KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 11: Amore malato (FINALE)

“Fabio?!” dissi, incredula. “Ma cosa…?!”
“Chiamate un’ambulanza, imbecilli! Sono ferito e voi non fate niente?!”
“L’ho già chiamata io” disse la Fragola. “E ho chiamato anche la polizia! Ora spiegami che cosa volevi fare con quella mazza da baseball!”
“Volevo spaventarti e basta” ringhiò lui.
“Hai ucciso tu Diana?” domandai, senza troppi giri di parole.
Fabio cercò di opporre resistenza, ma la presa di Eraldo era saldissima.
“No… io volevo bene a Diana… è stato un incidente… non volevo spingerla, non volevo…”
“Allora sei stato tu!” dissi.
“NO!” gridò lui. “E’ stato un incidente! Lei aveva bevuto! Lei beveva spesso, a volte anche al mattino… quel giorno era mezza ubriaca… e… e…”
“E cosa?! Parla, screanzato!” disse la professoressa, tirandogli uno schiaffo.
“E buttò giù Domenica dalla sua sedia a rotelle per salirci sopra!”
“Che cosa?!” domandai.
“Domenica era salita in terrazzo per fumare una sigaretta… lei fuma ogni tanto… io stavo dicendo a Diana che la volevo lasciare, ma lei era sbronza e dette di matto. La vidi salire in piedi sulla sedia a rotelle… le dissi di scendere, ma alla fine.. alla fine… no, non è stato un’incidente. È… è…”
“Sono stata io” disse una voce stentata alle nostre spalle.
Domenica.
“Cosa?” sussurrai, fissandola negli occhi.
“L’ho spinta io. Eraldo, io ti amo” disse Domenica, guardandolo negli occhi. “Diana non ti amava. Ma tu volevi stare con lei, che invece ti avrebbe fatto solo soffrire. L’ho fatto per te.”
“E tu sapevi?” chiese Eraldo a Fabio.
“Ma certo che sapeva!” disse Domenica, con un sorriso. “Io sono solo un’inerme, gracile ragazza disabile, figlia di una poliziotta! Chi avrebbe mai creduto che l’assassino fossi io e non un ragazzo giovane e forte con tutte e due le gambe funzionanti? L’ho usato fino a oggi come se fosse la mia marionetta, come se fosse le gambe che non posso usare!”
“E allora le aggressioni, come…?” domandai.
“Oh, erano solo un diversivo. Direi che ci siete proprio cascati in pieno! Mi sono buttata giù dalle scale da sola, e ho costretto anche Fabio a farlo per renderci meno… sospettabili, ecco. Non avrei voluto arrivare a questo, ma Fabio mi ha fatta scoprire…”
“Io non potrò mai amare un’assassina” disse Eraldo, rabbioso, senza allentare la presa su Fabio.
“Oh, lo so bene. Ma se non potrai essere mio, non sarai mai di nessun’altra… perciò adesso devo dirti addio…”
Domenica sorrise. Stava per estrarre qualcosa dalla tasca, ma con uno scatto fulmineo la Fragola si avventò su di lei per bloccarle il braccio.
“HA UNA PISTOLA!” gridò, ma un colpo partì lo stesso.
La Fragola si accasciò a terra. Solo allora Eraldo mollò Fabio e si gettò su Domenica, sollevandola dalla sedia a rotelle per tenerle ferme le braccia.
Sentii le sirene dell’ambulanza farsi sempre più vicine. Dopo pochi istanti, si unirono anche quelle della polizia.
I paramedici soccorsero sia Fragola che Fabio. Domenica non abbassò lo sguardo quando incrociò gli occhi delusi di sua madre.
“Perché mi hai fatto questo?” la sentii dire.
Domenica non rispose. Si limitò a lasciar cadere a terra la pistola. Eraldo la mise a sedere sul sedile posteriore della volante.
“Non riesco ancora a crederci…” disse Eraldo, guardando Domenica andarsene con gli agenti. “Che ne sarà di Claudia?”
“Se la caverà in qualche modo, stai tranquillo” dissi io.
“Lo spero. I paramedici non erano molto fiduciosi… ha perso molto sangue” disse, fissando il cemento rosso di fronte ai suoi piedi.
La Fragola era già stata portata in ospedale, mentre Fabio venne medicato sul posto in attesa di un’altra ambulanza. Quando finalmente l’ambulanza arrivò, lo fecero sdraiare su una barella, ma lui fece cenno di aspettare.
“Ehi Eraldo” disse Fabio, con un sorriso strano. “Avvicinati un po’…”
“Che vuoi?”
“Lo so che sei arrabbiato con me perché ho picchiato tua madre…”
“Non ricordarmelo o ti spacco la faccia un’altra volta” ringhiò lui.
“Non l’avrei mai fatto” disse lui scuotendo la testa, mentre un paramedico gli bendava la ferita.
Eraldo non rispose, si limitò a digrignare i denti e a distogliere lo sguardo.
“Mi dispiace che le cose siano andate così. Per quello che vale… volevo dirti che il motivo per cui stavo lasciando Diana non erano i suoi tradimenti… mi ero reso conto che le cose erano cambiate… mi ero reso conto che mi piacevi tu!”
Eraldo si voltò verso Fabio, i begli occhi pervasi di stupore.
“Che cosa?!”domando, strabuzzando gli occhi.
“Eravamo tutti innamorati di te. Io, Diana, Domenica, la Fragola… Non fa niente se non mi ricambi, volevo solo che lo sapessi! Sono stanco di mentire a destra e sinistra!”
Fabio e Eraldo abbozzarono un sorriso.
“In bocca al lupo con la guarigione” disse Eraldo, porgendogli la mano.
“Grazie…” disse lui, stringendola.
Fabio gettò un’ultima occhiata verso di me e sorrise.
“Ora possiamo andare” disse al paramedico.
Guardammo l’ambulanza partire. Il sole iniziò a tramontare. Pensai alla professoressa Fragola, così pallida tra le braccia dei paramedici… Nel giro di pochi minuti sarebbero arrivati i detective a raccogliere le prove e qualcuno ci avrebbe scortato alla centrale di polizia per interrogarci. Avremmo dovuto affrontare processi, interrogatori, tribunali…
Eraldo e io restammo in silenzio per qualche istante, fissando il vuoto.
“Non è che anche tu eri innamorata di me?” domandò Eraldo, cogliendomi di sorpresa.
“Certo” risposi io, sorridendo malinconicamente. “Come tutti….”

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 8

Un mattino, Marcella arrivò in classe con la faccia buia. Per la prima volta dopo anni, si era presentata in classe con i capelli sciolti. Per un attimo rimasi a fissarla, incantata. Non avevo mai visto una chioma così lunga. Le ciocche le si avviluppavano intorno alle braccia come dei rampicanti e poi scendevano giù, selvagge, fino a metà della coscia. Il castano ramato delle radici si trasformava in biondo fragola verso le punte.
“Ciao Raperonzolo!” la salutò Alice, tutta allegra.
“Raperonzolo… è proprio per quello che ho deciso di tagliarli. Se l’assassino mi vedesse, di certo vorrebbe la mia testa!” sospirò Marcella, toccandosi i capelli.
“Nooo!” protestò Alice. “Che idea sciocca! E allora io dovrei cambiarmi nome? Ne abbiamo già parlato e abbiamo detto che non c’è modo di salvarsi quando l’assassino ti prende di mira. A meno che tu non sia Francesco” aggiunse, ammiccando nella mia direzione.
“Li sciolgo oggi per mostrarli a voi, per l’ultima volta. Quando uscirò da scuola andrò dal parrucchiere e li farò corti come i tuoi” disse, guardandomi.
Mi passai una mano sulla nuca. Avevo sempre odiato i capelli lunghi su di me perché non volevo perdere tempo a lavarli e asciugarli, ma mi piaceva vederli sulle altre ragazze e mi dispiacque sentire la decisione di Marcella.
Le ore trascorsero lentamente come al solito. Eravamo obbligati a fare lezione con le porte aperte per permettere agli agenti che pattugliavano la scuola di controllare ogni spostamento. Durante l’intervallo andai in bagno con Alice e Marcella per parlottare un po’ e per sentirmi sommergere di domande riguardo Francesco. Dopo aver eluso l’ennesima illazione, mi chiusi in bagno per poter fare pipì in pace. Per quei pochi minuti si decisero a tacere. Quando aprii la porta, vidi Alice seduta per terra vicino al lavandino e Marcella distesa a terra, con i lunghi capelli a farle da cornice ai lati del viso. Sentii lo stomaco contorcersi e per poco credetti di vomitare.
“Non è divertente!” gridai. “Aprite gli occhi!”
Non mi stavano prendendo in giro.
Il maglione rosa di Marcella si era tinto di rosso. Il sangue stava iniziando a macchiare anche il pavimento. I suoi occhi erano aperti verso il soffitto, le sue mani giunte al petto.
Alice fissava un punto indistinto davanti a sé. Aveva la testa reclinata su un lato. I riccioli biondi e l’espressione assente la facevano sembrare una bambola di porcellana. Sulle sue gambe era stato posato un coniglio bianco di peluche.
Sullo specchio, qualcuno aveva appeso un biglietto.

“Nessun principe risalirà mai la chioma di Raperonzolo.

Alice è caduta nella tana del Bianconiglio e rimarrà nel Paese delle Meraviglie.”

Disperata e terrificata, andai a cercare un agente di polizia. Non riuscii quasi a proferir parola, ma riuscii a indicare il bagno. Solo allora lo vidi: un piccolo coltello da cucina, affilato e sporco di sangue, era stretto tra le mani di Marcella. Distolsi gli occhi quasi subito, ma persi i sensi.

Mi risvegliai in infermeria. Francesco e la professoressa d’italiano mi stavano fissando.
“L’ho sognato?” sussurrai.
Entrambi mossero la testa in segno di diniego.
Sentii i miei occhi farsi umidi.
La polizia mi interrogò fino a farmi esaurire completamente ogni briciolo di forza interiore. Mi interrogarono su tutto quello che avevo visto quel giorno e i giorni precedenti. Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che ero chiusa in bagno, che erano mie amiche e che non avrei mai voluto vederle in quel modo. Alla fine una poliziotta mi lasciò andare a casa. “Hai un talento per trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato” disse, invitandomi a uscire dalla stanza degli interrogatori.
Restai a casa da scuola una settimana. I miei genitori non dissero niente. Mi lasciarono soffrire in pace, senza farmi troppe domande. Uscii soltanto per assistere ai funerali di Marcella e Alice. Dovevo prendere il sonnifero per riuscire a dormire, e così passavo le mie giornate in un perenne stato di stordimento grigio e insapore. Il sonno e la veglia si fondevano e non sapevo più cosa era vero e cosa fosse un sogno.
Una sera Francesco venne a trovarmi per vedere come stavo. Non ero di molte parole e lui rispettò il mio silenzio. Portò un film da poter vedere insieme. Diceva che mi avrebbe distratto. Era un poliziesco di cui non ricordo il titolo, piuttosto noioso. Dopo i primi venti minuti, infatti, complici i sonniferi, finii per addormentarmi. Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che Francesco mi stringeva fortissimo i polsi, come a volermi impedire di toccarlo, e mi fissava atterrito, con la bocca contorna in una smorfia di terrore e stupore.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 7

Mi assopii con la testa appoggiata al letto di Francesco. Venni svegliata dalla sua mano che mi accarezzava i capelli.

“Sei stata con me tutta la notte?” sussurrò. Mi resi conto di avere il collo dolorante e la schiena a pezzi, ma ero felice che fossimo entrambi vivi. Ogni mia speranza si dissolse quando mi accorsi di uno strano biglietto tra le mie braccia.

Le fiabe sono morte. Voi siete morti e presto morirò anche io.

Ero terrorizzata, ma cercai di non darlo a vedere per non allarmare Francesco. Mi infilai in biglietto in una manica della felpa e, con la scusa di andare in bagno, parlai con l’agente fuori dalla porta e gli consegnai il biglietto.

“Non è possibile che l’assassino sia entrato e che io non l’abbia visto!” esclamò il poliziotto. “Deve avertelo dato ieri sera quando l’hai visto”.

“Forse… forse è così!” sussurrai, poco convinta.

“Comunque faremo analizzare il biglietto dalla scientifica…”. L’uomo sospirò. “Sono diventato poliziotto perché da ragazzo leggevo un sacco di gialli e mi piaceva vedere come Sherlock Holmes, miss Marple e Poirot sapevano risolvere i casi più impossibili, ma io non sono intelligente come loro. Non lo nego, ragazza, non sappiamo cosa fare. Non dovrei nemmeno parlartene, ma visto che in qualche modo sei sempre tra i piedi quando capita qualcosa, non me la sento di nascondertelo: siamo in alto mare. Le indagini non procedono. Siamo davanti a un pazzo capace di disintegrare ogni singola traccia dietro di sé. Uccide le vittime quasi sempre allo stesso modo: le tramortisce, le soffoca e poi le trasforma in personaggi delle fiabe…”

Francesco rimase in ospedale per qualche giorno. Le ferite a forma di uncino erano poco profonde e rimarginarono in fretta, ma la coltellata alla schiena lo aveva privato di molto sangue. Ci volle una trasfusione per ristabilire la sua salute. Quando tornò a scuola, le persone iniziarono a guardarlo con ammirazione. La voce del doppio attentato alla sua vita si era sparsa in fretta e spesso, quando ero con lui, qualche curioso si avvicinava per fare domande. Non mi piaceva essere circondata da sconosciuti e quando non ne potevo più di tante attenzioni andavo a cercare Alice e Marcella e sparivo nell’anonimato insieme a loro.

Francesco non perdeva occasione per restare solo con me. Da quando aveva visto la morte in faccia aveva iniziato a vivere sempre più alla giornata. I suoi voti iniziarono ad abbassarsi un po’; non trascorreva più i suoi pomeriggi sui libri, preferiva spendere il suo tempo con gli amici, con la famiglia o facendo cose che gli piaceva davvero fare, come invitarmi a casa sua quando non c’era nessuno. La prima volta che andai a trovarlo non avevo idea che i suoi genitori e suo fratello fossero altrove e che non sarebbero tornati fino a sera. Me lo disse solo quando ormai ero sulla porta. Una parte di me avrebbe voluto andarsene, perché immaginavo con desiderio e paura cosa volesse Francesco da me, ma la voglia di vivere pienamente ogni minuto prezioso della mia o della sua vita mi spinse a restare. Gli donai il mio corpo e il mio cuore, pregando che non fosse la prima e l’ultima volta.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 3

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Quando giunse gennaio, il preside decise di chiudere la scuola finché non fosse stato catturato l’assassino. Gli istituti superiori vicini predisposero delle classi per permettere agli studenti della mia scuola di proseguire le lezioni, così la mia classe fu trasferita in un liceo artistico. Mi sentivo un po’ fuori luogo, come tutti i miei compagni, del resto. Non eravamo abituati a vedere gli studenti sfoggiare vestiti, acconciature e trucchi stravaganti, ma era bello per una volta essere stupiti da una macchia di rossetto piuttosto che da una macchia di sangue. L’edificio era pieno di quadri, statue e progetti colorati che rallegravano l’atmosfera e distraevano da pensieri ben più bui. La povera Alice non si sentiva ancora tranquilla a causa del suo nome, ma l’aver cambiato scuola aveva giovato a tutti. Almeno fino a San Valentino.

Alice, seguendo il mio consiglio, aveva iniziato a frequentare la palestra insieme a me per esorcizzare le sue paure. La conoscevo da anni, ma non eravamo mai state troppo intime. Di solito ero un tipo abbastanza solitario, ma conoscendola meglio mi resi conto che la sua presenza era tollerabile e stringemmo un legame che potrei definire amichevole. Per mia disgrazia, si prese una cotta per un ragazzo della classe accanto di nome Adamo. Alice non parlava d’altro tutto il giorno. Passava il tempo a decantare la bellezza di costui, bellezza che onestamente io non vedevo. Era un ragazzo molto appariscente: altissimo, muscoloso, con una lunga chioma bionda e una barba da vichingo, lineamenti molto virili e per nulla aggraziati. Qualche volta lo abbordava con la scusa di complimentarsi per i suoi disegni, ma era palese che gli stesse facendo il filo. Dopo un paio di settimane, Adamo chiese ad Alice di uscire insieme. Lei ci tenne a raccontarmi ogni istante di quel che avvenne, compresi dettagli piccanti di cui avrei fatto volentieri a meno. Spesso li vedevo camminare insieme nei corridoi tenendosi la mano, oppure baciarsi sulle scale durante l’intervallo. E’ brutto da dire, ma era un sollievo non avere più Alice tra i piedi troppo spesso. Da quando eravamo compagne di banco facevo una gran fatica a prendere appunti per colpa delle sue chiacchiere, finalmente invece era troppo impegnata a scrivere al suo ragazzo per disturbare me.

Da quando avevo cambiato scuola, la mia vita era tornata quella di prima. Ogni tanto, per abitudine, passavo davanti al mio vecchio liceo. Mi metteva tristezza vederlo chiuso, ma non mi soffermavo mai troppo nelle vicinanze. Avevo ancora gli incubi dal giorno in cui avevo visto quella povera ragazza conciata come Biancaneve.

Un sabato sera, Alice mi chiese di uscire con lei per approfittare dei saldi. Io odiavo fare shopping, soprattutto a pochi giorni da San Valentino; le strade e le vetrine erano infestate di cuori di ogni forma e dimensione, ma visto che dovevo sbrigare una commissione per mia madre decisi di accontentarla. Ci fermammo a fare merenda in un bar. Proprio mentre stavo addentando il primo morso di pizza,  guardai fuori dalla vetrina e notai una figura alta e bionda fuori dal locale. Adamo. Non era solo: era con una ragazza castana bellissima, così minuta rispetto a lui da sembrare quasi una bambina. Alice, seduta di fronte a me, si rese conto di un cambiamento nella mia espressione e si voltò. In quel momento, le labbra di Adamo e della bella sconosciuta si unirono in un bacio appassionato.

Alice divenne bianca e poi paonazza. Non disse una parola. Fissava la scena alle sue spalle con occhi sbarrati. Adamo e la ragazza se ne andarono, cingendosi la vita l’un l’altro.
“Posso fare qualcosa per te?” sussurrai, mortificata.
“Non occorre, grazie” sussurrò Alice, senza guardarmi in faccia. “Vorrei solo essere accompagnata a casa, per favore.”

Alice non mi chiamò né mi inviò messaggi durante tutta la domenica. Verso sera ricevetti una telefonata da Marcella, un’altra ragazza in classe con noi.
“Si può sapere cosa è successo ad Alice?” mi domandò. “Non risponde ai messaggi da ieri, comincio a stare in pensiero! E se il killer delle fiabe avesse preso anche lei?”
Le spiegai cosa fosse accaduto il giorno prima, pregandola di mantenere il segreto. Finsi di non essere preoccupata, ma lo ero. Avevo il terrore che Alice potesse essere finita sulla lista dell’assassino e che il suo turbamento non fosse l’unico motivo per cui era sparita nel nulla.
Lunedì mattina, Alice non si presentò a scuola. La chiamai, andai persino a cercarla a casa nel pomeriggio. Nessuna risposta. Sentii il cuore stringersi in una morsa.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 2

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La scuola venne chiusa per una settimana. Gli studenti erano terrorizzati e molti insegnanti decisero di licenziarsi. Il preside stesso era sul punto di dare le dimissioni, ma alla fine decise di restare e di tentare di capire cosa stesse accadendo. Venne istituito un servizio speciale di autobus che prelevasse i ragazzi a domicilio per portarli a scuola, in modo che nessuno potesse trovarsi da solo. Molti studenti però decisero di cambiare scuola. Quelli che rimasero iniziarono a pensare che i due omicidi fossero da ricondurre a colui che era stato fidanzato con entrambe le vittime. Era uno dei ragazzi più belli e popolari della scuola, eppure presto nessuno volle più avere a che fare con lui. La polizia lo aveva interrogato a lungo, e lui aveva giurato di aver visto “Cenerentola” cadere dalle scale da sola. Nessuno era in grado di spiegare che fine avesse fatto la sua scarpa, ma non erano stati trovate prove evidenti che lo potessero ricondurre alla morte delle sue fidanzate. Molti, però, non erano dello stesso avviso.

Una mattina, sentii due mie compagne parlare tra di loro. Erano sedute proprio dietro di me, non avrei potuto fare a meno di sentirle nemmeno se avessi voluto.
“Tu credi che sia stato lui davvero a ucciderla? L’ha davvero buttata giù dalle scale?”
“No, non penso. Penso che sia stato solo un incidente.”
“Eppure non è strano che ci siano già due morti che sembrano uscite da una fiaba?”
“Sulla prima non c’è dubbio, ma la seconda… è stato solo un… un…”
“Non è stato un incidente, lo sappiamo tutti.”
Mi voltai verso di loro.
“Sapete qualcosa che io non so?” domandai.
“Senti, io…” disse una delle due ragazze. “Io mi chiamo Alice, ok? E se veramente questo pazzo sta uccidendo le persone come se fossero personaggi delle fiabe, è solo questione di tempo prima che io mi ritrovi infilzata da una lancetta di un orologio, o soffocata da un pezzo di torta o….”
La guardai inorridita.
“Non… non credo che sia questo il criterio con cui uccide” risposi. “Nessuna delle vittime aveva niente a che fare con le fiabe da cui il killer ha preso spunto”.
“E con che criterio uccide, allora?” rispose Alice. “Io mi sto ammalando in questa scuola. Me ne voglio andare, prima che sia troppo tardi!”
“E se uccidesse anche persone che non sono di questa scuola?” domandò l’altra ragazza.
“Allora saremo tutti in pericolo, ovunque andremo…” risposi io, sentendomi gelare il sangue.

I miei genitori iniziarono a farmi pressione affinché cambiassi scuola. Decisi di restare. Non mi sarei fatta cogliere impreparata da un assassino così ridicolo. Evidentemente non era nemmeno in grado di combattere, visto che aveva ucciso le sue vittime senza quasi toccarle, perciò decisi di iscrivermi in palestra e di iniziare un corso di autodifesa. Ogni pugno che mettevo a segno rafforzava la convinzione che non avrei mai dovuto temere niente, e che quelle ragazze si fossero solo fatte cogliere alla sprovvista.

Mancava solo un giorno all’inizio delle vacanze di Natale. I nostri professori, o meglio, quei pochi rimasti, avevano fatto i salti mortali per finire le interrogazioni e i compiti in classe. La scuola era piena di decorazioni natalizie. Al centro dell’ingresso era stato posto un bellissimo abete per risollevare il morale di tutti.
Durante l’ultima ora di lezione, fui colta da un terribile mal di testa. Alice mi accompagnò in infermeria, ma fu costretta a tornarsene in classe per farsi interrogare. Rimasi da sola per almeno mezz’ora, massaggiandomi le tempie nella speranza che il dolore passasse, ma non lo fece. Mi diressi nuovamente in classe per salutare i miei compagni. La campanella suonò dopo pochi minuti. Tutti fummo rapidissimi a scambiarci gli auguri e a dirigersi verso l’ingresso con gli altri studenti, ma fummo bloccati da un ondata di orrore che si riversò su di noi come acqua gelida.
Ai piedi dell’albero di Natale giaceva il corpo senza vita del fidanzato di “Cenerentola” e di “Biancaneve”. Aveva gli occhi aperti, congelati verso il soffitto. Tra le mani stringeva un fiore bianco, macchiato di rosso dal sangue che gli usciva dalla ferita sul petto. Qualcuno gli aveva dipinto il volto di azzurro.
Un cartello era stato appeso ai rami più bassi dell’albero.

Il principe che non salva le principesse è destinato alla loro stessa fine

Gridai talmente forte che svenni. Quando mi svegliai, ero nel letto di casa mia.

La vera storia del coniglio assassino di Caerbannog

Avete presente il coniglietto bianco con la bocca insanguinata, pronto ad assaltare il giocatore ignaro, che infesta Minecraft dall’aggiornamento 1.8? Questa piccola creatura pestifera vuole rendere omaggio al bianco coniglio assassino di Caerbannog, un personaggio frutto della fantasia dei Monty Python.

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