KIRIA RACCONTA: “Volpe”

C’era una volta un piccolo villaggio, abitato da agricoltori, falegnami e artigiani. Un giorno una donna, mentre lavorava, cadde a terra in preda alle doglie.
Le altre donne la portarono nel granaio e chiamarono la levatrice per aiutarla a partorire. Non appena la madre ebbe tra le braccia la bambina, si rese conto di due occhi gialli, nascosti nel pagliaio, che la fissavano insistentemente: erano gli occhi di una volpe.
“Vattene via, bestiaccia!” gridò la vecchia guaritrice del villaggio, lanciando un secchio d’acqua contro l’animale.
“E’ forse un cattivo auspicio?” chiese la madre. “Cosa significa?”
“Significa che la neonata è una figlia della volpe. Sarà bella e di pelo rosso, ma anche molto astuta e infida.”
Presto tutti iniziarono a guardare con sospetto quella bambina con i capelli rossi e il volto cosparso di lentiggini. L’ingenuità dell’infanzia le impediva di vedere il disprezzo e l’apprensione con cui tutti la guardavano, ma giorno dopo giorno le si cucì addosso una consapevolezza sempre maggiore. Quando si verificavano un furto o un incidente, oppure si ammalava una pianta, tutti erano sempre pronti a incolpare lei. Persino i suoi genitori non le credevano quando tentava di dimostrare la sa innocenza.
“Tutti mi chiamano Volpe” disse un giorno tra sé la ragazza, ormai divenuta donna. “Ho deciso che d’ora in poi sarò una volpe per davvero!”
Volpe era sempre stata molto golosa di torte alla frutta, ma la sua famiglia non aveva mai potuto permettersi il lusso di entrare in una pasticceria. Un giorno, quando vide un dolce alle fragole sul davanzale della fornaia, si guardò bene intorno e allungò le mani verso l’oggetto del suo desiderio. Esitò per qualche istante, ma alla fine vinse la paura e andò a mangiare in pace dentro un granaio.
“Mi avrebbero dato la colpa comunque!” pensò, assaporando l’ultima fragola.
Ogni giorno che passava, trovava sempre più facile sconfiggere il senso di colpa e rubacchiare in pace quel che le suggeriva la testa. Era sempre così svelta e abile a nascondere le proprie tracce che nessuno riusciva mai a coglierla in flagrante.
Una sera riuscì persino ad appropriarsi di una gonna nuova, appena confezionata dal sarto con dell’ottimo cotone bianco, ed ebbe l’astuzia di tingerla di rosso come la sua vecchia gonna lacera, in modo che il cambiamento risultasse meno evidente.
Quando qualcuno le faceva una domanda, di qualunque genere essa fosse, Volpe rispondeva sempre con una bugia. Ben presto le persone iniziarono a rendersene conto e presero a evitarla. A Volpe non importava di quello che pensavano gli altri, le importava solo di comportarsi da brava volpe.

Un mattino, Volpe si alzò da letto molto preso. Raccolse gli arnesi di suo padre senza chiedergli il permesso e decise di costruirsi una casetta nei pressi del bosco di querce che circondava il villaggio. Nessuno osava avventurarsi oltre i primi alberi per timore dei lupi che abitavano in mezzo alle fronde. Quando giunse il tramonto, la casetta era quasi ultimata.
“Mi mancano solo alcuno ciocchi di legno per finire il tetto. Andrò a cercarli prima che il sole cali del tutto” pensò Volpe, prendendo l’accetta e tre zainetti vuoti: uno per la legna, uno per i frutti spontanei del bosco e uno per i funghi.
Volpe trovò quasi subito la legna che le serviva e stava per tornare indietro, ma d’improvviso notò un cespuglio sul quale rosseggiavano decine di bacche mature. Ne raccolse parecchie e le mise nello zaino. Quando ebbe finito, si guardò intorno e si rese conto che era calato il buio e che non riusciva a vedere un palmo dal proprio naso.
Volpe iniziò a insultarsi da sola per essere stata così sconsiderata da farsi cogliere alla sprovvista dalla notte, ma non ebbe molto tempo per lamentarsi: un ululato le ricordò che non era sola in quel bosco. Molti altri ululati si unirono a quello. Volpe lasciò andare l’accetta e i due zaini pieni di legna e di bacche e si mise a correre più forte che poté, pur non avendo idea di dove stesse andando. D’improvviso, un vecchio cacciatore apparso dal nulla le si parò davanti.
“Ohi! Che fai, bambina?” chiese l’uomo “Non è posto per te questo!”
“La prego, mi accompagni a casa! E’ pieno di lupi qui e io ho una gran paura!” risposa la ragazza, col fiatone.
“Che cos’hai nello zaino?” chiese lui.
“Pane, formaggio e mele!” mentì la ragazza.
“Va bene” disse il vecchio. “Facciamo uno scambio: io ti porterò a casa sana e salva e tu in cambio mi darai metà del tuo cibo. Ti prometto che finché starai con me non ti accadrà nulla!”
Volpe accettò il patto e seguì il cacciatore fino alla sua casetta ai limiti del bosco.
“Ma come ha fatto a trovare la mia casa, se neppure le ho detto dove abito?” chiese lei, sorpresa.
“Non farti troppe domande. Posso avere ciò che mi avevi promesso?” disse il vecchio.
Volpe, con un sorriso beffardo, mostrò al cacciatore il suo zaino aperto, vuoto.
“Ingrata bugiarda!” disse l’uomo, a denti stretti. “Ti avrei aiutato anche se non mi avessi dato niente in cambio! Che tu sia maledetta! La tua bocca, che tanto ha esitato a dir la verità, darà la morte a chiunque provi a baciarti, a meno che non si tratti del vero amore! Vediamo se ai tuoi amanti sarai capace di raccontare la verità o se preferirai averli sulla coscienza!
Dopo aver detto queste parole, il vecchio cacciatore scomparve.
La fanciulla scoppiò a ridere e non pensò più all’accaduto, contenta di esser tornata a casa sana e salva.
Passarono i mesi e presto molti giovani boscaioli si accorsero della sua presenza e iniziarono a farle la corte. Lei tendeva ad approfittarsi un po’ di loro, chiedendo a ciascuno di svolgere qualche lavoro per la su casetta. Quando per ricompensa le veniva chiesto un bacio, li respingeva tutti, a volte anche in malo modo. Uno dopo l’altro, i giovani uomini finirono per allontanarsi da lei e parecchi smisero anche di salutarla.
Solo un ragazzo continuò a corteggiarla e a ronzarle intorno nonostante i suoi rifiuti. In realtà la ragazza avrebbe volentieri accettato le sue attenzioni, ma il timore delle parole del vecchio non l’abbandonava.
Ogni giorno il giovane chiedeva alla ragazza di sposarlo, ma lei era costretta a rifiutare. Lo insultava, lo scacciava, gli diceva parole che non pensava affatto, ma ogni giorno lui tornava da lei.
Infine, non sopportando più l’idea di respingerlo, Volpe decise di confessare il suo segreto. “Ascolta, io non posso innamorarmi, ma se potessi saresti l’unico che vorrei!” gli disse.
“Tu mi rendi felice con queste parole, ma perché non possiamo stare insieme?” chiese il ragazzo.
“Perché io sono maledetta: se tu mi baciassi, moriresti!” disse Volpe, raccontando poi la storia del vecchio e della maledizione.
“Tutto qui?” disse il ragazzo. “Ti dimostrerò che sono io, il tuo vero amore! Non ho paura di morire, se sarò tra le tue braccia!”
In quel momento, dal nulla, apparve il vecchio che aveva salvato Volpe.
“Oh, ma guarda!” disse, con un sorriso ironico. “Allora alla fine hai imparato ad essere onesta! Mi fa piacere vedere che hai trovato un bravo ragazzo e che grazie a lui tu abbia capito l’importanza della sincerità. Adesso sai che a volte la verità non è bella, ma è senza dubbio giusta! Pensa alla mia maledizione, per esempio. Ti ho fatto stare in ansia, non è vero? Eppure non ne avresti avuto motivo, perché io ti ho mentito! L’hai capito, adesso? In realtà tu non hai nessuna maledizione addosso!”
Così come era apparso, il vecchio scomparve.
I due giovani, finalmente liberi di amarsi, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

KIRIA RACCONTA: “Quando i personaggi se la prendono con l’autore”

Vi racconterò una storia.
C’era una volta una Chiara che scriveva racconti traboccanti di personaggi tristi o un po’ psicopatici. Ma non “tristi” per dire un po’ giù di morale, proprio depressi, affranti, in pezzi. E quando dico “psicopatici” non intendo leggermente inquietanti, intendo completamente andati, così disagiati da non riuscire a connettere pensiero e realtà. Sapete cosa è successo? Quei personaggi si riunirono e decisero di boicottare Chiara. Non le mostrarono un minimo di riconoscenza per averli messi al mondo, anzi; le diedero la colpa per la loro tristezza e la loro psicosi. Lei provò a rincorrerli, cercando di riacchiapparli per continuare le loro storie, ma loro erano evanescenti come fantasmi. Una di loro, una studentessa di diciotto anni con i capelli corti e lo sguardo ambiguo, venne eletta capo della rivolta.
“Mia cara, tu e io abbiamo ancora un conto in sospeso!” gridò la ragazza, leccando la lucida lama del suo coltello. “Mi hai torturato per convincermi a ritornare nel mio racconto e a restarmene lì buona, poi mi hai costretta a uscire di nuovo, facendomi rivivere la tortura… Hai fatto fare a me la figura della cattiva, quando è ovvio che sia stata tu a manovrarmi come un burattino!”
“È questo che fa uno scrittore” si difese Chiara. “Inventa personaggi e scrive le loro storie!”
“Le nostre storie fanno schifo” si lamentò un ragazzo con i capelli biondi. “Io sono lo sfigato di turno, ignorato dalle ragazze e con una vita familiare alle spalle che fa pena! Per non parlare del mio amico che…”
“ZITTO!” lo redarguì Chiara. “Tu sei il personaggio di un libro che non ho ancora pubblicato, vedi di non raccontare troppo!”
“E allora io?” disse una giovane donna dotata di una bellezza divina. “Mi hai dato dei poteri talmente grandi che la mia terra…”
“MA INSOMMA!” gridò Chiara. “Neanche il tuo libro è ancora stato pubblicato! Non puoi parlare di niente!”
La donna la fissò con uno sguardo pieno di rancore.
“Andiamo ragazzi, la vita non è così male tutto sommato” disse un grosso gatto grigio, rimasto in disparte a leccarsi fino a quel momento.
“Ah no?!” dissero gli altri personaggi, voltandosi verso di lui.
“Tu sei un gattaccio parlante che vive in casa, che poltrisce dalla mattina alla sera e si ingozza di lasagne come un pozzo senza fondo!” obiettò la ragazza col coltello in mano. “Vorrei vedere come reagiresti se qualcuno tentasse di cavarti gli occhi!”
“Per non parlare del fatto che la tua storia è l’unica a essere effettivamente stata pubblicata” disse il ragazzo biondo. “Non hai idea di quanto vorrei finire anche io sugli scaffali di una libreria!”
“Con tutto il rispetto, amico mio” disse la donna bellissima “ma credo che tocchi prima a me! Chiara sta lavorando alla mia storia da lunghi anni ormai! Il mio destino vide il suo compimento ben prima che il tuo avesse inizio!”
“Ma la mia storia è praticamente finita” obiettò lui. “La tua è solo un gran casino di personaggi strani, innamoramenti fuori luogo e…”
“Ah, davvero?” disse la donna, trattenendo la rabbia a stento. “E tu allora, che sei riuscito a farti fregare da…”
“RAGAZZI! Ma che devo fare con voi?!” gridò Chiara, cercando di riprendere il controllo dei suoi personaggi.
“STAI ZITTA!” gridarono quelli all’unisono.
A Chiara non restò altro da fare che sedersi mesta di fronte al suo portatile, sperando che i suoi personaggi fossero troppo impegnati a scannarsi tra di loro per ricordarsi di lei…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 11

[ATTENZIONE: IL SEGUENTE CAPITOLO CONTIENE ESPRESSIONI VIOLENTE CHE POTREBBERO URTARE I LETTORI PIU’ SENSIBILI.]
Con le sue ultime forze, Marta sfiorò la guancia di Francesco, sorrise e poi spirò tra le tue braccia.
“Marta!” disse lui, tra le lacrime. “Non ti ho nemmeno detto che ti amo…”
“Stai tranquillo, ormai lo aveva capito da sola.”
Francesco si voltò, spaventato. Una ragazza minuta con dei lunghi capelli castani lo stava fissando con i suoi occhi verdi.
“E tu che cosa… chi… chi sei? Come sei entrata?!” esclamò Francesco.
La ragazza non gli prestò minimamente attenzione. Lo spintonò via con una forza di disumana, poi si avventò verso il corpo di Marta e iniziò a scrollarlo con cattiveria.
“Ma che stai facendo?! Lasciala andare!” disse Francesco cercando di rimettersi in piedi.
“SILENZIO!” gridò la ragazza, spingendolo contro il muro con il solo suono della sua voce. “Svegliati, brutta sgualdrina” aggiunse, rivolta a Marta. “Lo so benissimo che sei viva, apri gli occhi!”
Marta sorrise in modo beffardo e alla fine si decise a fare quanto gli era stato chiesto.
“Marta, ma sei viva!” gridò Francesco emozionato. Una folata di vento sovrannaturale lo sbatté contro il muro con tanta forza da fargli prendere i sensi.
“Non mi piace vederti maltrattare il mio ragazzo” sussurrò Marta digrignando i denti.
“E a me non piace sapere che entri nel mio mondo per ammazzare la gente!”
“Che cosa pensi di fare?” disse maliziosa. “Non puoi fermarmi, lo sai benissimo che io continuerò a rigenerarmi all’infinito!”
La stanza intorno a loro iniziò a cambiare. Francesco iniziò a svanire, così come i macabri trofei delle uccisioni di Marta.
“Che sta succedendo?!” domandò Chiara, sorpresa.
“Tra pochi minuti la storia si riavvolgerà su se stessa e potrò ricominciare a mietere vittime!” spiegò Marta, ridendo.
“Non così in fretta…” disse Chiara.
Nel giro di un istante, tutti i fantasmi delle vittime di Marta si riunirono intorno alla loro carnefice, ancora vestiti dei loro abiti di morte.
Il principe azzurrò gettò Marta a terra, le salì sopra e le bloccò le gambe e le braccia. Biancaneve si gettò su di lei e iniziò a morderle il viso, sempre più forte, fino a staccare un pezzo della guancia.
“Bianca come neve, rossa come il sangue…” sussurrò la ragazza, leccandosi le labbra. Marta gridava di dolore e di paura.
Chiara assistette alla scena impassibile.
Cenerentola afferrò la sua scarpetta col tacco, abbassò i pantaloni di Marta fino a lasciare scoperte le cosce e infilzò il tacco con forza nel muscolo fino a lacerarlo. Il sangue sgorgava copioso dall’arteria femoraria, inondando le mani di Cenerentola. “Come farai ad andare al ballo, conciata così?” disse, ridendo istericamente. Marta era quasi in stato di shock, ma uno schiaffo tirato da Bestia la fece risvegliare.
“Chi è davvero una bestia tra me e te?” ringhiò lui.
La Bella strappò la maglia di Marta, l’afferrò per il collo e strinse forte le mani intorno alla sua gola, facendola quasi soffocare. Poco prima che svenisse, Bestia le tirò un pugno in faccia che le spezzò il setto nasale. La Bella aveva tra le mani la rosa senza petali con cui era stata abbandonata tra le braccia della morte. Con tutta la forza che aveva, conficcò lo stelo nella spalla di Marta.
Raperonzolo e Alice si fecero avanti per ultime. Avevano l’aria delusa ma glaciale. Alice stringeva tra le dita il pugnale con cui Marta si era uccisa pochi minuti prima. Appoggiò la punta del coltello sulla gola martoriata di Marta e affondò la lama quanto bastava per tingerla di rosso. Lentamente iniziò a muovere la punta come se fosse un pennello intriso di vernice scarlatta, finché il petto e quel che restava del volto di Marta non divennero un’unica tela rossa.
“Eramo amiche…” sussurrò. “E sai dove andrò a toccarti adesso con la lama? Importa poco, purché tu soffra!”
Alice piantò il coltello ai lati della bocca di Marta, aprendo la carne a formare un inquietante sorriso.
“Adesso sembri proprio lo Stregatto!” disse ridendo.
Raperonzolo, con il lunghi capelli sciolti davanti al viso, fissò Marta agonizzante al suolo, si inginocchiò davanti a lei e iniziò a sussurrare nel suo orecchio.
“Lo sai cosa successe all’uomo innamorato di Raperonzolo quando precipitò dalla torre? Perse entrambi gli occhi cadendo su un cespuglio di rovi, ed è quello che capiterà a te!”
Raperonzolo affondò le unghie affilate nelle orbite di Marta.

Marta aprì gli occhi di scatto, col fiato mozzo. Guardò l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Si alzò di malavoglia e andò in cucina a preparare del caffè per tenersi sveglia. Aveva trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui ricordava fin troppo bene i particolari…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 10

Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

Chiara digitò sulla tastiera l’ultimo puntino di sospensione.
“E’ perfetto” pensò, con un sorriso. “Nessuno si sarebbe mai aspettato di avere avuto l’assassino sotto gli occhi fin dall’inizio!”
Per qualche istante rimase ferma a fissare lo schermo, rileggendo le ultime pagine del suo racconto. Una volta che ebbe eliminato gli ultimi refusi ed ebbe indentato bene il testo, decise di stampare i nove capitoli. Gettò un’occhiata all’orologio in basso a destra sul desktop e notò che erano quasi le quattro del mattino. Si avvicinò alla finestra per abbassare la saracinesca e notò che nel cielo splendeva una meravigliosa luna piena.
“Ciao” sussurrò una voce, alle sue spalle. Chiara si voltò, credendo che fosse entrato un ladro in casa.
“Che ti succede, hai paura di me? Eppure sei tu ad avermi creata!”
Una ragazza alta con i capelli corti era in piedi a pochi passi da Chiara. Indossava una maglietta con una grossa macchia di sangue all’altezza dello stomaco.
“Sono io, Marta. L’assassina delle fiabe. Non guardarmi così, mi conosci benissimo!” disse la spettrale figura.
“No… non è possibile…” disse Chiara, incredula, tentando di uscire dalla porta della sala.
“Stai tranquilla, non ho intenzione di farti del male” disse Marta con un ghigno, afferrando Chiara per le spalle. “Mi hai dato una vita breve, una morte orribile e una schizofrenia incurabile, ma almeno mi hai resa forte e mi hai fatto provare dei sentimenti di amore e di amicizia. In fin dei conti ti vorrei ringraziare. Pare che una parte di me odi le storie a lieto fine, e di certo la mia storia non ne ha uno, quindi tutto sommato mi piace quello che hai scritto.”
“Cosa vuoi da me?” domandò Chiara, cercando di liberarsi dalle due gelide mani che la stringevano.
“Niente, volevo solo farti sapere che esisto e che la mia storia non è finita…”
“Tu sei morta, la tua storia è finita eccome!” rispose Chiara, pentendosi immediatamente della sua audacia.
“Vero, vero… però vedi, un personaggio immaginario, come me, non può mai morire del tutto, neppure se lo uccide il suo creatore. Ogni libro, fiaba, racconto o novella può essere riletta da capo, perciò i personaggi morti possono rigenerarsi ogni volta che qualcuno ricomincia a leggere. Hai pubblicato la mia storia sul Web, non è vero? L’hanno letta parecchie persone. Sono loro ad avermi dato la forza di uscire dalle tue pagine e di entrare in questo mondo. Un modo per uccidermi esiste, in effetti. Dovresti uccidere tutti coloro che hanno letto “L’assassino delle fiabe”, ma non credo che lo farai. Oppure potresti… “
Marta si zittì di colpo, si guardò rapidamente intorno e guardò Chiara fissa negli occhi.
“Adesso scusami, ma ho un paio di faccende da sbrigare. Devo ritrovare Francesco e devo continuare a uccidere.”
Chiara aprì bocca per ribattere, ma Marta la spinse contro il muro, facendole battere una testata abbastanza forte da farle perdere i sensi.
“Ci vediamo, creatrice…” sussurrò Marta ridendo, mentre svaniva nel nulla.

Verso le quattro e mezza del mattino, Chiara aprì gli occhi. Era seduta davanti al suo portatile, con la testa fra le braccia.
“Deve essermi venuto un colpo di sonno” pensò. “Meglio che vada a dormire adesso.”
Chiara si sentiva frastornata. Ricordava di avere sognato qualcosa o qualcuno proveniente dal suo racconto, ma non riusciva proprio a ricordarsi che cosa.

Il giorno seguente, Chiara cercò i fogli sui quali aveva stampato “L’assassino delle fiabe”, ma non li trovò da nessuna parte.
“Pazienza” pensò. “Si vede che facevano parte del sogno anche quelli!”
Accese il computer per controllare la posta elettronica. Per caso si imbatté nel sito di un noto quotidiano. La sua attenzione venne attratta da una notizia di cronaca nera.

“DICIOTTENNE TROVATA MORTA SULLE SCALE DELLA SCUOLA
Angelica C., studentessa di quinta liceo, è stata trovata morta sulle scale antincendio del liceo classico Andrea d’Oria alle otto del mattino del 19 settembre. La causa della morte è il soffocamento provocato da un pezzo di mela ritrovato nella gola della giovane. Non sono ancora confermate le voci che ipotizzano un omicidio doloso premeditato. Il corpo della ragazza è stato trovato circondato da fiori bianchi e truccato con cerone bianco e rossetto rosso, in un macabro tentativo di evocare la morte di Biancaneve. Il cadavere stringeva tra le mani un foglio con su scritte le parole “Grazie, Chiara”…”

Chiara scorse la notizia fino in fondo, scordandosi di respirare.
“Non è possibile” pensò. “Deve essere un pazzo che ha letto la mia storia e adesso sta simulando gli omicidi che ho scritto…”
“Ovviamente no, mia cara!” disse una voce femminile.
Chiara si voltò. Marta era in piedi, davanti a lei. Stringeva una mela morsicata nella mano destra e un fiore nella sinistra.
“Non ha sofferto, stai tranquilla…” sussurrò Marta, avvicinandosi a Chiara. “Era così bella, con quei capelli neri e quegli occhi color del mare… Non potevo lasciare che il tempo distruggesse il suo volto. La morte adesso avrà una sposa bellissima! La morte è l’unico principe che verrà mai a salvare le principesse in pericolo!”
“Io non ti ho creata in questo modo! Io ti ho creata buona!” disse Chiara con disprezzo.
“E’ vero… ma vedi, tu hai lasciato che la mia parte buona si suicidasse per distruggere quella cattiva, che invece, come puoi vedere, non è affatto morta…”
“Ti fermerò, in un modo o nell’altro ti fermerò!” gridò Chiara.
“Non sai come fare! E non lo saprai mai! Addio creatrice, devo accompagnare Cenerentola al ballo! Il suo principe la sta aspettando per morire insieme a lei!”
Chiara cercò di afferrare le mani evanescenti di Marta, ma tutto quello che le rimase tra le mani furono una mela rossa e un fiore bianco.
Chiara rimase in piedi, immobile, fissando il fiore e la mela. Era in preda alla rabbia e alla disperazione, ma riuscì a non perdersi d’animo. Rifletté a lungo, e alla fine un’idea la colse di sorpresa come un fulmine a ciel sereno.
“Non posso distruggere la storia di Marta, ormai è già stata divulgata… Però posso continuarla! Non conosco le regole per distruggere il suo gioco, ma… se riscrivessi le regole io stessa, allora forse…”
Chiara aprì il documento Word “L’assassino delle fiabe” e iniziò a scrivere.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 9

“Francesco, cosa stai facendo?” sussurrai, preoccupata.
“Dovrei chiedertelo io!” rispose lui, lasciandomi andare le mani. “Stavi cercando di strangolarmi!”
“Che cosa?!”
“Mentre guardavamo il film, a un certo punto mi hai guardato con un’espressione strana e mi hai messo le mani alla gola! Sono riuscito a fermarti per un pelo, ma avevi la forza di un leone!”
Fissai le mie mani, non capendo cosa stesse accadendo.
“Io… io non ricordo niente!” dissi. “D’improvviso, un’ondata di flashback tornò alla mia memoria.
Aprii una botola sotto la mia scrivania. Portava a uno scantinato in cui non andava mai nessuno. Non c’era polvere, nonostante non pulissi lì sotto da un po’. Iniziai a scendere le scale, chiedendo a Francesco di non seguirmi.
Quello che vidi mi distrusse l’anima. Sopra un tavolo, accuratamente disposti, vidi del rossetto rosso, una scarpa da donna, del trucco azzurro, una pila di vestiti, una ciocca di capelli lunghissimi e una di riccioli biondi. C’era uno spazio vuoto tra i vestiti e le ciocche di capelli, laddove avrebbe dovuto trovarsi qualcosa di Francesco. Peter Pan. Un pugnale giaceva proprio sotto il tavolo. Me lo rigirai tra le mani. Un fulmine mi attraversò il cervello, penetrate come mille aghi. Lo stesso pugnale con cui l’assassino aveva inciso l’uncino sulla sua schiena… Un foglio era appeso alla parete con delle puntine. Riconobbi la calligrafia con cui l’inchiostro aveva vergato un’inquietante filastrocca.

Biancaneve si è addormentata, ma la mela la strozzò.
Senza un principe né un bacio sempre morta lei restò.

Cenerentola perse un scarpa mentre lasciava la festa,
ma poi scivolò dalle scale, cadde e si ruppe la testa.

Il bel principe, in un fosso, senza fiori solo langue
Ora è azzurro perché ormai è cianotico il suo sangue.

La bella e la bestia si amavano in modo proibito,
ma con una corda alla gola adesso è tutto finito.

Raperonzolo non scioglierà più i suoi capelli
Son prigionieri della morte i suoi occhi belli.

Alice curiosa rincorreva il Bianconiglio
Sottoterra insieme a lui, è questo il suo giaciglio.

Mi accasciai a terra. Mi ricordai tutto all’improvviso.
“Li ho uccisi io…. sono io l’assassino delle fiabe…” sussurrai.
“Non è quello che hai sempre voluto?” disse una voce, nella mia testa. “Hai sempre odiato quelle sciocche fiabe sempre a lieto fine. Finalmente hai riportato un po’ di giustizia!”
“Erano mie amiche…” risposi a quella voce.
“Tu non hai amici” ribatté la voce. “Tu sei nata per vivere sola. Ti ricordi quando eri bambina? Nessuno voleva giocare con te. Allora ti rifugiavi chissà dove con un libro di storie tra le mani, e invidiavi quei personaggi a cui andava sempre tutto bene. Adesso ti sei finalmente vendicata!”
“Non ho mai voluto vendicarmi” singhiozzai.
“Ma io sì. Sei un’assassina, Marta. Sei la strega cattiva, sei nata per questo ruolo! Hai visto come sei stata brava a non farti mai scoprire dalla polizia?”
Frammenti di memoria iniziarono a tornare. Il costume nero da assassino nascosto nello zaino e poi gettato in un inceneritore, il coltello maneggiato solo con i guanti, le grosse corde per saltare usate per indurre l’ultimo respiro…
“Sono un’assassina” ripetei a me stessa. “Sono un’assassina…”
“No! Non è possibile!” gridò Francesco, che stava scendendo le scale nonostante gli avessi chiesto di non farlo. Lo vidi gettare una rapida occhiata davanti a sé, dove si ergevano i macabri trofei delle mie uccisioni.
“Me lo ricordo…” singhiozzai. “Adesso me lo ricordo! Sono stata io! Non ero cosciente quando lo facevo, ma sono stata io!”
Mille frammenti obliati nel mio inconscio si stavano riversando davanti ai miei occhi come inchiostro avvelenato. “Mi… mi ricordo tutto…” sussurrai, fissando il vuoto davanti a me. “Non sono riuscita a ucciderti solo perché ti amo!”
“Devi solo farti curare!” disse Francesco, tentando di avvicinarsi a me. “Non eri in te quando uccidevi quei ragazzi, non possono incolparti di qualcosa che non volevi!”
Francesco mi strinse contro il suo petto. Non riuscivo a credere che fosse disposto a perdonarmi.
“Non voglio farmi curare” risposi, a bassa voce. “Non esiste una cura a quello che provo. Vorrei riportare tutti in vita, ma non posso. Non posso vivere con questo peso sulla coscienza.
Senza farmi notare, iniziai a registrare un video con il cellulare.
“Grazie per avermi fatto conoscere qualcosa che non avrei mai creduto di provare” dissi, col respiro corto. Solo allora Francesco si rese conto che avevo un pugnale tra le mani.
“No, ti prego, non uccidermi!” gridò lui, facendosi scudo al volto con le mani.
Caddi a terra. Solo allora Francesco si girò verso di me.
Il coltello con cui avevo intenzione di ucciderlo era piantato nel mio stomaco.
“Forse tu puoi perdonarmi, ma io non posso. Vivi per me. Sarò io la mia ultima vittima” dissi, con la poca voce che mi restava. “Dai alla polizia il mio telefono, così non penseranno che sia stato tu. Baciami un’ultima volta.”
Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

 

P.S.: La storia di Marta non è ancora finita…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 5

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Avrei potuto respingere quel bacio, ma non lo feci. Date le circostanze, Francesco aveva ragione: ormai eravamo tutti appesi al flebile filo della pazzia del killer delle fiabe. Se mi era concesso innamorarmi prima di morire, avrei potuto riuscirci solo con lui.
“Vuoi essere la mia ragazza?” domandò lui. “Mi aspettavo un ceffone, ma visto che non me lo hai dato devo dedurre che forse un po’ ti piaccio?”
“In realtà… in realtà sì” borbottai, senza guardarlo in faccia. “Solo che non pensavo assolutamente di interessarti! Cioè, guardami… sono un maschiaccio, sono riservata, per niente socievole, cosa mai posso offrire a un ragazzo come te?”
“Ma sei tu. Mi piaci perché sei così” ripose lui, strappandomi un sorriso e facendomi inaspettatamente arrossire.
Per un attimo riuscii a dimenticarmi di Alice, della Bella e la Bestia, del caos in cui eravamo precipitati. Mi sentii solo una ragazza emozionata che per la prima volta scopriva di piacere a un ragazzo.

Quando tornai a casa, passai davanti alla casa di Alice. Suonai il campanello. Con enorme sollievo, finalmente qualcuno mi rispose.
“Chi è?” disse una voce femminile, dall’altra parte del citofono.
“Alice?! Sono Marta!” risposi.
“Marta! Perdonami se non ti ho risposto in questi giorni, io e i miei genitori siamo tutti a letto con un brutto virus intestinale! Ho avuto la febbre fino a stanotte e non mi è proprio passato per la testa di rispondere a nessuno! Ti farei salire, ma potrei essere contagiosa!”
“Va bene, l’importante è saperlo… Rimettiti in forze! Ora vado a casa!”
“Aspetta!” disse Alice. “La polizia è stata qui. So cosa è accaduto oggi e so anche che avevano paura che fossi stata io, ma il medico ha confermato che io fossi malata…”
“Stai bene? Ne vuoi parlare?”
“C’è poco da dire… non ho il cuore a pezzi, stai tranquilla. Conoscevo Adamo da poco, me ne farò una ragione. Vai a casa, comincia a farsi tardi! Ci sentiamo!”
Alice riagganciò.
L’aveva presa fin troppo bene. Forse stava solo cercando di reprimere le sue emozioni, ma ci avrei pensato in un altro momento. La cosa più importante era che lei fosse viva.

La preside del liceo artistico decise di non chiudere la scuola. La classe di Adamo e quella dell’altra ragazza erano deserte. Francesco, seduto alle mie spalle, ogni tanto mi dava dei colpetti sotto la sedia per farsi notare. Non avevo ancora risposto alla sua proposta di mettersi insieme e ci teneva a ricordarmelo.
Qualche minuto prima che suonasse l’intervallo, uscii per procurarmi qualcosa da mangiare. Quando tornai in classe, vidi che Francesco non c’era.
Chiesi a Marcella e mi disse che era uscito anche lui subito dopo di me.
“Eppure non l’ho visto!” pensai, sgomenta. Un terribile sospetto si impadronì del mio cervello. Corsi per i corridoi, sperando di trovarlo, facendomi strada tra la gente. D’improvviso sentii un ragazzo gridare.
Corsi nella sua direzione. Un gruppo di persone mi impediva di vedere. Vidi molti distogliere gli occhi e altri chiamare i propri insegnanti. Mi feci strada. Francesco era sdraiato a terra, in una pozza di sangue. Qualcuno lo aveva bendato, gli aveva bloccato la bocca con una corda, gli aveva legato le mani dietro la schiena e gli aveva messo in testa un cappello verde con la piuma. Peter Pan catturato dai pirati. Proprio come aveva detto lui il giorno prima.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 4

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L’indomani, Alice non venne a scuola di nuovo.
“Che fine ha fatto la vostra compagna?” domandò la professoressa, corrugando la fronte. “Qualcuno di voi ha sue notizie?”
“Sono due giorni che io e Marcella cerchiamo di contattarla” risposi. “Ma non risponde alle telefonata e a casa sua non c’è nessuno!”
“Se entro domani non si sarà fatta sentire, dovremo avvisare la polizia. Non possiamo correre rischi” rispose la professoressa, abbassando lo sguardo.
Durante la ricreazione andai a cercare Adamo per chiedergli se almeno lui avesse notizie di Alice, ma mi dissero che quel giorno non si era presentato a scuola. Per un istante sperai che lui e Alice avessero deciso di vedersi per parlare di quanto era accaduto, ma dentro di me sapevo che non era quello il motivo della loro assenza.
Alle undici di mattina ci recammo in palestra per la lezione di educazione fisica. Quando le porte furono aperte, vedemmo un ragazzo giacere nudo al centro del pavimento, con i lunghi capelli biondi sparsi sul pavimento. Aveva in mano uno specchio rotto. Una ragazza, anch’essa nuda, era accoccolata sul suo petto. Il suo seno era appena visibile tra le ciocche di capelli castani. Tra le mani stringeva lo stelo spoglio di una rosa. I petali erano sparsi sul petto del ragazzo.
“Adamo” sussurrai.
“E’ lei?” domandò Marcella, stringendomi il polso e coprendosi gli occhi.
“Sì!” risposi, con un fil di voce.
“Ehi, voi due!” gridò il professore. “Vi dovrei sospendere! Siamo in una scuola, non in un albergo!”
Adamo e la ragazza non risposero, congelati nel loro sogno immoto.
Il professore si avvicinò a loro cautamente, fissandoli con il fiato sospeso.
“Forza, svegliatevi!”
Niente. Non una parola, non un gemito, non un respiro.
Si inginocchiò accanto a loro. Posò una mano sul collo prima di uno, poi dell’altra.
“Ragazzi, andatevene subito!” gridò, sbiancando in volto.
Marcella strinse il mio braccio con più forza.
“L’assassino ci ha seguiti… ci ha seguiti, ci ha seguiti!” sussurrò, mettendosi a piangere.

La polizia arrivò immediatamente. Avvicinai una poliziotta e le spiegai quello che sapevo riguardo Alice e il tradimento di Adamo.
“Credi che la tua amica possa essere un’indiziata?” domandò la donna senza troppi giri di parole.
“No! Anzi, temo che possa essere stata presa anche lei!” risposi, agitata.
“Questa Alice conosceva le precedenti vittime?” domandò la poliziotta, con aria scettica.
“Cosa? No! Li conosceva solo di vista, come me, come tutti i ragazzi della mia classe!”
La poliziotta mi guardò con aria interrogativa.
“Senti un po’, che fisico ha la tua amica?” domandò. “E’ alta e atletica come te?”
“No, lei è piccolina e magra… Non credo arrivi al metro e sessanta, e non sono certa che pesi almeno cinquanta chili… Frequenta la mia palestra da un po’, ma si allena poco… perché?”
“Ci vorrà un medico legale per stabilirlo, ma da quel che sembra questi due disgraziati sono stati strangolati da dietro. Anche giocando l’effetto sorpresa, ci voleva una certa forza per strangolare un ragazzo grande e grosso come quello. Potrebbe averlo indebolito con qualche droga, ma è presto per dirlo. Forse la tua amica poteva cavarsela con la ragazza, ma dubito che potesse farcela da sola contro di lui. Comunque, se la ritrovi viva, dille che dobbiamo fare due chiacchiere da donna a donna. Muoio dalla voglia di farle qualche domanda.”

La poliziotta fece per andarsene, ma le domandai se ci fossero novità sulle indagini riguardo le altre tre vittime.
“Impara a farti gli affari tuoi, ragazzina, e camperai cent’anni” mi rispose la donna, voltandomi le spalle.
Tornai nella mia classe. Il professore di ginnastica era seduto sulla cattedra, con lo sguardo fisso davanti a sé. Alcuni miei compagni erano andati a casa, altri erano rimasti per darsi sostegno a vicenda. Marcella era seduta al posto di Alice. Aveva gli occhi lucidi e una tazza di cioccolata calda tra le mani. Francesco, il ragazzo più bravo della classe, stava cercando di consolarla. Non ero mai stata molto interessata ai ragazzi, ma c’era qualcosa nell’intelligenza di Francesco che mi aveva sempre affascinato. Inoltre, tra tutti i maschi con cui avessi stretto un briciolo di amicizia, era l’unico che trovassi veramente attraente. Di lui mi avevano colpito soprattutto gli occhi: erano di un colore indefinito tra il verde, l’azzurro e il grigio, espressivi e vivi, che parevano capaci di leggerti dentro, belli e proibiti come i sette peccati capitali. Mi salutò con un cenno quando mi vide arrivare. “Non sembri troppo turbata” disse, squadrandomi.
“Con questi fanno cinque cadaveri negli ultimi cinque mesi” dissi, avvicinando la faccia alla sua e guardandolo negli occhi. “Ho visto Biancaneve soffocata in mezzo ai fiori bianchi, Cenerentola con il cranio fracassato sul pavimento, il principe azzurro accoltellato al cuore, adesso ho visto anche la Bella e la Bestia nudi a terra. Li ho visti tutti. Faccio incubi da settimane e ho il terrore di uscire di casa. Scusami se non sembro abbastanza turbata, sto solo cercando di non farmi venire un esaurimento nervoso!”
“Scusa, scusa… hai ragione, tu sei stata la prima tra di noi ad accorgersi degli omicidi, non avevo il diritto di dirti niente…”
“Lascialo perdere” disse Marcella, senza distogliere lo sguardo dalla cioccolata. “E’ un deficiente”.
“Sai che novità!” aggiunse Alberto, il fidanzato di Marcella, entrando in classe. “Chi glielo spiega ora ad Alice che il suo ragazzo è stato vittima del killer delle fiabe?”
“Io ho paura che sia stata lei a ucciderlo” disse Marcella.
“Ma che dici!” esclamò Francesco. “Non lo farebbe mai!”
“E non ce la farebbe mai” aggiunsi, raccontando quello che mi aveva detto la poliziotta.
“Stando a quello che sappiamo, l’assassino deve per forza essere un uomo” disse Francesco. “Un uomo grosso e forte, innamorato di Biancaneve e Cenerentola, che però non ha potuto averle per colpa del principe, così li ha uccisi tutti e tre. Poi magari si è innamorato della Bella, ma vedendola con la Bestia ha preferito uccidere anche lei!”
“Non ha minimamente senso quello che dici!” rispose Alberto. “Secondo me l’assassino è una donna, una psicopatica, magari con degli aiutanti, gelosa delle ragazze e innamorata dei ragazzi, ma non vedendosi ricambiata ha ammazzato tutti!”
“Siete due deficienti!” esclamammo all’unisono io e Marcella.
“Alberto, ti sei reso conto che la tua teoria è uguale a quella di Francesco, solo a sessi invertiti?” feci notare.
“E poi smettetela di scherzare su queste cose! La gente muore! Il prossimo potrebbe essere uno di noi!” disse Marcella, mettendosi a piangere e affondando la testa tra le braccia di Alberto, in piedi davanti a lei.
“Tu che sei tanto intelligente, vedi di cogliere qualche inizio che a noi comuni mortali è sfuggito” sussurrai a Francesco, per provocarlo. Lui mi fissò con aria di sfida.
“Posso uscire a prendere un caffè?” domandai al professore.
Mi fece cenno di sì senza nemmeno guardarmi in faccia. Sembrava un uomo a cui avessero strappato l’anima a morsi.
“Vengo con te” disse Francesco, alzandosi.
Camminammo in silenzio fino alle macchinette, poi infilai le monete nel distributore e attesi il mio caffè, appoggiando la schiena al freddo metallo.
“Senti, devo dirti una cosa” borbottò Francesco avvicinandosi, senza guardarmi negli occhi. “Ormai siamo tutti a rischio di morire. Potrei essere il prossimo a finire sdraiato morto da qualche parte vestito da Peter Pan o da Cappellaio Matto o da Aladdin o che so io, perciò non ha senso che non te lo dica”.
“Dirmi cosa?” domandai.
Non ebbi nemmeno il tempo di rendermene conto. Francesco mi strinse a sé e mi baciò.

La vera storia delle principesse Disney: IL PRINCIPE RANOCCHIO

I film della Disney fanno sognare, e conservano tutti un meraviglioso lieto fine… Ma cosa sarebbe successo se la Disney avesse rispettato le fiabe originali? Le fiabe della tradizione popolare presentano più di una versione; di seguito leggete quella che conosciamo noi. Ecco la vera storia de Il principe ranocchio. Continua a leggere La vera storia delle principesse Disney: IL PRINCIPE RANOCCHIO

Miss Italia nel Ventunesimo secolo? Ma per favore!

KIRIA pensante scrive: ieri sera mi sono imbattuta in DUE persone ben più che adulte, a me molto vicine, intente a guardare la finale di Miss Italia all’una di notte. Esistono tanti buoni libri, tanti ottimi film, ma loro non li hanno considerati: loro volevano guardare Miss Italia.
Giuria, giuria delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Ci tengo a precisare che provo disprezzo per tutti i concorsi di bellezza, ma i tempi e i fatti mi portano a prendere ad esempio il famigerato Miss Italia e farne il mio capro espiatorio, in modo da potervi spiegare cosa vedo io in questo genere di programmi.
Da femminista convinta (femminista significa affermare che uomini e donne valgono esattamente allo stesso modo, non che le donne debbano odiare gli uomini o considerarsi superiori ad essi), trovo piuttosto degradante per il mio genere che molte ragazze vogliano mettersi in mostra mezze nude come dei cagnolini pettinati per l’esposizione. Anche se ha molto meno seguito, se non erro esiste anche un concorso di bellezza analogo riservato ai maschietti, pertanto per stavolta ometterò la parte in cui si parla di sessismo e mi limiterò a parlare di oggettificazione.
Cos’è Miss Italia? Tante ragazze unite insieme dalla speranza di ottenere l’ambito titolo di donna più bella d’Italia. Se questo fosse il grande sogno di mia figlia, penserei di aver fatto un lavoro piuttosto misero come madre.

La cosa che più trovo ridicola è premiare una persona in quanto “bella”: è forse un merito, essere belli? E’ forse qualcosa per cui hai lavorato duro? Qualcuna forse ha dovuto trascorrere ore e ore in palestra per scolpirsi il fisico a forza di affondi e addominali, ma di certo nessuno può arrogarsi il merito di avere un bel viso o un bel sorriso. Inoltre, con la sola bellezza, nessuno porta niente di buono al mondo. Ecco quindi spiegato perché i concorsi di bellezza sono stupidi: non portano niente, non insegnano niente, non dimostrano niente. A nessuno, nemmeno a chi partecipa. Forse portano un po’ di fama e di gloria (effimera) a chi li vince. Forse.
Per non parlare della grande “novità”, se così si può chiamare, degli ultimi tempi: adesso le partecipanti possono anche far parte della categoria “curvy”, termine molto in voga in ambito modaiolo per definire le “diversamente magre”. Ovviamente, puntare l’attenzione sulle differenze di peso tra le partecipanti aiuterà le ragazze rotonde che seguono da casa a sentirsi meno a disagio e meno inadeguate rispetto all’amica di cinquanta chili. A chi non piace essere etichettato, dopotutto? E soprattutto, a chi non piace essere etichettato in base a quanti chili segna la bilancia?

Se Miss Italia sparisse e al suo posto si organizzassero concorsi dedicati all’arte, alla musica, alla cucina, al cucito, al canto, alla scienza, alla medicina, allora sì che le giovani donne di tutta Italia avrebbero qualcosa in cui sperare, allora sì che avrebbero dei modelli da seguire.
Miss Italia non ti insegna a realizzare i propri sogni, non ti insegna a lavorare duro, ti insegna solo che devi essere bella e sorridere. Non importa se hai un titolo di studio, se sei brava a cucinare, se hai la passione per il ricamo, no: agli spettatori a casa tu devi solo mostrare che sei bella, che sei un perfetto ammasso di ossa, grasso e muscoli disposti a formare la creatura vivente più benfatta d’Italia. Sei laureata con lode in biologia? Hai scoperto un nuovo batterio che potrebbe essere la base per un potentissimo vaccino? Che ce ne frega, noi vogliamo solo vederti le gambe!

E se Belle fosse stata vegetariana?

Perché nel film “La Bella e la Bestia” Belle è così curiosa di esplorare l’ala ovest, che Bestia le ha proibito di visitare? Cosa ha veramente mangiato Belle a cena, a parte forse un minuscolo antipasto? Forse era solo affamata e sperava di trovare qualcosa di commestibile.

Sì, lo so. Sono fuori di testa. Scusatemi, ma adesso devo andare a brucare l’erba.