KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 6: Una strana presenza

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Domenica non venne a scuola per una decina di giorni. Qualche volta ero andata a trovarla a casa, ma si era sempre dimostrata poco desiderosa di conversare. Quando finalmente si decise a tornare il suo sorriso pareva essersi volatilizzato.
Fabio tornò a scuola qualche giorno dopo Domenica. Non parlava con nessuno, era taciturno, e di certo si rendeva conto del misto di sospetto e compassione con cui tutti lo guardavano.
Le lezioni tornarono a essere normali in fretta, anche se qualche insegnante ancora indugiava troppo nel tacere il nome di Diana durante l’appello. La Fragola era una di quelle. Avevo sempre creduto che fosse un essere privo di sentimenti, eppure scorgevo del sincero dispiacere nel suo sguardo, completamente diverso dalle occhiate concupiscenti che lanciava a Eraldo. Ripensai alle parole di Diana e mi resi conto di quanto avesse colto in pieno i desideri della professoressa.
Il mio banco era stato spostato accanto a quello di Domenica. Lentamente ero riuscita a farla chiacchierare di nuovo con me come faceva prima. Quando mi fece notare che i voti di Eraldo si erano vertiginosamente alzati, nonostante le sue interrogazioni non brillassero né per dialettica né per conoscenza, per un pelo mi lasciai scappare di aver assistito a una scenetta erotica all’interno della scuola, ma lasciai perdere. Se la notizia fosse trapelata, di certo la Fragola avrebbe rischiato il posto e non la odiavo abbastanza da volerle causare un licenziamento.
Eraldo aveva iniziato a essere un po’ più gentile con Domenica, e non mancava di sorriderle ogni volta che poteva. Io avevo il forte sospetto che non lo facesse perché gli andava ma perché gli era stato richiesto.
Un giorno, mentre giravo da sola per i corridoi della scuola in cerca della macchinetta del caffè, mi imbattei di nuovo in Enrico. Da diverso tempo aveva deciso di starmi alla larga, ma quel giorno pensò che fosse il caso di rispolverare le vecchie abitudini e iniziò a inseguirmi di soppiatto. Me ne accorsi e per poco non mi misi a correre verso la mia classe, ma ero stanca di fuggire da lui, perciò lo avvicinai fingendomi benevola e gli tirai un calcio in mezzo alle gambe come mi aveva consigliato Eraldo. Nel giro di un secondo finì steso a terra, con le mani strette intorno gioielli doloranti.
“Perché mi hai colpito?!” gridò lui, agonizzante.
“Perché la devi smettere di inseguirmi!” dissi io, allontanandomi.
“Io volevo solo avvertirti! Ahiaa…. La tua amica non ha avuto un incidente, qualcuno l’ha spinta!”
“E tu che ne sai?” domandai, voltandomi.
“L’ho sentito… aaaaaah… che maleee… stavo salendo le scale per andare in terrazzo, ma quando sono arrivato non c’era nessuno! L’ho detto alla polizia ma non mi hanno dato retta, perché non l’ho visto in faccia….”
“Era uomo o donna?” domandai.
“Non lo so, ho solo sentito la voce di Diana che si lamentava per qualcosa, ma non feci caso a cosa… mi pareva parlasse con qualcuno che conosceva… aaaaah!”
Decisi di non dare troppo peso a quelle parole, sicura che Enrico volesse solo un po’ di attenzione, e me ne tornai in classe.
Nei giorni successivi, Eraldo mi sembrò più agitato del solito. Io cercavo di incalzarlo e farlo parlare, ma era chiuso come un muro. Poi un giorno, nel bel mezzo dell’intervallo, mi prese per mano e mi portò in un’aula vuota per parlare.
“Lo so che mi hai visto!” esclamò, poco dopo aver chiuso la porta. “Sei rimasta più di quanto pensi a fissarmi mentre ero con Claudia!”
“Claudia?” domandai io, sorniona e soddisfatta del suo crollo. “Chiami la professoressa Fragola per nome adesso?”
“Fai poco la spiritosa. È una faccenda seria! Sta’ zitta, per l’amor del cielo, se ci scoprono scoppierà un bel casino!”
“Se avessi voluto fare la spia l’avrei già fatto, non credi? È più facile che ti facciano scoprire i tuoi voti esagerati piuttosto che la sottoscritta!”
“Gliel’ho detto che erano troppo alti” disse Eraldo scuotendo la testa. “Sai qual è la cosa strana? Penso che Claudia mi piaccia sul serio. Non è per niente arcigna e severa come la vedete tutti in classe. A volte sono anche andato a casa sua… è una persona completamente diversa da quello che credevo… è dolce, romantica, e molto, molto passionale… e… Oh shit, shit, shit!
Eraldo si interruppe, aprì la porta di scatto e corse in corridoio, fermandosi pochi istanti dopo per guardarsi intorno.
“Che succede?!” domandai quando lo raggiunsi.
“Sono sicuro che qualcuno ci stesse ascoltando, la porta era socchiusa! E io sono certo di averla chiusa bene! Sono stato un imbecille a parlarti qui, dovevo parlarti a casa tua! L’ho visto fuggire in mezzo alla gente, chissà chi diamine era! Chissà che intenzioni aveva!”
Suonò la campanella. Eraldo e io tornammo in classe, frustrati e preoccupati.
Quel giorno Domenica mi chiese di restare con lei a ripassare per l’imminente compito di storia. Verso le due e mezza, finalmente si persuase a considerare finito il ripasso. Stavo morendo di fame e non vedevo l’ora di scaldare in forno un po’ delle lasagne cucinate da mia nonna. Passai dal bagno per non dover aspettare fino a casa, ma non ci arrivai mai. Sentii qualcosa abbattersi violentemente sulla mia testa e da quel momento non vidi più nulla.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 5: Diana

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

La relazione tra Diana e Fabio mi aveva sempre affascinato dal punto di vista antropologico. Diana era la femmina alfa, bella, corteggiata, estremamente consapevole dell’effetto che suscitava in chi la guardava; Fabio invece era un maschio remissivo, disposto anche a farsi da parte in vista di un maschio alfa pur di non perdere il suo diritto all’accoppiamento. Era evidente che Fabio aveva qualche problema di autostima per tollerare la ripetizione di certi comportamenti. Domenica, che vedeva tutto con ottimismo, pensava che fosse solo molto innamorato. Io, un po’ meno idealista e più disillusa, pensavo che soffrisse di qualche forma di disagio che forse un bravo specialista avrebbe potuto risolvere.
Nonostante Diana e io fossimo compagne di classe fin dalle medie, non sapevo molto di lei al di là delle sue peripezie con i ragazzi di turno. Ogni tanto mi aveva chiesto una mano in questa o quell’altra materia, ma niente di più. Ogni volta che cercavo di conoscerla meglio si ritirava come una tartaruga nel suo guscio. Fabio, se possibile, era ancora più riservato di lei. In quattro anni di liceo mi aveva rivolto la parola sì e no una decina di volte.

Quel mattino arrivai in classe di buonora. Di solito, per quanto presto arrivassi, la Fragola era già seduta alla cattedra con qualche rivista tra le mani, in attesa che suonasse la campanella per iniziare la lezione; invece quel giorno pareva essere in ritardo. Nemmeno Domenica era ancora arrivata. Non ci feci troppo caso e mi misi a chiacchierare con alcune compagne.
“Mamma mia, che freddo!” borbottò all’improvviso Alessia, chiudendo la finestra. “E siamo solo ai primi di ottobre! Sarà dura arrivare a marzo!”
In quell’istante qualcosa, o forse qualcuno, lanciò un grido disperato. Ci guardammo intorno per capire da dove provenisse. Alcuni ragazzi aprirono la porta e andarono a controllare in corridoio. Con la coda dell’occhio scorsi qualcosa delle dimensioni di una persona cadere di fronte alla finestra.
Tiziana, una ragazza minuta appoggiata al vetro, lanciò un grido e si portò le mani alla bocca.
“ERA DIANA! L’HO VISTA, ERA LEI!” gridò terrorizzata. Mi avvolsi in una sciarpa, aprii la finestra e mi sporsi dal davanzale.
Diana giaceva in una pozza del suo stesso sangue. I suoi riccioli biondi erano tinti di rosso e i suoi occhi azzurri erano vitrei e terrorizzati. Distolsi la vista quasi subito ma finii comunque per vomitarmi addosso. Corsi in bagno, tremando come una foglia, senza capire cosa fosse accaduto. Cercai di piangere, ma non ne fui nemmeno capace.
Nel giro di pochi minuti sentii le sirene della polizia farsi sempre più vicine. Rimasi chiusa in bagno finché non mi sentii abbastanza forte per andare a rispondere alle domande che sicuramente i poliziotti mi avrebbero rivolto. Telefonai a Domenica, ma non rispose. Chiamai Eraldo e, con mia enorme sorpresa, sentii un telefono squillare proprio nel cubicolo vicino al mio.
“Pronto?” rispose a bassa voce Eraldo.
“Cosa fai nel bagno delle donne?” dissi io.
Eraldo aprì la porta e mi guardò, atterrito.
“Non sono stato io, te lo giuro” disse, spaventato.
“A fare cosa?” domandai, sulla difensiva.
“Lo sai benissimo” disse lui, con le lacrime agli occhi. “Io le volevo bene, non le avrei mai fatto una cosa del genere!”
“Posso anche crederti, ma come spieghi di essere a scuola durante una sospensione?”
“Anche Fabio è qui, l’ho visto entrare… la Fragola aveva messo una buona parola con la preside e voleva ritrattare la sospensione…”
Convinsi Eraldo a uscire dal bagno ed entrambi andammo a farci interrogare. Mi tolsi il maglione sporco e mi misi il giubbotto, poi mi affacciai alla finestra del corridoio. C’erano diverse volanti della polizia fuori dalla scuola e mi parve di vedere anche la madre di Domenica.
Riversai tutte le lacrime che non avevo versato prima durante l’interrogatorio. Il poliziotto non si scosse, era certo abituato a certe scenate.
“Lei che era amica della vittima, è in grado di darci informazioni sulla sua vita sentimentale?” domandò l’uomo.
Gli raccontai di Fabio, di Eraldo e di tutti i ragazzi che c’erano stati in mezzo.
Quando uscii dall’aula vuota adibita a stanza degli interrogatori, vidi Domenica entrare dopo di me. Mi domandai quando fosse arrivata e che cosa potesse mai aver visto, ma ero troppo distrutta per volerlo veramente sapere.

I giorni successivi la scuola, che avrebbe dovuto essere in lutto per la perdita di una nostra compagna e amica, era pervasa da una morbosa eccitazione. Era tutto un domandarsi se si fosse trattato di un incidente o di un omicidio. Alcune indiscrezioni dicevano che l’autopsia non aveva segnalato segni di abusi di alcun tipo e che la causa di morte era senza dubbio la caduta, ma come era caduta? L’aveva spinta qualcuno? E se sì, chi poteva avercela a tal punto con lei?
Fabio non venne a scuola per un po’, nonostante la sua sospensione fosse stata revocata. In giro si diceva che su di lui gravasse l’accusa di omicidio non premeditato, ma avevo imparato a ignorare le cretinate che sentivo.
Il posto vuoto accanto a me mi faceva venire i brividi. Era come stare seduta accanto al Tristo Mietitore, invisibile quanto inesorabile.
Avrei dovuto prendermi qualche giorno per stare a casa e metabolizzare l’accaduto, come avevano fatto quasi tutti i nostri compagni, invece decisi che cercare di impegnare il cervello fosse la cosa giusta. Un giorno fui colpita da un mal di testa fortissimo che mi costrinse a uscire dall’aula. Iniziai a passeggiare per i corridoi massaggiandomi le tempie con le dita, sperando di stare meglio. Qualunque rumore mi infastidiva, compreso l’eco delle lezioni che proveniva dalle varie classi. D’un tratto sentii un gemito provenire dall’aula di fisica. Dati i recenti accadimenti, una persona normale avrebbe chiamato qualcuno che controllasse al posto suo, o almeno avrebbe avuto il buon senso di tirare dritto, invece io ero tanto rintronata che decisi di guardare da sola. La porta era chiusa ma cercai di aprirla senza far rumore. Tutto mi sarei aspettata di trovare tranne quello che vidi.
La professoressa Fragola, spettinata e mezza nuda, con la camicia aperta e la gonna sollevata, era sdraiata sopra uno dei tavoli della stanza. Eraldo, sopra di lei, pareva aver trovato il modo di guadagnarsi la sufficienza fino alla fine dell’anno scolastico.
Chiusi la porta, pregando che fossero troppo concentrati sui piaceri della carne per essersi accorti della mia presenza. Quell’immagine tormentò i miei sonni per parecchie notti.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 4: Uno strano equivoco

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando arrivammo a casa mia ero troppo frastornata per mettermi ai fornelli, così finii per ordinare qualcosa in una rosticceria e mi sedetti sul divano, cercando di metabolizzare l’accaduto.
“Se non ci fossi stato tu, non so cosa mi sarebbe successo…”
“Niente” disse lui, alzando le spalle. “Non ti avrebbe fatto niente. Li conosco i tipi così, sono solo bambini… spoiled? Viziati? Si dice, sì? Viziati e paurosi. Mi fanno schifo. Fanno i forti con i deboli e i deboli con i forti Se ti ricapita colpiscilo in mezzo alle gambe.”
Dopo un pasto caldo mi sentii molto meglio e ritrovai le energie per studiare. Aprii il libro di testo e cercai di spiegare a Eraldo le parti principali, ma lui era continuamente distratto dalle notifiche che infestavano lo schermo del suo smartphone.
“Oh, ma insomma!” sbottai, dopo l’ennesimo bip. “Lo vuoi recuperare quel tre oppure no?! Spegni quel coso!”
“Scusa, scusa! È Diana, mi ha detto di passare da lei quando abbiamo finito!”
Eraldo arrossì visibilmente mentre sorrideva imbarazzato.
“Odio dovertelo dire” dissi, sospirando. “Ma nel caso non lo sapessi, Diana è fidanzata con Fabio. Hai presente il ragazzo seduto dietro di lei, con i capelli chiari…?”
“Certo, ma ha detto che per me è disposta a lasciarlo!” rispose lui, con gli occhi illuminati da una sciocca credulità.
“Ma per piacere” dissi, alzando gli occhi al cielo. “Non crederai alle cretinate che ti dice? Sarai almeno il quinto o sesto ragazzo a cui dice queste cose!”
“Ma con me sarà diverso! Capisco che tu possa essere gelosa di Diana, ma non devi esserlo! Lei è bellissima, ma anche tu hai molte qualità. Un giorno troverai un bravo ragazzo e sarai contenta con lui!”
Fissai Eraldo per qualche istante, con la bocca contratta in una smorfia di disgusto, ma finii per ignorare quello che mi aveva detto e ripresi a spiegare Manzoni.
“Sei bello come il sole” pensai, tra me “ma si vede che la fusione nucleare ti ha bruciato qualche neurone”.

L’indomani, poco prima che entrassi in classe, la professoressa Fragola, in piedi accanto alla porta, mi posò una mano sulla spalla e mi guardò con i suoi occhiacci grigi come se volesse infilzarmi.
“Patrizia, sei una così brava studentessa!” disse, con voce dura. “Non è proprio il caso di rinunciare ai tuoi bei voti e alla tua istruzione per un ragazzo!”
“Eh?!” domandai, visibilmente sorpresa.
“Ti sei messa con il ragazzo nuovo. Tutta la classe ne parla! Sei così giovane, perché vuoi rovinare il tuo avvenire?”
All’improvviso capii l’equivoco e mi affannai a spiegare alla professoressa dell’aggressione e di come Eraldo mi avesse difesa.
“Dunque l’ha detto solo per liberarsi di quell’orrendo ragazzo” disse lei, mentre il suo sguardo si faceva più dolce.
“Sì, professoressa, glielo assicuro. Non c’è niente tra me e Eraldo che non sia un normale rapporto tra compagni di classe.”
“Brava” disse lei, con un sorriso, mentre toglieva la mano dalla mia spalla. “Ho sempre saputo che sei una giovane intelligente e giudiziosa. Perdona l’intrusione nella tua vita privata, ma l’avvenire dei miei studenti mi sta più a cuore di quanto si possa pensare. Va pure in classe adesso!”
Mi sedetti accanto a Diana, che appena mi vide arrivare arricciò il naso.
“Perché hai messo in giro la voce di essere fidanzata con Eraldo? È ovvio che non è vero!” disse lei.
“Certo che no! Chi è che racconta queste bugie?” domandai.
“Il tuo spasimante ferito. Ha detto che per poco il tuo ragazzo non lo ammazzava di botte!”
“Che codardo” borbottai. “Non gli ha fatto niente purtroppo! Avrei goduto a vedere Eraldo picchiarlo per bene!”
“Avete studiato insieme, mi ha detto” disse Diana, ravvivandosi un boccolo con le dita.
“Sì, quello è vero. Ma non riusciva a concentrarsi per colpa tua e dei tuoi messaggi!”
Diana ridacchiò e non disse altro.

Contro ogni previsione, la Fragola decise di interrogare di nuovo Eraldo. L’interrogazione iniziò bene: rispose correttamente a quasi tutte le domande. La professoressa lo guardava con aria greve. Pareva quasi le dispiacesse non potergli affibbiare un altro tre. Le domande iniziarono a farsi talmente difficili che alla fine Eraldo non seppe davvero più cosa dire.
“Conoscenze superficiali” decretò la professoressa, mal celando un sorrisetto soddisfatto. “Nessun approfondimento, nessun lavoro di studio autonomo, nessun dettaglio degno di nota. Dovrei darti cinque, ma ti darò cinque e mezzo. Hai ancora la media insufficiente, ricordalo. A posto.”
Eraldo, silenzioso ma furente, tornò al suo posto mentre tutti lo fissavano preoccupati.
Alla fine dell’ora, Eraldo venne a cercarmi per sfogarsi.
“Ma che le ho fatto?! Perché ce l’ha con me?!”
“Non ne ho idea! Non è mai stata di manica larga, ma…”
“Che vuol dire di manica larga?” domandò Eraldo.
“Vuol dire che non le è mai piaciuto dare voti alti, ma ti ha chiaramente fatto delle domande impossibili per metterti in difficoltà! Pensa che oggi, pensando che fossi il mio ragazzo, mi ha intimato di lasciarti perdere!”
“Non so che le ho fatto” disse lui, scuotendo la testa. “Eppure non mi sembra di essermi comportato in modo irrispettoso… o sì?”
“No, è lei che è pazza…”
“Come se non bastasse, tutti sono convinti che tu sia la mia ragazza!” disse lui ridendo. “Menomale che almeno Diana sa che non è vero!”
“Eraldo, devi lasciarla stare, sul serio! Ti spezzerà il cuore come fa sempre!”
Eraldo mi sorrise senza ascoltarmi e se andò a prendere un caffè, ma tornò quasi subito sui suo passi per dirmi qualcosa nell’orecchio.
“Credo che Domenica abbia sentito tutto. L’ho appena vista uscire dalla classe con la sua sedia a rotelle. Non andrà a spifferare tutto alla Fragola, vero?”
Andai a cercarla e le chiesi cosa avesse sentito.
“Quello che avete detto” rispose lei. “Allora Eraldo e Diana?”
“Lei vuole sedurlo” risposi io. “Ma non dire che te l’ho detto. Non sono affari miei e nemmeno tuoi, chiaro?”
“Certo” disse lei. “Non sono affari miei…”
Le nostre chiacchiere furono interrotte da alcune grida concitate. Cercammo di capire da dove provenissero e non ci volle molto a scoprirlo: Eraldo e Fabio si stavano picchiando davanti alla macchinetta del caffè. Gli altri ragazzi, invece di separarli, si erano messi a incitarli oppure a riprenderli con il telefono.
“Ma dov’è Diana quando serve?!” pensai. Nel giro di qualche minuto la professoressa di inglese e il professore di storia li separarono e li condussero nell’ufficio della preside.
L’indomani, nessuno dei due era presente a lezione.
“Li hanno sospesi” sussurrò Diana, con un ghigno. “Devo essere proprio una persona speciale se due uomini si picchiano così per me… povero Fabio, ha un incisivo scheggiato e una costola incrinata! Eraldo l’ha conciato proprio male… anche lui però le ha prese! Ha un polso slogato e un paio di dita rotte…”
“Non dovresti gioirne” le dissi, inorridendo. “Questa situazione ti metterà nei guai un giorno o l’altro!”
“Ah, cosa vuoi saperne tu! L’unico uomo che tu abbia mai baciato è tuo padre!”
Avvampando di rabbia, presi le mie cose e mi andai a sedere accanto a Domenica, nel posto vuoto lasciato da Eraldo.
“Quando torneranno?” domandò Domenica.
“Non lo so… pare che siano stati sospesi…”
Domenica annuì, pensierosa.
“Io voglio bene a Eraldo” disse lei. “Anche se non mi tratta tanto bene, anche se preferisce Diana. Magari un giorno si accorgerà di me, anche se sono brutta.”
“Non sei brutta” risposi io, meccanicamente.
“Lo sono, ma non mi importa niente. Magari un giorno vedrà che gli voglio più bene io di quanto gliene vorrà Diana. Lei è solo bella fuori, ma dentro non prova niente per nessuno. E’ solo vanità.”
“Vanità” ripetei io, fingendo di interessarmi alla conversazione.

Dopo la fine delle lezioni, mi attardai in classe con Domenica per ripassare la lezione di matematica (materia in cui io, a differenza sua, non eccellevo).
La professoressa Fragola entrò nell’aula con l’aria di chi avesse appena visto un fantasma. I suoi capelli, di solito appuntati sulla nuca, erano sciolti sulle spalle, e la camicia era mezza sbottonata, lasciando intravedere la biancheria intima.
“Che ci fate voi due qui dentro?” domandò, atterrita.
“Stavamo ripassando per l’interrogazione di matematica” risposi io.
“E’ meglio che andiate a casa. Comincia a farsi tardi.”
“Ma sono sole due…” obiettò Domenica.
“I tuoi genitori saranno in pensiero!” disse Fragola, con il tono di chi non ammette repliche.
Domenica e io ci alzammo di malavoglia, prendemmo gli zaini e ci dirigemmo verso l’uscita.
“Che cosa pensi le sia successo?” domandai.
“Non saprei” rispose Domenica. “E perché era così stravolta? E’ possibile che abbia un fidanzato qui a scuola?”
“Lei? Pensi che sia in grado di provare attrazione per qualcuno? Diana dice che sicuramente anche lei ha subito il fascino di Eraldo, ma mi sembrano sciocchezze.”
“Eraldo è bellissimo. Se fossi come voi magari avrei qualche speranza…”
“Domenica, piantala con questi discorsi. È un ragazzo superficiale e anche troppo ingenuo. Non è roba per te né per nessuno con un po’ di cervello.”
“Però è stato così gentile…” disse Domenica, smettendo per un attimo di spingere la sedia a rotelle. “Ieri mattina sono arrivata un po’ troppo presto e volevo andare in classe a ripassare, ma l’ascensore non funzionava perché era andata via la corrente, e io non sapevo come fare a salire in classe… Eraldo, era arrivato prima anche lui… quando mi ha vista lì da sola mi ha chiesto se per me andava bene che mi portasse in classe in braccio, e io ovviamente gli ho detto di sì! Mi ha sollevato come se fossi una sposa e mi ha portato fino al mio banco, poi è tornato a prendere la mia sedia a rotelle… Nessuno lo aveva mai fatto per me…”
“Si vede che la corrente non va via così spesso!” commentai. “E’ tutto molto romantico ma non pensarci troppo, ti farà solo stare male”.
“Ci penserò eccome!” disse lei di rimando. “Come potrei non farlo?”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 3: L’innamorato respinto

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Era trascorsa una settimana dall’arrivo di Eraldo. Domenica le aveva provate tutte per farci amicizia, ma non c’era stato niente da fare. Non so che problemi avesse Eraldo con lei, ma quasi non le rivolgeva la parola e quando parlavano fingeva di non capirla. Eppure lei non perdeva le speranze e ogni giorno lo salutava con un sorriso e con tutta la sua gentilezza. A volte mi faceva quasi pena vedere come lui la ignorasse. Domenica era una cara ragazza, piena di gioia di vivere. La vedevo intristirsi solo quando qualcuno le chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande. Sua madre era una poliziotta e segretamente anche Domenica avrebbe voluto seguire quella strada, se non fosse stato per le sue condizioni di salute.
Quel lunedì mattina iniziò con un’interrogazione a sorpresa d’italiano. Quando la Fragola si mise a scorrere con lo sguardo i nomi sul registro, sentii il cuore stringersi in una morsa. Non avevo studiato molto e certo si sarebbe notato.
Dopo alcuni interminabili secondi, la professoressa alzò lo sguardo, fissò Eraldo e gli fece cenno di venire accanto a lei.
Eraldo prese la sedia e la mise a lato della cattedra, si sedette e inspirò profondamente.
Fragola lo guardò negli occhi, impassibile, per alcuni istanti.
“Manzoni” disse lei alla fine. “Cosa sai di Alessandro Manzoni?”
“Professoressa…” iniziò lui. “Ne abbiamo parlato poco, solo durante l’ultima ora di sabato…”
“Lo so benissimo” rispose lei. “Sei tu che non sembri saperne granché. Eppure se sei stato attento ricorderai che cosa ho detto…”
“Lei ha detto che Manzoni ha scritto I promessi sposi.”
“Anche i bambini sanno che Manzoni ha scritto I promessi sposi. Coraggio, dimmi qualcosa in più!”
“Io non ho mai studiato Manzoni prima di venire in Italia” si difese lui. “E lei non ha spiegato altro!”
“Ah!” esclamò la professoressa indignata. “Non ho spiegato altro! Patrizia, vuoi dirmelo tu se non ho spiegato altro?”
Il sangue mi si gelò nelle vene. Strinsi forte la penna che tenevo tra le dita, indecisa sul da farsi.
“Ha spiegato…” balbettai. “Ha spiegato anche i primi versi de Il cinque maggio.”
“Te lo ricordi, Eraldo?” disse Fragola.
“No” ammise lui.
“Almeno sai dirmi per quale occasione è stata scritta?”
“No” rispose Eraldo. Una vena gli pulsava sulla fronte.
“Male, molto male” disse la professoressa, aprendo il registro. “Sicuro di non potermi dire altro di Manzoni? Mi costringi a metterti un tre.”
Eraldo tacque. Fragola stappò la penna, scrisse qualcosa sul suo registro e congedò Eraldo con un sorriso beffardo.
“Che stronza” sussurrò Diana.
La professoressa alzò gli occhi, cercando di capire chi avesse parlato, ma non disse niente. Aprì il libro di testo e a lesse ad alta voce Il cinque maggio. Poi iniziò a spiegare la poesia, verso per verso, lanciando qualche sporadica frecciata a Eraldo quando le andava di farlo.

Durante l’intervallo trovai il coraggio di andare da Eraldo per scusarmi di aver risposto al posto suo.
“Non ti preoccupare Patricia” disse lui. “Hai fatto bene. Si vede che tu sei stata più attenta di me! Ma la professoressa è sempre una così gran… bitch? Come si dice? Troia?”
Ridacchiai.
“Se vuoi possiamo studiare insieme” proposi. Avevo abbandonato il mio proposito di conquistarlo, ma volevo comunque trovare il modo di aiutarlo a recuperare quel brutto voto.
“Volentieri” disse lui. “L’ultima volta ho studiato con Diana… e non abbiamo aperto libro” disse, sorridendo.
“Con me i libri li aprirai, invece!” dissi io, fissandolo negli occhi. “Vieni a casa mia, se vuoi posso prepararti qualcosa da mangiare. I miei genitori torneranno tardi e comincio ad avere fame!”
“Sai cucinare?” chiese lui.
“Cucinare è un parolone” dissi io. “Però so come fare a non morire di fame!”
Quando la campanella decretò la fine della sesta ora, la scuola era già quasi deserta. Eraldo ed io avevamo già fatto qualche centinaio di metri verso casa mia, ma all’improvviso lui si ricordò di aver lasciato un raccoglitore sotto il banco e tornò indietro per recuperarlo. Lo guardai allontanarsi di corsa con i bei capelli al vento. Era molto veloce, sarebbe tornato in fretta.
Ne approfittai per iniziare a ripassare per conto mio. Era una bella giornata di inizio autunno. Un vento leggero smuoveva appena le foglie. Mi sedetti su una panchina e tirai fuori dallo zaino il libro di letteratura. Lessi un paio di paragrafi sulla biografia di Alessandro Manzoni, sottolineando con la matita i punti più importanti. Ero così concentrata da non essermi accorta che qualcuno mi aveva tenuto d’occhio per gli ultimi dieci minuti e si era appostato alle mie spalle. Sentii una mano posarsi sulla mia bocca e una bloccarmi le braccia contro il corpo.
“Non gridare” disse una voce maschile. “Sono io, il tuo Enrico! Non voglio farti del male!”
Enrico mi dette un bacio sulla fronte e uno sui capelli, ma non pareva intenzionato a lasciarmi andare. Mi divincolai, cercai di gridare, ma non c’era nessuno nei paraggi e la sua stretta era troppo solida per me.
“Sei mi dai un bacio sulla bocca ti lascio andare” sussurrò Enrico, leccandomi un orecchio. Inorridita, scossi la testa e iniziai a piangere.
“Solo un bacio, non ti sto chiedendo molto!” disse lui, toccandomi il seno.
Non so bene cosa accadde, ma d’improvviso sentii la sua presa allentarsi e mi ritrovai libera. Mi voltai di scatto e vidi Eraldo stringere con forza i polsi di Enrico dietro la sua schiena.
Son of a bitch, non si toccano le ragazze!”
Enrico era un ragazzo alto e robusto, ma Eraldo era riuscito a immobilizzarlo cogliendolo alla sprovvista.
“Chi sei?!” domandò Enrico.
“Sono il suo fidanzato” mentì Eraldo, mollando la presa. “Se ti avvicini ancora a Patricia ti faccio gli occhi neri, tu capisci, asshole? Non ti voglio rivedere!”
Enrico mi guardò con occhi spiritati e corse via come una lepre.
“Grazie” borbottai, con un fil di voce.
“Se lo meritava! Disgustoso individuo!” rispose Eraldo, riprendendo lo zaino che aveva posato a terra.

Diario di una scrittrice #1 – Non far chiudere la ferita

Caro diario,
qualche giorno fa stavo leggendo un’intervista alla scrittrice Amélie Nothomb. L’intervista terminava con la classica domanda: “cosa consigli agli scrittori in erba?”. La sua risposta mi ha colpita parecchio: leggi tanto, leggi i libri migliori, e scrivi sempre. Non lasciare che la ferita si chiuda.

Questa cosa mi ha proprio sconvolto. Metaforicamente si dice “vena poetica”, ma non è affatto una metafora. C’è davvero una sorgente interna di ispirazione da cui uno cerca di attingere per riempire i fogli bianchi che si ritrova davanti. A me a volte capita di essere lì di fronte alla tastiera e dirmi “Embè? Che ci faccio con te? Niente. Non ho niente da dirti.” E non va affatto bene: vorrei avere sempre qualcosa da dirle. Sempre. Come penso di farmi strada nel mondo della scrittura se non mi alleno costantemente? Devo farlo. Non so se riuscirò ma voglio farlo.
Oggi ho ripreso in mano il mio maledetto fantasy. Diamine, quanti anni sono che ci lavoro! Ormai quei personaggi mi sembra di vederli. Me li immagino vivere davanti ai miei occhi, quasi mi pare di sentire i loro sentimenti. Li ho vissuti anche io quei momenti, come una spettatrice silente, creatrice e distruttrice.
Non dimentichiamoci poi che dovrei leggere… dovrei leggere. Dovrei, dovrei, dovrei. Dovrei editare più video, fare più live, cercare più cose da portare sul canale, dormire di più, allenarmi di più, uscire di più… Tempo, dove sei mai? Il libro che tengo sul comodino è lì da così tanto che sta prendendo la polvere!

KIRIA RACCONTA: “Volpe”

C’era una volta un piccolo villaggio, abitato da agricoltori, falegnami e artigiani. Un giorno una donna, mentre lavorava, cadde a terra in preda alle doglie.
Le altre donne la portarono nel granaio e chiamarono la levatrice per aiutarla a partorire. Non appena la madre ebbe tra le braccia la bambina, si rese conto di due occhi gialli, nascosti nel pagliaio, che la fissavano insistentemente: erano gli occhi di una volpe.
“Vattene via, bestiaccia!” gridò la vecchia guaritrice del villaggio, lanciando un secchio d’acqua contro l’animale.
“E’ forse un cattivo auspicio?” chiese la madre. “Cosa significa?”
“Significa che la neonata è una figlia della volpe. Sarà bella e di pelo rosso, ma anche molto astuta e infida.”
Presto tutti iniziarono a guardare con sospetto quella bambina con i capelli rossi e il volto cosparso di lentiggini. L’ingenuità dell’infanzia le impediva di vedere il disprezzo e l’apprensione con cui tutti la guardavano, ma giorno dopo giorno le si cucì addosso una consapevolezza sempre maggiore. Quando si verificavano un furto o un incidente, oppure si ammalava una pianta, tutti erano sempre pronti a incolpare lei. Persino i suoi genitori non le credevano quando tentava di dimostrare la sa innocenza.
“Tutti mi chiamano Volpe” disse un giorno tra sé la ragazza, ormai divenuta donna. “Ho deciso che d’ora in poi sarò una volpe per davvero!”
Volpe era sempre stata molto golosa di torte alla frutta, ma la sua famiglia non aveva mai potuto permettersi il lusso di entrare in una pasticceria. Un giorno, quando vide un dolce alle fragole sul davanzale della fornaia, si guardò bene intorno e allungò le mani verso l’oggetto del suo desiderio. Esitò per qualche istante, ma alla fine vinse la paura e andò a mangiare in pace dentro un granaio.
“Mi avrebbero dato la colpa comunque!” pensò, assaporando l’ultima fragola.
Ogni giorno che passava, trovava sempre più facile sconfiggere il senso di colpa e rubacchiare in pace quel che le suggeriva la testa. Era sempre così svelta e abile a nascondere le proprie tracce che nessuno riusciva mai a coglierla in flagrante.
Una sera riuscì persino ad appropriarsi di una gonna nuova, appena confezionata dal sarto con dell’ottimo cotone bianco, ed ebbe l’astuzia di tingerla di rosso come la sua vecchia gonna lacera, in modo che il cambiamento risultasse meno evidente.
Quando qualcuno le faceva una domanda, di qualunque genere essa fosse, Volpe rispondeva sempre con una bugia. Ben presto le persone iniziarono a rendersene conto e presero a evitarla. A Volpe non importava di quello che pensavano gli altri, le importava solo di comportarsi da brava volpe.

Un mattino, Volpe si alzò da letto molto preso. Raccolse gli arnesi di suo padre senza chiedergli il permesso e decise di costruirsi una casetta nei pressi del bosco di querce che circondava il villaggio. Nessuno osava avventurarsi oltre i primi alberi per timore dei lupi che abitavano in mezzo alle fronde. Quando giunse il tramonto, la casetta era quasi ultimata.
“Mi mancano solo alcuno ciocchi di legno per finire il tetto. Andrò a cercarli prima che il sole cali del tutto” pensò Volpe, prendendo l’accetta e tre zainetti vuoti: uno per la legna, uno per i frutti spontanei del bosco e uno per i funghi.
Volpe trovò quasi subito la legna che le serviva e stava per tornare indietro, ma d’improvviso notò un cespuglio sul quale rosseggiavano decine di bacche mature. Ne raccolse parecchie e le mise nello zaino. Quando ebbe finito, si guardò intorno e si rese conto che era calato il buio e che non riusciva a vedere un palmo dal proprio naso.
Volpe iniziò a insultarsi da sola per essere stata così sconsiderata da farsi cogliere alla sprovvista dalla notte, ma non ebbe molto tempo per lamentarsi: un ululato le ricordò che non era sola in quel bosco. Molti altri ululati si unirono a quello. Volpe lasciò andare l’accetta e i due zaini pieni di legna e di bacche e si mise a correre più forte che poté, pur non avendo idea di dove stesse andando. D’improvviso, un vecchio cacciatore apparso dal nulla le si parò davanti.
“Ohi! Che fai, bambina?” chiese l’uomo “Non è posto per te questo!”
“La prego, mi accompagni a casa! E’ pieno di lupi qui e io ho una gran paura!” risposa la ragazza, col fiatone.
“Che cos’hai nello zaino?” chiese lui.
“Pane, formaggio e mele!” mentì la ragazza.
“Va bene” disse il vecchio. “Facciamo uno scambio: io ti porterò a casa sana e salva e tu in cambio mi darai metà del tuo cibo. Ti prometto che finché starai con me non ti accadrà nulla!”
Volpe accettò il patto e seguì il cacciatore fino alla sua casetta ai limiti del bosco.
“Ma come ha fatto a trovare la mia casa, se neppure le ho detto dove abito?” chiese lei, sorpresa.
“Non farti troppe domande. Posso avere ciò che mi avevi promesso?” disse il vecchio.
Volpe, con un sorriso beffardo, mostrò al cacciatore il suo zaino aperto, vuoto.
“Ingrata bugiarda!” disse l’uomo, a denti stretti. “Ti avrei aiutato anche se non mi avessi dato niente in cambio! Che tu sia maledetta! La tua bocca, che tanto ha esitato a dir la verità, darà la morte a chiunque provi a baciarti, a meno che non si tratti del vero amore! Vediamo se ai tuoi amanti sarai capace di raccontare la verità o se preferirai averli sulla coscienza!
Dopo aver detto queste parole, il vecchio cacciatore scomparve.
La fanciulla scoppiò a ridere e non pensò più all’accaduto, contenta di esser tornata a casa sana e salva.
Passarono i mesi e presto molti giovani boscaioli si accorsero della sua presenza e iniziarono a farle la corte. Lei tendeva ad approfittarsi un po’ di loro, chiedendo a ciascuno di svolgere qualche lavoro per la su casetta. Quando per ricompensa le veniva chiesto un bacio, li respingeva tutti, a volte anche in malo modo. Uno dopo l’altro, i giovani uomini finirono per allontanarsi da lei e parecchi smisero anche di salutarla.
Solo un ragazzo continuò a corteggiarla e a ronzarle intorno nonostante i suoi rifiuti. In realtà la ragazza avrebbe volentieri accettato le sue attenzioni, ma il timore delle parole del vecchio non l’abbandonava.
Ogni giorno il giovane chiedeva alla ragazza di sposarlo, ma lei era costretta a rifiutare. Lo insultava, lo scacciava, gli diceva parole che non pensava affatto, ma ogni giorno lui tornava da lei.
Infine, non sopportando più l’idea di respingerlo, Volpe decise di confessare il suo segreto. “Ascolta, io non posso innamorarmi, ma se potessi saresti l’unico che vorrei!” gli disse.
“Tu mi rendi felice con queste parole, ma perché non possiamo stare insieme?” chiese il ragazzo.
“Perché io sono maledetta: se tu mi baciassi, moriresti!” disse Volpe, raccontando poi la storia del vecchio e della maledizione.
“Tutto qui?” disse il ragazzo. “Ti dimostrerò che sono io, il tuo vero amore! Non ho paura di morire, se sarò tra le tue braccia!”
In quel momento, dal nulla, apparve il vecchio che aveva salvato Volpe.
“Oh, ma guarda!” disse, con un sorriso ironico. “Allora alla fine hai imparato ad essere onesta! Mi fa piacere vedere che hai trovato un bravo ragazzo e che grazie a lui tu abbia capito l’importanza della sincerità. Adesso sai che a volte la verità non è bella, ma è senza dubbio giusta! Pensa alla mia maledizione, per esempio. Ti ho fatto stare in ansia, non è vero? Eppure non ne avresti avuto motivo, perché io ti ho mentito! L’hai capito, adesso? In realtà tu non hai nessuna maledizione addosso!”
Così come era apparso, il vecchio scomparve.
I due giovani, finalmente liberi di amarsi, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

KIRIA RACCONTA: “Quando i personaggi se la prendono con l’autore”

Vi racconterò una storia.
C’era una volta una Chiara che scriveva racconti traboccanti di personaggi tristi o un po’ psicopatici. Ma non “tristi” per dire un po’ giù di morale, proprio depressi, affranti, in pezzi. E quando dico “psicopatici” non intendo leggermente inquietanti, intendo completamente andati, così disagiati da non riuscire a connettere pensiero e realtà. Sapete cosa è successo? Quei personaggi si riunirono e decisero di boicottare Chiara. Non le mostrarono un minimo di riconoscenza per averli messi al mondo, anzi; le diedero la colpa per la loro tristezza e la loro psicosi. Lei provò a rincorrerli, cercando di riacchiapparli per continuare le loro storie, ma loro erano evanescenti come fantasmi. Una di loro, una studentessa di diciotto anni con i capelli corti e lo sguardo ambiguo, venne eletta capo della rivolta.
“Mia cara, tu e io abbiamo ancora un conto in sospeso!” gridò la ragazza, leccando la lucida lama del suo coltello. “Mi hai torturato per convincermi a ritornare nel mio racconto e a restarmene lì buona, poi mi hai costretta a uscire di nuovo, facendomi rivivere la tortura… Hai fatto fare a me la figura della cattiva, quando è ovvio che sia stata tu a manovrarmi come un burattino!”
“È questo che fa uno scrittore” si difese Chiara. “Inventa personaggi e scrive le loro storie!”
“Le nostre storie fanno schifo” si lamentò un ragazzo con i capelli biondi. “Io sono lo sfigato di turno, ignorato dalle ragazze e con una vita familiare alle spalle che fa pena! Per non parlare del mio amico che…”
“ZITTO!” lo redarguì Chiara. “Tu sei il personaggio di un libro che non ho ancora pubblicato, vedi di non raccontare troppo!”
“E allora io?” disse una giovane donna dotata di una bellezza divina. “Mi hai dato dei poteri talmente grandi che la mia terra…”
“MA INSOMMA!” gridò Chiara. “Neanche il tuo libro è ancora stato pubblicato! Non puoi parlare di niente!”
La donna la fissò con uno sguardo pieno di rancore.
“Andiamo ragazzi, la vita non è così male tutto sommato” disse un grosso gatto grigio, rimasto in disparte a leccarsi fino a quel momento.
“Ah no?!” dissero gli altri personaggi, voltandosi verso di lui.
“Tu sei un gattaccio parlante che vive in casa, che poltrisce dalla mattina alla sera e si ingozza di lasagne come un pozzo senza fondo!” obiettò la ragazza col coltello in mano. “Vorrei vedere come reagiresti se qualcuno tentasse di cavarti gli occhi!”
“Per non parlare del fatto che la tua storia è l’unica a essere effettivamente stata pubblicata” disse il ragazzo biondo. “Non hai idea di quanto vorrei finire anche io sugli scaffali di una libreria!”
“Con tutto il rispetto, amico mio” disse la donna bellissima “ma credo che tocchi prima a me! Chiara sta lavorando alla mia storia da lunghi anni ormai! Il mio destino vide il suo compimento ben prima che il tuo avesse inizio!”
“Ma la mia storia è praticamente finita” obiettò lui. “La tua è solo un gran casino di personaggi strani, innamoramenti fuori luogo e…”
“Ah, davvero?” disse la donna, trattenendo la rabbia a stento. “E tu allora, che sei riuscito a farti fregare da…”
“RAGAZZI! Ma che devo fare con voi?!” gridò Chiara, cercando di riprendere il controllo dei suoi personaggi.
“STAI ZITTA!” gridarono quelli all’unisono.
A Chiara non restò altro da fare che sedersi mesta di fronte al suo portatile, sperando che i suoi personaggi fossero troppo impegnati a scannarsi tra di loro per ricordarsi di lei…

Quando l’ispirazione non arriva

Non so bene in che percentuale l’ispirazione e l’allenamento contribuiscano a creare qualcosa. Sono entrambi due parametri di cui non si può in alcun modo fare a meno. Tuttavia, si può creare un’opera perfetta dal punto di vista tecnico ma priva di emozione, così come è possibile comunicare efficacemente quello che si sente in una forma pessima. Quale delle due mancanze è più grave? Dipende tutto dall’occasione, suppongo. Dubito che qualcuno si aspetti di emozionarsi leggendo un articolo sull’ultima tendenza in fatto di ombretti e smalti, ma sicuramente non vorrà vedere “H” messe a casaccio e congiuntivi in libertà.
Ok, vi ho sentiti.
“Kiria, che cosa stai cercando di dire?”
Voglio dire che sto scrivendo poco, diamine. Aspetto l’ispirazione, l’aspetto, l’aspetto… Meglio se cambio approccio e me la vado a cercare. Non è proprio vero che non sono ispirata, semplicemente non lo sono per quanto riguarda la scrittura. Ho disegnato con soddisfazione diverse vignette e ho persino ripreso a disegnare un po’ a mano. Ma non mi basta. Sono una maledetta scrittrice, e come tale devo scrivere. Scrivere. Scrivere. SCRIVERE. E lo farò. Avete presente tutti quei manichini privi di volto che ho disegnato mentre studiavo l’anatomia del corpo umano? Proverò a trattare la scrittura nello stesso modo. Mi allenerò di più, scriverò di più, disegnerò di più, registrerò di più… Ok, ho capito. Hermione, passami la giratempo!

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – EPILOGO

Chiara digitò l’ultimo puntino di sospensione sulla sua tastiera.
“Vediamo se avrai voglia di subire tutto questo ogni volta che uscirai dalla tua storia” sogghignò malignamente.
Chiara dormì male quella notte. Sognò i suoi personaggi e rivisse la morte di ciascuno di loro. A mezzogiorno si svegliò si soprassalto.
“Bah, devo smetterla di scrivere questi racconti!” borbottò tra sé. “La prossima volta scriverò un libro per ragazzi sulle avventure di un gatto parlante!”
Chiara si diresse nello studio. Si sedette, accese il computer, bevve un sorso d’acqua e si mise a scorrere le ultime notizie. L’acqua le andò di traverso sulla tastiera.

“DICIANNOVENNI MORTI: CONFERMATA L’IPOTESI DELL’OMICIDIO DOLOSO
Mirko R. e Virginia U. sono stati trovati morti nei pressi del liceo Andrea d’Oria alle otto del mattino del 24 settembre. Entrambi hanno riportato fratture multiple al cranio. I testimoni affermano di aver visto che il volto del ragazzo era dipinto di azzurro e che una delle scarpe della ragazza era stata rimossa dalla scena del crimine. Dopo “Biancaneve”, si assiste alla morte di “Cenerentola” e del “principe azzurro”. Il liceo verrà chiuso per una settimana e i compagni di classe delle vittime verranno interrogati. Tra le mani della ragazza è stato rinvenuto un biglietto con su scritto: “Ci hai provato, Chiara… Ci hai provato…”.

P.S.: La storia di Marta è finita, o forse no. Forse la vedrete a scuola, seduta dietro di voi, oppure la incontrerete in autobus mentre sta tornando a casa dopo aver ucciso l’ennesima vittima. La prossima volta che avrete tra le mani un libro di fiabe, forse lo vedrete in un’altra prospettiva…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 8

Un mattino, Marcella arrivò in classe con la faccia buia. Per la prima volta dopo anni, si era presentata in classe con i capelli sciolti. Per un attimo rimasi a fissarla, incantata. Non avevo mai visto una chioma così lunga. Le ciocche le si avviluppavano intorno alle braccia come dei rampicanti e poi scendevano giù, selvagge, fino a metà della coscia. Il castano ramato delle radici si trasformava in biondo fragola verso le punte.
“Ciao Raperonzolo!” la salutò Alice, tutta allegra.
“Raperonzolo… è proprio per quello che ho deciso di tagliarli. Se l’assassino mi vedesse, di certo vorrebbe la mia testa!” sospirò Marcella, toccandosi i capelli.
“Nooo!” protestò Alice. “Che idea sciocca! E allora io dovrei cambiarmi nome? Ne abbiamo già parlato e abbiamo detto che non c’è modo di salvarsi quando l’assassino ti prende di mira. A meno che tu non sia Francesco” aggiunse, ammiccando nella mia direzione.
“Li sciolgo oggi per mostrarli a voi, per l’ultima volta. Quando uscirò da scuola andrò dal parrucchiere e li farò corti come i tuoi” disse, guardandomi.
Mi passai una mano sulla nuca. Avevo sempre odiato i capelli lunghi su di me perché non volevo perdere tempo a lavarli e asciugarli, ma mi piaceva vederli sulle altre ragazze e mi dispiacque sentire la decisione di Marcella.
Le ore trascorsero lentamente come al solito. Eravamo obbligati a fare lezione con le porte aperte per permettere agli agenti che pattugliavano la scuola di controllare ogni spostamento. Durante l’intervallo andai in bagno con Alice e Marcella per parlottare un po’ e per sentirmi sommergere di domande riguardo Francesco. Dopo aver eluso l’ennesima illazione, mi chiusi in bagno per poter fare pipì in pace. Per quei pochi minuti si decisero a tacere. Quando aprii la porta, vidi Alice seduta per terra vicino al lavandino e Marcella distesa a terra, con i lunghi capelli a farle da cornice ai lati del viso. Sentii lo stomaco contorcersi e per poco credetti di vomitare.
“Non è divertente!” gridai. “Aprite gli occhi!”
Non mi stavano prendendo in giro.
Il maglione rosa di Marcella si era tinto di rosso. Il sangue stava iniziando a macchiare anche il pavimento. I suoi occhi erano aperti verso il soffitto, le sue mani giunte al petto.
Alice fissava un punto indistinto davanti a sé. Aveva la testa reclinata su un lato. I riccioli biondi e l’espressione assente la facevano sembrare una bambola di porcellana. Sulle sue gambe era stato posato un coniglio bianco di peluche.
Sullo specchio, qualcuno aveva appeso un biglietto.

“Nessun principe risalirà mai la chioma di Raperonzolo.

Alice è caduta nella tana del Bianconiglio e rimarrà nel Paese delle Meraviglie.”

Disperata e terrificata, andai a cercare un agente di polizia. Non riuscii quasi a proferir parola, ma riuscii a indicare il bagno. Solo allora lo vidi: un piccolo coltello da cucina, affilato e sporco di sangue, era stretto tra le mani di Marcella. Distolsi gli occhi quasi subito, ma persi i sensi.

Mi risvegliai in infermeria. Francesco e la professoressa d’italiano mi stavano fissando.
“L’ho sognato?” sussurrai.
Entrambi mossero la testa in segno di diniego.
Sentii i miei occhi farsi umidi.
La polizia mi interrogò fino a farmi esaurire completamente ogni briciolo di forza interiore. Mi interrogarono su tutto quello che avevo visto quel giorno e i giorni precedenti. Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che ero chiusa in bagno, che erano mie amiche e che non avrei mai voluto vederle in quel modo. Alla fine una poliziotta mi lasciò andare a casa. “Hai un talento per trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato” disse, invitandomi a uscire dalla stanza degli interrogatori.
Restai a casa da scuola una settimana. I miei genitori non dissero niente. Mi lasciarono soffrire in pace, senza farmi troppe domande. Uscii soltanto per assistere ai funerali di Marcella e Alice. Dovevo prendere il sonnifero per riuscire a dormire, e così passavo le mie giornate in un perenne stato di stordimento grigio e insapore. Il sonno e la veglia si fondevano e non sapevo più cosa era vero e cosa fosse un sogno.
Una sera Francesco venne a trovarmi per vedere come stavo. Non ero di molte parole e lui rispettò il mio silenzio. Portò un film da poter vedere insieme. Diceva che mi avrebbe distratto. Era un poliziesco di cui non ricordo il titolo, piuttosto noioso. Dopo i primi venti minuti, infatti, complici i sonniferi, finii per addormentarmi. Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che Francesco mi stringeva fortissimo i polsi, come a volermi impedire di toccarlo, e mi fissava atterrito, con la bocca contorna in una smorfia di terrore e stupore.