KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – EPILOGO

Chiara digitò l’ultimo puntino di sospensione sulla sua tastiera.
“Vediamo se avrai voglia di subire tutto questo ogni volta che uscirai dalla tua storia” sogghignò malignamente.
Chiara dormì male quella notte. Sognò i suoi personaggi e rivisse la morte di ciascuno di loro. A mezzogiorno si svegliò si soprassalto.
“Bah, devo smetterla di scrivere questi racconti!” borbottò tra sé. “La prossima volta scriverò un libro per ragazzi sulle avventure di un gatto parlante!”
Chiara si diresse nello studio. Luca stava già lavorando a un video. Si sedette, bevve un sorso d’acqua e si mise a scorrere le ultime notizie. L’acqua le andò di traverso sulla tastiera.

“DICIANNOVENNI MORTI: CONFERMATA L’IPOTESI DELL’OMICIDIO DOLOSO
Mirko R. e Virginia U. sono stati trovati morti nei pressi del liceo Andrea d’Oria alle otto del mattino del 24 settembre. Entrambi hanno riportato fratture multiple al cranio. I testimoni affermano di aver visto che il volto del ragazzo era dipinto di azzurro e che una delle scarpe della ragazza era stata rimossa dalla scena del crimine. Dopo “Biancaneve”, si assiste alla morte di “Cenerentola” e del “principe azzurro”. Il liceo verrà chiuso per una settimana e i compagni di classe delle vittime verranno interrogati. Tra le mani della ragazza è stato rinvenuto un biglietto con su scritto: “Ci hai provato, Chiara… Ci hai provato…”.

P.S.: La storia di Marta è finita, o forse no. Forse la vedrete a scuola, seduta dietro di voi, oppure la incontrerete in autobus mentre sta tornando a casa dopo aver ucciso l’ennesima vittima. La prossima volta che avrete tra le mani un libro di fiabe, forse lo vedrete in un’altra prospettiva…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 8

Un mattino, Marcella arrivò in classe con la faccia buia. Per la prima volta dopo anni, si era presentata in classe con i capelli sciolti. Per un attimo rimasi a fissarla, incantata. Non avevo mai visto una chioma così lunga. Le ciocche le si avviluppavano intorno alle braccia come dei rampicanti e poi scendevano giù, selvagge, fino a metà della coscia. Il castano ramato delle radici si trasformava in biondo fragola verso le punte.
“Ciao Raperonzolo!” la salutò Alice, tutta allegra.
“Raperonzolo… è proprio per quello che ho deciso di tagliarli. Se l’assassino mi vedesse, di certo vorrebbe la mia testa!” sospirò Marcella, toccandosi i capelli.
“Nooo!” protestò Alice. “Che idea sciocca! E allora io dovrei cambiarmi nome? Ne abbiamo già parlato e abbiamo detto che non c’è modo di salvarsi quando l’assassino ti prende di mira. A meno che tu non sia Francesco” aggiunse, ammiccando nella mia direzione.
“Li sciolgo oggi per mostrarli a voi, per l’ultima volta. Quando uscirò da scuola andrò dal parrucchiere e li farò corti come i tuoi” disse, guardandomi.
Mi passai una mano sulla nuca. Avevo sempre odiato i capelli lunghi su di me perché non volevo perdere tempo a lavarli e asciugarli, ma mi piaceva vederli sulle altre ragazze e mi dispiacque sentire la decisione di Marcella.
Le ore trascorsero lentamente come al solito. Eravamo obbligati a fare lezione con le porte aperte per permettere agli agenti che pattugliavano la scuola di controllare ogni spostamento. Durante l’intervallo andai in bagno con Alice e Marcella per parlottare un po’ e per sentirmi sommergere di domande riguardo Francesco. Dopo aver eluso l’ennesima illazione, mi chiusi in bagno per poter fare pipì in pace. Per quei pochi minuti si decisero a tacere. Quando aprii la porta, vidi Alice seduta per terra vicino al lavandino e Marcella distesa a terra, con i lunghi capelli a farle da cornice ai lati del viso. Sentii lo stomaco contorcersi e per poco credetti di vomitare.
“Non è divertente!” gridai. “Aprite gli occhi!”
Non mi stavano prendendo in giro.
Il maglione rosa di Marcella si era tinto di rosso. Il sangue stava iniziando a macchiare anche il pavimento. I suoi occhi erano aperti verso il soffitto, le sue mani giunte al petto.
Alice fissava un punto indistinto davanti a sé. Aveva la testa reclinata su un lato. I riccioli biondi e l’espressione assente la facevano sembrare una bambola di porcellana. Sulle sue gambe era stato posato un coniglio bianco di peluche.
Sullo specchio, qualcuno aveva appeso un biglietto.

“Nessun principe risalirà mai la chioma di Raperonzolo.

Alice è caduta nella tana del Bianconiglio e rimarrà nel Paese delle Meraviglie.”

Disperata e terrificata, andai a cercare un agente di polizia. Non riuscii quasi a proferir parola, ma riuscii a indicare il bagno. Solo allora lo vidi: un piccolo coltello da cucina, affilato e sporco di sangue, era stretto tra le mani di Marcella. Distolsi gli occhi quasi subito, ma persi i sensi.

Mi risvegliai in infermeria. Francesco e la professoressa d’italiano mi stavano fissando.
“L’ho sognato?” sussurrai.
Entrambi mossero la testa in segno di diniego.
Sentii i miei occhi farsi umidi.
La polizia mi interrogò fino a farmi esaurire completamente ogni briciolo di forza interiore. Mi interrogarono su tutto quello che avevo visto quel giorno e i giorni precedenti. Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che ero chiusa in bagno, che erano mie amiche e che non avrei mai voluto vederle in quel modo. Alla fine una poliziotta mi lasciò andare a casa. “Hai un talento per trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato” disse, invitandomi a uscire dalla stanza degli interrogatori.
Restai a casa da scuola una settimana. I miei genitori non dissero niente. Mi lasciarono soffrire in pace, senza farmi troppe domande. Uscii soltanto per assistere ai funerali di Marcella e Alice. Dovevo prendere il sonnifero per riuscire a dormire, e così passavo le mie giornate in un perenne stato di stordimento grigio e insapore. Il sonno e la veglia si fondevano e non sapevo più cosa era vero e cosa fosse un sogno.
Una sera Francesco venne a trovarmi per vedere come stavo. Non ero di molte parole e lui rispettò il mio silenzio. Portò un film da poter vedere insieme. Diceva che mi avrebbe distratto. Era un poliziesco di cui non ricordo il titolo, piuttosto noioso. Dopo i primi venti minuti, infatti, complici i sonniferi, finii per addormentarmi. Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che Francesco mi stringeva fortissimo i polsi, come a volermi impedire di toccarlo, e mi fissava atterrito, con la bocca contorna in una smorfia di terrore e stupore.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 5

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Avrei potuto respingere quel bacio, ma non lo feci. Date le circostanze, Francesco aveva ragione: ormai eravamo tutti appesi al flebile filo della pazzia del killer delle fiabe. Se mi era concesso innamorarmi prima di morire, avrei potuto riuscirci solo con lui.
“Vuoi essere la mia ragazza?” domandò lui. “Mi aspettavo un ceffone, ma visto che non me lo hai dato devo dedurre che forse un po’ ti piaccio?”
“In realtà… in realtà sì” borbottai, senza guardarlo in faccia. “Solo che non pensavo assolutamente di interessarti! Cioè, guardami… sono un maschiaccio, sono riservata, per niente socievole, cosa mai posso offrire a un ragazzo come te?”
“Ma sei tu. Mi piaci perché sei così” ripose lui, strappandomi un sorriso e facendomi inaspettatamente arrossire.
Per un attimo riuscii a dimenticarmi di Alice, della Bella e la Bestia, del caos in cui eravamo precipitati. Mi sentii solo una ragazza emozionata che per la prima volta scopriva di piacere a un ragazzo.

Quando tornai a casa, passai davanti alla casa di Alice. Suonai il campanello. Con enorme sollievo, finalmente qualcuno mi rispose.
“Chi è?” disse una voce femminile, dall’altra parte del citofono.
“Alice?! Sono Marta!” risposi.
“Marta! Perdonami se non ti ho risposto in questi giorni, io e i miei genitori siamo tutti a letto con un brutto virus intestinale! Ho avuto la febbre fino a stanotte e non mi è proprio passato per la testa di rispondere a nessuno! Ti farei salire, ma potrei essere contagiosa!”
“Va bene, l’importante è saperlo… Rimettiti in forze! Ora vado a casa!”
“Aspetta!” disse Alice. “La polizia è stata qui. So cosa è accaduto oggi e so anche che avevano paura che fossi stata io, ma il medico ha confermato che io fossi malata…”
“Stai bene? Ne vuoi parlare?”
“C’è poco da dire… non ho il cuore a pezzi, stai tranquilla. Conoscevo Adamo da poco, me ne farò una ragione. Vai a casa, comincia a farsi tardi! Ci sentiamo!”
Alice riagganciò.
L’aveva presa fin troppo bene. Forse stava solo cercando di reprimere le sue emozioni, ma ci avrei pensato in un altro momento. La cosa più importante era che lei fosse viva.

La preside del liceo artistico decise di non chiudere la scuola. La classe di Adamo e quella dell’altra ragazza erano deserte. Francesco, seduto alle mie spalle, ogni tanto mi dava dei colpetti sotto la sedia per farsi notare. Non avevo ancora risposto alla sua proposta di mettersi insieme e ci teneva a ricordarmelo.
Qualche minuto prima che suonasse l’intervallo, uscii per procurarmi qualcosa da mangiare. Quando tornai in classe, vidi che Francesco non c’era.
Chiesi a Marcella e mi disse che era uscito anche lui subito dopo di me.
“Eppure non l’ho visto!” pensai, sgomenta. Un terribile sospetto si impadronì del mio cervello. Corsi per i corridoi, sperando di trovarlo, facendomi strada tra la gente. D’improvviso sentii un ragazzo gridare.
Corsi nella sua direzione. Un gruppo di persone mi impediva di vedere. Vidi molti distogliere gli occhi e altri chiamare i propri insegnanti. Mi feci strada. Francesco era sdraiato a terra, in una pozza di sangue. Qualcuno lo aveva bendato, gli aveva bloccato la bocca con una corda, gli aveva legato le mani dietro la schiena e gli aveva messo in testa un cappello verde con la piuma. Peter Pan catturato dai pirati. Proprio come aveva detto lui il giorno prima.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 1

Guardai l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Mi alzai di malavoglia e andai in cucina a preparare del caffè per tenermi sveglia. Avevo trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui non ricordavo niente. Mi girava la testa e sentivo di avere un alito tremendo, ma non vi diedi peso. Bevvi il caffè e andai in bagno a lavarmi la faccia. La veglia mi aveva donato due belle occhiaie violacee che non avrei perso tempo a coprire col trucco. Era il secondo giorno di quinta liceo. Quell’anno avrei dovuto sostenere la maturità, non mi andava di perdere tempo a occuparmi del mio aspetto fisico.

Mi infilai i primi vestiti puliti che riuscii a trovare e uscii in punta di piedi, senza svegliare i miei genitori. La notte prima avevano dovuto tenere aperto il ristorante fino alle due di notte a causa di una cena aziendale privata. Erano tornati tardi, non volevo svegliarli. Presi la bicicletta e mi diressi verso la scuola. Avrei dovuto aspettare almeno mezzora prima che aprissero il portone, ma l’idea di godermi l’aria frizzante di settembre immersa nella lettura di un buon libro non mi dispiaceva. Posai la bici a ridosso del solito muro, misi la catena e mi diressi verso i gradini della scala antincendio su cui ero solita sedermi quando arrivavo a scuola troppo presto. Con mia sorpresa, mi resi conto che i gradini erano cosparsi di fiori bianchi. Guardai in alto: tutta la scala era coperta di fiori, fino al secondo piano. Iniziai a salire le scale. Quando ebbi percorso quattro rampe, vidi un’enorme distesa di fiori bianchi sul pianerottolo. Mi avvicinai. Notai con orrore che una persona stava dormendo proprio in mezzo a quei fiori. Era una ragazza; aveva i capelli neri e il rossetto rosso. Sul volto aveva un fondotinta troppo pallido per la sua carnagione. Mi avvicinai, tremando. Aveva le braccia conserte sul petto e tra le mani stringeva una mela rossa morsicata. Un biglietto, scritto a macchina, era stato lasciato accanto a lei.

Il principe non verrà mai a svegliarla dal suo sonno.

Mi sentivo paralizzata. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel volto immobile. Gridai con tutto il fiato che avevo in corpo.

La polizia mi fece un mucchio di domande. Mi chiesero se conoscessi la vittima, se avessi toccato qualcosa, che cosa ci facessi in giro a quell’ora. Alla fine mi lasciarono andare, intimandomi di tornare a casa per riprendermi dallo shock. Non sapevo niente di quella ragazza. Ricordavo solo che a volte la sua classe divideva la palestra con la mia durante le ore di educazione fisica, ma non avevo neppure idea di quale fosse il suo nome. Sul suo corpo non c’erano tracce di violenza, era stata soffocata da una mela che le si era incastrata nella gola.

Quando tornai a scuola, la storia di Biancaneve era un sussurro sulla bocca di tutti. La professoressa d’italiano scoppiò in lacrime nel mezzo della lezione; la vittima era stata una sua allieva fino all’anno prima. Una studentessa promettente, gentile con i compagni, separata dalla vita così presto. Ci raccontò che il suo fidanzato l’aveva lasciata pubblicamente durante l’ultimo giorno di scuola per fidanzarsi con un’altra ragazza, spezzandole il cuore.

Bene o male, tutti noi studenti ricominciammo a vivere come prima dell’omicidio. Vedevamo spesso degli agenti pattugliare la zona durante le prime ore di lezione e durante l’intervallo, ma ci avevano assicurato che non c’era alcun pericolo reale che venissero fatte altre vittime.

Decisi di non voler mai più arrivare a scuola troppo presto: non volevo correre il rischio di imbattermi in altri cadaveri né tanto meno volevo diventare un cadavere io stessa. Mi sentivo quasi sollevata quando arrivavo in ritardo. La notte di Halloween alcuni miei compagni avevano deciso di organizzare una festicciola per esorcizzare la paura dovuta agli ultimi avvenimenti, ma io non potetti partecipare a causa di un’interrogazione di fisica programmata per la prima ora il mattino seguente. Passai tutta la notte a leggere e rileggere le stesse cose e alla fine mi risvegliai con il mal di testa e un gran freddo addosso: mi ero addormentata sui libri. La sveglia indicava le nove meno cinque di mattina.

“Il professore penserà che l’abbia fatto di proposito!” pensai, uscendo di casa come un razzo e salendo sulla bici. Quando arrivai a cento metri dalla scuola, mi resi conto che l’ingresso era costellato di volanti della polizia. Un brivido mi attraversò la schiena.

Mi avvicinai, cercando di capire cosa fosse successo. Vidi un ragazzo piangere e gridare, tenuto stretto da due agenti. Prima che una poliziotta mi cacciasse, vidi una ragazza bionda sdraiata a terra. Il cemento ai piedi della scala antincendio era diventato rosso. Alla ragazza mancava una delle scarpe.

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