KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 11: Amore malato (FINALE)

“Fabio?!” dissi, incredula. “Ma cosa…?!”
“Chiamate un’ambulanza, imbecilli! Sono ferito e voi non fate niente?!”
“L’ho già chiamata io” disse la Fragola. “E ho chiamato anche la polizia! Ora spiegami che cosa volevi fare con quella mazza da baseball!”
“Volevo spaventarti e basta” ringhiò lui.
“Hai ucciso tu Diana?” domandai, senza troppi giri di parole.
Fabio cercò di opporre resistenza, ma la presa di Eraldo era saldissima.
“No… io volevo bene a Diana… è stato un incidente… non volevo spingerla, non volevo…”
“Allora sei stato tu!” dissi.
“NO!” gridò lui. “E’ stato un incidente! Lei aveva bevuto! Lei beveva spesso, a volte anche al mattino… quel giorno era mezza ubriaca… e… e…”
“E cosa?! Parla, screanzato!” disse la professoressa, tirandogli uno schiaffo.
“E buttò giù Domenica dalla sua sedia a rotelle per salirci sopra!”
“Che cosa?!” domandai.
“Domenica era salita in terrazzo per fumare una sigaretta… lei fuma ogni tanto… io stavo dicendo a Diana che la volevo lasciare, ma lei era sbronza e dette di matto. La vidi salire in piedi sulla sedia a rotelle… le dissi di scendere, ma alla fine.. alla fine… no, non è stato un’incidente. È… è…”
“Sono stata io” disse una voce stentata alle nostre spalle.
Domenica.
“Cosa?” sussurrai, fissandola negli occhi.
“L’ho spinta io. Eraldo, io ti amo” disse Domenica, guardandolo negli occhi. “Diana non ti amava. Ma tu volevi stare con lei, che invece ti avrebbe fatto solo soffrire. L’ho fatto per te.”
“E tu sapevi?” chiese Eraldo a Fabio.
“Ma certo che sapeva!” disse Domenica, con un sorriso. “Io sono solo un’inerme, gracile ragazza disabile, figlia di una poliziotta! Chi avrebbe mai creduto che l’assassino fossi io e non un ragazzo giovane e forte con tutte e due le gambe funzionanti? L’ho usato fino a oggi come se fosse la mia marionetta, come se fosse le gambe che non posso usare!”
“E allora le aggressioni, come…?” domandai.
“Oh, erano solo un diversivo. Direi che ci siete proprio cascati in pieno! Mi sono buttata giù dalle scale da sola, e ho costretto anche Fabio a farlo per renderci meno… sospettabili, ecco. Non avrei voluto arrivare a questo, ma Fabio mi ha fatta scoprire…”
“Io non potrò mai amare un’assassina” disse Eraldo, rabbioso, senza allentare la presa su Fabio.
“Oh, lo so bene. Ma se non potrai essere mio, non sarai mai di nessun’altra… perciò adesso devo dirti addio…”
Domenica sorrise. Stava per estrarre qualcosa dalla tasca, ma con uno scatto fulmineo la Fragola si avventò su di lei per bloccarle il braccio.
“HA UNA PISTOLA!” gridò, ma un colpo partì lo stesso.
La Fragola si accasciò a terra. Solo allora Eraldo mollò Fabio e si gettò su Domenica, sollevandola dalla sedia a rotelle per tenerle ferme le braccia.
Sentii le sirene dell’ambulanza farsi sempre più vicine. Dopo pochi istanti, si unirono anche quelle della polizia.
I paramedici soccorsero sia Fragola che Fabio. Domenica non abbassò lo sguardo quando incrociò gli occhi delusi di sua madre.
“Perché mi hai fatto questo?” la sentii dire.
Domenica non rispose. Si limitò a lasciar cadere a terra la pistola. Eraldo la mise a sedere sul sedile posteriore della volante.
“Non riesco ancora a crederci…” disse Eraldo, guardando Domenica andarsene con gli agenti. “Che ne sarà di Claudia?”
“Se la caverà in qualche modo, stai tranquillo” dissi io.
“Lo spero. I paramedici non erano molto fiduciosi… ha perso molto sangue” disse, fissando il cemento rosso di fronte ai suoi piedi.
La Fragola era già stata portata in ospedale, mentre Fabio venne medicato sul posto in attesa di un’altra ambulanza. Quando finalmente l’ambulanza arrivò, lo fecero sdraiare su una barella, ma lui fece cenno di aspettare.
“Ehi Eraldo” disse Fabio, con un sorriso strano. “Avvicinati un po’…”
“Che vuoi?”
“Lo so che sei arrabbiato con me perché ho picchiato tua madre…”
“Non ricordarmelo o ti spacco la faccia un’altra volta” ringhiò lui.
“Non l’avrei mai fatto” disse lui scuotendo la testa, mentre un paramedico gli bendava la ferita.
Eraldo non rispose, si limitò a digrignare i denti e a distogliere lo sguardo.
“Mi dispiace che le cose siano andate così. Per quello che vale… volevo dirti che il motivo per cui stavo lasciando Diana non erano i suoi tradimenti… mi ero reso conto che le cose erano cambiate… mi ero reso conto che mi piacevi tu!”
Eraldo si voltò verso Fabio, i begli occhi pervasi di stupore.
“Che cosa?!”domando, strabuzzando gli occhi.
“Eravamo tutti innamorati di te. Io, Diana, Domenica, la Fragola… Non fa niente se non mi ricambi, volevo solo che lo sapessi! Sono stanco di mentire a destra e sinistra!”
Fabio e Eraldo abbozzarono un sorriso.
“In bocca al lupo con la guarigione” disse Eraldo, porgendogli la mano.
“Grazie…” disse lui, stringendola.
Fabio gettò un’ultima occhiata verso di me e sorrise.
“Ora possiamo andare” disse al paramedico.
Guardammo l’ambulanza partire. Il sole iniziò a tramontare. Pensai alla professoressa Fragola, così pallida tra le braccia dei paramedici… Nel giro di pochi minuti sarebbero arrivati i detective a raccogliere le prove e qualcuno ci avrebbe scortato alla centrale di polizia per interrogarci. Avremmo dovuto affrontare processi, interrogatori, tribunali…
Eraldo e io restammo in silenzio per qualche istante, fissando il vuoto.
“Non è che anche tu eri innamorata di me?” domandò Eraldo, cogliendomi di sorpresa.
“Certo” risposi io, sorridendo malinconicamente. “Come tutti….”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 10: La trappola

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Quando Eraldo entrò in classe al mattino, sembrava un cavaliere dell’apocalisse pronto a dispensare morte, peste, carestia e guerra con una sola occhiata. Si sedette al suo banco senza dire una parola. Cercando di non destare l’attenzione di Domenica, gli toccai un braccio per chiedergli che problema avesse, ma mi incenerì con lo sguardo.
Lo vidi scrivere qualcosa sul cellulare. Sentii una vibrazione provenire dalla tasca.

Lo stronzo ha aggredito mia madre mentre tornava a casa da lavoro, proprio davanti a casa mia. Le ha dato una botta in testa. È ancora in ospedale. Volevo tornare casa mia in America, i miei genitori erano d’accordo, e adesso non posso più farlo. Devo trovarlo e farlo arrestare, chiunque sia!

Mi venne un groppo alla gola. Non provai a parlargli per tutta la mattinata, limitandomi a riflettere in silenzio. Non capii una parola della lezione sugli integrali, né di quella su Hegel, ma quando arrivò il momento di studiare James Joyce finalmente mi venne in mente l’unica cosa che avremmo potuto fare. Avremmo rischiato di farci ammazzare, o farci tramortire nel migliore dei casi, ma dovevamo far uscire l’aggressore allo scoperto.

Sei con la macchina?

Scrissi a Eraldo. Lui annuì.

Io fingerò di andare a casa, ma andrò a casa della prof. Tu resta con lei finché non te lo dico io. Poi accompagnala a casa, fingi di andartene, fai il giro e ritorna. Dille di aprirmi la porta sul retro. Cancella tutti i messaggi.

Dopo qualche istante, Eraldo fece cenno di aver capito.

Quando tutti se ne furono andati, Eraldo andò a cercare Fragola, mentre io finsi di tornare a casa mia. Quando fui sicura che nessuno fosse nei paraggi, feci dietro front e andai a casa della Fragola. Inviai un messaggio a Eraldo per avvertirlo.
La villetta in cui Fragola viveva con altre quattro coinquiline era molto vicina alla casa dei miei nonni. C’ero passata davanti molte volte e quasi sempre avevo visto qualcuna delle ragazze. Quel giorno, però, pareva non esserci nessuno. Non c’erano mezzi parcheggiati né finestre aperte. Forse erano fuggite per la paura. Scavalcai il cancello senza troppa fatica e mi nascosi in mezzo ai cespugli del giardino. Dopo una decina di minuti sentii il rumore di una macchina, di una portiera che si apriva e di un paio di tacchi che camminavano sull’asfalto. L’automobile ripartì. Un suono di chiavi mi suggerì di uscire dal mio nascondiglio e di avvicinarmi alla porta del giardino. Dopo pochi istanti la porta si aprì e io sgattaiolai dentro camminando a quattro zampe.
“Spero solo che tu abbia avuto l’intuizione giusta” disse la professoressa a bassa voce. “Ma non ho capito quale sia il tuo ruolo in questa storia.”
“Io… io voglio solo sapere chi è” ammisi. “Voglio sapere perché mi ha aggredito.”
“Beh… credo tu possa fare di più che stare solo qui a guardare” disse lei, aprendo un cassetto. Ne estrasse una pistola che pareva uscita da un film d’azione.
“Bella, eh?” disse, montando quello che suppongo fosse il silenziatore. “Una delle mie coinquiline è una guardia notturna, abbiamo la casa piena di armi e pallottole… questa è la mia preferita, è leggera e ha pochissimo rinculo… peccato che io abbia una pessima mira… tu sai sparare?”
“No, non ho nemmeno mai tenuto una pistola in mano” dissi.
“Beh, c’è sempre una prima volta!” disse lei, lanciandomi dei guanti di lattice e l’arma.
“Ma… ma…” blaterai.
“Niente ma. Usala se dovesse servire. Non vogliamo fare la fine di Diana. Se lo ammazzi, dirò che sono stata io e ti toglierò da questo impiccio. Troveranno solo me e le mie impronte. Sai, comincio a pensare di aver capito chi c’è dietro questa faccenda…”
Sentii il telefono vibrare.
“Eraldo è in zona” dissi a voce bassa. “Lascerà la macchina nella parallela e verrà qui passando dal retro.”
“Cosa pensa di fare, povero caro… gli avevo chiesto di restare a casa sua…” disse la Fragola, scuotendo la testa.
La professoressa uscì in giardino per togliere i panni dalle corde e tagliare qualche foglia secca alle piante. Eraldo mi raggiunse in casa. I suoi muscoli erano tesi e pronti a scattare. Ci acquattammo dietro le tende tirate, pensando al peggio.
Proprio mentre la professoressa era chinata per innaffiare una pianta di gerani, una figura con il cappuccio calato sulla faccia si materializzò da dietro il cancello. Nella mano brandiva una mazza da baseball.
Eraldo corse via dalla porta sul retro.
Trattenni il fiato, troppo ebbra di adrenalina per capire cosa stessi facendo.
Presi la mira attraverso la tenda trasparente, pregai Dio di non farmi diventare un’assassina e premetti il grilletto.
La figura incappucciata lasciò andare la mazza: l’avevo colpito alla spalla destra. Avevo mirato alla mano, ma ero comunque grata per il risultato.
Lasciai andare la pistola e corsi in giardino. Quello che vidi pochi istanti dopo mi tolse quasi il fiato. Eraldo aveva bloccato a terra l’aggressore e gli aveva tolto il cappuccio. Due occhi neri mi fissarono con livore, coperti da una frangetta di capelli chiari. Il suo sopracciglio era tagliato in due da una ferita recente.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 9: Un segreto poco segreto

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L’indomani la mia classe era preda di un terribile fermento. Era tutto un parlare delle aggressioni e un ipotizzare chi sarebbe stato il prossimo. Eraldo e la Fragola erano chiaramente in agitazione.
Fabio aveva cinque punti di sutura che gli tagliavano il sopracciglio e un grosso livido sul mento. Tentai di avvicinarmi per chiedergli come stesse.
Quando gli rivolsi la parola alzò appena lo sguardo dal quaderno che teneva davanti come mero diversivo. Mi fissò per qualche istante con i suoi occhi neri e mi lanciò un debole sorriso.
“Poteva andarmi peggio” disse. “Sono quasi tutto intero e non ho riportato danni gravi… grazie per averlo chiesto.”
Annuii imbarazzata e tornai al mio posto.

Nell’intervallo andai a parlare con Eraldo. Schizzò come un gatto non appena gli rivolsi la parola. Scosse la testa quando gli chiesi se volesse parlare. Una parte di me si era davvero messa a giocare al detective e non vedevo l’ora di scambiare due chiacchiere con quello che, con tutta probabilità, avrebbe potuto essere la prossima vittima.
Fuori da scuola, fu lui a raggiungermi. Mi portò nel parcheggio, dove aveva lasciato la macchina, e mi disse di salire per parlare.
Aprii la porta del passeggero pronta ad ascoltarlo.
“Sono il prossimo… sicuro che sono il prossimo! Io o Claudia! Sicuramente! Puoi anche dirlo in giro se vuoi, non… holy shit! Again!”
Eraldo corse fuori dalla macchina per capire chi ci stesse origliando, sicuro che fosse la stessa persona della volta prima, invece si trattava solo di Fabio, venuto a prendere la bicicletta.
“Perché ovunque io vada ti trovo sempre tra i piedi?” disse Eraldo, visibilmente arrabbiato.
“Perché frequentiamo gli stessi posti” rispose Fabio, senza scomporsi. “Stai pure con la tua ragazza tutto il tempo che vuoi, si vede che la mia non era abbastanza per te se l’hai già dimenticata…”
“Mothafucka!” disse Eraldo, afferrandolo per la maglietta. “Io volevo bene a Diana, non ti azzardare a dire mai più una cosa del genere! Patricia è solo un’amica!”
“Lei forse sì, ma la professoressa Fragola?” sogghignò Fabio.
Eraldo gli tirò un pugno così forte che temetti gli saltassero i punti.
“Fatti i cazzi tuoi” sussurrò Eraldo, a denti stretti.
“Lo prendo per un sì” disse Fabio, sputando del sangue per terra.
Fabio salì sulla bici e se ne andò, con un sorriso strano stampato sul volto.
“Non avresti dovuto picchiarlo” dissi io, spaventata. “Adesso ha capito… ha capito che…”
“Ha capito che non sono affari suoi” disse Eraldo, togliendosi i capelli dalla faccia.

Il giorno dopo tornò a scuola anche Domenica. Aveva un taglietto su un labbro e una spalla lussata, così accettò di buon grado che la spingessi nel tragitto dall’ascensore all’aula.
Eraldo, non appena la vide, corse ad abbracciarla.
“Stai bene?” disse, inginocchiandosi per poterla vedere in faccia. Lei fece segno di sì con la testa e sorrise, gettando le braccia verso Eraldo per farsi abbracciare di nuovo.
“Ci pensi ancora, non è vero?” le domandai, quando Eraldo fu abbastanza lontano.
“Sempre” rispose lei, con aria sognante. “Vorrei sposarlo. Non è solo bello, è anche dolce e gentile…”
Scoppiai a ridere, ripensando alle risse e alle tresche in cui era coinvolto, ma decisi di non spezzare il sogno di Domenica, morto ancora prima di nascere.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 8: Un’altra aggressione

Puntata precedente: http://www.eternalovecl.com/kiria-racconta-bello-da-morire-capitolo-7-aggressione/
L’indomani, verso le sette del pomeriggio, sentii il campanello suonare come se fosse impazzito. Di malavoglia mi alzai dal divano, ancora intontita, e andai ad aprire. Mi aspettavo di vedere mio padre con le pizze, invece era Enrico.
Richiusi la porta quasi istantaneamente, ma con una spinta lui si fece strada lo stesso. Ero sola in casa e mi spaventai a morte, ma mi sentivo troppo debole per difendermi. Scoppiai a piangere di frustrazione. Avevo un gran paura che volesse farmi del male.
“No, no, mi dispiace” disse lui. “Non voglio farti piangere, stai tranquilla. Guarda, mi metto quaggiù in un angolo” disse, avvicinandosi al muro e alzando le mani. “Sono stato una persona orribile con te, non voglio farlo mai più!”
Smisi di singhiozzare un attimo e presi un fazzoletto per soffiarmi il naso.
“Che cosa vuoi?” domandai.
“Volevo sapere come stavi, ho saputo che cosa ti è successo. La gente a scuola chiacchiera. Ormai sono tutti convinti che ci sia un killer in mezzo a noi, me incluso. Io non ho visto chi ti ha colpito, ma so che qualcuno voleva darti un avvertimento… io so una cosa, di cui non posso parlare… credo che la prossima vittima sarà il tuo amico americano… o forse la sua… volevo dire… la vostra professoressa, la Fragola. Qualcuno se l’è presa con loro… credo ci sia sotto una passione malsana…”
“Che c’entra la Fragola con Eraldo?” domandai, chiedendomi se anche lui fosse al corrente della cosa.
“C’entra, c’entra. Ho visto che una volta lei gli ha dato un passaggio… e l’ha portato nel suo appartamento… Lui è rimasto da lei per due ore… credo che… Non dirmi che è andato lì per farsi dare ripetizioni d’italiano!”
“Perché lo stavi seguendo?!” domandai, arrossendo.
“Perché volevo gonfiarlo di botte per la figura che mi ha fatto fare davanti a te. Speravo di trovarlo solo, invece… ma non mi va di parlarne. L’ho detto a te come segno della mia fiducia.”
“A dir la verità già lo sapevo” ammisi. “Li ho colti sul fatto…”
“Oh, caspita…” disse lui. “Io non riesco a farmi dare nemmeno un bacio e lui riesce a farsi dare… lascia perdere.”
“Eri tu fuori dalla porta?” domandai.
“Eh?” domandò lui.
“Eraldo mi ha confessato della sua tresca… pensavamo di essere soli, ma qualcuno ha ascoltato la conversazione ed è scappato… eri tu?”
“No, assolutamente” disse lui, deciso.
“Sicuro?”
“Certo! Sapevo già tutto, perché avrei dovuto origliare? Comunque quel che dici è grave. Qualcun altro sa, quindi qualcun altro potrebbe essere in pericolo… Sono arrabbiato. Sono un imbecille ma nel mio modo malato ci tengo molto a te, non voglio che ti accada qualcosa di male. E non voglio che accada nemmeno a Fabio… sono in pena per lui!”
“Che c’entra Fabio? Come lo conosci?” domandai.
“Lui non ama raccontarlo in giro, ma siamo cugini. Le nostre madri sono sorelle, ma non si parlano dalla morte della nonna. Problemi di eredità, lascia stare. Lui ha smesso di rivolgermi la parola da allora, ma un tempo eravamo molto uniti. Chiunque abbia buttato Diana giù dal terrazzo sicuramente voleva far ricadere la colpa su di lui, era il candidato ideale. Il fidanzato tradito più e più volte, frustrato, che si fa prendere dall’ira… sarebbe stato anche troppo facile. E’ un cretino, è vero, ma non credo sia un omicida.”
Rimuginai su quello che avevo appena sentito.
“Diana è morta…” dissi, con un nodo in gola. “Io sono stata aggredita… io ero sua amica… forse…”
Cercai di dare vita a un ragionamento, ma fui interrotta da una notifica sul telefono.
“DOMENICA!” gridai. “Qualcuno ha aggredito anche lei!” dissi, leggendo il messaggio.
Fui interrotta dal suono di un’altra notifica, ma non era il mio telefono.
Enrico prese il telefono e fissò lo schermo con aria spaventata.
“Hanno aggredito anche Fabio!” disse lui, portandosi una mano alla bocca. “Qualcuno lo ha spinto giù dalle scale!”
“Ma che problemi ha questo aggressore?!” gridai, massaggiandomi le tempie sul punto di esplodere.
In quel momento il campanello iniziò a suonare vigorosamente. Mi affrettai ad aprire a mio padre, che aveva le mani occupate dai cartoni della pizza. Non vide subito Enrico, ma quando si accorse della sua presenza lo fissò con uno sguardo rabbioso e iniziò a farsi rosso in viso.
“Dopo quello che hai fatto a Patrizia hai il coraggio di farti vedere in casa mia?!” disse, stringendo i pugni.
Senza dire una parola, Enrico corse via dalla porta e la chiuse alle sue spalle.
“Ti ha fatto qualcosa?” disse mio padre, correndo vicino a me. “Se restava un altro secondo, io…”
“No…” dissi. “Mi ha solo detto… che qualcuno ha aggredito il ragazzo di Diana… e anche Domenica…”
“Io ti faccio cambiare scuola!” disse, scuotendo la testa. “Non mi importa se sei maggiorenne, io te la cambio! Fai quello che vuoi ma te la cambio!”
“Non puoi farlo! C’è un pazzo a piede libero là fuori e dobbiamo scoprire chi è!”
“Cosa pensi di fare, di giocare all’investigatore? Parlerò con la preside, non voglio che tu resti lì! Stasera lo dirò a tua madre, che darà ragione a te, ma non riuscirete a farmi cambiare idea.”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 7: Aggressione

Puntata precedente: http://www.eternalovecl.com/kiria-racconta-bello-da-morire-capitolo-6-una-strana-presenza/

Quando ripresi conoscenza, una giovane infermiera con degli enormi occhi azzurri mi guardò sorridendo.
“Che succede? Dove sono?” biascicai. Avevo un terribile mal di testa. Mi guardai meglio intorno. Ero in un letto d’ospedale.
“Sei al sicuro” disse l’infermiera. “Qualcuno ti ha aggredito, vuoi sporgere denuncia?”
“Che?! Chi mi ha aggredito? Non ho visto niente! Ricordo solo un gran dolore alla testa…”
“E’ stata una tua compagna a chiamare l’ambulanza, dice di aver visto qualcuno tirarti una botta in tesa e fuggire, ma nemmeno lei è in grado di dire chi possa essere stato…”
Fissai l’infermiera perplessa. Mi aveva detto decisamente troppe cose in un tempo così breve e il mio mal di testa non rendeva le cose più semplici.
“Chi ha chiamato l’ambulanza?” domandai, massaggiandomi le tempie.
“Non lo so. I tuoi genitori stanno per arrivare. Ti manderemo via con loro. Ti abbiamo fatto degli esami e non hai preso una botta troppo forte. Non bere alcolici e non prendere antidolorifici. Se il mal di testa non ti passa o se ti capitasse di vomitare vieni qui subito, intesi?”
Nel giro di poco tempo arrivarono i miei e andai a casa a riposare.
“Che cosa sta succedendo nella tua scuola?” domandò mio padre, rimboccandomi le coperte. “Non si è ancora scoperto niente di quella tua amica caduta dal terrazzo?”
“Lasciala stare” disse mia madre, trascinandolo fuori dalla stanza. “Si sente male, ne parliamo tra qualche giorno. Dobbiamo ancora ringraziare Domenica per aver chiamato l’ambulanza!”
Confusa e arrabbiata, sprofondai in un sonno tormentato e preoccupato. Rividi il volto immoto di Diana e immaginai me stessa al suo posto.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 6: Una strana presenza

Puntata precedente: http://www.eternalovecl.com/kiria-racconta-bello-da-morire-capitolo-5-diana/

TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Domenica non venne a scuola per una decina di giorni. Qualche volta ero andata a trovarla a casa, ma si era sempre dimostrata poco desiderosa di conversare. Quando finalmente si decise a tornare il suo sorriso pareva essersi volatilizzato.
Fabio tornò a scuola qualche giorno dopo Domenica. Non parlava con nessuno, era taciturno, e di certo si rendeva conto del misto di sospetto e compassione con cui tutti lo guardavano.
Le lezioni tornarono a essere normali in fretta, anche se qualche insegnante ancora indugiava troppo nel tacere il nome di Diana durante l’appello. La Fragola era una di quelle. Avevo sempre creduto che fosse un essere privo di sentimenti, eppure scorgevo del sincero dispiacere nel suo sguardo, completamente diverso dalle occhiate concupiscenti che lanciava a Eraldo. Ripensai alle parole di Diana e mi resi conto di quanto avesse colto in pieno i desideri della professoressa.
Il mio banco era stato spostato accanto a quello di Domenica. Lentamente ero riuscita a farla chiacchierare di nuovo con me come faceva prima. Quando mi fece notare che i voti di Eraldo si erano vertiginosamente alzati, nonostante le sue interrogazioni non brillassero né per dialettica né per conoscenza, per un pelo mi lasciai scappare di aver assistito a una scenetta erotica all’interno della scuola, ma lasciai perdere. Se la notizia fosse trapelata, di certo la Fragola avrebbe rischiato il posto e non la odiavo abbastanza da volerle causare un licenziamento.
Eraldo aveva iniziato a essere un po’ più gentile con Domenica, e non mancava di sorriderle ogni volta che poteva. Io avevo il forte sospetto che non lo facesse perché gli andava ma perché gli era stato richiesto.
Un giorno, mentre giravo da sola per i corridoi della scuola in cerca della macchinetta del caffè, mi imbattei di nuovo in Enrico. Da diverso tempo aveva deciso di starmi alla larga, ma quel giorno pensò che fosse il caso di rispolverare le vecchie abitudini e iniziò a inseguirmi di soppiatto. Me ne accorsi e per poco non mi misi a correre verso la mia classe, ma ero stanca di fuggire da lui, perciò lo avvicinai fingendomi benevola e gli tirai un calcio in mezzo alle gambe come mi aveva consigliato Eraldo. Nel giro di un secondo finì steso a terra, con le mani strette intorno gioielli doloranti.
“Perché mi hai colpito?!” gridò lui, agonizzante.
“Perché la devi smettere di inseguirmi!” dissi io, allontanandomi.
“Io volevo solo avvertirti! Ahiaa…. La tua amica non ha avuto un incidente, qualcuno l’ha spinta!”
“E tu che ne sai?” domandai, voltandomi.
“L’ho sentito… aaaaaah… che maleee… stavo salendo le scale per andare in terrazzo, ma quando sono arrivato non c’era nessuno! L’ho detto alla polizia ma non mi hanno dato retta, perché non l’ho visto in faccia….”
“Era uomo o donna?” domandai.
“Non lo so, ho solo sentito la voce di Diana che si lamentava per qualcosa, ma non feci caso a cosa… mi pareva parlasse con qualcuno che conosceva… aaaaah!”
Decisi di non dare troppo peso a quelle parole, sicura che Enrico volesse solo un po’ di attenzione, e me ne tornai in classe.
Nei giorni successivi, Eraldo mi sembrò più agitato del solito. Io cercavo di incalzarlo e farlo parlare, ma era chiuso come un muro. Poi un giorno, nel bel mezzo dell’intervallo, mi prese per mano e mi portò in un’aula vuota per parlare.
“Lo so che mi hai visto!” esclamò, poco dopo aver chiuso la porta. “Sei rimasta più di quanto pensi a fissarmi mentre ero con Claudia!”
“Claudia?” domandai io, sorniona e soddisfatta del suo crollo. “Chiami la professoressa Fragola per nome adesso?”
“Fai poco la spiritosa. È una faccenda seria! Sta’ zitta, per l’amor del cielo, se ci scoprono scoppierà un bel casino!”
“Se avessi voluto fare la spia l’avrei già fatto, non credi? È più facile che ti facciano scoprire i tuoi voti esagerati piuttosto che la sottoscritta!”
“Gliel’ho detto che erano troppo alti” disse Eraldo scuotendo la testa. “Sai qual è la cosa strana? Penso che Claudia mi piaccia sul serio. Non è per niente arcigna e severa come la vedete tutti in classe. A volte sono anche andato a casa sua… è una persona completamente diversa da quello che credevo… è dolce, romantica, e molto, molto passionale… e… Oh shit, shit, shit!
Eraldo si interruppe, aprì la porta di scatto e corse in corridoio, fermandosi pochi istanti dopo per guardarsi intorno.
“Che succede?!” domandai quando lo raggiunsi.
“Sono sicuro che qualcuno ci stesse ascoltando, la porta era socchiusa! E io sono certo di averla chiusa bene! Sono stato un imbecille a parlarti qui, dovevo parlarti a casa tua! L’ho visto fuggire in mezzo alla gente, chissà chi diamine era! Chissà che intenzioni aveva!”
Suonò la campanella. Eraldo e io tornammo in classe, frustrati e preoccupati.
Quel giorno Domenica mi chiese di restare con lei a ripassare per l’imminente compito di storia. Verso le due e mezza, finalmente si persuase a considerare finito il ripasso. Stavo morendo di fame e non vedevo l’ora di scaldare in forno un po’ delle lasagne cucinate da mia nonna. Passai dal bagno per non dover aspettare fino a casa, ma non ci arrivai mai. Sentii qualcosa abbattersi violentemente sulla mia testa e da quel momento non vidi più nulla.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 5: Diana

Puntata precedente: http://www.eternalovecl.com/kiria-racconta-bello-da-morire-capitolo-4-uno-strano-equivoco/

TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

La relazione tra Diana e Fabio mi aveva sempre affascinato dal punto di vista antropologico. Diana era la femmina alfa, bella, corteggiata, estremamente consapevole dell’effetto che suscitava in chi la guardava; Fabio invece era un maschio remissivo, disposto anche a farsi da parte in vista di un maschio alfa pur di non perdere il suo diritto all’accoppiamento. Era evidente che Fabio aveva qualche problema di autostima per tollerare la ripetizione di certi comportamenti. Domenica, che vedeva tutto con ottimismo, pensava che fosse solo molto innamorato. Io, un po’ meno idealista e più disillusa, pensavo che soffrisse di qualche forma di disagio che forse un bravo specialista avrebbe potuto risolvere.
Nonostante Diana e io fossimo compagne di classe fin dalle medie, non sapevo molto di lei al di là delle sue peripezie con i ragazzi di turno. Ogni tanto mi aveva chiesto una mano in questa o quell’altra materia, ma niente di più. Ogni volta che cercavo di conoscerla meglio si ritirava come una tartaruga nel suo guscio. Fabio, se possibile, era ancora più riservato di lei. In quattro anni di liceo mi aveva rivolto la parola sì e no una decina di volte.

Quel mattino arrivai in classe di buonora. Di solito, per quanto presto arrivassi, la Fragola era già seduta alla cattedra con qualche rivista tra le mani, in attesa che suonasse la campanella per iniziare la lezione; invece quel giorno pareva essere in ritardo. Nemmeno Domenica era ancora arrivata. Non ci feci troppo caso e mi misi a chiacchierare con alcune compagne.
“Mamma mia, che freddo!” borbottò all’improvviso Alessia, chiudendo la finestra. “E siamo solo ai primi di ottobre! Sarà dura arrivare a marzo!”
In quell’istante qualcosa, o forse qualcuno, lanciò un grido disperato. Ci guardammo intorno per capire da dove provenisse. Alcuni ragazzi aprirono la porta e andarono a controllare in corridoio. Con la coda dell’occhio scorsi qualcosa delle dimensioni di una persona cadere di fronte alla finestra.
Tiziana, una ragazza minuta appoggiata al vetro, lanciò un grido e si portò le mani alla bocca.
“ERA DIANA! L’HO VISTA, ERA LEI!” gridò terrorizzata. Mi avvolsi in una sciarpa, aprii la finestra e mi sporsi dal davanzale.
Diana giaceva in una pozza del suo stesso sangue. I suoi riccioli biondi erano tinti di rosso e i suoi occhi azzurri erano vitrei e terrorizzati. Distolsi la vista quasi subito ma finii comunque per vomitarmi addosso. Corsi in bagno, tremando come una foglia, senza capire cosa fosse accaduto. Cercai di piangere, ma non ne fui nemmeno capace.
Nel giro di pochi minuti sentii le sirene della polizia farsi sempre più vicine. Rimasi chiusa in bagno finché non mi sentii abbastanza forte per andare a rispondere alle domande che sicuramente i poliziotti mi avrebbero rivolto. Telefonai a Domenica, ma non rispose. Chiamai Eraldo e, con mia enorme sorpresa, sentii un telefono squillare proprio nel cubicolo vicino al mio.
“Pronto?” rispose a bassa voce Eraldo.
“Cosa fai nel bagno delle donne?” dissi io.
Eraldo aprì la porta e mi guardò, atterrito.
“Non sono stato io, te lo giuro” disse, spaventato.
“A fare cosa?” domandai, sulla difensiva.
“Lo sai benissimo” disse lui, con le lacrime agli occhi. “Io le volevo bene, non le avrei mai fatto una cosa del genere!”
“Posso anche crederti, ma come spieghi di essere a scuola durante una sospensione?”
“Anche Fabio è qui, l’ho visto entrare… la Fragola aveva messo una buona parola con la preside e voleva ritrattare la sospensione…”
Convinsi Eraldo a uscire dal bagno ed entrambi andammo a farci interrogare. Mi tolsi il maglione sporco e mi misi il giubbotto, poi mi affacciai alla finestra del corridoio. C’erano diverse volanti della polizia fuori dalla scuola e mi parve di vedere anche la madre di Domenica.
Riversai tutte le lacrime che non avevo versato prima durante l’interrogatorio. Il poliziotto non si scosse, era certo abituato a certe scenate.
“Lei che era amica della vittima, è in grado di darci informazioni sulla sua vita sentimentale?” domandò l’uomo.
Gli raccontai di Fabio, di Eraldo e di tutti i ragazzi che c’erano stati in mezzo.
Quando uscii dall’aula vuota adibita a stanza degli interrogatori, vidi Domenica entrare dopo di me. Mi domandai quando fosse arrivata e che cosa potesse mai aver visto, ma ero troppo distrutta per volerlo veramente sapere.

I giorni successivi la scuola, che avrebbe dovuto essere in lutto per la perdita di una nostra compagna e amica, era pervasa da una morbosa eccitazione. Era tutto un domandarsi se si fosse trattato di un incidente o di un omicidio. Alcune indiscrezioni dicevano che l’autopsia non aveva segnalato segni di abusi di alcun tipo e che la causa di morte era senza dubbio la caduta, ma come era caduta? L’aveva spinta qualcuno? E se sì, chi poteva avercela a tal punto con lei?
Fabio non venne a scuola per un po’, nonostante la sua sospensione fosse stata revocata. In giro si diceva che su di lui gravasse l’accusa di omicidio non premeditato, ma avevo imparato a ignorare le cretinate che sentivo.
Il posto vuoto accanto a me mi faceva venire i brividi. Era come stare seduta accanto al Tristo Mietitore, invisibile quanto inesorabile.
Avrei dovuto prendermi qualche giorno per stare a casa e metabolizzare l’accaduto, come avevano fatto quasi tutti i nostri compagni, invece decisi che cercare di impegnare il cervello fosse la cosa giusta. Un giorno fui colpita da un mal di testa fortissimo che mi costrinse a uscire dall’aula. Iniziai a passeggiare per i corridoi massaggiandomi le tempie con le dita, sperando di stare meglio. Qualunque rumore mi infastidiva, compreso l’eco delle lezioni che proveniva dalle varie classi. D’un tratto sentii un gemito provenire dall’aula di fisica. Dati i recenti accadimenti, una persona normale avrebbe chiamato qualcuno che controllasse al posto suo, o almeno avrebbe avuto il buon senso di tirare dritto, invece io ero tanto rintronata che decisi di guardare da sola. La porta era chiusa ma cercai di aprirla senza far rumore. Tutto mi sarei aspettata di trovare tranne quello che vidi.
La professoressa Fragola, spettinata e mezza nuda, con la camicia aperta e la gonna sollevata, era sdraiata sopra uno dei tavoli della stanza. Eraldo, sopra di lei, pareva aver trovato il modo di guadagnarsi la sufficienza fino alla fine dell’anno scolastico.
Chiusi la porta, pregando che fossero troppo concentrati sui piaceri della carne per essersi accorti della mia presenza. Quell’immagine tormentò i miei sonni per parecchie notti.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 4: Uno strano equivoco

Puntata precedente: http://www.eternalovecl.com/kiria-racconta-bello-da-morire-capitolo-3-l-innamorato-respinto/

TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando arrivammo a casa mia ero troppo frastornata per mettermi ai fornelli, così finii per ordinare qualcosa in una rosticceria e mi sedetti sul divano, cercando di metabolizzare l’accaduto.
“Se non ci fossi stato tu, non so cosa mi sarebbe successo…”
“Niente” disse lui, alzando le spalle. “Non ti avrebbe fatto niente. Li conosco i tipi così, sono solo bambini… spoiled? Viziati? Si dice, sì? Viziati e paurosi. Mi fanno schifo. Fanno i forti con i deboli e i deboli con i forti Se ti ricapita colpiscilo in mezzo alle gambe.”
Dopo un pasto caldo mi sentii molto meglio e ritrovai le energie per studiare. Aprii il libro di testo e cercai di spiegare a Eraldo le parti principali, ma lui era continuamente distratto dalle notifiche che infestavano lo schermo del suo smartphone.
“Oh, ma insomma!” sbottai, dopo l’ennesimo bip. “Lo vuoi recuperare quel tre oppure no?! Spegni quel coso!”
“Scusa, scusa! È Diana, mi ha detto di passare da lei quando abbiamo finito!”
Eraldo arrossì visibilmente mentre sorrideva imbarazzato.
“Odio dovertelo dire” dissi, sospirando. “Ma nel caso non lo sapessi, Diana è fidanzata con Fabio. Hai presente il ragazzo seduto dietro di lei, con i capelli chiari…?”
“Certo, ma ha detto che per me è disposta a lasciarlo!” rispose lui, con gli occhi illuminati da una sciocca credulità.
“Ma per piacere” dissi, alzando gli occhi al cielo. “Non crederai alle cretinate che ti dice? Sarai almeno il quinto o sesto ragazzo a cui dice queste cose!”
“Ma con me sarà diverso! Capisco che tu possa essere gelosa di Diana, ma non devi esserlo! Lei è bellissima, ma anche tu hai molte qualità. Un giorno troverai un bravo ragazzo e sarai contenta con lui!”
Fissai Eraldo per qualche istante, con la bocca contratta in una smorfia di disgusto, ma finii per ignorare quello che mi aveva detto e ripresi a spiegare Manzoni.
“Sei bello come il sole” pensai, tra me “ma si vede che la fusione nucleare ti ha bruciato qualche neurone”.

L’indomani, poco prima che entrassi in classe, la professoressa Fragola, in piedi accanto alla porta, mi posò una mano sulla spalla e mi guardò con i suoi occhiacci grigi come se volesse infilzarmi.
“Patrizia, sei una così brava studentessa!” disse, con voce dura. “Non è proprio il caso di rinunciare ai tuoi bei voti e alla tua istruzione per un ragazzo!”
“Eh?!” domandai, visibilmente sorpresa.
“Ti sei messa con il ragazzo nuovo. Tutta la classe ne parla! Sei così giovane, perché vuoi rovinare il tuo avvenire?”
All’improvviso capii l’equivoco e mi affannai a spiegare alla professoressa dell’aggressione e di come Eraldo mi avesse difesa.
“Dunque l’ha detto solo per liberarsi di quell’orrendo ragazzo” disse lei, mentre il suo sguardo si faceva più dolce.
“Sì, professoressa, glielo assicuro. Non c’è niente tra me e Eraldo che non sia un normale rapporto tra compagni di classe.”
“Brava” disse lei, con un sorriso, mentre toglieva la mano dalla mia spalla. “Ho sempre saputo che sei una giovane intelligente e giudiziosa. Perdona l’intrusione nella tua vita privata, ma l’avvenire dei miei studenti mi sta più a cuore di quanto si possa pensare. Va pure in classe adesso!”
Mi sedetti accanto a Diana, che appena mi vide arrivare arricciò il naso.
“Perché hai messo in giro la voce di essere fidanzata con Eraldo? È ovvio che non è vero!” disse lei.
“Certo che no! Chi è che racconta queste bugie?” domandai.
“Il tuo spasimante ferito. Ha detto che per poco il tuo ragazzo non lo ammazzava di botte!”
“Che codardo” borbottai. “Non gli ha fatto niente purtroppo! Avrei goduto a vedere Eraldo picchiarlo per bene!”
“Avete studiato insieme, mi ha detto” disse Diana, ravvivandosi un boccolo con le dita.
“Sì, quello è vero. Ma non riusciva a concentrarsi per colpa tua e dei tuoi messaggi!”
Diana ridacchiò e non disse altro.

Contro ogni previsione, la Fragola decise di interrogare di nuovo Eraldo. L’interrogazione iniziò bene: rispose correttamente a quasi tutte le domande. La professoressa lo guardava con aria greve. Pareva quasi le dispiacesse non potergli affibbiare un altro tre. Le domande iniziarono a farsi talmente difficili che alla fine Eraldo non seppe davvero più cosa dire.
“Conoscenze superficiali” decretò la professoressa, mal celando un sorrisetto soddisfatto. “Nessun approfondimento, nessun lavoro di studio autonomo, nessun dettaglio degno di nota. Dovrei darti cinque, ma ti darò cinque e mezzo. Hai ancora la media insufficiente, ricordalo. A posto.”
Eraldo, silenzioso ma furente, tornò al suo posto mentre tutti lo fissavano preoccupati.
Alla fine dell’ora, Eraldo venne a cercarmi per sfogarsi.
“Ma che le ho fatto?! Perché ce l’ha con me?!”
“Non ne ho idea! Non è mai stata di manica larga, ma…”
“Che vuol dire di manica larga?” domandò Eraldo.
“Vuol dire che non le è mai piaciuto dare voti alti, ma ti ha chiaramente fatto delle domande impossibili per metterti in difficoltà! Pensa che oggi, pensando che fossi il mio ragazzo, mi ha intimato di lasciarti perdere!”
“Non so che le ho fatto” disse lui, scuotendo la testa. “Eppure non mi sembra di essermi comportato in modo irrispettoso… o sì?”
“No, è lei che è pazza…”
“Come se non bastasse, tutti sono convinti che tu sia la mia ragazza!” disse lui ridendo. “Menomale che almeno Diana sa che non è vero!”
“Eraldo, devi lasciarla stare, sul serio! Ti spezzerà il cuore come fa sempre!”
Eraldo mi sorrise senza ascoltarmi e se andò a prendere un caffè, ma tornò quasi subito sui suo passi per dirmi qualcosa nell’orecchio.
“Credo che Domenica abbia sentito tutto. L’ho appena vista uscire dalla classe con la sua sedia a rotelle. Non andrà a spifferare tutto alla Fragola, vero?”
Andai a cercarla e le chiesi cosa avesse sentito.
“Quello che avete detto” rispose lei. “Allora Eraldo e Diana?”
“Lei vuole sedurlo” risposi io. “Ma non dire che te l’ho detto. Non sono affari miei e nemmeno tuoi, chiaro?”
“Certo” disse lei. “Non sono affari miei…”
Le nostre chiacchiere furono interrotte da alcune grida concitate. Cercammo di capire da dove provenissero e non ci volle molto a scoprirlo: Eraldo e Fabio si stavano picchiando davanti alla macchinetta del caffè. Gli altri ragazzi, invece di separarli, si erano messi a incitarli oppure a riprenderli con il telefono.
“Ma dov’è Diana quando serve?!” pensai. Nel giro di qualche minuto la professoressa di inglese e il professore di storia li separarono e li condussero nell’ufficio della preside.
L’indomani, nessuno dei due era presente a lezione.
“Li hanno sospesi” sussurrò Diana, con un ghigno. “Devo essere proprio una persona speciale se due uomini si picchiano così per me… povero Fabio, ha un incisivo scheggiato e una costola incrinata! Eraldo l’ha conciato proprio male… anche lui però le ha prese! Ha un polso slogato e un paio di dita rotte…”
“Non dovresti gioirne” le dissi, inorridendo. “Questa situazione ti metterà nei guai un giorno o l’altro!”
“Ah, cosa vuoi saperne tu! L’unico uomo che tu abbia mai baciato è tuo padre!”
Avvampando di rabbia, presi le mie cose e mi andai a sedere accanto a Domenica, nel posto vuoto lasciato da Eraldo.
“Quando torneranno?” domandò Domenica.
“Non lo so… pare che siano stati sospesi…”
Domenica annuì, pensierosa.
“Io voglio bene a Eraldo” disse lei. “Anche se non mi tratta tanto bene, anche se preferisce Diana. Magari un giorno si accorgerà di me, anche se sono brutta.”
“Non sei brutta” risposi io, meccanicamente.
“Lo sono, ma non mi importa niente. Magari un giorno vedrà che gli voglio più bene io di quanto gliene vorrà Diana. Lei è solo bella fuori, ma dentro non prova niente per nessuno. E’ solo vanità.”
“Vanità” ripetei io, fingendo di interessarmi alla conversazione.

Dopo la fine delle lezioni, mi attardai in classe con Domenica per ripassare la lezione di matematica (materia in cui io, a differenza sua, non eccellevo).
La professoressa Fragola entrò nell’aula con l’aria di chi avesse appena visto un fantasma. I suoi capelli, di solito appuntati sulla nuca, erano sciolti sulle spalle, e la camicia era mezza sbottonata, lasciando intravedere la biancheria intima.
“Che ci fate voi due qui dentro?” domandò, atterrita.
“Stavamo ripassando per l’interrogazione di matematica” risposi io.
“E’ meglio che andiate a casa. Comincia a farsi tardi.”
“Ma sono sole due…” obiettò Domenica.
“I tuoi genitori saranno in pensiero!” disse Fragola, con il tono di chi non ammette repliche.
Domenica e io ci alzammo di malavoglia, prendemmo gli zaini e ci dirigemmo verso l’uscita.
“Che cosa pensi le sia successo?” domandai.
“Non saprei” rispose Domenica. “E perché era così stravolta? E’ possibile che abbia un fidanzato qui a scuola?”
“Lei? Pensi che sia in grado di provare attrazione per qualcuno? Diana dice che sicuramente anche lei ha subito il fascino di Eraldo, ma mi sembrano sciocchezze.”
“Eraldo è bellissimo. Se fossi come voi magari avrei qualche speranza…”
“Domenica, piantala con questi discorsi. È un ragazzo superficiale e anche troppo ingenuo. Non è roba per te né per nessuno con un po’ di cervello.”
“Però è stato così gentile…” disse Domenica, smettendo per un attimo di spingere la sedia a rotelle. “Ieri mattina sono arrivata un po’ troppo presto e volevo andare in classe a ripassare, ma l’ascensore non funzionava perché era andata via la corrente, e io non sapevo come fare a salire in classe… Eraldo, era arrivato prima anche lui… quando mi ha vista lì da sola mi ha chiesto se per me andava bene che mi portasse in classe in braccio, e io ovviamente gli ho detto di sì! Mi ha sollevato come se fossi una sposa e mi ha portato fino al mio banco, poi è tornato a prendere la mia sedia a rotelle… Nessuno lo aveva mai fatto per me…”
“Si vede che la corrente non va via così spesso!” commentai. “E’ tutto molto romantico ma non pensarci troppo, ti farà solo stare male”.
“Ci penserò eccome!” disse lei di rimando. “Come potrei non farlo?”

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 10

Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

Chiara digitò sulla tastiera l’ultimo puntino di sospensione.
“E’ perfetto” pensò, con un sorriso. “Nessuno si sarebbe mai aspettato di avere avuto l’assassino sotto gli occhi fin dall’inizio!”
Per qualche istante rimase ferma a fissare lo schermo, rileggendo le ultime pagine del suo racconto. Una volta che ebbe eliminato gli ultimi refusi ed ebbe indentato bene il testo, decise di stampare i nove capitoli. Gettò un’occhiata all’orologio in basso a destra sul desktop e notò che erano quasi le quattro del mattino. Si avvicinò alla finestra per abbassare la saracinesca e notò che nel cielo splendeva una meravigliosa luna piena.
“Ciao” sussurrò una voce, alle sue spalle. Chiara si voltò, credendo che fosse entrato un ladro in casa.
“Che ti succede, hai paura di me? Eppure sei tu ad avermi creata!”
Una ragazza alta con i capelli corti era in piedi a pochi passi da Chiara. Indossava una maglietta con una grossa macchia di sangue all’altezza dello stomaco.
“Sono io, Marta. L’assassina delle fiabe. Non guardarmi così, mi conosci benissimo!” disse la spettrale figura.
“No… non è possibile…” disse Chiara, incredula, tentando di uscire dalla porta della sala.
“Stai tranquilla, non ho intenzione di farti del male” disse Marta con un ghigno, afferrando Chiara per le spalle. “Mi hai dato una vita breve, una morte orribile e una schizofrenia incurabile, ma almeno mi hai resa forte e mi hai fatto provare dei sentimenti di amore e di amicizia. In fin dei conti ti vorrei ringraziare. Pare che una parte di me odi le storie a lieto fine, e di certo la mia storia non ne ha uno, quindi tutto sommato mi piace quello che hai scritto.”
“Cosa vuoi da me?” domandò Chiara, cercando di liberarsi dalle due gelide mani che la stringevano.
“Niente, volevo solo farti sapere che esisto e che la mia storia non è finita…”
“Tu sei morta, la tua storia è finita eccome!” rispose Chiara, pentendosi immediatamente della sua audacia.
“Vero, vero… però vedi, un personaggio immaginario, come me, non può mai morire del tutto, neppure se lo uccide il suo creatore. Ogni libro, fiaba, racconto o novella può essere riletta da capo, perciò i personaggi morti possono rigenerarsi ogni volta che qualcuno ricomincia a leggere. Hai pubblicato la mia storia sul Web, non è vero? L’hanno letta parecchie persone. Sono loro ad avermi dato la forza di uscire dalle tue pagine e di entrare in questo mondo. Un modo per uccidermi esiste, in effetti. Dovresti uccidere tutti coloro che hanno letto “L’assassino delle fiabe”, ma non credo che lo farai. Oppure potresti… “
Marta si zittì di colpo, si guardò rapidamente intorno e guardò Chiara fissa negli occhi.
“Adesso scusami, ma ho un paio di faccende da sbrigare. Devo ritrovare Francesco e devo continuare a uccidere.”
Chiara aprì bocca per ribattere, ma Marta la spinse contro il muro, facendole battere una testata abbastanza forte da farle perdere i sensi.
“Ci vediamo, creatrice…” sussurrò Marta ridendo, mentre svaniva nel nulla.

Verso le quattro e mezza del mattino, Chiara aprì gli occhi. Era seduta davanti al suo portatile, con la testa fra le braccia.
“Deve essermi venuto un colpo di sonno” pensò. “Meglio che vada a dormire adesso.”
Chiara si sentiva frastornata. Ricordava di avere sognato qualcosa o qualcuno proveniente dal suo racconto, ma non riusciva proprio a ricordarsi che cosa.

Il giorno seguente, Chiara cercò i fogli sui quali aveva stampato “L’assassino delle fiabe”, ma non li trovò da nessuna parte.
“Pazienza” pensò. “Si vede che facevano parte del sogno anche quelli!”
Accese il computer per controllare la posta elettronica. Per caso si imbatté nel sito di un noto quotidiano. La sua attenzione venne attratta da una notizia di cronaca nera.

“DICIOTTENNE TROVATA MORTA SULLE SCALE DELLA SCUOLA
Angelica C., studentessa di quinta liceo, è stata trovata morta sulle scale antincendio del liceo classico Andrea d’Oria alle otto del mattino del 19 settembre. La causa della morte è il soffocamento provocato da un pezzo di mela ritrovato nella gola della giovane. Non sono ancora confermate le voci che ipotizzano un omicidio doloso premeditato. Il corpo della ragazza è stato trovato circondato da fiori bianchi e truccato con cerone bianco e rossetto rosso, in un macabro tentativo di evocare la morte di Biancaneve. Il cadavere stringeva tra le mani un foglio con su scritte le parole “Grazie, Chiara”…”

Chiara scorse la notizia fino in fondo, scordandosi di respirare.
“Non è possibile” pensò. “Deve essere un pazzo che ha letto la mia storia e adesso sta simulando gli omicidi che ho scritto…”
“Ovviamente no, mia cara!” disse una voce femminile.
Chiara si voltò. Marta era in piedi, davanti a lei. Stringeva una mela morsicata nella mano destra e un fiore nella sinistra.
“Non ha sofferto, stai tranquilla…” sussurrò Marta, avvicinandosi a Chiara. “Era così bella, con quei capelli neri e quegli occhi color del mare… Non potevo lasciare che il tempo distruggesse il suo volto. La morte adesso avrà una sposa bellissima! La morte è l’unico principe che verrà mai a salvare le principesse in pericolo!”
“Io non ti ho creata in questo modo! Io ti ho creata buona!” disse Chiara con disprezzo.
“E’ vero… ma vedi, tu hai lasciato che la mia parte buona si suicidasse per distruggere quella cattiva, che invece, come puoi vedere, non è affatto morta…”
“Ti fermerò, in un modo o nell’altro ti fermerò!” gridò Chiara.
“Non sai come fare! E non lo saprai mai! Addio creatrice, devo accompagnare Cenerentola al ballo! Il suo principe la sta aspettando per morire insieme a lei!”
Chiara cercò di afferrare le mani evanescenti di Marta, ma tutto quello che le rimase tra le mani furono una mela rossa e un fiore bianco.
Chiara rimase in piedi, immobile, fissando il fiore e la mela. Era in preda alla rabbia e alla disperazione, ma riuscì a non perdersi d’animo. Rifletté a lungo, e alla fine un’idea la colse di sorpresa come un fulmine a ciel sereno.
“Non posso distruggere la storia di Marta, ormai è già stata divulgata… Però posso continuarla! Non conosco le regole per distruggere il suo gioco, ma… se riscrivessi le regole io stessa, allora forse…”
Chiara aprì il documento Word “L’assassino delle fiabe” e iniziò a scrivere.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 5

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Avrei potuto respingere quel bacio, ma non lo feci. Date le circostanze, Francesco aveva ragione: ormai eravamo tutti appesi al flebile filo della pazzia del killer delle fiabe. Se mi era concesso innamorarmi prima di morire, avrei potuto riuscirci solo con lui.
“Vuoi essere la mia ragazza?” domandò lui. “Mi aspettavo un ceffone, ma visto che non me lo hai dato devo dedurre che forse un po’ ti piaccio?”
“In realtà… in realtà sì” borbottai, senza guardarlo in faccia. “Solo che non pensavo assolutamente di interessarti! Cioè, guardami… sono un maschiaccio, sono riservata, per niente socievole, cosa mai posso offrire a un ragazzo come te?”
“Ma sei tu. Mi piaci perché sei così” ripose lui, strappandomi un sorriso e facendomi inaspettatamente arrossire.
Per un attimo riuscii a dimenticarmi di Alice, della Bella e la Bestia, del caos in cui eravamo precipitati. Mi sentii solo una ragazza emozionata che per la prima volta scopriva di piacere a un ragazzo.

Quando tornai a casa, passai davanti alla casa di Alice. Suonai il campanello. Con enorme sollievo, finalmente qualcuno mi rispose.
“Chi è?” disse una voce femminile, dall’altra parte del citofono.
“Alice?! Sono Marta!” risposi.
“Marta! Perdonami se non ti ho risposto in questi giorni, io e i miei genitori siamo tutti a letto con un brutto virus intestinale! Ho avuto la febbre fino a stanotte e non mi è proprio passato per la testa di rispondere a nessuno! Ti farei salire, ma potrei essere contagiosa!”
“Va bene, l’importante è saperlo… Rimettiti in forze! Ora vado a casa!”
“Aspetta!” disse Alice. “La polizia è stata qui. So cosa è accaduto oggi e so anche che avevano paura che fossi stata io, ma il medico ha confermato che io fossi malata…”
“Stai bene? Ne vuoi parlare?”
“C’è poco da dire… non ho il cuore a pezzi, stai tranquilla. Conoscevo Adamo da poco, me ne farò una ragione. Vai a casa, comincia a farsi tardi! Ci sentiamo!”
Alice riagganciò.
L’aveva presa fin troppo bene. Forse stava solo cercando di reprimere le sue emozioni, ma ci avrei pensato in un altro momento. La cosa più importante era che lei fosse viva.

La preside del liceo artistico decise di non chiudere la scuola. La classe di Adamo e quella dell’altra ragazza erano deserte. Francesco, seduto alle mie spalle, ogni tanto mi dava dei colpetti sotto la sedia per farsi notare. Non avevo ancora risposto alla sua proposta di mettersi insieme e ci teneva a ricordarmelo.
Qualche minuto prima che suonasse l’intervallo, uscii per procurarmi qualcosa da mangiare. Quando tornai in classe, vidi che Francesco non c’era.
Chiesi a Marcella e mi disse che era uscito anche lui subito dopo di me.
“Eppure non l’ho visto!” pensai, sgomenta. Un terribile sospetto si impadronì del mio cervello. Corsi per i corridoi, sperando di trovarlo, facendomi strada tra la gente. D’improvviso sentii un ragazzo gridare.
Corsi nella sua direzione. Un gruppo di persone mi impediva di vedere. Vidi molti distogliere gli occhi e altri chiamare i propri insegnanti. Mi feci strada. Francesco era sdraiato a terra, in una pozza di sangue. Qualcuno lo aveva bendato, gli aveva bloccato la bocca con una corda, gli aveva legato le mani dietro la schiena e gli aveva messo in testa un cappello verde con la piuma. Peter Pan catturato dai pirati. Proprio come aveva detto lui il giorno prima.