KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 11: Amore malato (FINALE)

“Fabio?!” dissi, incredula. “Ma cosa…?!”
“Chiamate un’ambulanza, imbecilli! Sono ferito e voi non fate niente?!”
“L’ho già chiamata io” disse la Fragola. “E ho chiamato anche la polizia! Ora spiegami che cosa volevi fare con quella mazza da baseball!”
“Volevo spaventarti e basta” ringhiò lui.
“Hai ucciso tu Diana?” domandai, senza troppi giri di parole.
Fabio cercò di opporre resistenza, ma la presa di Eraldo era saldissima.
“No… io volevo bene a Diana… è stato un incidente… non volevo spingerla, non volevo…”
“Allora sei stato tu!” dissi.
“NO!” gridò lui. “E’ stato un incidente! Lei aveva bevuto! Lei beveva spesso, a volte anche al mattino… quel giorno era mezza ubriaca… e… e…”
“E cosa?! Parla, screanzato!” disse la professoressa, tirandogli uno schiaffo.
“E buttò giù Domenica dalla sua sedia a rotelle per salirci sopra!”
“Che cosa?!” domandai.
“Domenica era salita in terrazzo per fumare una sigaretta… lei fuma ogni tanto… io stavo dicendo a Diana che la volevo lasciare, ma lei era sbronza e dette di matto. La vidi salire in piedi sulla sedia a rotelle… le dissi di scendere, ma alla fine.. alla fine… no, non è stato un’incidente. È… è…”
“Sono stata io” disse una voce stentata alle nostre spalle.
Domenica.
“Cosa?” sussurrai, fissandola negli occhi.
“L’ho spinta io. Eraldo, io ti amo” disse Domenica, guardandolo negli occhi. “Diana non ti amava. Ma tu volevi stare con lei, che invece ti avrebbe fatto solo soffrire. L’ho fatto per te.”
“E tu sapevi?” chiese Eraldo a Fabio.
“Ma certo che sapeva!” disse Domenica, con un sorriso. “Io sono solo un’inerme, gracile ragazza disabile, figlia di una poliziotta! Chi avrebbe mai creduto che l’assassino fossi io e non un ragazzo giovane e forte con tutte e due le gambe funzionanti? L’ho usato fino a oggi come se fosse la mia marionetta, come se fosse le gambe che non posso usare!”
“E allora le aggressioni, come…?” domandai.
“Oh, erano solo un diversivo. Direi che ci siete proprio cascati in pieno! Mi sono buttata giù dalle scale da sola, e ho costretto anche Fabio a farlo per renderci meno… sospettabili, ecco. Non avrei voluto arrivare a questo, ma Fabio mi ha fatta scoprire…”
“Io non potrò mai amare un’assassina” disse Eraldo, rabbioso, senza allentare la presa su Fabio.
“Oh, lo so bene. Ma se non potrai essere mio, non sarai mai di nessun’altra… perciò adesso devo dirti addio…”
Domenica sorrise. Stava per estrarre qualcosa dalla tasca, ma con uno scatto fulmineo la Fragola si avventò su di lei per bloccarle il braccio.
“HA UNA PISTOLA!” gridò, ma un colpo partì lo stesso.
La Fragola si accasciò a terra. Solo allora Eraldo mollò Fabio e si gettò su Domenica, sollevandola dalla sedia a rotelle per tenerle ferme le braccia.
Sentii le sirene dell’ambulanza farsi sempre più vicine. Dopo pochi istanti, si unirono anche quelle della polizia.
I paramedici soccorsero sia Fragola che Fabio. Domenica non abbassò lo sguardo quando incrociò gli occhi delusi di sua madre.
“Perché mi hai fatto questo?” la sentii dire.
Domenica non rispose. Si limitò a lasciar cadere a terra la pistola. Eraldo la mise a sedere sul sedile posteriore della volante.
“Non riesco ancora a crederci…” disse Eraldo, guardando Domenica andarsene con gli agenti. “Che ne sarà di Claudia?”
“Se la caverà in qualche modo, stai tranquillo” dissi io.
“Lo spero. I paramedici non erano molto fiduciosi… ha perso molto sangue” disse, fissando il cemento rosso di fronte ai suoi piedi.
La Fragola era già stata portata in ospedale, mentre Fabio venne medicato sul posto in attesa di un’altra ambulanza. Quando finalmente l’ambulanza arrivò, lo fecero sdraiare su una barella, ma lui fece cenno di aspettare.
“Ehi Eraldo” disse Fabio, con un sorriso strano. “Avvicinati un po’…”
“Che vuoi?”
“Lo so che sei arrabbiato con me perché ho picchiato tua madre…”
“Non ricordarmelo o ti spacco la faccia un’altra volta” ringhiò lui.
“Non l’avrei mai fatto” disse lui scuotendo la testa, mentre un paramedico gli bendava la ferita.
Eraldo non rispose, si limitò a digrignare i denti e a distogliere lo sguardo.
“Mi dispiace che le cose siano andate così. Per quello che vale… volevo dirti che il motivo per cui stavo lasciando Diana non erano i suoi tradimenti… mi ero reso conto che le cose erano cambiate… mi ero reso conto che mi piacevi tu!”
Eraldo si voltò verso Fabio, i begli occhi pervasi di stupore.
“Che cosa?!”domando, strabuzzando gli occhi.
“Eravamo tutti innamorati di te. Io, Diana, Domenica, la Fragola… Non fa niente se non mi ricambi, volevo solo che lo sapessi! Sono stanco di mentire a destra e sinistra!”
Fabio e Eraldo abbozzarono un sorriso.
“In bocca al lupo con la guarigione” disse Eraldo, porgendogli la mano.
“Grazie…” disse lui, stringendola.
Fabio gettò un’ultima occhiata verso di me e sorrise.
“Ora possiamo andare” disse al paramedico.
Guardammo l’ambulanza partire. Il sole iniziò a tramontare. Pensai alla professoressa Fragola, così pallida tra le braccia dei paramedici… Nel giro di pochi minuti sarebbero arrivati i detective a raccogliere le prove e qualcuno ci avrebbe scortato alla centrale di polizia per interrogarci. Avremmo dovuto affrontare processi, interrogatori, tribunali…
Eraldo e io restammo in silenzio per qualche istante, fissando il vuoto.
“Non è che anche tu eri innamorata di me?” domandò Eraldo, cogliendomi di sorpresa.
“Certo” risposi io, sorridendo malinconicamente. “Come tutti….”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 6: Una strana presenza

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Domenica non venne a scuola per una decina di giorni. Qualche volta ero andata a trovarla a casa, ma si era sempre dimostrata poco desiderosa di conversare. Quando finalmente si decise a tornare il suo sorriso pareva essersi volatilizzato.
Fabio tornò a scuola qualche giorno dopo Domenica. Non parlava con nessuno, era taciturno, e di certo si rendeva conto del misto di sospetto e compassione con cui tutti lo guardavano.
Le lezioni tornarono a essere normali in fretta, anche se qualche insegnante ancora indugiava troppo nel tacere il nome di Diana durante l’appello. La Fragola era una di quelle. Avevo sempre creduto che fosse un essere privo di sentimenti, eppure scorgevo del sincero dispiacere nel suo sguardo, completamente diverso dalle occhiate concupiscenti che lanciava a Eraldo. Ripensai alle parole di Diana e mi resi conto di quanto avesse colto in pieno i desideri della professoressa.
Il mio banco era stato spostato accanto a quello di Domenica. Lentamente ero riuscita a farla chiacchierare di nuovo con me come faceva prima. Quando mi fece notare che i voti di Eraldo si erano vertiginosamente alzati, nonostante le sue interrogazioni non brillassero né per dialettica né per conoscenza, per un pelo mi lasciai scappare di aver assistito a una scenetta erotica all’interno della scuola, ma lasciai perdere. Se la notizia fosse trapelata, di certo la Fragola avrebbe rischiato il posto e non la odiavo abbastanza da volerle causare un licenziamento.
Eraldo aveva iniziato a essere un po’ più gentile con Domenica, e non mancava di sorriderle ogni volta che poteva. Io avevo il forte sospetto che non lo facesse perché gli andava ma perché gli era stato richiesto.
Un giorno, mentre giravo da sola per i corridoi della scuola in cerca della macchinetta del caffè, mi imbattei di nuovo in Enrico. Da diverso tempo aveva deciso di starmi alla larga, ma quel giorno pensò che fosse il caso di rispolverare le vecchie abitudini e iniziò a inseguirmi di soppiatto. Me ne accorsi e per poco non mi misi a correre verso la mia classe, ma ero stanca di fuggire da lui, perciò lo avvicinai fingendomi benevola e gli tirai un calcio in mezzo alle gambe come mi aveva consigliato Eraldo. Nel giro di un secondo finì steso a terra, con le mani strette intorno gioielli doloranti.
“Perché mi hai colpito?!” gridò lui, agonizzante.
“Perché la devi smettere di inseguirmi!” dissi io, allontanandomi.
“Io volevo solo avvertirti! Ahiaa…. La tua amica non ha avuto un incidente, qualcuno l’ha spinta!”
“E tu che ne sai?” domandai, voltandomi.
“L’ho sentito… aaaaaah… che maleee… stavo salendo le scale per andare in terrazzo, ma quando sono arrivato non c’era nessuno! L’ho detto alla polizia ma non mi hanno dato retta, perché non l’ho visto in faccia….”
“Era uomo o donna?” domandai.
“Non lo so, ho solo sentito la voce di Diana che si lamentava per qualcosa, ma non feci caso a cosa… mi pareva parlasse con qualcuno che conosceva… aaaaah!”
Decisi di non dare troppo peso a quelle parole, sicura che Enrico volesse solo un po’ di attenzione, e me ne tornai in classe.
Nei giorni successivi, Eraldo mi sembrò più agitato del solito. Io cercavo di incalzarlo e farlo parlare, ma era chiuso come un muro. Poi un giorno, nel bel mezzo dell’intervallo, mi prese per mano e mi portò in un’aula vuota per parlare.
“Lo so che mi hai visto!” esclamò, poco dopo aver chiuso la porta. “Sei rimasta più di quanto pensi a fissarmi mentre ero con Claudia!”
“Claudia?” domandai io, sorniona e soddisfatta del suo crollo. “Chiami la professoressa Fragola per nome adesso?”
“Fai poco la spiritosa. È una faccenda seria! Sta’ zitta, per l’amor del cielo, se ci scoprono scoppierà un bel casino!”
“Se avessi voluto fare la spia l’avrei già fatto, non credi? È più facile che ti facciano scoprire i tuoi voti esagerati piuttosto che la sottoscritta!”
“Gliel’ho detto che erano troppo alti” disse Eraldo scuotendo la testa. “Sai qual è la cosa strana? Penso che Claudia mi piaccia sul serio. Non è per niente arcigna e severa come la vedete tutti in classe. A volte sono anche andato a casa sua… è una persona completamente diversa da quello che credevo… è dolce, romantica, e molto, molto passionale… e… Oh shit, shit, shit!
Eraldo si interruppe, aprì la porta di scatto e corse in corridoio, fermandosi pochi istanti dopo per guardarsi intorno.
“Che succede?!” domandai quando lo raggiunsi.
“Sono sicuro che qualcuno ci stesse ascoltando, la porta era socchiusa! E io sono certo di averla chiusa bene! Sono stato un imbecille a parlarti qui, dovevo parlarti a casa tua! L’ho visto fuggire in mezzo alla gente, chissà chi diamine era! Chissà che intenzioni aveva!”
Suonò la campanella. Eraldo e io tornammo in classe, frustrati e preoccupati.
Quel giorno Domenica mi chiese di restare con lei a ripassare per l’imminente compito di storia. Verso le due e mezza, finalmente si persuase a considerare finito il ripasso. Stavo morendo di fame e non vedevo l’ora di scaldare in forno un po’ delle lasagne cucinate da mia nonna. Passai dal bagno per non dover aspettare fino a casa, ma non ci arrivai mai. Sentii qualcosa abbattersi violentemente sulla mia testa e da quel momento non vidi più nulla.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 4: Uno strano equivoco

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando arrivammo a casa mia ero troppo frastornata per mettermi ai fornelli, così finii per ordinare qualcosa in una rosticceria e mi sedetti sul divano, cercando di metabolizzare l’accaduto.
“Se non ci fossi stato tu, non so cosa mi sarebbe successo…”
“Niente” disse lui, alzando le spalle. “Non ti avrebbe fatto niente. Li conosco i tipi così, sono solo bambini… spoiled? Viziati? Si dice, sì? Viziati e paurosi. Mi fanno schifo. Fanno i forti con i deboli e i deboli con i forti Se ti ricapita colpiscilo in mezzo alle gambe.”
Dopo un pasto caldo mi sentii molto meglio e ritrovai le energie per studiare. Aprii il libro di testo e cercai di spiegare a Eraldo le parti principali, ma lui era continuamente distratto dalle notifiche che infestavano lo schermo del suo smartphone.
“Oh, ma insomma!” sbottai, dopo l’ennesimo bip. “Lo vuoi recuperare quel tre oppure no?! Spegni quel coso!”
“Scusa, scusa! È Diana, mi ha detto di passare da lei quando abbiamo finito!”
Eraldo arrossì visibilmente mentre sorrideva imbarazzato.
“Odio dovertelo dire” dissi, sospirando. “Ma nel caso non lo sapessi, Diana è fidanzata con Fabio. Hai presente il ragazzo seduto dietro di lei, con i capelli chiari…?”
“Certo, ma ha detto che per me è disposta a lasciarlo!” rispose lui, con gli occhi illuminati da una sciocca credulità.
“Ma per piacere” dissi, alzando gli occhi al cielo. “Non crederai alle cretinate che ti dice? Sarai almeno il quinto o sesto ragazzo a cui dice queste cose!”
“Ma con me sarà diverso! Capisco che tu possa essere gelosa di Diana, ma non devi esserlo! Lei è bellissima, ma anche tu hai molte qualità. Un giorno troverai un bravo ragazzo e sarai contenta con lui!”
Fissai Eraldo per qualche istante, con la bocca contratta in una smorfia di disgusto, ma finii per ignorare quello che mi aveva detto e ripresi a spiegare Manzoni.
“Sei bello come il sole” pensai, tra me “ma si vede che la fusione nucleare ti ha bruciato qualche neurone”.

L’indomani, poco prima che entrassi in classe, la professoressa Fragola, in piedi accanto alla porta, mi posò una mano sulla spalla e mi guardò con i suoi occhiacci grigi come se volesse infilzarmi.
“Patrizia, sei una così brava studentessa!” disse, con voce dura. “Non è proprio il caso di rinunciare ai tuoi bei voti e alla tua istruzione per un ragazzo!”
“Eh?!” domandai, visibilmente sorpresa.
“Ti sei messa con il ragazzo nuovo. Tutta la classe ne parla! Sei così giovane, perché vuoi rovinare il tuo avvenire?”
All’improvviso capii l’equivoco e mi affannai a spiegare alla professoressa dell’aggressione e di come Eraldo mi avesse difesa.
“Dunque l’ha detto solo per liberarsi di quell’orrendo ragazzo” disse lei, mentre il suo sguardo si faceva più dolce.
“Sì, professoressa, glielo assicuro. Non c’è niente tra me e Eraldo che non sia un normale rapporto tra compagni di classe.”
“Brava” disse lei, con un sorriso, mentre toglieva la mano dalla mia spalla. “Ho sempre saputo che sei una giovane intelligente e giudiziosa. Perdona l’intrusione nella tua vita privata, ma l’avvenire dei miei studenti mi sta più a cuore di quanto si possa pensare. Va pure in classe adesso!”
Mi sedetti accanto a Diana, che appena mi vide arrivare arricciò il naso.
“Perché hai messo in giro la voce di essere fidanzata con Eraldo? È ovvio che non è vero!” disse lei.
“Certo che no! Chi è che racconta queste bugie?” domandai.
“Il tuo spasimante ferito. Ha detto che per poco il tuo ragazzo non lo ammazzava di botte!”
“Che codardo” borbottai. “Non gli ha fatto niente purtroppo! Avrei goduto a vedere Eraldo picchiarlo per bene!”
“Avete studiato insieme, mi ha detto” disse Diana, ravvivandosi un boccolo con le dita.
“Sì, quello è vero. Ma non riusciva a concentrarsi per colpa tua e dei tuoi messaggi!”
Diana ridacchiò e non disse altro.

Contro ogni previsione, la Fragola decise di interrogare di nuovo Eraldo. L’interrogazione iniziò bene: rispose correttamente a quasi tutte le domande. La professoressa lo guardava con aria greve. Pareva quasi le dispiacesse non potergli affibbiare un altro tre. Le domande iniziarono a farsi talmente difficili che alla fine Eraldo non seppe davvero più cosa dire.
“Conoscenze superficiali” decretò la professoressa, mal celando un sorrisetto soddisfatto. “Nessun approfondimento, nessun lavoro di studio autonomo, nessun dettaglio degno di nota. Dovrei darti cinque, ma ti darò cinque e mezzo. Hai ancora la media insufficiente, ricordalo. A posto.”
Eraldo, silenzioso ma furente, tornò al suo posto mentre tutti lo fissavano preoccupati.
Alla fine dell’ora, Eraldo venne a cercarmi per sfogarsi.
“Ma che le ho fatto?! Perché ce l’ha con me?!”
“Non ne ho idea! Non è mai stata di manica larga, ma…”
“Che vuol dire di manica larga?” domandò Eraldo.
“Vuol dire che non le è mai piaciuto dare voti alti, ma ti ha chiaramente fatto delle domande impossibili per metterti in difficoltà! Pensa che oggi, pensando che fossi il mio ragazzo, mi ha intimato di lasciarti perdere!”
“Non so che le ho fatto” disse lui, scuotendo la testa. “Eppure non mi sembra di essermi comportato in modo irrispettoso… o sì?”
“No, è lei che è pazza…”
“Come se non bastasse, tutti sono convinti che tu sia la mia ragazza!” disse lui ridendo. “Menomale che almeno Diana sa che non è vero!”
“Eraldo, devi lasciarla stare, sul serio! Ti spezzerà il cuore come fa sempre!”
Eraldo mi sorrise senza ascoltarmi e se andò a prendere un caffè, ma tornò quasi subito sui suo passi per dirmi qualcosa nell’orecchio.
“Credo che Domenica abbia sentito tutto. L’ho appena vista uscire dalla classe con la sua sedia a rotelle. Non andrà a spifferare tutto alla Fragola, vero?”
Andai a cercarla e le chiesi cosa avesse sentito.
“Quello che avete detto” rispose lei. “Allora Eraldo e Diana?”
“Lei vuole sedurlo” risposi io. “Ma non dire che te l’ho detto. Non sono affari miei e nemmeno tuoi, chiaro?”
“Certo” disse lei. “Non sono affari miei…”
Le nostre chiacchiere furono interrotte da alcune grida concitate. Cercammo di capire da dove provenissero e non ci volle molto a scoprirlo: Eraldo e Fabio si stavano picchiando davanti alla macchinetta del caffè. Gli altri ragazzi, invece di separarli, si erano messi a incitarli oppure a riprenderli con il telefono.
“Ma dov’è Diana quando serve?!” pensai. Nel giro di qualche minuto la professoressa di inglese e il professore di storia li separarono e li condussero nell’ufficio della preside.
L’indomani, nessuno dei due era presente a lezione.
“Li hanno sospesi” sussurrò Diana, con un ghigno. “Devo essere proprio una persona speciale se due uomini si picchiano così per me… povero Fabio, ha un incisivo scheggiato e una costola incrinata! Eraldo l’ha conciato proprio male… anche lui però le ha prese! Ha un polso slogato e un paio di dita rotte…”
“Non dovresti gioirne” le dissi, inorridendo. “Questa situazione ti metterà nei guai un giorno o l’altro!”
“Ah, cosa vuoi saperne tu! L’unico uomo che tu abbia mai baciato è tuo padre!”
Avvampando di rabbia, presi le mie cose e mi andai a sedere accanto a Domenica, nel posto vuoto lasciato da Eraldo.
“Quando torneranno?” domandò Domenica.
“Non lo so… pare che siano stati sospesi…”
Domenica annuì, pensierosa.
“Io voglio bene a Eraldo” disse lei. “Anche se non mi tratta tanto bene, anche se preferisce Diana. Magari un giorno si accorgerà di me, anche se sono brutta.”
“Non sei brutta” risposi io, meccanicamente.
“Lo sono, ma non mi importa niente. Magari un giorno vedrà che gli voglio più bene io di quanto gliene vorrà Diana. Lei è solo bella fuori, ma dentro non prova niente per nessuno. E’ solo vanità.”
“Vanità” ripetei io, fingendo di interessarmi alla conversazione.

Dopo la fine delle lezioni, mi attardai in classe con Domenica per ripassare la lezione di matematica (materia in cui io, a differenza sua, non eccellevo).
La professoressa Fragola entrò nell’aula con l’aria di chi avesse appena visto un fantasma. I suoi capelli, di solito appuntati sulla nuca, erano sciolti sulle spalle, e la camicia era mezza sbottonata, lasciando intravedere la biancheria intima.
“Che ci fate voi due qui dentro?” domandò, atterrita.
“Stavamo ripassando per l’interrogazione di matematica” risposi io.
“E’ meglio che andiate a casa. Comincia a farsi tardi.”
“Ma sono sole due…” obiettò Domenica.
“I tuoi genitori saranno in pensiero!” disse Fragola, con il tono di chi non ammette repliche.
Domenica e io ci alzammo di malavoglia, prendemmo gli zaini e ci dirigemmo verso l’uscita.
“Che cosa pensi le sia successo?” domandai.
“Non saprei” rispose Domenica. “E perché era così stravolta? E’ possibile che abbia un fidanzato qui a scuola?”
“Lei? Pensi che sia in grado di provare attrazione per qualcuno? Diana dice che sicuramente anche lei ha subito il fascino di Eraldo, ma mi sembrano sciocchezze.”
“Eraldo è bellissimo. Se fossi come voi magari avrei qualche speranza…”
“Domenica, piantala con questi discorsi. È un ragazzo superficiale e anche troppo ingenuo. Non è roba per te né per nessuno con un po’ di cervello.”
“Però è stato così gentile…” disse Domenica, smettendo per un attimo di spingere la sedia a rotelle. “Ieri mattina sono arrivata un po’ troppo presto e volevo andare in classe a ripassare, ma l’ascensore non funzionava perché era andata via la corrente, e io non sapevo come fare a salire in classe… Eraldo, era arrivato prima anche lui… quando mi ha vista lì da sola mi ha chiesto se per me andava bene che mi portasse in classe in braccio, e io ovviamente gli ho detto di sì! Mi ha sollevato come se fossi una sposa e mi ha portato fino al mio banco, poi è tornato a prendere la mia sedia a rotelle… Nessuno lo aveva mai fatto per me…”
“Si vede che la corrente non va via così spesso!” commentai. “E’ tutto molto romantico ma non pensarci troppo, ti farà solo stare male”.
“Ci penserò eccome!” disse lei di rimando. “Come potrei non farlo?”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 3: L’innamorato respinto

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Era trascorsa una settimana dall’arrivo di Eraldo. Domenica le aveva provate tutte per farci amicizia, ma non c’era stato niente da fare. Non so che problemi avesse Eraldo con lei, ma quasi non le rivolgeva la parola e quando parlavano fingeva di non capirla. Eppure lei non perdeva le speranze e ogni giorno lo salutava con un sorriso e con tutta la sua gentilezza. A volte mi faceva quasi pena vedere come lui la ignorasse. Domenica era una cara ragazza, piena di gioia di vivere. La vedevo intristirsi solo quando qualcuno le chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande. Sua madre era una poliziotta e segretamente anche Domenica avrebbe voluto seguire quella strada, se non fosse stato per le sue condizioni di salute.
Quel lunedì mattina iniziò con un’interrogazione a sorpresa d’italiano. Quando la Fragola si mise a scorrere con lo sguardo i nomi sul registro, sentii il cuore stringersi in una morsa. Non avevo studiato molto e certo si sarebbe notato.
Dopo alcuni interminabili secondi, la professoressa alzò lo sguardo, fissò Eraldo e gli fece cenno di venire accanto a lei.
Eraldo prese la sedia e la mise a lato della cattedra, si sedette e inspirò profondamente.
Fragola lo guardò negli occhi, impassibile, per alcuni istanti.
“Manzoni” disse lei alla fine. “Cosa sai di Alessandro Manzoni?”
“Professoressa…” iniziò lui. “Ne abbiamo parlato poco, solo durante l’ultima ora di sabato…”
“Lo so benissimo” rispose lei. “Sei tu che non sembri saperne granché. Eppure se sei stato attento ricorderai che cosa ho detto…”
“Lei ha detto che Manzoni ha scritto I promessi sposi.”
“Anche i bambini sanno che Manzoni ha scritto I promessi sposi. Coraggio, dimmi qualcosa in più!”
“Io non ho mai studiato Manzoni prima di venire in Italia” si difese lui. “E lei non ha spiegato altro!”
“Ah!” esclamò la professoressa indignata. “Non ho spiegato altro! Patrizia, vuoi dirmelo tu se non ho spiegato altro?”
Il sangue mi si gelò nelle vene. Strinsi forte la penna che tenevo tra le dita, indecisa sul da farsi.
“Ha spiegato…” balbettai. “Ha spiegato anche i primi versi de Il cinque maggio.”
“Te lo ricordi, Eraldo?” disse Fragola.
“No” ammise lui.
“Almeno sai dirmi per quale occasione è stata scritta?”
“No” rispose Eraldo. Una vena gli pulsava sulla fronte.
“Male, molto male” disse la professoressa, aprendo il registro. “Sicuro di non potermi dire altro di Manzoni? Mi costringi a metterti un tre.”
Eraldo tacque. Fragola stappò la penna, scrisse qualcosa sul suo registro e congedò Eraldo con un sorriso beffardo.
“Che stronza” sussurrò Diana.
La professoressa alzò gli occhi, cercando di capire chi avesse parlato, ma non disse niente. Aprì il libro di testo e a lesse ad alta voce Il cinque maggio. Poi iniziò a spiegare la poesia, verso per verso, lanciando qualche sporadica frecciata a Eraldo quando le andava di farlo.

Durante l’intervallo trovai il coraggio di andare da Eraldo per scusarmi di aver risposto al posto suo.
“Non ti preoccupare Patricia” disse lui. “Hai fatto bene. Si vede che tu sei stata più attenta di me! Ma la professoressa è sempre una così gran… bitch? Come si dice? Troia?”
Ridacchiai.
“Se vuoi possiamo studiare insieme” proposi. Avevo abbandonato il mio proposito di conquistarlo, ma volevo comunque trovare il modo di aiutarlo a recuperare quel brutto voto.
“Volentieri” disse lui. “L’ultima volta ho studiato con Diana… e non abbiamo aperto libro” disse, sorridendo.
“Con me i libri li aprirai, invece!” dissi io, fissandolo negli occhi. “Vieni a casa mia, se vuoi posso prepararti qualcosa da mangiare. I miei genitori torneranno tardi e comincio ad avere fame!”
“Sai cucinare?” chiese lui.
“Cucinare è un parolone” dissi io. “Però so come fare a non morire di fame!”
Quando la campanella decretò la fine della sesta ora, la scuola era già quasi deserta. Eraldo ed io avevamo già fatto qualche centinaio di metri verso casa mia, ma all’improvviso lui si ricordò di aver lasciato un raccoglitore sotto il banco e tornò indietro per recuperarlo. Lo guardai allontanarsi di corsa con i bei capelli al vento. Era molto veloce, sarebbe tornato in fretta.
Ne approfittai per iniziare a ripassare per conto mio. Era una bella giornata di inizio autunno. Un vento leggero smuoveva appena le foglie. Mi sedetti su una panchina e tirai fuori dallo zaino il libro di letteratura. Lessi un paio di paragrafi sulla biografia di Alessandro Manzoni, sottolineando con la matita i punti più importanti. Ero così concentrata da non essermi accorta che qualcuno mi aveva tenuto d’occhio per gli ultimi dieci minuti e si era appostato alle mie spalle. Sentii una mano posarsi sulla mia bocca e una bloccarmi le braccia contro il corpo.
“Non gridare” disse una voce maschile. “Sono io, il tuo Enrico! Non voglio farti del male!”
Enrico mi dette un bacio sulla fronte e uno sui capelli, ma non pareva intenzionato a lasciarmi andare. Mi divincolai, cercai di gridare, ma non c’era nessuno nei paraggi e la sua stretta era troppo solida per me.
“Sei mi dai un bacio sulla bocca ti lascio andare” sussurrò Enrico, leccandomi un orecchio. Inorridita, scossi la testa e iniziai a piangere.
“Solo un bacio, non ti sto chiedendo molto!” disse lui, toccandomi il seno.
Non so bene cosa accadde, ma d’improvviso sentii la sua presa allentarsi e mi ritrovai libera. Mi voltai di scatto e vidi Eraldo stringere con forza i polsi di Enrico dietro la sua schiena.
Son of a bitch, non si toccano le ragazze!”
Enrico era un ragazzo alto e robusto, ma Eraldo era riuscito a immobilizzarlo cogliendolo alla sprovvista.
“Chi sei?!” domandò Enrico.
“Sono il suo fidanzato” mentì Eraldo, mollando la presa. “Se ti avvicini ancora a Patricia ti faccio gli occhi neri, tu capisci, asshole? Non ti voglio rivedere!”
Enrico mi guardò con occhi spiritati e corse via come una lepre.
“Grazie” borbottai, con un fil di voce.
“Se lo meritava! Disgustoso individuo!” rispose Eraldo, riprendendo lo zaino che aveva posato a terra.