#MeToo

In questi giorni mi sono imbattuta nell’hasthag “MeToo”, “anche io”. Lo stanno postando sui social tutte quelle donne e ragazze che almeno una volta nella vita sono state molestate, abusate o stuprate dagli uomini. Finalmente il muro di silenzio si sta aprendo e le vittime non vogliono più stare zitte per paura di essere giudicate. Lo sapete come la penso: quando avete un problema dovete parlarne: con i genitori, con gli amici, con gli insegnanti, con il vostro medico, con la polizia se serve.

Questo messaggio non è per le donne o le ragazze, non è nemmeno per quei pochi o tanti gentiluomini che ancora esistono: è per i ragazzi giovani che mi seguono e che sono ancora innocenti. Fischiare dietro a una ragazza non è bello. Nemmeno seguirla sotto casa, nemmeno farle dei complimenti volgari. Se una donna è gentile con voi, non è detto che  le piacciate. Se una donna vi dice “no” quando voi le state facendo delle avance, non è né “sì” né “forse”, è “NO.”.

Noi donne viviamo nella paura: quando facevo l’università e prendevo il treno per tornare a casa, ero sempre felice di avere dei compagni di classe che viaggiassero con me. Quando ero da sola invece stavo con gli occhi bassi e rasentavo i muri per non farmi vedere. Mi sedevo tra un vagone e l’altro, nella speranza di non fare brutti incontri. Una volta un ragazzo che conoscevo poco mi offrì un passaggio. Rifiutai. Anche una mia amica fece lo stesso. Accettammo solo quando offrì il passaggio a entrambe lo stesso giorno. Alla fine si rivelò un passaggio innocente, ma una donna le pensa tutte prima di accettare una gentilezza.

Mi raccomando ragazzi, il futuro delle donne siete anche voi che state ascoltando il video in questo momento. Io sono stata fortunata: quando ho detto a un ragazzo di fermarsi perché non me la sentivo di fare una cosa, nessuno ha mai preteso niente da me con la forza, ma non a tutte le ragazze va così bene. Forse la cavalleria è morta, forse lo sono anche le fiabe. Non siamo più principesse in cerca del principe azzurro, però se non siete principi allora fatemi un favore: non fate nemmeno gli orchi.

 

Libri: “Io sono un gatto” – Natsume Sōseki

KIRIA Pensante scrive: Va bene, lo ammetto; certamente il titolo mi ha attirato. Adoro i gatti, e un libro scritto dal punti di vista di un gatto (un gatto filosofo, per giunta!) non potevo proprio farmelo scappare. Questo libro è stato scritto più di un secolo fa, ma è stato tradotto dal giapponese non prima del 2006.

Cultura giapponese
Il racconto è ambientato in Giappone, e lo si può capire da ogni singola pagina. Ammetto che per me, che non conosco molti termini appartenenti al meraviglioso mondo nipponico, alcuni punti erano da leggere con Wikipedia sotto mano. Ovviamente non si trattava di termini che potessero effettivamente compromettere la comprensione del testo, ma un gatto che mangia i mochi mentre il suo padrone, con indosso un haori, dietro il fusuma, dopo essersi tolto i geta ed essersi seduto su uno zabuton adagiato sul tatami di fronte alla goban, sorseggia del sake… Insomma, credo di aver reso l’idea.
In realtà i riferimenti dell’autore alla cultura del proprio paese non si fermano qui: il padrone del gatto narrante, il professor Kushami, è circondato di amici che aspirano ad essere filosofi o grandi letterati, pertanto non mancano rimandi al buddismo, allo zen e alla letteratura orientale classica e moderna.

Il gatto
Il gatto (che non ha un nome proprio), inizialmente molto più vicino al mondo dei suoi simili e incline a conversare con loro, finisce col decidere che le vicende umane sono più interessanti di quelle dei gatti del quartiere, e spia le conversazioni del suo padrone e dei suoi amici, senza però mai perdere la convinzione di fondo che il genere umano sia degno del suo disprezzo e intervallando i racconti di ciò che vede e sente con le sue personalissime deduzioni.
All’interno della casa in cui abita, è testimone silente di furti, invasioni di topi, inganni, e non disdegna l’idea di recarsi personalmente in luoghi che lui crede di suo interesse, che si tratti della casa di un vicino particolarmente ricco o dei bagni pubblici dove si reca il padrone.
E’ profondamente convinto che non si debba mai evitare di cogliere un’occasione che la vita ci offre, e arriva al punto cacciarsi nei guai più di una volta, per questo suo ideale.

Lo consiglio?
Il libro non è molto lungo e lo stile narrativo è molto tranquillo e piacevole; se si è amanti della cultura orientale e si è curiosi di sapere cosa mai vorrà dire questo gatto al genere umano può essere una lettura da considerare.
D’altro canto, buona parte del libro è occupata dalla descrizione (con commenti felini annessi) della vita quotidiana del professor Kushami, che il gatto stesso considera un individuo di poco interesse. Alcuni personaggi sono effettivamente carismatici e ironici e i loro discorsi possono essere un buono spunto di riflessione tra le differenze di pensiero tra la cultura occidentale e quella orientale. Non consiglio, ovviamente, la lettura a coloro in cerca di suspense e narrazione incalzante.