hai dato una vita breve, una morte orribile e una schizofrenia incurabile, ma almeno mi hai resa forte e mi hai fatto provare dei sentimenti di amore e di amicizia. In fin dei conti ti vorrei ringraziare. Pare che una parte di me odi le storie a lieto fine, e di certo la mia storia non ne ha uno, quindi tutto sommato mi piace quello che hai scritto.”
“Cosa vuoi da me?” domandò Chiara, cercando di liberarsi dalle due gelide mani che la stringevano.
“Niente, volevo solo farti sapere che esisto e che la mia storia non è finita…”
“Tu sei morta, la tua storia è finita eccome!” rispose Chiara, pentendosi immediatamente della sua audacia.
“Vero, vero… però vedi, un personaggio immaginario, come me, non può mai morire del tutto, neppure se lo uccide il suo creatore. Ogni libro, fiaba, racconto o novella può essere riletta da capo, perciò i personaggi morti possono rigenerarsi ogni volta che qualcuno ricomincia a leggere. Hai pubblicato la mia storia sul Web, non è vero? L’hanno letta parecchie persone. Sono loro ad avermi dato la forza di uscire dalle tue pagine e di entrare in questo mondo. Un modo per uccidermi esiste, in effetti. Dovresti uccidere tutti coloro che hanno letto “L’assassino delle fiabe”, ma non credo che lo farai. Oppure potresti… “
Marta si zittì di colpo, si guardò rapidamente intorno e guardò Chiara fissa negli occhi.
“Adesso scusami, ma ho un paio di faccende da sbrigare. Devo ritrovare Francesco e devo continuare a uccidere.”
Chiara aprì bocca per ribattere, ma Marta la spinse contro il muro, facendole battere una testata abbastanza forte da farle perdere i sensi.
“Ci vediamo, creatrice…” sussurrò Marta ridendo, mentre svaniva nel nulla.

Verso le quattro e mezza del mattino, Chiara aprì gli occhi. Era seduta davanti al suo portatile, con la testa fra le braccia.
“Deve essermi venuto un colpo di sonno” pensò. “Meglio che vada a dormire adesso.”
Il suo ragazzo, Luca, era andato a dormire prima di lei, ma si svegliò quando la sentì aprire la porta della camera da letto.
“Hai finito di scrivere il tuo racconto?” chiese Luca, alzandosi per bere dell’acqua.
“Sì…”rispose Chiara, pensierosa. “Pensa che mi sono appisolata poco dopo averlo stampato, e ho sognato proprio Marta, la protagonista!”
“Ah, sì? E che è successo?”
“Non me lo ricordo proprio! Ricordo solo che mi ha detto qualcosa e che poi… Poi mi sono svegliata!”
“Magari ti tornerà in mente” disse Luca. “Adesso vedi di dormire, è tardi!”
Chiara si infilò il pigiama, si distese a letto e si addormentò quasi subito.

Il giorno seguente, Chiara cercò i fogli sui quali aveva stampato “L’assassino delle fiabe”, ma non li trovò da nessuna parte.
“Pazienza” pensò. “Si vede che facevano parte del sogno anche quelli!”
Accese il computer per controllare la posta elettronica. Per caso si imbatté nel sito di un noto quotidiano. La sua attenzione venne attratta da una notizia di cronaca nera.

“DICIOTTENNE TROVATA MORTA SULLE SCALE DELLA SCUOLA
Angelica C., studentessa di quinta liceo, è stata trovata morta sulle scale antincendio del liceo classico Andrea d’Oria alle otto del mattino del 19 settembre. La causa della morte è il soffocamento provocato da un pezzo di mela ritrovato nella gola della giovane. Non sono ancora confermate le voci che ipotizzano un omicidio doloso premeditato. Il corpo della ragazza è stato trovato circondato da fiori bianchi e truccato con cerone bianco e rossetto rosso, in un macabro tentativo di evocare la morte di Biancaneve. Il cadavere stringeva tra le mani un foglio con su scritte le parole “Grazie, Chiara”…”

Chiara scorse la notizia fino in fondo, scordandosi di respirare.
“Non è possibile” pensò. “Deve essere un pazzo che ha letto la mia storia e adesso sta simulando gli omicidi che ho scritto…”
“Ovviamente no, mia cara!” disse una voce femminile.
Chiara si voltò. Marta era in piedi, davanti a lei. Stringeva una mela morsicata nella mano destra e un fiore nella sinistra.
“Non ha sofferto, stai tranquilla…” sussurrò Marta, avvicinandosi a Chiara. “Era così bella, con quei capelli neri e quegli occhi color del mare… Non potevo lasciare che il tempo distruggesse il suo volto. La morte adesso avrà una sposa bellissima! La morte è l’unico principe che verrà mai a salvare le principesse in pericolo!”
“Io non ti ho creata in questo modo! Io ti ho creata buona!” disse Chiara con disprezzo.
“E’ vero… ma vedi, tu hai lasciato che la mia parte buona si suicidasse per distruggere quella cattiva, che invece, come puoi vedere, non è affatto morta…”
“Ti fermerò, in un modo o nell’altro ti fermerò!” gridò Chiara.
“Non sai come fare! E non lo saprai mai! Addio creatrice, devo accompagnare Cenerentola al ballo! Il suo principe la sta aspettando per morire insieme a lei!”
Chiara cercò di afferrare le mani evanescenti di Marta, ma tutto quello che le rimase tra le mani furono una mela rossa e un fiore bianco.
Chiara rimase in piedi, immobile, fissando il fiore e la mela. Era in preda alla rabbia e alla disperazione, ma riuscì a non perdersi d’animo. Rifletté a lungo, e alla fine un’idea la colse di sorpresa come un fulmine a ciel sereno.
“Non posso distruggere la storia di Marta, ormai è già stata divulgata… Però posso continuarla! Non conosco le regole per distruggere il suo gioco, ma… se riscrivessi le regole io stessa, allora forse…”
Chiara aprì il documento Word “L’assassino delle fiabe” e iniziò a scrivere.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 9

“Francesco, cosa stai facendo?” sussurrai, preoccupata.
“Dovrei chiedertelo io!” rispose lui, lasciandomi andare le mani. “Stavi cercando di strangolarmi!”
“Che cosa?!”
“Mentre guardavamo il film, a un certo punto mi hai guardato con un’espressione strana e mi hai messo le mani alla gola! Sono riuscito a fermarti per un pelo, ma avevi la forza di un leone!”
Fissai le mie mani, non capendo cosa stesse accadendo.
“Io… io non ricordo niente!” dissi. “D’improvviso, un’ondata di flashback tornò alla mia memoria.
Aprii una botola sotto la mia scrivania. Portava a uno scantinato in cui non andava mai nessuno. Non c’era polvere, nonostante non pulissi lì sotto da un po’. Iniziai a scendere le scale, chiedendo a Francesco di non seguirmi.
Quello che vidi mi distrusse l’anima. Sopra un tavolo, accuratamente disposti, vidi del rossetto rosso, una scarpa da donna, del trucco azzurro, una pila di vestiti, una ciocca di capelli lunghissimi e una di riccioli biondi. C’era uno spazio vuoto tra i vestiti e le ciocche di capelli, laddove avrebbe dovuto trovarsi qualcosa di Francesco. Peter Pan. Un pugnale giaceva proprio sotto il tavolo. Me lo rigirai tra le mani. Un fulmine mi attraversò il cervello, penetrate come mille aghi. Lo stesso pugnale con cui l’assassino aveva inciso l’uncino sulla sua schiena… Un foglio era appeso alla parete con delle puntine. Riconobbi la calligrafia con cui l’inchiostro aveva vergato un’inquietante filastrocca.

Biancaneve si è addormentata, ma la mela la strozzò.
Senza un principe né un bacio sempre morta lei restò.

Cenerentola perse un scarpa mentre lasciava la festa,
ma poi scivolò dalle scale, cadde e si ruppe la testa.

Il bel principe, in un fosso, senza fiori solo langue
Ora è azzurro perché ormai è cianotico il suo sangue.

La bella e la bestia si amavano in modo proibito,
ma con una corda alla gola adesso è tutto finito.

Raperonzolo non scioglierà più i suoi capelli
Son prigionieri della morte i suoi occhi belli.

Alice curiosa rincorreva il Bianconiglio
Sottoterra insieme a lui, è questo il suo giaciglio.

Mi accasciai a terra. Mi ricordai tutto all’improvviso.
“Li ho uccisi io…. sono io l’assassino delle fiabe…” sussurrai.
“Non è quello che hai sempre voluto?” disse una voce, nella mia testa. “Hai sempre odiato quelle sciocche fiabe sempre a lieto fine. Finalmente hai riportato un po’ di giustizia!”
“Erano mie amiche…” risposi a quella voce.
“Tu non hai amici” ribatté la voce. “Tu sei nata per vivere sola. Ti ricordi quando eri bambina? Nessuno voleva giocare con te. Allora ti rifugiavi chissà dove con un libro di storie tra le mani, e invidiavi quei personaggi a cui andava sempre tutto bene. Adesso ti sei finalmente vendicata!”
“Non ho mai voluto vendicarmi” singhiozzai.
“Ma io sì. Sei un’assassina, Marta. Sei la strega cattiva, sei nata per questo ruolo! Hai visto come sei stata brava a non farti mai scoprire dalla polizia?”
Frammenti di memoria iniziarono a tornare. Il costume nero da assassino nascosto nello zaino e poi gettato in un inceneritore, il coltello maneggiato solo con i guanti, le grosse corde per saltare usate per indurre l’ultimo respiro…
“Sono un’assassina” ripetei a me stessa. “Sono un’assassina…”
“No! Non è possibile!” gridò Francesco, che stava scendendo le scale nonostante gli avessi chiesto di non farlo. Lo vidi gettare una rapida occhiata davanti a sé, dove si ergevano i macabri trofei delle mie uccisioni.
“Me lo ricordo…” singhiozzai. “Adesso me lo ricordo! Sono stata io! Non ero cosciente quando lo facevo, ma sono stata io!”
Mille frammenti obliati nel mio inconscio si stavano riversando davanti ai miei occhi come inchiostro avvelenato. “Mi… mi ricordo tutto…” sussurrai, fissando il vuoto davanti a me. “Non sono riuscita a ucciderti solo perché ti amo!”
“Devi solo farti curare!” disse Francesco, tentando di avvicinarsi a me. “Non eri in te quando uccidevi quei ragazzi, non possono incolparti di qualcosa che non volevi!”
Francesco mi strinse contro il suo petto. Non riuscivo a credere che fosse disposto a perdonarmi.
“Non voglio farmi curare” risposi, a bassa voce. “Non esiste una cura a quello che provo. Vorrei riportare tutti in vita, ma non posso. Non posso vivere con questo peso sulla coscienza.
Senza farmi notare, iniziai a registrare un video con il cellulare.
“Grazie per avermi fatto conoscere qualcosa che non avrei mai creduto di provare” dissi, col respiro corto. Solo allora Francesco si rese conto che avevo un pugnale tra le mani.
“No, ti prego, non uccidermi!” gridò lui, facendosi scudo al volto con le mani.
Caddi a terra. Solo allora Francesco si girò verso di me.
Il coltello con cui avevo intenzione di ucciderlo era piantato nel mio stomaco.
“Forse tu puoi perdonarmi, ma io non posso. Vivi per me. Sarò io la mia ultima vittima” dissi, con la poca voce che mi restava. “Dai alla polizia il mio telefono, così non penseranno che sia stato tu. Baciami un’ultima volta.”
Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

 

P.S.: La storia di Marta non è ancora finita…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 8

Un mattino, Marcella arrivò in classe con la faccia buia. Per la prima volta dopo anni, si era presentata in classe con i capelli sciolti. Per un attimo rimasi a fissarla, incantata. Non avevo mai visto una chioma così lunga. Le ciocche le si avviluppavano intorno alle braccia come dei rampicanti e poi scendevano giù, selvagge, fino a metà della coscia. Il castano ramato delle radici si trasformava in biondo fragola verso le punte.
“Ciao Raperonzolo!” la salutò Alice, tutta allegra.
“Raperonzolo… è proprio per quello che ho deciso di tagliarli. Se l’assassino mi vedesse, di certo vorrebbe la mia testa!” sospirò Marcella, toccandosi i capelli.
“Nooo!” protestò Alice. “Che idea sciocca! E allora io dovrei cambiarmi nome? Ne abbiamo già parlato e abbiamo detto che non c’è modo di salvarsi quando l’assassino ti prende di mira. A meno che tu non sia Francesco” aggiunse, ammiccando nella mia direzione.
“Li sciolgo oggi per mostrarli a voi, per l’ultima volta. Quando uscirò da scuola andrò dal parrucchiere e li farò corti come i tuoi” disse, guardandomi.
Mi passai una mano sulla nuca. Avevo sempre odiato i capelli lunghi su di me perché non volevo perdere tempo a lavarli e asciugarli, ma mi piaceva vederli sulle altre ragazze e mi dispiacque sentire la decisione di Marcella.
Le ore trascorsero lentamente come al solito. Eravamo obbligati a fare lezione con le porte aperte per permettere agli agenti che pattugliavano la scuola di controllare ogni spostamento. Durante l’intervallo andai in bagno con Alice e Marcella per parlottare un po’ e per sentirmi sommergere di domande riguardo Francesco. Dopo aver eluso l’ennesima illazione, mi chiusi in bagno per poter fare pipì in pace. Per quei pochi minuti si decisero a tacere. Quando aprii la porta, vidi Alice seduta per terra vicino al lavandino e Marcella distesa a terra, con i lunghi capelli a farle da cornice ai lati del viso. Sentii lo stomaco contorcersi e per poco credetti di vomitare.
“Non è divertente!” gridai. “Aprite gli occhi!”
Non mi stavano prendendo in giro.
Il maglione rosa di Marcella si era tinto di rosso. Il sangue stava iniziando a macchiare anche il pavimento. I suoi occhi erano aperti verso il soffitto, le sue mani giunte al petto.
Alice fissava un punto indistinto davanti a sé. Aveva la testa reclinata su un lato. I riccioli biondi e l’espressione assente la facevano sembrare una bambola di porcellana. Sulle sue gambe era stato posato un coniglio bianco di peluche.
Sullo specchio, qualcuno aveva appeso un biglietto.

“Nessun principe risalirà mai la chioma di Raperonzolo.

Alice è caduta nella tana del Bianconiglio e rimarrà nel Paese delle Meraviglie.”

Disperata e terrificata, andai a cercare un agente di polizia. Non riuscii quasi a proferir parola, ma riuscii a indicare il bagno. Solo allora lo vidi: un piccolo coltello da cucina, affilato e sporco di sangue, era stretto tra le mani di Marcella. Distolsi gli occhi quasi subito, ma persi i sensi.

Mi risvegliai in infermeria. Francesco e la professoressa d’italiano mi stavano fissando.
“L’ho sognato?” sussurrai.
Entrambi mossero la testa in segno di diniego.
Sentii i miei occhi farsi umidi.
La polizia mi interrogò fino a farmi esaurire completamente ogni briciolo di forza interiore. Mi interrogarono su tutto quello che avevo visto quel giorno e i giorni precedenti. Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che ero chiusa in bagno, che erano mie amiche e che non avrei mai voluto vederle in quel modo. Alla fine una poliziotta mi lasciò andare a casa. “Hai un talento per trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato” disse, invitandomi a uscire dalla stanza degli interrogatori.
Restai a casa da scuola una settimana. I miei genitori non dissero niente. Mi lasciarono soffrire in pace, senza farmi troppe domande. Uscii soltanto per assistere ai funerali di Marcella e Alice. Dovevo prendere il sonnifero per riuscire a dormire, e così passavo le mie giornate in un perenne stato di stordimento grigio e insapore. Il sonno e la veglia si fondevano e non sapevo più cosa era vero e cosa fosse un sogno.
Una sera Francesco venne a trovarmi per vedere come stavo. Non ero di molte parole e lui rispettò il mio silenzio. Portò un film da poter vedere insieme. Diceva che mi avrebbe distratto. Era un poliziesco di cui non ricordo il titolo, piuttosto noioso. Dopo i primi venti minuti, infatti, complici i sonniferi, finii per addormentarmi. Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che Francesco mi stringeva fortissimo i polsi, come a volermi impedire di toccarlo, e mi fissava atterrito, con la bocca contorna in una smorfia di terrore e stupore.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 5

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Avrei potuto respingere quel bacio, ma non lo feci. Date le circostanze, Francesco aveva ragione: ormai eravamo tutti appesi al flebile filo della pazzia del killer delle fiabe. Se mi era concesso innamorarmi prima di morire, avrei potuto riuscirci solo con lui.
“Vuoi essere la mia ragazza?” domandò lui. “Mi aspettavo un ceffone, ma visto che non me lo hai dato devo dedurre che forse un po’ ti piaccio?”
“In realtà… in realtà sì” borbottai, senza guardarlo in faccia. “Solo che non pensavo assolutamente di interessarti! Cioè, guardami… sono un maschiaccio, sono riservata, per niente socievole, cosa mai posso offrire a un ragazzo come te?”
“Ma sei tu. Mi piaci perché sei così” ripose lui, strappandomi un sorriso e facendomi inaspettatamente arrossire.
Per un attimo riuscii a dimenticarmi di Alice, della Bella e la Bestia, del caos in cui eravamo precipitati. Mi sentii solo una ragazza emozionata che per la prima volta scopriva di piacere a un ragazzo.

Quando tornai a casa, passai davanti alla casa di Alice. Suonai il campanello. Con enorme sollievo, finalmente qualcuno mi rispose.
“Chi è?” disse una voce femminile, dall’altra parte del citofono.
“Alice?! Sono Marta!” risposi.
“Marta! Perdonami se non ti ho risposto in questi giorni, io e i miei genitori siamo tutti a letto con un brutto virus intestinale! Ho avuto la febbre fino a stanotte e non mi è proprio passato per la testa di rispondere a nessuno! Ti farei salire, ma potrei essere contagiosa!”
“Va bene, l’importante è saperlo… Rimettiti in forze! Ora vado a casa!”
“Aspetta!” disse Alice. “La polizia è stata qui. So cosa è accaduto oggi e so anche che avevano paura che fossi stata io, ma il medico ha confermato che io fossi malata…”
“Stai bene? Ne vuoi parlare?”
“C’è poco da dire… non ho il cuore a pezzi, stai tranquilla. Conoscevo Adamo da poco, me ne farò una ragione. Vai a casa, comincia a farsi tardi! Ci sentiamo!”
Alice riagganciò.
L’aveva presa fin troppo bene. Forse stava solo cercando di reprimere le sue emozioni, ma ci avrei pensato in un altro momento. La cosa più importante era che lei fosse viva.

La preside del liceo artistico decise di non chiudere la scuola. La classe di Adamo e quella dell’altra ragazza erano deserte. Francesco, seduto alle mie spalle, ogni tanto mi dava dei colpetti sotto la sedia per farsi notare. Non avevo ancora risposto alla sua proposta di mettersi insieme e ci teneva a ricordarmelo.
Qualche minuto prima che suonasse l’intervallo, uscii per procurarmi qualcosa da mangiare. Quando tornai in classe, vidi che Francesco non c’era.
Chiesi a Marcella e mi disse che era uscito anche lui subito dopo di me.
“Eppure non l’ho visto!” pensai, sgomenta. Un terribile sospetto si impadronì del mio cervello. Corsi per i corridoi, sperando di trovarlo, facendomi strada tra la gente. D’improvviso sentii un ragazzo gridare.
Corsi nella sua direzione. Un gruppo di persone mi impediva di vedere. Vidi molti distogliere gli occhi e altri chiamare i propri insegnanti. Mi feci strada. Francesco era sdraiato a terra, in una pozza di sangue. Qualcuno lo aveva bendato, gli aveva bloccato la bocca con una corda, gli aveva legato le mani dietro la schiena e gli aveva messo in testa un cappello verde con la piuma. Peter Pan catturato dai pirati. Proprio come aveva detto lui il giorno prima.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 4

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L’indomani, Alice non venne a scuola di nuovo.
“Che fine ha fatto la vostra compagna?” domandò la professoressa, corrugando la fronte. “Qualcuno di voi ha sue notizie?”
“Sono due giorni che io e Marcella cerchiamo di contattarla” risposi. “Ma non risponde alle telefonata e a casa sua non c’è nessuno!”
“Se entro domani non si sarà fatta sentire, dovremo avvisare la polizia. Non possiamo correre rischi” rispose la professoressa, abbassando lo sguardo.
Durante la ricreazione andai a cercare Adamo per chiedergli se almeno lui avesse notizie di Alice, ma mi dissero che quel giorno non si era presentato a scuola. Per un istante sperai che lui e Alice avessero deciso di vedersi per parlare di quanto era accaduto, ma dentro di me sapevo che non era quello il motivo della loro assenza.
Alle undici di mattina ci recammo in palestra per la lezione di educazione fisica. Quando le porte furono aperte, vedemmo un ragazzo giacere nudo al centro del pavimento, con i lunghi capelli biondi sparsi sul pavimento. Aveva in mano uno specchio rotto. Una ragazza, anch’essa nuda, era accoccolata sul suo petto. Il suo seno era appena visibile tra le ciocche di capelli castani. Tra le mani stringeva lo stelo spoglio di una rosa. I petali erano sparsi sul petto del ragazzo.
“Adamo” sussurrai.
“E’ lei?” domandò Marcella, stringendomi il polso e coprendosi gli occhi.
“Sì!” risposi, con un fil di voce.
“Ehi, voi due!” gridò il professore. “Vi dovrei sospendere! Siamo in una scuola, non in un albergo!”
Adamo e la ragazza non risposero, congelati nel loro sogno immoto.
Il professore si avvicinò a loro cautamente, fissandoli con il fiato sospeso.
“Forza, svegliatevi!”
Niente. Non una parola, non un gemito, non un respiro.
Si inginocchiò accanto a loro. Posò una mano sul collo prima di uno, poi dell’altra.
“Ragazzi, andatevene subito!” gridò, sbiancando in volto.
Marcella strinse il mio braccio con più forza.
“L’assassino ci ha seguiti… ci ha seguiti, ci ha seguiti!” sussurrò, mettendosi a piangere.

La polizia arrivò immediatamente. Avvicinai una poliziotta e le spiegai quello che sapevo riguardo Alice e il tradimento di Adamo.
“Credi che la tua amica possa essere un’indiziata?” domandò la donna senza troppi giri di parole.
“No! Anzi, temo che possa essere stata presa anche lei!” risposi, agitata.
“Questa Alice conosceva le precedenti vittime?” domandò la poliziotta, con aria scettica.
“Cosa? No! Li conosceva solo di vista, come me, come tutti i ragazzi della mia classe!”
La poliziotta mi guardò con aria interrogativa.
“Senti un po’, che fisico ha la tua amica?” domandò. “E’ alta e atletica come te?”
“No, lei è piccolina e magra… Non credo arrivi al metro e sessanta, e non sono certa che pesi almeno cinquanta chili… Frequenta la mia palestra da un po’, ma si allena poco… perché?”
“Ci vorrà un medico legale per stabilirlo, ma da quel che sembra questi due disgraziati sono stati strangolati da dietro. Anche giocando l’effetto sorpresa, ci voleva una certa forza per strangolare un ragazzo grande e grosso come quello. Potrebbe averlo indebolito con qualche droga, ma è presto per dirlo. Forse la tua amica poteva cavarsela con la ragazza, ma dubito che potesse farcela da sola contro di lui. Comunque, se la ritrovi viva, dille che dobbiamo fare due chiacchiere da donna a donna. Muoio dalla voglia di farle qualche domanda.”

La poliziotta fece per andarsene, ma le domandai se ci fossero novità sulle indagini riguardo le altre tre vittime.
“Impara a farti gli affari tuoi, ragazzina, e camperai cent’anni” mi rispose la donna, voltandomi le spalle.
Tornai nella mia classe. Il professore di ginnastica era seduto sulla cattedra, con lo sguardo fisso davanti a sé. Alcuni miei compagni erano andati a casa, altri erano rimasti per darsi sostegno a vicenda. Marcella era seduta al posto di Alice. Aveva gli occhi lucidi e una tazza di cioccolata calda tra le mani. Francesco, il ragazzo più bravo della classe, stava cercando di consolarla. Non ero mai stata molto interessata ai ragazzi, ma c’era qualcosa nell’intelligenza di Francesco che mi aveva sempre affascinato. Inoltre, tra tutti i maschi con cui avessi stretto un briciolo di amicizia, era l’unico che trovassi veramente attraente. Di lui mi avevano colpito soprattutto gli occhi: erano di un colore indefinito tra il verde, l’azzurro e il grigio, espressivi e vivi, che parevano capaci di leggerti dentro, belli e proibiti come i sette peccati capitali. Mi salutò con un cenno quando mi vide arrivare. “Non sembri troppo turbata” disse, squadrandomi.
“Con questi fanno cinque cadaveri negli ultimi cinque mesi” dissi, avvicinando la faccia alla sua e guardandolo negli occhi. “Ho visto Biancaneve soffocata in mezzo ai fiori bianchi, Cenerentola con il cranio fracassato sul pavimento, il principe azzurro accoltellato al cuore, adesso ho visto anche la Bella e la Bestia nudi a terra. Li ho visti tutti. Faccio incubi da settimane e ho il terrore di uscire di casa. Scusami se non sembro abbastanza turbata, sto solo cercando di non farmi venire un esaurimento nervoso!”
“Scusa, scusa… hai ragione, tu sei stata la prima tra di noi ad accorgersi degli omicidi, non avevo il diritto di dirti niente…”
“Lascialo perdere” disse Marcella, senza distogliere lo sguardo dalla cioccolata. “E’ un deficiente”.
“Sai che novità!” aggiunse Alberto, il fidanzato di Marcella, entrando in classe. “Chi glielo spiega ora ad Alice che il suo ragazzo è stato vittima del killer delle fiabe?”
“Io ho paura che sia stata lei a ucciderlo” disse Marcella.
“Ma che dici!” esclamò Francesco. “Non lo farebbe mai!”
“E non ce la farebbe mai” aggiunsi, raccontando quello che mi aveva detto la poliziotta.
“Stando a quello che sappiamo, l’assassino deve per forza essere un uomo” disse Francesco. “Un uomo grosso e forte, innamorato di Biancaneve e Cenerentola, che però non ha potuto averle per colpa del principe, così li ha uccisi tutti e tre. Poi magari si è innamorato della Bella, ma vedendola con la Bestia ha preferito uccidere anche lei!”
“Non ha minimamente senso quello che dici!” rispose Alberto. “Secondo me l’assassino è una donna, una psicopatica, magari con degli aiutanti, gelosa delle ragazze e innamorata dei ragazzi, ma non vedendosi ricambiata ha ammazzato tutti!”
“Siete due deficienti!” esclamammo all’unisono io e Marcella.
“Alberto, ti sei reso conto che la tua teoria è uguale a quella di Francesco, solo a sessi invertiti?” feci notare.
“E poi smettetela di scherzare su queste cose! La gente muore! Il prossimo potrebbe essere uno di noi!” disse Marcella, mettendosi a piangere e affondando la testa tra le braccia di Alberto, in piedi davanti a lei.
“Tu che sei tanto intelligente, vedi di cogliere qualche inizio che a noi comuni mortali è sfuggito” sussurrai a Francesco, per provocarlo. Lui mi fissò con aria di sfida.
“Posso uscire a prendere un caffè?” domandai al professore.
Mi fece cenno di sì senza nemmeno guardarmi in faccia. Sembrava un uomo a cui avessero strappato l’anima a morsi.
“Vengo con te” disse Francesco, alzandosi.
Camminammo in silenzio fino alle macchinette, poi infilai le monete nel distributore e attesi il mio caffè, appoggiando la schiena al freddo metallo.
“Senti, devo dirti una cosa” borbottò Francesco avvicinandosi, senza guardarmi negli occhi. “Ormai siamo tutti a rischio di morire. Potrei essere il prossimo a finire sdraiato morto da qualche parte vestito da Peter Pan o da Cappellaio Matto o da Aladdin o che so io, perciò non ha senso che non te lo dica”.
“Dirmi cosa?” domandai.
Non ebbi nemmeno il tempo di rendermene conto. Francesco mi strinse a sé e mi baciò.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 3

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Quando giunse gennaio, il preside decise di chiudere la scuola finché non fosse stato catturato l’assassino. Gli istituti superiori vicini predisposero delle classi per permettere agli studenti della mia scuola di proseguire le lezioni, così la mia classe fu trasferita in un liceo artistico. Mi sentivo un po’ fuori luogo, come tutti i miei compagni, del resto. Non eravamo abituati a vedere gli studenti sfoggiare vestiti, acconciature e trucchi stravaganti, ma era bello per una volta essere stupiti da una macchia di rossetto piuttosto che da una macchia di sangue. L’edificio era pieno di quadri, statue e progetti colorati che rallegravano l’atmosfera e distraevano da pensieri ben più bui. La povera Alice non si sentiva ancora tranquilla a causa del suo nome, ma l’aver cambiato scuola aveva giovato a tutti. Almeno fino a San Valentino.

Alice, seguendo il mio consiglio, aveva iniziato a frequentare la palestra insieme a me per esorcizzare le sue paure. La conoscevo da anni, ma non eravamo mai state troppo intime. Di solito ero un tipo abbastanza solitario, ma conoscendola meglio mi resi conto che la sua presenza era tollerabile e stringemmo un legame che potrei definire amichevole. Per mia disgrazia, si prese una cotta per un ragazzo della classe accanto di nome Adamo. Alice non parlava d’altro tutto il giorno. Passava il tempo a decantare la bellezza di costui, bellezza che onestamente io non vedevo. Era un ragazzo molto appariscente: altissimo, muscoloso, con una lunga chioma bionda e una barba da vichingo, lineamenti molto virili e per nulla aggraziati. Qualche volta lo abbordava con la scusa di complimentarsi per i suoi disegni, ma era palese che gli stesse facendo il filo. Dopo un paio di settimane, Adamo chiese ad Alice di uscire insieme. Lei ci tenne a raccontarmi ogni istante di quel che avvenne, compresi dettagli piccanti di cui avrei fatto volentieri a meno. Spesso li vedevo camminare insieme nei corridoi tenendosi la mano, oppure baciarsi sulle scale durante l’intervallo. E’ brutto da dire, ma era un sollievo non avere più Alice tra i piedi troppo spesso. Da quando eravamo compagne di banco facevo una gran fatica a prendere appunti per colpa delle sue chiacchiere, finalmente invece era troppo impegnata a scrivere al suo ragazzo per disturbare me.

Da quando avevo cambiato scuola, la mia vita era tornata quella di prima. Ogni tanto, per abitudine, passavo davanti al mio vecchio liceo. Mi metteva tristezza vederlo chiuso, ma non mi soffermavo mai troppo nelle vicinanze. Avevo ancora gli incubi dal giorno in cui avevo visto quella povera ragazza conciata come Biancaneve.

Un sabato sera, Alice mi chiese di uscire con lei per approfittare dei saldi. Io odiavo fare shopping, soprattutto a pochi giorni da San Valentino; le strade e le vetrine erano infestate di cuori di ogni forma e dimensione, ma visto che dovevo sbrigare una commissione per mia madre decisi di accontentarla. Ci fermammo a fare merenda in un bar. Proprio mentre stavo addentando il primo morso di pizza,  guardai fuori dalla vetrina e notai una figura alta e bionda fuori dal locale. Adamo. Non era solo: era con una ragazza castana bellissima, così minuta rispetto a lui da sembrare quasi una bambina. Alice, seduta di fronte a me, si rese conto di un cambiamento nella mia espressione e si voltò. In quel momento, le labbra di Adamo e della bella sconosciuta si unirono in un bacio appassionato.

Alice divenne bianca e poi paonazza. Non disse una parola. Fissava la scena alle sue spalle con occhi sbarrati. Adamo e la ragazza se ne andarono, cingendosi la vita l’un l’altro.
“Posso fare qualcosa per te?” sussurrai, mortificata.
“Non occorre, grazie” sussurrò Alice, senza guardarmi in faccia. “Vorrei solo essere accompagnata a casa, per favore.”

Alice non mi chiamò né mi inviò messaggi durante tutta la domenica. Verso sera ricevetti una telefonata da Marcella, un’altra ragazza in classe con noi.
“Si può sapere cosa è successo ad Alice?” mi domandò. “Non risponde ai messaggi da ieri, comincio a stare in pensiero! E se il killer delle fiabe avesse preso anche lei?”
Le spiegai cosa fosse accaduto il giorno prima, pregandola di mantenere il segreto. Finsi di non essere preoccupata, ma lo ero. Avevo il terrore che Alice potesse essere finita sulla lista dell’assassino e che il suo turbamento non fosse l’unico motivo per cui era sparita nel nulla.
Lunedì mattina, Alice non si presentò a scuola. La chiamai, andai persino a cercarla a casa nel pomeriggio. Nessuna risposta. Sentii il cuore stringersi in una morsa.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 2

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La scuola venne chiusa per una settimana. Gli studenti erano terrorizzati e molti insegnanti decisero di licenziarsi. Il preside stesso era sul punto di dare le dimissioni, ma alla fine decise di restare e di tentare di capire cosa stesse accadendo. Venne istituito un servizio speciale di autobus che prelevasse i ragazzi a domicilio per portarli a scuola, in modo che nessuno potesse trovarsi da solo. Molti studenti però decisero di cambiare scuola. Quelli che rimasero iniziarono a pensare che i due omicidi fossero da ricondurre a colui che era stato fidanzato con entrambe le vittime. Era uno dei ragazzi più belli e popolari della scuola, eppure presto nessuno volle più avere a che fare con lui. La polizia lo aveva interrogato a lungo, e lui aveva giurato di aver visto “Cenerentola” cadere dalle scale da sola. Nessuno era in grado di spiegare che fine avesse fatto la sua scarpa, ma non erano stati trovate prove evidenti che lo potessero ricondurre alla morte delle sue fidanzate. Molti, però, non erano dello stesso avviso.

Una mattina, sentii due mie compagne parlare tra di loro. Erano sedute proprio dietro di me, non avrei potuto fare a meno di sentirle nemmeno se avessi voluto.
“Tu credi che sia stato lui davvero a ucciderla? L’ha davvero buttata giù dalle scale?”
“No, non penso. Penso che sia stato solo un incidente.”
“Eppure non è strano che ci siano già due morti che sembrano uscite da una fiaba?”
“Sulla prima non c’è dubbio, ma la seconda… è stato solo un… un…”
“Non è stato un incidente, lo sappiamo tutti.”
Mi voltai verso di loro.
“Sapete qualcosa che io non so?” domandai.
“Senti, io…” disse una delle due ragazze. “Io mi chiamo Alice, ok? E se veramente questo pazzo sta uccidendo le persone come se fossero personaggi delle fiabe, è solo questione di tempo prima che io mi ritrovi infilzata da una lancetta di un orologio, o soffocata da un pezzo di torta o….”
La guardai inorridita.
“Non… non credo che sia questo il criterio con cui uccide” risposi. “Nessuna delle vittime aveva niente a che fare con le fiabe da cui il killer ha preso spunto”.
“E con che criterio uccide, allora?” rispose Alice. “Io mi sto ammalando in questa scuola. Me ne voglio andare, prima che sia troppo tardi!”
“E se uccidesse anche persone che non sono di questa scuola?” domandò l’altra ragazza.
“Allora saremo tutti in pericolo, ovunque andremo…” risposi io, sentendomi gelare il sangue.

I miei genitori iniziarono a farmi pressione affinché cambiassi scuola. Decisi di restare. Non mi sarei fatta cogliere impreparata da un assassino così ridicolo. Evidentemente non era nemmeno in grado di combattere, visto che aveva ucciso le sue vittime senza quasi toccarle, perciò decisi di iscrivermi in palestra e di iniziare un corso di autodifesa. Ogni pugno che mettevo a segno rafforzava la convinzione che non avrei mai dovuto temere niente, e che quelle ragazze si fossero solo fatte cogliere alla sprovvista.

Mancava solo un giorno all’inizio delle vacanze di Natale. I nostri professori, o meglio, quei pochi rimasti, avevano fatto i salti mortali per finire le interrogazioni e i compiti in classe. La scuola era piena di decorazioni natalizie. Al centro dell’ingresso era stato posto un bellissimo abete per risollevare il morale di tutti.
Durante l’ultima ora di lezione, fui colta da un terribile mal di testa. Alice mi accompagnò in infermeria, ma fu costretta a tornarsene in classe per farsi interrogare. Rimasi da sola per almeno mezz’ora, massaggiandomi le tempie nella speranza che il dolore passasse, ma non lo fece. Mi diressi nuovamente in classe per salutare i miei compagni. La campanella suonò dopo pochi minuti. Tutti fummo rapidissimi a scambiarci gli auguri e a dirigersi verso l’ingresso con gli altri studenti, ma fummo bloccati da un ondata di orrore che si riversò su di noi come acqua gelida.
Ai piedi dell’albero di Natale giaceva il corpo senza vita del fidanzato di “Cenerentola” e di “Biancaneve”. Aveva gli occhi aperti, congelati verso il soffitto. Tra le mani stringeva un fiore bianco, macchiato di rosso dal sangue che gli usciva dalla ferita sul petto. Qualcuno gli aveva dipinto il volto di azzurro.
Un cartello era stato appeso ai rami più bassi dell’albero.

Il principe che non salva le principesse è destinato alla loro stessa fine

Gridai talmente forte che svenni. Quando mi svegliai, ero nel letto di casa mia.

“Alice attraverso lo specchio”: perché mi ha fatto storcere un po’ il naso

KIRIA pensante scrive: premetto che quella che state per leggere non è altro che la mia umilissima opinione, senza la pretesa di fare critica cinematografica.

Quando è uscito il trailer di “Alice attraverso lo specchio“, sull’onda dell’esaltazione, mi sono letta entrambi i libri di Lewis Carroll dedicati ad Alice, ovvero “Alice nel Paese delle Meraviglie” e “Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò“. Il film di Tim Burton “Alice in Wonderland“, per quanto poco fedele al libro, ricreava piuttosto bene l’atmosfera carrolliana anche nei dettagli; ad esempio le mosche cavalline, simili a dei piccoli cavalli a dondolo alati, sono del tutto identiche a quelle descritte nel libro. Per esigenze di scena, molte situazioni e molti personaggi sono state tralasciati o ingigantiti in favore di soluzioni maggiormente sceniche (chiunque abbia letto i libri saprà che il Ciciarampa, o Jabberwock, o come lo si vuol chiamare, non è altro che una poesia nonsense e che l’epica battaglia combattuta da Alice è solo un’invenzione cinematografica. “Alice in Wonderland” ha comunque donato l’illusione di un Paese delle Meraviglie pulsante di vita propria e popolato di personaggi dalle personalità eccentriche, personaggi per altro realmente esistenti anche nel libro, come il Cappellaio Matto, lo Stregatto, Il Bianconiglio, Pinco Panco e Panco Pinco, il Leprotto Bisestile, il Ghiro, la Regina Rossa e la Regina Bianca. Non ho apprezzato molto la fusione che ha operato Tim Burton tra la Regina di Cuori e la Regina Rossa degli scacchi (personaggi rispettivamente del primo e del secondo libro), confluite entrambe a creare un personaggio sanguigno e infantile, ovvero la “Capocciona Maledetta”, come viene definita durante il film, ma posso dire che il personaggio è comunque ben riuscito.

Passiamo ora al sequel. Tralascerò il fatto che non è stato aggiunto nemmeno un personaggio del secondo libro, e che l’unico personaggio importante che ci viene presentato appartiene solo alla fantasia della sceneggiatrice. Alice viene richiamata nel Paese delle Meraviglie per aiutare il Cappellaio Matto a ritrovare la sua famiglia e l’unico modo per farlo è attraverso un viaggio nel Tempo. Si scopre subito che il Tempo è una persona, nella fattispecie un personaggio ironico e un po’ ridicolo, magnificamente riuscito. Ecco, il Tempo è probabilmente uno dei motivi per cui vale la pena vedere il film. Per quanto riguarda il resto: i personaggi del prequel vengono ripresi pari pari, ma viene tolta loro parecchia scena; la diatriba tra Regina Rossa e Regina Bianca viene finalmente risolta una volta che viene alla luce il motivo idiota che l’ha scatenata, troppo idiota anche per i membri del Paese delle Meraviglie, che dovrebbero essere caratterizzati da un umorismo nonsense, e non dal rancore o dalla gelosia. La morale di fondo è un tantino scontata: la famiglia è importante e il tempo che si ha a disposizione va usato bene. Una volta che Alice ha imparato queste verità, abbandona per sempre il Paese delle Meraviglie e torna a vivere come una persona normale.

Ma allora non mi è piaciuto proprio?
Non fraintendetemi: la recitazione è ottima e gli effetti speciali sono incantevoli, ma è la trama ad avermi lasciata un po’ perplessa. Forse avrei voluto vedere qualche personaggio del secondo libro, o forse mi sarei accontentata di una maggior coerenza con il primo film; ho trovato certe scelte forzate e altre inspiegabili. Nel complesso il film è godibile a patto di non concentrarsi troppo sugli eventi, quanto sulle singole scene.
Personalmente, credo che i film, soprattutto quelli ben riusciti, non dovrebbero avere dei sequel, perché il rischio che il risultato non regga il confronto è alto. Se fosse stato un film a sé stante, e non fosse stato “ripreso” da nessun libro, forse il mio parere sarebbe stato diverso.

Lo consiglio?
Se non avete letto i libri o non vi importa che il film discosti così molto dai libri di Carroll, sì. Se vi piacciono gli effetti speciali e le ambientazioni bizzarre, sì. Se vi piacciono gli attori principali, sì. Se volete vedere un film con una trama solida e priva di forzature, no.
La discesa nella tana del Bianconiglio è stata un po’ meno piacevole, questa volta, per quanto mi riguarda.

Norvy Update #1: Stregatti, libri e copertine

Chiara scrive: Alcuni di voi ricorderanno che in questo periodo la parte scrittrice che è in me sta dormendo un po’ più del previsto; grazie ai vostri consigli e a quelli di Luca, qualcosa si sta smuovendo, e spero di mostrarvi presto i risultati.
Per non farmi mancare une bella dose di follia quotidiana, in questo periodo mi sono presa una fissazione con “Alice nel Paese delle Meraviglie“: ho appena letto l’omonimo libro e visto il film di Tim Burton, “Alice in Wonderland“, e non vedo l’ora di vedere anche il sequel, “Alice attraverso lo specchio“, ispirato ad “Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò“, libro che sto leggendo attualmente. La versione che sto leggendo (questa, per la precisione) è corredata di note, illustrazioni e spiegazioni che mi hanno facilitato di non poco la discesa nella tana del Bianconiglio (grazie, Sara!).

Cosa c’entra tutto questo con Norvy? Nella storia della settimana scorsa, ho citato più o meno spudoratamente il dialogo che avviene tra Alice e lo Stregatto (o Gatto del Cheshire, per gli amanti dei nomi originali), trasformandolo in una conversazione tra Norvy e me.

Micio del Cheshire, […] potresti dirmi, per favore, quale strada devo prendere per uscire da qui?”
“Dipende soprattutto da dove vuoi andare” disse il Gatto.
“Non mi importa molto…” disse Alice.
“Allora non importa che strada prendi” disse il Gatto.
“…purché arrivi in qualche posto!” aggiunse Alice come spiegazione.
“Oh, per questo stai pure tranquilla” disse il Gatto, “basta che non ti fermi prima.”

Insomma, forse sta tornando qualche buona idea. Per il momento, sto lavorando anche a qualche disegno a tema Norvy e ho buttato giù una bozza della copertina del libro che sogno prima o poi di poter pubblicare. Staremo a vedere.

Grazie ancora per i consigli (che, per inciso, sono ancora ben accetti). Norvy vi augura una buona serata e vi minaccia di rubare tutte le vostre lasagne (tranne quelle vegane, naturalmente).