KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 10: La trappola

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Quando Eraldo entrò in classe al mattino, sembrava un cavaliere dell’apocalisse pronto a dispensare morte, peste, carestia e guerra con una sola occhiata. Si sedette al suo banco senza dire una parola. Cercando di non destare l’attenzione di Domenica, gli toccai un braccio per chiedergli che problema avesse, ma mi incenerì con lo sguardo.
Lo vidi scrivere qualcosa sul cellulare. Sentii una vibrazione provenire dalla tasca.

Lo stronzo ha aggredito mia madre mentre tornava a casa da lavoro, proprio davanti a casa mia. Le ha dato una botta in testa. È ancora in ospedale. Volevo tornare casa mia in America, i miei genitori erano d’accordo, e adesso non posso più farlo. Devo trovarlo e farlo arrestare, chiunque sia!

Mi venne un groppo alla gola. Non provai a parlargli per tutta la mattinata, limitandomi a riflettere in silenzio. Non capii una parola della lezione sugli integrali, né di quella su Hegel, ma quando arrivò il momento di studiare James Joyce finalmente mi venne in mente l’unica cosa che avremmo potuto fare. Avremmo rischiato di farci ammazzare, o farci tramortire nel migliore dei casi, ma dovevamo far uscire l’aggressore allo scoperto.

Sei con la macchina?

Scrissi a Eraldo. Lui annuì.

Io fingerò di andare a casa, ma andrò a casa della prof. Tu resta con lei finché non te lo dico io. Poi accompagnala a casa, fingi di andartene, fai il giro e ritorna. Dille di aprirmi la porta sul retro. Cancella tutti i messaggi.

Dopo qualche istante, Eraldo fece cenno di aver capito.

Quando tutti se ne furono andati, Eraldo andò a cercare Fragola, mentre io finsi di tornare a casa mia. Quando fui sicura che nessuno fosse nei paraggi, feci dietro front e andai a casa della Fragola. Inviai un messaggio a Eraldo per avvertirlo.
La villetta in cui Fragola viveva con altre quattro coinquiline era molto vicina alla casa dei miei nonni. C’ero passata davanti molte volte e quasi sempre avevo visto qualcuna delle ragazze. Quel giorno, però, pareva non esserci nessuno. Non c’erano mezzi parcheggiati né finestre aperte. Forse erano fuggite per la paura. Scavalcai il cancello senza troppa fatica e mi nascosi in mezzo ai cespugli del giardino. Dopo una decina di minuti sentii il rumore di una macchina, di una portiera che si apriva e di un paio di tacchi che camminavano sull’asfalto. L’automobile ripartì. Un suono di chiavi mi suggerì di uscire dal mio nascondiglio e di avvicinarmi alla porta del giardino. Dopo pochi istanti la porta si aprì e io sgattaiolai dentro camminando a quattro zampe.
“Spero solo che tu abbia avuto l’intuizione giusta” disse la professoressa a bassa voce. “Ma non ho capito quale sia il tuo ruolo in questa storia.”
“Io… io voglio solo sapere chi è” ammisi. “Voglio sapere perché mi ha aggredito.”
“Beh… credo tu possa fare di più che stare solo qui a guardare” disse lei, aprendo un cassetto. Ne estrasse una pistola che pareva uscita da un film d’azione.
“Bella, eh?” disse, montando quello che suppongo fosse il silenziatore. “Una delle mie coinquiline è una guardia notturna, abbiamo la casa piena di armi e pallottole… questa è la mia preferita, è leggera e ha pochissimo rinculo… peccato che io abbia una pessima mira… tu sai sparare?”
“No, non ho nemmeno mai tenuto una pistola in mano” dissi.
“Beh, c’è sempre una prima volta!” disse lei, lanciandomi dei guanti di lattice e l’arma.
“Ma… ma…” blaterai.
“Niente ma. Usala se dovesse servire. Non vogliamo fare la fine di Diana. Se lo ammazzi, dirò che sono stata io e ti toglierò da questo impiccio. Troveranno solo me e le mie impronte. Sai, comincio a pensare di aver capito chi c’è dietro questa faccenda…”
Sentii il telefono vibrare.
“Eraldo è in zona” dissi a voce bassa. “Lascerà la macchina nella parallela e verrà qui passando dal retro.”
“Cosa pensa di fare, povero caro… gli avevo chiesto di restare a casa sua…” disse la Fragola, scuotendo la testa.
La professoressa uscì in giardino per togliere i panni dalle corde e tagliare qualche foglia secca alle piante. Eraldo mi raggiunse in casa. I suoi muscoli erano tesi e pronti a scattare. Ci acquattammo dietro le tende tirate, pensando al peggio.
Proprio mentre la professoressa era chinata per innaffiare una pianta di gerani, una figura con il cappuccio calato sulla faccia si materializzò da dietro il cancello. Nella mano brandiva una mazza da baseball.
Eraldo corse via dalla porta sul retro.
Trattenni il fiato, troppo ebbra di adrenalina per capire cosa stessi facendo.
Presi la mira attraverso la tenda trasparente, pregai Dio di non farmi diventare un’assassina e premetti il grilletto.
La figura incappucciata lasciò andare la mazza: l’avevo colpito alla spalla destra. Avevo mirato alla mano, ma ero comunque grata per il risultato.
Lasciai andare la pistola e corsi in giardino. Quello che vidi pochi istanti dopo mi tolse quasi il fiato. Eraldo aveva bloccato a terra l’aggressore e gli aveva tolto il cappuccio. Due occhi neri mi fissarono con livore, coperti da una frangetta di capelli chiari. Il suo sopracciglio era tagliato in due da una ferita recente.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 9: Un segreto poco segreto

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L’indomani la mia classe era preda di un terribile fermento. Era tutto un parlare delle aggressioni e un ipotizzare chi sarebbe stato il prossimo. Eraldo e la Fragola erano chiaramente in agitazione.
Fabio aveva cinque punti di sutura che gli tagliavano il sopracciglio e un grosso livido sul mento. Tentai di avvicinarmi per chiedergli come stesse.
Quando gli rivolsi la parola alzò appena lo sguardo dal quaderno che teneva davanti come mero diversivo. Mi fissò per qualche istante con i suoi occhi neri e mi lanciò un debole sorriso.
“Poteva andarmi peggio” disse. “Sono quasi tutto intero e non ho riportato danni gravi… grazie per averlo chiesto.”
Annuii imbarazzata e tornai al mio posto.

Nell’intervallo andai a parlare con Eraldo. Schizzò come un gatto non appena gli rivolsi la parola. Scosse la testa quando gli chiesi se volesse parlare. Una parte di me si era davvero messa a giocare al detective e non vedevo l’ora di scambiare due chiacchiere con quello che, con tutta probabilità, avrebbe potuto essere la prossima vittima.
Fuori da scuola, fu lui a raggiungermi. Mi portò nel parcheggio, dove aveva lasciato la macchina, e mi disse di salire per parlare.
Aprii la porta del passeggero pronta ad ascoltarlo.
“Sono il prossimo… sicuro che sono il prossimo! Io o Claudia! Sicuramente! Puoi anche dirlo in giro se vuoi, non… holy shit! Again!”
Eraldo corse fuori dalla macchina per capire chi ci stesse origliando, sicuro che fosse la stessa persona della volta prima, invece si trattava solo di Fabio, venuto a prendere la bicicletta.
“Perché ovunque io vada ti trovo sempre tra i piedi?” disse Eraldo, visibilmente arrabbiato.
“Perché frequentiamo gli stessi posti” rispose Fabio, senza scomporsi. “Stai pure con la tua ragazza tutto il tempo che vuoi, si vede che la mia non era abbastanza per te se l’hai già dimenticata…”
“Mothafucka!” disse Eraldo, afferrandolo per la maglietta. “Io volevo bene a Diana, non ti azzardare a dire mai più una cosa del genere! Patricia è solo un’amica!”
“Lei forse sì, ma la professoressa Fragola?” sogghignò Fabio.
Eraldo gli tirò un pugno così forte che temetti gli saltassero i punti.
“Fatti i cazzi tuoi” sussurrò Eraldo, a denti stretti.
“Lo prendo per un sì” disse Fabio, sputando del sangue per terra.
Fabio salì sulla bici e se ne andò, con un sorriso strano stampato sul volto.
“Non avresti dovuto picchiarlo” dissi io, spaventata. “Adesso ha capito… ha capito che…”
“Ha capito che non sono affari suoi” disse Eraldo, togliendosi i capelli dalla faccia.

Il giorno dopo tornò a scuola anche Domenica. Aveva un taglietto su un labbro e una spalla lussata, così accettò di buon grado che la spingessi nel tragitto dall’ascensore all’aula.
Eraldo, non appena la vide, corse ad abbracciarla.
“Stai bene?” disse, inginocchiandosi per poterla vedere in faccia. Lei fece segno di sì con la testa e sorrise, gettando le braccia verso Eraldo per farsi abbracciare di nuovo.
“Ci pensi ancora, non è vero?” le domandai, quando Eraldo fu abbastanza lontano.
“Sempre” rispose lei, con aria sognante. “Vorrei sposarlo. Non è solo bello, è anche dolce e gentile…”
Scoppiai a ridere, ripensando alle risse e alle tresche in cui era coinvolto, ma decisi di non spezzare il sogno di Domenica, morto ancora prima di nascere.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 8: Un’altra aggressione

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L’indomani, verso le sette del pomeriggio, sentii il campanello suonare come se fosse impazzito. Di malavoglia mi alzai dal divano, ancora intontita, e andai ad aprire. Mi aspettavo di vedere mio padre con le pizze, invece era Enrico.
Richiusi la porta quasi istantaneamente, ma con una spinta lui si fece strada lo stesso. Ero sola in casa e mi spaventai a morte, ma mi sentivo troppo debole per difendermi. Scoppiai a piangere di frustrazione. Avevo un gran paura che volesse farmi del male.
“No, no, mi dispiace” disse lui. “Non voglio farti piangere, stai tranquilla. Guarda, mi metto quaggiù in un angolo” disse, avvicinandosi al muro e alzando le mani. “Sono stato una persona orribile con te, non voglio farlo mai più!”
Smisi di singhiozzare un attimo e presi un fazzoletto per soffiarmi il naso.
“Che cosa vuoi?” domandai.
“Volevo sapere come stavi, ho saputo che cosa ti è successo. La gente a scuola chiacchiera. Ormai sono tutti convinti che ci sia un killer in mezzo a noi, me incluso. Io non ho visto chi ti ha colpito, ma so che qualcuno voleva darti un avvertimento… io so una cosa, di cui non posso parlare… credo che la prossima vittima sarà il tuo amico americano… o forse la sua… volevo dire… la vostra professoressa, la Fragola. Qualcuno se l’è presa con loro… credo ci sia sotto una passione malsana…”
“Che c’entra la Fragola con Eraldo?” domandai, chiedendomi se anche lui fosse al corrente della cosa.
“C’entra, c’entra. Ho visto che una volta lei gli ha dato un passaggio… e l’ha portato nel suo appartamento… Lui è rimasto da lei per due ore… credo che… Non dirmi che è andato lì per farsi dare ripetizioni d’italiano!”
“Perché lo stavi seguendo?!” domandai, arrossendo.
“Perché volevo gonfiarlo di botte per la figura che mi ha fatto fare davanti a te. Speravo di trovarlo solo, invece… ma non mi va di parlarne. L’ho detto a te come segno della mia fiducia.”
“A dir la verità già lo sapevo” ammisi. “Li ho colti sul fatto…”
“Oh, caspita…” disse lui. “Io non riesco a farmi dare nemmeno un bacio e lui riesce a farsi dare… lascia perdere.”
“Eri tu fuori dalla porta?” domandai.
“Eh?” domandò lui.
“Eraldo mi ha confessato della sua tresca… pensavamo di essere soli, ma qualcuno ha ascoltato la conversazione ed è scappato… eri tu?”
“No, assolutamente” disse lui, deciso.
“Sicuro?”
“Certo! Sapevo già tutto, perché avrei dovuto origliare? Comunque quel che dici è grave. Qualcun altro sa, quindi qualcun altro potrebbe essere in pericolo… Sono arrabbiato. Sono un imbecille ma nel mio modo malato ci tengo molto a te, non voglio che ti accada qualcosa di male. E non voglio che accada nemmeno a Fabio… sono in pena per lui!”
“Che c’entra Fabio? Come lo conosci?” domandai.
“Lui non ama raccontarlo in giro, ma siamo cugini. Le nostre madri sono sorelle, ma non si parlano dalla morte della nonna. Problemi di eredità, lascia stare. Lui ha smesso di rivolgermi la parola da allora, ma un tempo eravamo molto uniti. Chiunque abbia buttato Diana giù dal terrazzo sicuramente voleva far ricadere la colpa su di lui, era il candidato ideale. Il fidanzato tradito più e più volte, frustrato, che si fa prendere dall’ira… sarebbe stato anche troppo facile. E’ un cretino, è vero, ma non credo sia un omicida.”
Rimuginai su quello che avevo appena sentito.
“Diana è morta…” dissi, con un nodo in gola. “Io sono stata aggredita… io ero sua amica… forse…”
Cercai di dare vita a un ragionamento, ma fui interrotta da una notifica sul telefono.
“DOMENICA!” gridai. “Qualcuno ha aggredito anche lei!” dissi, leggendo il messaggio.
Fui interrotta dal suono di un’altra notifica, ma non era il mio telefono.
Enrico prese il telefono e fissò lo schermo con aria spaventata.
“Hanno aggredito anche Fabio!” disse lui, portandosi una mano alla bocca. “Qualcuno lo ha spinto giù dalle scale!”
“Ma che problemi ha questo aggressore?!” gridai, massaggiandomi le tempie sul punto di esplodere.
In quel momento il campanello iniziò a suonare vigorosamente. Mi affrettai ad aprire a mio padre, che aveva le mani occupate dai cartoni della pizza. Non vide subito Enrico, ma quando si accorse della sua presenza lo fissò con uno sguardo rabbioso e iniziò a farsi rosso in viso.
“Dopo quello che hai fatto a Patrizia hai il coraggio di farti vedere in casa mia?!” disse, stringendo i pugni.
Senza dire una parola, Enrico corse via dalla porta e la chiuse alle sue spalle.
“Ti ha fatto qualcosa?” disse mio padre, correndo vicino a me. “Se restava un altro secondo, io…”
“No…” dissi. “Mi ha solo detto… che qualcuno ha aggredito il ragazzo di Diana… e anche Domenica…”
“Io ti faccio cambiare scuola!” disse, scuotendo la testa. “Non mi importa se sei maggiorenne, io te la cambio! Fai quello che vuoi ma te la cambio!”
“Non puoi farlo! C’è un pazzo a piede libero là fuori e dobbiamo scoprire chi è!”
“Cosa pensi di fare, di giocare all’investigatore? Parlerò con la preside, non voglio che tu resti lì! Stasera lo dirò a tua madre, che darà ragione a te, ma non riuscirete a farmi cambiare idea.”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 6: Una strana presenza

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Domenica non venne a scuola per una decina di giorni. Qualche volta ero andata a trovarla a casa, ma si era sempre dimostrata poco desiderosa di conversare. Quando finalmente si decise a tornare il suo sorriso pareva essersi volatilizzato.
Fabio tornò a scuola qualche giorno dopo Domenica. Non parlava con nessuno, era taciturno, e di certo si rendeva conto del misto di sospetto e compassione con cui tutti lo guardavano.
Le lezioni tornarono a essere normali in fretta, anche se qualche insegnante ancora indugiava troppo nel tacere il nome di Diana durante l’appello. La Fragola era una di quelle. Avevo sempre creduto che fosse un essere privo di sentimenti, eppure scorgevo del sincero dispiacere nel suo sguardo, completamente diverso dalle occhiate concupiscenti che lanciava a Eraldo. Ripensai alle parole di Diana e mi resi conto di quanto avesse colto in pieno i desideri della professoressa.
Il mio banco era stato spostato accanto a quello di Domenica. Lentamente ero riuscita a farla chiacchierare di nuovo con me come faceva prima. Quando mi fece notare che i voti di Eraldo si erano vertiginosamente alzati, nonostante le sue interrogazioni non brillassero né per dialettica né per conoscenza, per un pelo mi lasciai scappare di aver assistito a una scenetta erotica all’interno della scuola, ma lasciai perdere. Se la notizia fosse trapelata, di certo la Fragola avrebbe rischiato il posto e non la odiavo abbastanza da volerle causare un licenziamento.
Eraldo aveva iniziato a essere un po’ più gentile con Domenica, e non mancava di sorriderle ogni volta che poteva. Io avevo il forte sospetto che non lo facesse perché gli andava ma perché gli era stato richiesto.
Un giorno, mentre giravo da sola per i corridoi della scuola in cerca della macchinetta del caffè, mi imbattei di nuovo in Enrico. Da diverso tempo aveva deciso di starmi alla larga, ma quel giorno pensò che fosse il caso di rispolverare le vecchie abitudini e iniziò a inseguirmi di soppiatto. Me ne accorsi e per poco non mi misi a correre verso la mia classe, ma ero stanca di fuggire da lui, perciò lo avvicinai fingendomi benevola e gli tirai un calcio in mezzo alle gambe come mi aveva consigliato Eraldo. Nel giro di un secondo finì steso a terra, con le mani strette intorno gioielli doloranti.
“Perché mi hai colpito?!” gridò lui, agonizzante.
“Perché la devi smettere di inseguirmi!” dissi io, allontanandomi.
“Io volevo solo avvertirti! Ahiaa…. La tua amica non ha avuto un incidente, qualcuno l’ha spinta!”
“E tu che ne sai?” domandai, voltandomi.
“L’ho sentito… aaaaaah… che maleee… stavo salendo le scale per andare in terrazzo, ma quando sono arrivato non c’era nessuno! L’ho detto alla polizia ma non mi hanno dato retta, perché non l’ho visto in faccia….”
“Era uomo o donna?” domandai.
“Non lo so, ho solo sentito la voce di Diana che si lamentava per qualcosa, ma non feci caso a cosa… mi pareva parlasse con qualcuno che conosceva… aaaaah!”
Decisi di non dare troppo peso a quelle parole, sicura che Enrico volesse solo un po’ di attenzione, e me ne tornai in classe.
Nei giorni successivi, Eraldo mi sembrò più agitato del solito. Io cercavo di incalzarlo e farlo parlare, ma era chiuso come un muro. Poi un giorno, nel bel mezzo dell’intervallo, mi prese per mano e mi portò in un’aula vuota per parlare.
“Lo so che mi hai visto!” esclamò, poco dopo aver chiuso la porta. “Sei rimasta più di quanto pensi a fissarmi mentre ero con Claudia!”
“Claudia?” domandai io, sorniona e soddisfatta del suo crollo. “Chiami la professoressa Fragola per nome adesso?”
“Fai poco la spiritosa. È una faccenda seria! Sta’ zitta, per l’amor del cielo, se ci scoprono scoppierà un bel casino!”
“Se avessi voluto fare la spia l’avrei già fatto, non credi? È più facile che ti facciano scoprire i tuoi voti esagerati piuttosto che la sottoscritta!”
“Gliel’ho detto che erano troppo alti” disse Eraldo scuotendo la testa. “Sai qual è la cosa strana? Penso che Claudia mi piaccia sul serio. Non è per niente arcigna e severa come la vedete tutti in classe. A volte sono anche andato a casa sua… è una persona completamente diversa da quello che credevo… è dolce, romantica, e molto, molto passionale… e… Oh shit, shit, shit!
Eraldo si interruppe, aprì la porta di scatto e corse in corridoio, fermandosi pochi istanti dopo per guardarsi intorno.
“Che succede?!” domandai quando lo raggiunsi.
“Sono sicuro che qualcuno ci stesse ascoltando, la porta era socchiusa! E io sono certo di averla chiusa bene! Sono stato un imbecille a parlarti qui, dovevo parlarti a casa tua! L’ho visto fuggire in mezzo alla gente, chissà chi diamine era! Chissà che intenzioni aveva!”
Suonò la campanella. Eraldo e io tornammo in classe, frustrati e preoccupati.
Quel giorno Domenica mi chiese di restare con lei a ripassare per l’imminente compito di storia. Verso le due e mezza, finalmente si persuase a considerare finito il ripasso. Stavo morendo di fame e non vedevo l’ora di scaldare in forno un po’ delle lasagne cucinate da mia nonna. Passai dal bagno per non dover aspettare fino a casa, ma non ci arrivai mai. Sentii qualcosa abbattersi violentemente sulla mia testa e da quel momento non vidi più nulla.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 4: Uno strano equivoco

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando arrivammo a casa mia ero troppo frastornata per mettermi ai fornelli, così finii per ordinare qualcosa in una rosticceria e mi sedetti sul divano, cercando di metabolizzare l’accaduto.
“Se non ci fossi stato tu, non so cosa mi sarebbe successo…”
“Niente” disse lui, alzando le spalle. “Non ti avrebbe fatto niente. Li conosco i tipi così, sono solo bambini… spoiled? Viziati? Si dice, sì? Viziati e paurosi. Mi fanno schifo. Fanno i forti con i deboli e i deboli con i forti Se ti ricapita colpiscilo in mezzo alle gambe.”
Dopo un pasto caldo mi sentii molto meglio e ritrovai le energie per studiare. Aprii il libro di testo e cercai di spiegare a Eraldo le parti principali, ma lui era continuamente distratto dalle notifiche che infestavano lo schermo del suo smartphone.
“Oh, ma insomma!” sbottai, dopo l’ennesimo bip. “Lo vuoi recuperare quel tre oppure no?! Spegni quel coso!”
“Scusa, scusa! È Diana, mi ha detto di passare da lei quando abbiamo finito!”
Eraldo arrossì visibilmente mentre sorrideva imbarazzato.
“Odio dovertelo dire” dissi, sospirando. “Ma nel caso non lo sapessi, Diana è fidanzata con Fabio. Hai presente il ragazzo seduto dietro di lei, con i capelli chiari…?”
“Certo, ma ha detto che per me è disposta a lasciarlo!” rispose lui, con gli occhi illuminati da una sciocca credulità.
“Ma per piacere” dissi, alzando gli occhi al cielo. “Non crederai alle cretinate che ti dice? Sarai almeno il quinto o sesto ragazzo a cui dice queste cose!”
“Ma con me sarà diverso! Capisco che tu possa essere gelosa di Diana, ma non devi esserlo! Lei è bellissima, ma anche tu hai molte qualità. Un giorno troverai un bravo ragazzo e sarai contenta con lui!”
Fissai Eraldo per qualche istante, con la bocca contratta in una smorfia di disgusto, ma finii per ignorare quello che mi aveva detto e ripresi a spiegare Manzoni.
“Sei bello come il sole” pensai, tra me “ma si vede che la fusione nucleare ti ha bruciato qualche neurone”.

L’indomani, poco prima che entrassi in classe, la professoressa Fragola, in piedi accanto alla porta, mi posò una mano sulla spalla e mi guardò con i suoi occhiacci grigi come se volesse infilzarmi.
“Patrizia, sei una così brava studentessa!” disse, con voce dura. “Non è proprio il caso di rinunciare ai tuoi bei voti e alla tua istruzione per un ragazzo!”
“Eh?!” domandai, visibilmente sorpresa.
“Ti sei messa con il ragazzo nuovo. Tutta la classe ne parla! Sei così giovane, perché vuoi rovinare il tuo avvenire?”
All’improvviso capii l’equivoco e mi affannai a spiegare alla professoressa dell’aggressione e di come Eraldo mi avesse difesa.
“Dunque l’ha detto solo per liberarsi di quell’orrendo ragazzo” disse lei, mentre il suo sguardo si faceva più dolce.
“Sì, professoressa, glielo assicuro. Non c’è niente tra me e Eraldo che non sia un normale rapporto tra compagni di classe.”
“Brava” disse lei, con un sorriso, mentre toglieva la mano dalla mia spalla. “Ho sempre saputo che sei una giovane intelligente e giudiziosa. Perdona l’intrusione nella tua vita privata, ma l’avvenire dei miei studenti mi sta più a cuore di quanto si possa pensare. Va pure in classe adesso!”
Mi sedetti accanto a Diana, che appena mi vide arrivare arricciò il naso.
“Perché hai messo in giro la voce di essere fidanzata con Eraldo? È ovvio che non è vero!” disse lei.
“Certo che no! Chi è che racconta queste bugie?” domandai.
“Il tuo spasimante ferito. Ha detto che per poco il tuo ragazzo non lo ammazzava di botte!”
“Che codardo” borbottai. “Non gli ha fatto niente purtroppo! Avrei goduto a vedere Eraldo picchiarlo per bene!”
“Avete studiato insieme, mi ha detto” disse Diana, ravvivandosi un boccolo con le dita.
“Sì, quello è vero. Ma non riusciva a concentrarsi per colpa tua e dei tuoi messaggi!”
Diana ridacchiò e non disse altro.

Contro ogni previsione, la Fragola decise di interrogare di nuovo Eraldo. L’interrogazione iniziò bene: rispose correttamente a quasi tutte le domande. La professoressa lo guardava con aria greve. Pareva quasi le dispiacesse non potergli affibbiare un altro tre. Le domande iniziarono a farsi talmente difficili che alla fine Eraldo non seppe davvero più cosa dire.
“Conoscenze superficiali” decretò la professoressa, mal celando un sorrisetto soddisfatto. “Nessun approfondimento, nessun lavoro di studio autonomo, nessun dettaglio degno di nota. Dovrei darti cinque, ma ti darò cinque e mezzo. Hai ancora la media insufficiente, ricordalo. A posto.”
Eraldo, silenzioso ma furente, tornò al suo posto mentre tutti lo fissavano preoccupati.
Alla fine dell’ora, Eraldo venne a cercarmi per sfogarsi.
“Ma che le ho fatto?! Perché ce l’ha con me?!”
“Non ne ho idea! Non è mai stata di manica larga, ma…”
“Che vuol dire di manica larga?” domandò Eraldo.
“Vuol dire che non le è mai piaciuto dare voti alti, ma ti ha chiaramente fatto delle domande impossibili per metterti in difficoltà! Pensa che oggi, pensando che fossi il mio ragazzo, mi ha intimato di lasciarti perdere!”
“Non so che le ho fatto” disse lui, scuotendo la testa. “Eppure non mi sembra di essermi comportato in modo irrispettoso… o sì?”
“No, è lei che è pazza…”
“Come se non bastasse, tutti sono convinti che tu sia la mia ragazza!” disse lui ridendo. “Menomale che almeno Diana sa che non è vero!”
“Eraldo, devi lasciarla stare, sul serio! Ti spezzerà il cuore come fa sempre!”
Eraldo mi sorrise senza ascoltarmi e se andò a prendere un caffè, ma tornò quasi subito sui suo passi per dirmi qualcosa nell’orecchio.
“Credo che Domenica abbia sentito tutto. L’ho appena vista uscire dalla classe con la sua sedia a rotelle. Non andrà a spifferare tutto alla Fragola, vero?”
Andai a cercarla e le chiesi cosa avesse sentito.
“Quello che avete detto” rispose lei. “Allora Eraldo e Diana?”
“Lei vuole sedurlo” risposi io. “Ma non dire che te l’ho detto. Non sono affari miei e nemmeno tuoi, chiaro?”
“Certo” disse lei. “Non sono affari miei…”
Le nostre chiacchiere furono interrotte da alcune grida concitate. Cercammo di capire da dove provenissero e non ci volle molto a scoprirlo: Eraldo e Fabio si stavano picchiando davanti alla macchinetta del caffè. Gli altri ragazzi, invece di separarli, si erano messi a incitarli oppure a riprenderli con il telefono.
“Ma dov’è Diana quando serve?!” pensai. Nel giro di qualche minuto la professoressa di inglese e il professore di storia li separarono e li condussero nell’ufficio della preside.
L’indomani, nessuno dei due era presente a lezione.
“Li hanno sospesi” sussurrò Diana, con un ghigno. “Devo essere proprio una persona speciale se due uomini si picchiano così per me… povero Fabio, ha un incisivo scheggiato e una costola incrinata! Eraldo l’ha conciato proprio male… anche lui però le ha prese! Ha un polso slogato e un paio di dita rotte…”
“Non dovresti gioirne” le dissi, inorridendo. “Questa situazione ti metterà nei guai un giorno o l’altro!”
“Ah, cosa vuoi saperne tu! L’unico uomo che tu abbia mai baciato è tuo padre!”
Avvampando di rabbia, presi le mie cose e mi andai a sedere accanto a Domenica, nel posto vuoto lasciato da Eraldo.
“Quando torneranno?” domandò Domenica.
“Non lo so… pare che siano stati sospesi…”
Domenica annuì, pensierosa.
“Io voglio bene a Eraldo” disse lei. “Anche se non mi tratta tanto bene, anche se preferisce Diana. Magari un giorno si accorgerà di me, anche se sono brutta.”
“Non sei brutta” risposi io, meccanicamente.
“Lo sono, ma non mi importa niente. Magari un giorno vedrà che gli voglio più bene io di quanto gliene vorrà Diana. Lei è solo bella fuori, ma dentro non prova niente per nessuno. E’ solo vanità.”
“Vanità” ripetei io, fingendo di interessarmi alla conversazione.

Dopo la fine delle lezioni, mi attardai in classe con Domenica per ripassare la lezione di matematica (materia in cui io, a differenza sua, non eccellevo).
La professoressa Fragola entrò nell’aula con l’aria di chi avesse appena visto un fantasma. I suoi capelli, di solito appuntati sulla nuca, erano sciolti sulle spalle, e la camicia era mezza sbottonata, lasciando intravedere la biancheria intima.
“Che ci fate voi due qui dentro?” domandò, atterrita.
“Stavamo ripassando per l’interrogazione di matematica” risposi io.
“E’ meglio che andiate a casa. Comincia a farsi tardi.”
“Ma sono sole due…” obiettò Domenica.
“I tuoi genitori saranno in pensiero!” disse Fragola, con il tono di chi non ammette repliche.
Domenica e io ci alzammo di malavoglia, prendemmo gli zaini e ci dirigemmo verso l’uscita.
“Che cosa pensi le sia successo?” domandai.
“Non saprei” rispose Domenica. “E perché era così stravolta? E’ possibile che abbia un fidanzato qui a scuola?”
“Lei? Pensi che sia in grado di provare attrazione per qualcuno? Diana dice che sicuramente anche lei ha subito il fascino di Eraldo, ma mi sembrano sciocchezze.”
“Eraldo è bellissimo. Se fossi come voi magari avrei qualche speranza…”
“Domenica, piantala con questi discorsi. È un ragazzo superficiale e anche troppo ingenuo. Non è roba per te né per nessuno con un po’ di cervello.”
“Però è stato così gentile…” disse Domenica, smettendo per un attimo di spingere la sedia a rotelle. “Ieri mattina sono arrivata un po’ troppo presto e volevo andare in classe a ripassare, ma l’ascensore non funzionava perché era andata via la corrente, e io non sapevo come fare a salire in classe… Eraldo, era arrivato prima anche lui… quando mi ha vista lì da sola mi ha chiesto se per me andava bene che mi portasse in classe in braccio, e io ovviamente gli ho detto di sì! Mi ha sollevato come se fossi una sposa e mi ha portato fino al mio banco, poi è tornato a prendere la mia sedia a rotelle… Nessuno lo aveva mai fatto per me…”
“Si vede che la corrente non va via così spesso!” commentai. “E’ tutto molto romantico ma non pensarci troppo, ti farà solo stare male”.
“Ci penserò eccome!” disse lei di rimando. “Come potrei non farlo?”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 3: L’innamorato respinto

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Era trascorsa una settimana dall’arrivo di Eraldo. Domenica le aveva provate tutte per farci amicizia, ma non c’era stato niente da fare. Non so che problemi avesse Eraldo con lei, ma quasi non le rivolgeva la parola e quando parlavano fingeva di non capirla. Eppure lei non perdeva le speranze e ogni giorno lo salutava con un sorriso e con tutta la sua gentilezza. A volte mi faceva quasi pena vedere come lui la ignorasse. Domenica era una cara ragazza, piena di gioia di vivere. La vedevo intristirsi solo quando qualcuno le chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande. Sua madre era una poliziotta e segretamente anche Domenica avrebbe voluto seguire quella strada, se non fosse stato per le sue condizioni di salute.
Quel lunedì mattina iniziò con un’interrogazione a sorpresa d’italiano. Quando la Fragola si mise a scorrere con lo sguardo i nomi sul registro, sentii il cuore stringersi in una morsa. Non avevo studiato molto e certo si sarebbe notato.
Dopo alcuni interminabili secondi, la professoressa alzò lo sguardo, fissò Eraldo e gli fece cenno di venire accanto a lei.
Eraldo prese la sedia e la mise a lato della cattedra, si sedette e inspirò profondamente.
Fragola lo guardò negli occhi, impassibile, per alcuni istanti.
“Manzoni” disse lei alla fine. “Cosa sai di Alessandro Manzoni?”
“Professoressa…” iniziò lui. “Ne abbiamo parlato poco, solo durante l’ultima ora di sabato…”
“Lo so benissimo” rispose lei. “Sei tu che non sembri saperne granché. Eppure se sei stato attento ricorderai che cosa ho detto…”
“Lei ha detto che Manzoni ha scritto I promessi sposi.”
“Anche i bambini sanno che Manzoni ha scritto I promessi sposi. Coraggio, dimmi qualcosa in più!”
“Io non ho mai studiato Manzoni prima di venire in Italia” si difese lui. “E lei non ha spiegato altro!”
“Ah!” esclamò la professoressa indignata. “Non ho spiegato altro! Patrizia, vuoi dirmelo tu se non ho spiegato altro?”
Il sangue mi si gelò nelle vene. Strinsi forte la penna che tenevo tra le dita, indecisa sul da farsi.
“Ha spiegato…” balbettai. “Ha spiegato anche i primi versi de Il cinque maggio.”
“Te lo ricordi, Eraldo?” disse Fragola.
“No” ammise lui.
“Almeno sai dirmi per quale occasione è stata scritta?”
“No” rispose Eraldo. Una vena gli pulsava sulla fronte.
“Male, molto male” disse la professoressa, aprendo il registro. “Sicuro di non potermi dire altro di Manzoni? Mi costringi a metterti un tre.”
Eraldo tacque. Fragola stappò la penna, scrisse qualcosa sul suo registro e congedò Eraldo con un sorriso beffardo.
“Che stronza” sussurrò Diana.
La professoressa alzò gli occhi, cercando di capire chi avesse parlato, ma non disse niente. Aprì il libro di testo e a lesse ad alta voce Il cinque maggio. Poi iniziò a spiegare la poesia, verso per verso, lanciando qualche sporadica frecciata a Eraldo quando le andava di farlo.

Durante l’intervallo trovai il coraggio di andare da Eraldo per scusarmi di aver risposto al posto suo.
“Non ti preoccupare Patricia” disse lui. “Hai fatto bene. Si vede che tu sei stata più attenta di me! Ma la professoressa è sempre una così gran… bitch? Come si dice? Troia?”
Ridacchiai.
“Se vuoi possiamo studiare insieme” proposi. Avevo abbandonato il mio proposito di conquistarlo, ma volevo comunque trovare il modo di aiutarlo a recuperare quel brutto voto.
“Volentieri” disse lui. “L’ultima volta ho studiato con Diana… e non abbiamo aperto libro” disse, sorridendo.
“Con me i libri li aprirai, invece!” dissi io, fissandolo negli occhi. “Vieni a casa mia, se vuoi posso prepararti qualcosa da mangiare. I miei genitori torneranno tardi e comincio ad avere fame!”
“Sai cucinare?” chiese lui.
“Cucinare è un parolone” dissi io. “Però so come fare a non morire di fame!”
Quando la campanella decretò la fine della sesta ora, la scuola era già quasi deserta. Eraldo ed io avevamo già fatto qualche centinaio di metri verso casa mia, ma all’improvviso lui si ricordò di aver lasciato un raccoglitore sotto il banco e tornò indietro per recuperarlo. Lo guardai allontanarsi di corsa con i bei capelli al vento. Era molto veloce, sarebbe tornato in fretta.
Ne approfittai per iniziare a ripassare per conto mio. Era una bella giornata di inizio autunno. Un vento leggero smuoveva appena le foglie. Mi sedetti su una panchina e tirai fuori dallo zaino il libro di letteratura. Lessi un paio di paragrafi sulla biografia di Alessandro Manzoni, sottolineando con la matita i punti più importanti. Ero così concentrata da non essermi accorta che qualcuno mi aveva tenuto d’occhio per gli ultimi dieci minuti e si era appostato alle mie spalle. Sentii una mano posarsi sulla mia bocca e una bloccarmi le braccia contro il corpo.
“Non gridare” disse una voce maschile. “Sono io, il tuo Enrico! Non voglio farti del male!”
Enrico mi dette un bacio sulla fronte e uno sui capelli, ma non pareva intenzionato a lasciarmi andare. Mi divincolai, cercai di gridare, ma non c’era nessuno nei paraggi e la sua stretta era troppo solida per me.
“Sei mi dai un bacio sulla bocca ti lascio andare” sussurrò Enrico, leccandomi un orecchio. Inorridita, scossi la testa e iniziai a piangere.
“Solo un bacio, non ti sto chiedendo molto!” disse lui, toccandomi il seno.
Non so bene cosa accadde, ma d’improvviso sentii la sua presa allentarsi e mi ritrovai libera. Mi voltai di scatto e vidi Eraldo stringere con forza i polsi di Enrico dietro la sua schiena.
Son of a bitch, non si toccano le ragazze!”
Enrico era un ragazzo alto e robusto, ma Eraldo era riuscito a immobilizzarlo cogliendolo alla sprovvista.
“Chi sei?!” domandò Enrico.
“Sono il suo fidanzato” mentì Eraldo, mollando la presa. “Se ti avvicini ancora a Patricia ti faccio gli occhi neri, tu capisci, asshole? Non ti voglio rivedere!”
Enrico mi guardò con occhi spiritati e corse via come una lepre.
“Grazie” borbottai, con un fil di voce.
“Se lo meritava! Disgustoso individuo!” rispose Eraldo, riprendendo lo zaino che aveva posato a terra.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 2: La professoressa

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando suonò la campanella della ricreazione, Eraldo non si alzò nemmeno dal suo posto. Si mise a riordinare gli appunti che aveva preso. Approfittando dell’assenza di Diana, pensai di avvicinarmi e fare due chiacchiere nella speranza di non rendermi troppo ridicola.
Quando mi vide davanti al suo banco, alzò lo sguardo e mi pugnalò con i suoi meravigliosi occhi, facendomi ammollare le gambe. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per spiccicare parola sembrando disinvolta.
“Ciao Eraldo, io sono Patrizia” dissi, porgendo la mano.
“Ciao Patricia” disse lui, stringendola. La sua pelle era calda e callosa.
“Spero tu possa trovarti bene in questa classe! Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure a me, me la cavo piuttosto bene in parecchie materie!”
“Oh, io sono anche più brava!” disse Diana, comparsa da non so dove.
La maledissi per aver interrotto quel momento e mi bastò lanciare uno sguardo alla faccia di Eraldo per capire di aver perso definitivamente la sua attenzione.
Li lasciai chiacchierare in pace e me ne tornai al mio banco, furente. Non era la prima volta che Diana mi rubava qualunque speranza di fare colpo su un ragazzo. Non ero brutta, ma certo ero a malapena carina di fronte alla sua insolente bellezza. Avrei potuto forse conquistare qualcuno con il mio cervello, ma nessuno si prendeva mai la briga di arrivare fino a quel punto.
Una mano picchiettò sulla mia spalla. Era Domenica. Domenica era nata quasi sorda, ma con l’aiuto dell’apparecchio acustico aveva ricominciato a sentire e imparato a parlare, nonostante a volte non fosse così facile capire cosa stesse dicendo.
“Simpatico, vero?” disse, con un sorriso.
“Non ne ho idea, ma mi piacerebbe saperlo!” le risposi. Per motivi a me sconosciuti, Domenica si era convinta che fossimo amiche e spesso finivo per chiacchierare con lei anche se non ne avevo voglia.
“Vorrei invitarlo per i compiti” disse lei.
Domenica e io eravamo le uniche della classe ad avere voti alti in italiano, mentre i nostri compagni vagavano tra il quattro e il sei e mezzo. La professoressa Fragola era una donna severa e rigorosa, sia nel carattere che nel modo di fare. Si vestiva come una vecchia signora, con lunghe gonne nere e maglioni smorti dai colori indefiniti. Il suo viso struccato non mostrava alcun segno di cura e i suoi capelli biondo chiaro erano trascurati e mal acconciati. I ragazzi la prendevano spesso in giro, chiamandola strega o suora. Fragola non mostrava mai nessun tipo di emozione, tranne quando spiegava. In quei momenti i suoi occhi grigi si illuminavano, la sua bocca spenta si schiudeva come un fiume di poesia pronto a inondare l’aula. Persino i miei compagni più scapestrati non potevano far a meno di fissarla ammutoliti. Danzava da una parola all’altra come una cantante tra le note musicali, eppure in molti non riuscivano a capire tale melodia. Io mi limitavo ad ascoltarla estasiata e lasciavo che le sue parole si facessero strada da sole sul mio quaderno. Quando tornavo a casa e rileggevo gli appunti era come leggere un’opera d’arte.

La ricreazione terminò, e vidi Diana tornare di malavoglia accanto a me mentre Domenica trotterellava felice al suo posto vicino al bell’americano.
“Guarda un po’ qua” borbottò Diana, mostrandomi lo smartphone.
“Ti sei fatta dare il numero?!”
“Certo! Sono abbastanza sicura di aver fatto colpo anche stavolta” disse lei, con un sorriso malizioso.
“Ma perché non ne lasci un po’ anche alle altre?! Tu sei già fidanzata!”
“E tu hai già Enrico, cosa vuoi da Eraldo?”
Enrico era un ragazzo ripetente della classe accanto che si era messo in testa di essere il mio fidanzato. Gli avevo spiegato in mille modi che non mi piaceva, che non volevo aver niente a che fare con lui e che non volevo vederlo nemmeno in foto. Avevo dovuto parlare con la preside e con i suoi genitori per ottenere il diritto di andare a casa a piedi senza che lui mi seguisse.
“Non è il mio ragazzo” ringhiai, arrabbiata. “Lo sai benissimo!”
“Non sono affari miei” rise lei beffarda. “Stasera Eraldo e io ci vedremo in biblioteca per studiare insieme…”studiare”… come no…”
Smisi di ascoltarla e cercai di concentrarmi sulla lezione di filosofia.

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KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 6

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“FRANCESCO!” gridai, disperata, gettandomi su di lui. Cercai di liberarlo dalle corde e dalla benda, presi la sua testa tra le braccia e iniziai a piangere.

“Marta…” sussurrò lui.

“SEI VIVO!”  gridai, abbracciandolo più stretto. Chiamai immediatamente l’ambulanza, che fu lì nel giro di pochissimi minuti insieme alla polizia.

I paramedici fecero allontanare tutti i ragazzi e tentarono di mandare via anche me, ma Francesco protestò. “E’ la mia ragazza!” disse. “E’ lei che vi ha chiamato. Fatela restare per piacere!”

Un infermiere iniziò a tagliare i vestiti di Francesco per poterlo bendare. “O santo cielo…” sussurrò. Sulla schiena di Francesco, l’assassino aveva inciso la sagoma di un uncino. Alla base di essa aveva affondato il suo coltello, ma senza colpire organi vitali.

“L’assassino voleva accoltellarmi di nuovo ma si è fermato. L’ho sentito” disse Francesco. “Per qualche motivo è fuggito. Forse stava arrivando qualcuno”.

“L’hai visto?!” domandai, col cuore in gola.

“No. Mi ha dato una botta in testa e mi ha bendato. Ha fatto tutto mentre ero svenuto. Mi ha svegliato il dolore alla schiena quando mi ha pugnalato.”

“Questo spiega parecchie cose…” sussurrò un poliziotto, che aveva ascoltato tutto.

I paramedici portarono via Francesco. Le lezioni furono sospese per l’ennesima volta, così non mi restò altro da fare che tornarmene a casa. Ero felice, ma terrorizzata. E se l’assassino avesse deciso di riprendere l’opera da dove era rimasto? Stava riscrivendo le fiabe in modo da eliminare ogni lieto fine, ma Capitan Uncino aveva di nuovo avuto la peggio contro Peter Pan. Quella fiaba non era riuscito a riscriverla. Perché? Mi lambiccai il cervello fino a cadere addormentata.

Quando mi svegliai, mi accorsi che era ancora presto, così decisi di andare a trovare Francesco in ospedale.

Presi la bicicletta e mi misi in marcia. “Oh, no…” pensai, vedendo le volanti della polizia parcheggiate davanti all’ingresso dell’edificio. Mollai la bicicletta al primo marciapiede che trovai e corsi a piedi verso l’unica persona che riconobbi: la poliziotta con cui avevo parlato in palestra.

“Che è successo?!” domandai, spaventata. “Un’altra vittima?”

“Ancora tu?!” disse la poliziotta, quando mi vide. “No! Però ci ha provato. L’assassino ha provato di nuovo a  uccidere il tuo ragazzo, ma si è salvato anche stavolta. Ha sette vite come i gatti.”

“Posso vederlo?” chiesi, col cuore in gola.

La poliziotta fece cenno ai suoi colleghi di lasciarmi passare. Trovai Francesco nel suo letto, circondato da agenti. Gli gettai le braccia al collo e mi sciolsi in lacrime.

“Non ti avevo mai vista piangere se non adesso e stamattina!” disse lui, accarezzandomi i capelli. “Allora mi vuoi bene.”

“Sei un deficiente!” dissi, sorridendo tra le lacrime e cercando di darmi un contegno. “Che è successo stavolta?”

“Ho visto l’assassino!” esclamò lui. Era alto, vestito di nero dalla testa ai piedi!”

“Cosa?!” esclamai.

“Sì, te  lo giuro! È entrato qui dentro mentre dormivo, non ho idea di come abbia fatto, e ha cercato di strangolarmi. Ho provato a urlare, ma non ci sono riuscito! Poco prima che perdessi i sensi mi ha lasciato andare ed è scappato! Qualcuno lo ha visto fuggire e hanno temuto che mi avesse fatto fuori, e invece eccomi qui! E nessuno l’ha più visto in giro, pare svanito nel nulla!”

“Hai capito se era un uomo o una donna?”

“Potrei dire che mi sembrava un uomo, ma conciato com’era… mi chiedo perché mi abbia risparmiato di nuovo! Che senso aveva tornare qui e rischiare di farsi scoprire se non aveva intenzione di uccidermi?”

“Non lo so, ma non me ne andrò via da qui finché non verrai dimesso. Non posso stare a casa e vivere con quest’angoscia.”

“Non preoccuparti” mi disse uno degli agenti. “Nemmeno noi abbiamo intenzione di lasciare il tuo ragazzo qui da solo. Vivi pure tranquilla”.

“Non posso restare qui durante la notte?” domandai.

“D’accordo, resta.” Disse una voce di donna.

Solo in quel momento mi accorsi che c’era una piccola donna con i capelli neri striati di grigio seduta vicino a Francesco: sua madre. L’avevo vista un paio di volte fuori da scuola, ma non ci eravamo mai parlato prima di quel momento. Mi scusai per non averla salutata, ma lei mi fermò. “La situazione ti concede di non essere formale. Eri preoccupata per Francesco. Avrei reagito nello stesso modo.”

Mi scusai di nuovo e feci un salto a casa per avvisare i miei genitori dell’accaduto. Provai un po’ di imbarazzo nel dire che avevo un ragazzo. Non avevo mai risposto “sì” alla sua proposta, ma il timore di aver perso Francesco per sempre mi aveva fatto capire che i miei sentimenti erano più forti di quanto pensassi. Riempii lo zaino con quel che avrebbe potuto servirmi durante la notte e mi feci accompagnare in macchina da mio padre fino all’ospedale. Non ricordavo bene dove fosse la camera di Francesco, ma i due agenti piazzati davanti alla sua porta me lo rammentarono subito. Quando entrai, mi accorsi subito che Francesco era da solo. Sua madre se ne era andata. Non si accorse del mio arrivo, stava dormendo. Sicuramente lo avevano messo k.o. con qualche antidolorifico. Sistemai una coperta sulla squallida poltrona vicino al letto, cercando di non far rumore, e mi sedetti. Guardai Francesco dormire per qualche minuto. I suoi occhiali erano stati piegati e riposti sul comodino. Era bello, per una volta, vedere il suo volto per intero, senza le lenti a far da scudo. Mi resi conto di star ridacchiando come una bambina. Cercai di dormire un po’, ma la vicinanza di Francesco mi faceva agitare e me lo impediva. Andai in bagno per sgranchirmi le gambe. Mi sciacquai la faccia con dell’acqua fresca. Quando mi guardai nello specchio, mi parve di vedere un’ombra scura alle mie spalle. Mi guardai un po’ intorno, ma non vidi nessuno.

“Non puoi vedermi” disse una voce di cui non riuscii a identificare il genere.

Mi sentii paralizzata dal terrore.  Mi voltai in fretta: non c’era anima viva.

“Ti ho già detto che non puoi vedermi. Adesso ti metterò a dormire e mi occuperò del tuo amichetto. E’ la seconda volta che non riesco a ucciderlo per colpa tua!”

“Cosa vuoi da lui?” risposi. “Lascialo stare!”

“Peter Pan sta cercando di crescere. Ha una ragazza, ora. Non può più stare nell’isola che non c’è. Devo aiutarlo ad andarsene.”

“Sei completamente pazzo!” gridai, sperando che qualcuno mi sentisse.

“Oh, non sai nemmeno quanto…”

Un agente spalancò le porte del bagno.

“Perché gridi? Tutto bene?” chiese.

“No! C’è l’assassino! Qui da qualche parte, mi ha parlato, ma non sono riuscita a vederlo!”

Il poliziotto estrasse la pistola dalla fondina e iniziò a esaminare ogni angolo del gabinetto.

“Tornatene in camera” disse l’uomo. Se è qui, non mi scapperà.

Corsi verso la stanza di Francesco. Tutto quel trambusto non l’aveva svegliato. Presi la sua mano destra, libera dalle flebo, e la strinsi piano. “Non permetterò che quell’individuo si avvicini a te!” promisi.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 5

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Avrei potuto respingere quel bacio, ma non lo feci. Date le circostanze, Francesco aveva ragione: ormai eravamo tutti appesi al flebile filo della pazzia del killer delle fiabe. Se mi era concesso innamorarmi prima di morire, avrei potuto riuscirci solo con lui.
“Vuoi essere la mia ragazza?” domandò lui. “Mi aspettavo un ceffone, ma visto che non me lo hai dato devo dedurre che forse un po’ ti piaccio?”
“In realtà… in realtà sì” borbottai, senza guardarlo in faccia. “Solo che non pensavo assolutamente di interessarti! Cioè, guardami… sono un maschiaccio, sono riservata, per niente socievole, cosa mai posso offrire a un ragazzo come te?”
“Ma sei tu. Mi piaci perché sei così” ripose lui, strappandomi un sorriso e facendomi inaspettatamente arrossire.
Per un attimo riuscii a dimenticarmi di Alice, della Bella e la Bestia, del caos in cui eravamo precipitati. Mi sentii solo una ragazza emozionata che per la prima volta scopriva di piacere a un ragazzo.

Quando tornai a casa, passai davanti alla casa di Alice. Suonai il campanello. Con enorme sollievo, finalmente qualcuno mi rispose.
“Chi è?” disse una voce femminile, dall’altra parte del citofono.
“Alice?! Sono Marta!” risposi.
“Marta! Perdonami se non ti ho risposto in questi giorni, io e i miei genitori siamo tutti a letto con un brutto virus intestinale! Ho avuto la febbre fino a stanotte e non mi è proprio passato per la testa di rispondere a nessuno! Ti farei salire, ma potrei essere contagiosa!”
“Va bene, l’importante è saperlo… Rimettiti in forze! Ora vado a casa!”
“Aspetta!” disse Alice. “La polizia è stata qui. So cosa è accaduto oggi e so anche che avevano paura che fossi stata io, ma il medico ha confermato che io fossi malata…”
“Stai bene? Ne vuoi parlare?”
“C’è poco da dire… non ho il cuore a pezzi, stai tranquilla. Conoscevo Adamo da poco, me ne farò una ragione. Vai a casa, comincia a farsi tardi! Ci sentiamo!”
Alice riagganciò.
L’aveva presa fin troppo bene. Forse stava solo cercando di reprimere le sue emozioni, ma ci avrei pensato in un altro momento. La cosa più importante era che lei fosse viva.

La preside del liceo artistico decise di non chiudere la scuola. La classe di Adamo e quella dell’altra ragazza erano deserte. Francesco, seduto alle mie spalle, ogni tanto mi dava dei colpetti sotto la sedia per farsi notare. Non avevo ancora risposto alla sua proposta di mettersi insieme e ci teneva a ricordarmelo.
Qualche minuto prima che suonasse l’intervallo, uscii per procurarmi qualcosa da mangiare. Quando tornai in classe, vidi che Francesco non c’era.
Chiesi a Marcella e mi disse che era uscito anche lui subito dopo di me.
“Eppure non l’ho visto!” pensai, sgomenta. Un terribile sospetto si impadronì del mio cervello. Corsi per i corridoi, sperando di trovarlo, facendomi strada tra la gente. D’improvviso sentii un ragazzo gridare.
Corsi nella sua direzione. Un gruppo di persone mi impediva di vedere. Vidi molti distogliere gli occhi e altri chiamare i propri insegnanti. Mi feci strada. Francesco era sdraiato a terra, in una pozza di sangue. Qualcuno lo aveva bendato, gli aveva bloccato la bocca con una corda, gli aveva legato le mani dietro la schiena e gli aveva messo in testa un cappello verde con la piuma. Peter Pan catturato dai pirati. Proprio come aveva detto lui il giorno prima.

Lettera alla Chiara di 9 anni fa

Cara Chiara,
è la Chiara del futuro che ti parla. Nel tempo dal quale provengo io, hai appena festeggiato il nono anniversario di fidanzamento con Luca. So che al momento sei euforica e non vedi l’ora che lui torni a trovarti, ma prima lascia che ti spieghi un paio di cose. Sfortunatamente, pochi mesi fa, ti sei innamorata del film “La Bella e la Bestia”, che curiosamente è al cinema proprio in questo periodo con Hermione Granger nei panni di Belle. Ecco, nella vita reale la bestia non diventa mai uomo. MAI. Di seguito troverai una piccola lista di pro e contro della vita di fidanzata. Leggili con attenzione.Ci vediamo tra nove anni.

N.B.: Leggi da sinistra verso destra.

I LATI POSITIVI DI FIDANZARSI I LATI NEGATIVI DI FIDANZARSI
C’è sempre qualcuno con cui parlare, di qualunque cosa! Parlare, parlare, parlare, parlare… ma quanto cavolo parla Luca?!
E’ bello avere qualcuno con cui condividere le proprie passioni. Attenta a come usi gli analogici del joypad. Non importa se è la prima volta che giochi o quasi, se non li sai usare lui ti insulterà.
Lui ci sarà a qualunque ora del giorno e della notte per te! Preparati ad andare a letto tardi, ma così tardi che l’alba diventerà la fine della tua giornata, non l’inizio.
Ti farà conoscere un sacco di cose di cui non eri a conoscenza! Videogiochi, film, serie televisive, cartoni animati… E ovviamente anche tu gli farai conoscere quel che piace a te! Tu ti dovrai fare la maratona di Star Wars e giocherai a Dungeons & Dragons, ma non pensare che lui oserà mai leggere Il piccolo Principe.
Ci sarà sempre un regalo speciale ad aspettarti per Natale o per il tuo compleanno! Vedrai come diventerà difficile trovare sempre qualcosa da regalargli!
Avrai qualcuno che ti preparerà il pranzo mentre sei ancora a letto… …ma te lo rinfaccerà almeno una volta al giorno
Avrai qualcuno che ti preparerà la camomilla quando hai mal di pancia…. … ma dovrai comunque spazzare, riordinare e fare il bucato perché a lui non può fregar di meno.
Aprirete un canale Youtube insieme in cui giocare a Minecraft e ad altri giochi! Non tentare di dargli suggerimenti, è fiato sprecato. Registrerete sempre e solo quello che dice lui.
Potrai visitare la sua città e vedere un sacco di cose belle. I suoi genitori ti odieranno a morte e rimpiangerai la tua terra fino alle lacrime.
All’inizio vi vedrete poco, ma quel poco tempo insieme sarà speciale! Vero. Però poi soffrirete per settimane senza potere stare insieme.
Resistete, che poi andrete a vivere insieme! Vero. Però preparatevi a litigare a qualunque ora del giorno e della notte, su qualunque argomento, con qualunque pretesto.
Ci sarà sempre qualcuno che porterà per te i pacchi pesanti e che porterà fuori la spazzatura. Portar fuori la spazzatura? Una volta al mese, forse!

Forse ti ho spaventato, ma non c’è ragione di preoccuparsi; hai presente quella sensazione che hai provato quando hai rivisto Luca dopo più di sei mesi di lontananza, quella sensazione di euforia e quella certezza che lui fosse quello giusto? Dopo tutti questi anni, quella certezza ce l’avrai ancora.