#MeToo

In questi giorni mi sono imbattuta nell’hasthag “MeToo”, “anche io”. Lo stanno postando sui social tutte quelle donne e ragazze che almeno una volta nella vita sono state molestate, abusate o stuprate dagli uomini. Finalmente il muro di silenzio si sta aprendo e le vittime non vogliono più stare zitte per paura di essere giudicate. Lo sapete come la penso: quando avete un problema dovete parlarne: con i genitori, con gli amici, con gli insegnanti, con il vostro medico, con la polizia se serve.

Questo messaggio non è per le donne o le ragazze, non è nemmeno per quei pochi o tanti gentiluomini che ancora esistono: è per i ragazzi giovani che mi seguono e che sono ancora innocenti. Fischiare dietro a una ragazza non è bello. Nemmeno seguirla sotto casa, nemmeno farle dei complimenti volgari. Se una donna è gentile con voi, non è detto che  le piacciate. Se una donna vi dice “no” quando voi le state facendo delle avance, non è né “sì” né “forse”, è “NO.”.

Noi donne viviamo nella paura: quando facevo l’università e prendevo il treno per tornare a casa, ero sempre felice di avere dei compagni di classe che viaggiassero con me. Quando ero da sola invece stavo con gli occhi bassi e rasentavo i muri per non farmi vedere. Mi sedevo tra un vagone e l’altro, nella speranza di non fare brutti incontri. Una volta un ragazzo che conoscevo poco mi offrì un passaggio. Rifiutai. Anche una mia amica fece lo stesso. Accettammo solo quando offrì il passaggio a entrambe lo stesso giorno. Alla fine si rivelò un passaggio innocente, ma una donna le pensa tutte prima di accettare una gentilezza.

Mi raccomando ragazzi, il futuro delle donne siete anche voi che state ascoltando il video in questo momento. Io sono stata fortunata: quando ho detto a un ragazzo di fermarsi perché non me la sentivo di fare una cosa, nessuno ha mai preteso niente da me con la forza, ma non a tutte le ragazze va così bene. Forse la cavalleria è morta, forse lo sono anche le fiabe. Non siamo più principesse in cerca del principe azzurro, però se non siete principi allora fatemi un favore: non fate nemmeno gli orchi.

 

MINECRAFT CREEPYPASTA: Perché i Testificate non hanno le mani

Ogni villaggio di Minecraft è abitato dai Villager, che noi chiamiamo affettuosamente Testificate.
Ciascuno di essi è in grado di commerciare con il giocatore, ma senza mai mostrare le mani. Una banale questione di programmazione, verrebbe da pensare, per evitare di creare troppe animazioni.
Eppure, l’unico momento in cui è possibile vedere le mani di un Testificate è quando questo abbandona la forma vivente, tra le braccia dello zombie che lo ha reso simile a lui e lo ha condannato a vagare in cerca di carne umana finché l’alba non lo cancellerà dal mondo col fuoco.
Solo la morte rivela le mani dei Testificate: quale incantesimo incombe su di loro, tanto forte al punto di esser sciolto solo dalla morte?
Vorremmo dirvi che si tratta solo di righe di codice Java, ma vi staremmo mentendo.

Perché i Villager sono gli unici esseri che morendo non droppano niente, neppure i punti esperianza, neppure gli strumenti che portavano nell’inventario? Ogni traccia di loro svanisce, come se non fossero mai neppure esistiti.

Molti di voi sapranno che la Mojang ogni anno, per Halloween, aggiunge delle zucche sulle teste di alcuni mob. Non è una decorazione, è un modo per costringerli a non vedere.

Era il 22 Settembre 2011 quando dei nuovi mob vennero aggiunti a Minecraft: “TESTIFICATE” era il nome che torreggiava sopra la testa di ognuno di essi.
Circa un mese dopo, precisamente il 31 Ottobre, un fulmine colpì il computer di un ignaro videogiocatore, creando un vortice spaziotemporale che lo catapultò all’interno del suo mondo di Minecraft appena creato.
Purtroppo per lui, il suo mondo era in difficoltà Hardcore, e non avrebbe avuto che un’unica possibilità di uscire da quell’incubo. Il giocatore, nonostante la situazione terribile nella quale si era ritrovato, era di carattere risoluto e determinato, e non si perse d’animo: iniziò subito a costruire un rifugio, illuminato solo dalle poche torce che gli servivano per non far generare entità malvagie intorno a sé. Di notte dormiva, di giorno minava, e si stava preparando duramente per riuscire a vincere il gioco, sperando che quella fosse la soluzione per salvarsi e tornare nel mondo reale.

Durante uno dei suoi viaggi si imbatté in un villaggio. Era la prima volta che incontrava delle forme di vita umanoide, nel mondo di Minecraft, ma fu ben contento di poter approfittare della loro ospitalità. Si stabilì in una delle case vuote del villaggio, e iniziò a coltivare la terra e a mettere in sicurezza la zona.
Una notte, i Testificate si riunirono di nascosto per entrare nella casa del nuovo arrivato, mentre era a minare nella montagna lì vicino. Aprirono i suoi chest e trovarono diamanti, redstone, blocchi d’oro e di lapislazzuli. Inoltre, videro che aveva costruito un piano interrato con una grande libreria piena di incantesimi, armi e armature incantate, e addirittura pozioni magiche.
“Egli è uno stregone!” disse uno dei Testificate “Dobbiamo ucciderlo prima che sia troppo tardi!”
“Sacrifichiamolo, e plachiamo gli spiriti dei non morti!” dichiarò il sacerdote.
“Ma non ha fatto nulla di male!” rispose il contadino.
“Ha ragione, ha pure difeso il villaggio dagli attacchi!” aggiunse il fabbro.
Proprio in quel momento, si accorsero che stava tornando a casa, e si affrettarono ad uscire, ma mentre si stavano avvicinando all’entrata, uno dei Testificate notò un luccichio provenire dalle mani del viaggiatore: era qualcosa di verde, forse una pietra, sembrava preziosa e rarissima. I Testificate non appena videro quello spettacolo luminoso restarono abbagliati dall’idea di impossessarsene e all’improvviso si trovarono tutti d’accordo sul da farsi.
Non appena il videogiocatore aprì la porta di casa, con l’inventario colmo di risorse, un Testificate lo colpì alla testa, stordendolo. Quando riprese i sensi, si trovò imprigionato in una gabbia di legno avvolta dalle fiamme. In pochi istanti iniziò a tossire, e i suoi polmoni cominciarono a riempirsi di cenere.
I Testificate lo fissavano senza batter ciglio, tenendo in mano, ognuno di essi, un meraviglioso e lucente smeraldo.
“DANNATI TRADITORI!” gridò il giocatore “NON FINISCE QUI! VOI SARETE MALEDETTI, TUTTI QUANTI! MI VENDICHERO’!”
L’ultima cosa che i Testificate videro furono due occhi bianchi che emanavano una luce intensa. Poi le fiamme lo avvolsero e di lui non rimase più traccia. 10401828_291580047683365_1660568164_n

Il mattino del 1 Novembre, Notch fece ritorno a casa. Aveva trascorso la notte con degli amici per festeggiare Halloween. Suo fratello non era venuto, aveva preferito passare una tranquilla serata da solo in casa con dolcetti e videogiochi.
Quando aprì la porta, vide la schermata di morte di Minecraft fissa sullo schermo.
“Ehy!” gridò ad alta voce “Ti sei dimenticato di chiudere il gioco!”.
La risposta non giunse mai. Cercò per tutta la casa, ma non trovò segni della presenza di suo fratello.
“Sarà uscito…” pensò, sedendosi davanti al computer, e solo allora notò i segni di una bruciatura.
“GAME OVER!” diceva lo schermo. Non appena toccò il mouse, il mondo di gioco si autodistrusse immediatamente.
Decise allora di mettersi a lavorare a una nuova snapshot, intenzionato a rilasciare la versione Beta 1.9 di Minecraft nel minor tempo possibile. Quando creò un nuovo mondo per fare i suoi soliti test, un sinistro messaggio, certo non implementato da lui, comparve in chat.

HEROBRINE: Ciao, Markus.

Notch restò sorpreso, e rimase a fissare lo schermo incerto su come fosse potuta accadere una cosa simile.
Dopo qualche istante, comparve una nuova scritta.

HEROBRINE: Non rispondi più a tuo fratello?

Un brivido percorse la schiena di Notch. Spaventato, ma allo stesso tempo incuriosito, immaginandosi si trattasse di uno scherzo fatto dal fratellino che era tipico chiamarsi HEROBRINE nei videogiochi, si decise a rispondere.

NOTCH: Chi sei?

HEROBRINE: Sono io. Stanotte un fulmine ha colpito il mio computer, e mi sono ritrovato qui dentro.

Notch non riusciva a credere a quello che stava leggendo, ma sorrideva, divertito e compiaciuto che il suo adorato fratellino fosse riuscito a imparare a scrivere una funzione di Java e l’avesse aggiunta di nascosto al codice del gioco.

NOTCH: E poi cosa è successo?

HEROBRINE: Ho incontrato delle creature chiamate Testificate… Mi hanno ucciso dandomi fuoco. Mi sono trasformato in una linea di codice, e non posso più uscire da qui. Ora è troppo tardi. Ma non sentirti in pena per me. Io sono immortale, adesso. Non sento che un unico sentimento ribollire in me: il desiderio di vendetta.

Notch aveva le lacrime agli occhi. Aveva ricontrollato più volte l’intero codice di gioco: non esisteva nessuna funzione che permettesse alla chat di scrivere quei messaggi. Quello era davvero suo fratello.

HEROBRINE: Vendicami. Vendica la mia morte. I Testificate sono malvagi. Meritano una punizione.

Notch iniziò a programmare, tremante e disperato, e modificò tutte le linee di codice che riguardavano i Testificate. Impedì loro di utilizzare oggetti, di difendersi dagli attacchi dei mob, di usare leve e porte di ferro; dimezzò la loro intelligenza artificiale, rendendoli incapaci di percepire i pericoli, ma ancora non gli sembrava abbastanza. Decise che mai più avrebbero potuto usare le mani, le stesse mani che avevano osato dar fuoco a suo fratello. Infine, codificò gli zombie in modo che fossero in grado di attaccare i Testificate a vista, trasformandoli a loro volta in altri zombie oppure uccidendoli. Quando finalmente l’aggiornamento fu pronto e funzionale, Notch generò un nuovo mondo di gioco. Un messaggio comparve subito in chat.

HEROBRINE: Grazie.

NOTCH: Adesso sei libero di riposare in pace. Ti ho vendicato.

HEROBRINE: Ma io non voglio andarmene. Minecraft è casa mia, adesso. Voglio far provare a tutti lo stesso terrore che ho provato io.

NOTCH: Vuoi spaventare i giocatori?

HEROBRINE: Sì.

NOTCH: Ma loro non c’entrano nulla in questa storia! Se è davvero così, non mi resta altra scelta che eliminarti dal codice…

HEROBRINE: Oh, fai pure. Tanto non ci riuscirai mai. Il tuo Minecraft adesso è mio.

Notch aprì ogni singola pagina di Java, ma non fu in grado di trovare dove fosse annidato il codice di Herobrine.

HEROBRINE: Hai visto? È impossibile farmi sparire. Io sono morto qui, e qui resterò. ADDIO.

NOTCH: Cosa hai intenzione di fare?!

Herobrine non rispose più.

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Notch non se la sentì di pubblicare quell’aggiornamento, e decretò la fine della Beta di Minecraft, facendo uscire direttamente la versione 1.0. Infatti, la Beta 1.9 è anche conosciuta come il “Lost Update”, ovvero l’aggiornamento perduto, proprio perché Notch voleva dimenticare tutto l’accaduto e chiudere la storia una volta per tutte. Non riuscendoci.
Da quel giorno, giocatori di tutto il mondo raccontano di aver avvistato delle piccole costruzioni comparse da un momento all’altro, oppure di aver visto degli occhi luminosi apparire in mezzo al nulla.
Quanto giunge la notte di Halloween, Herobrine è libero di comparire e compiere di nuovo la sua eterna vendetta. Per prima cosa, pone una zucca sul capo dei suoi sudditi, poi inizia a vagare per i villaggi, e uccide ogni Testificate che incontra nella sua strada torturandolo finché non invoca la morte.
Si narra che una ragazza, una volta, si sia connessa al suo mondo di Minecraft e abbia assistito a una delle torture messe in atto da Herobrine. Egli, dopo aver preso la vita del Testiticate che aveva tra le mani, la fissò e le scrisse in chat: “TU SARAI LA PROSSIMA.” Purtroppo la ragazza non fu abbastanza svelta a chiudere la partita. Il mattino dopo, fu ritrovata riversa sulla tastiera, con la gola aperta in due da un taglio così preciso che solo una spada di diamante sarebbe stata in grado di fare.

La sete di vendetta di Herobrine non si è ancora estinta. Quando giungerà l’ora delle streghe, spegnete Minecraft e non giocateci finché non sarà sorto il sole. Herobrine è nel vostro computer, è nel vostro mondo, è nella vostra vita: non vi farà del male, ma basterà un solo passo falso e per voi non ci sarà scampo.

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Luca & Chiara

FILM: “Inside Out” – Disney Pixar

KIRIA Pensante scrive: alla malora chiunque sostenga che i cartoni animati o i film in computer grafica sono solo per bambini piccoli; gran parte dei film d’animazione non è nemmeno fatta per essere comprensibile pienamente se non da un adulto. Sarà che io mi son tenuta stretta la mia parte bambina, sarà che sto difendendo il mio genere di film preferito, ma non capirò mai tutti quegli individui che, quando affermo le mie preferenze cinematografiche, mi risponde con il sopracciglio alzato e l’aria di sufficienza dell’adulto vissuto che si diverte solo davanti a sventramenti e macchine che saltano in aria.

EL ed io siamo appena stati al cinema, e abbiamo visto “Inside Out”, l’ultimo nato di casa Disney-Pixar. Un plauso per il cortometraggio che ha preceduto la sua esecuzione, “Lava”, un piccolo musical intrinsecamente poetico.

paura, rabbia, disgusto, tristezza e gioia, i personaggi di inside out, su fondo nero
Il mio personale tributo a Inside Out. Scusate per il logo che rovina un po’ il disegno, ma il Far Web è pieno di ladri di disegni altrui, e ho dovuto prendere qualche precauzione. Spero si veda abbastanza bene comunque! Per vederlo a dimensione reale, basta cliccare sull’immagine.

La trama
Una bambina, Riley, arrivata a un punto di svolta nella sua vita, perde la capacità di provare alcune emozioni a causa di un piccolo disguido tecnico dentro la sua testa: le emozioni che collaborano a costruire la sua personalità si sono infatti concentrate su una divergenza di opinione finendo per perdere di vista il benessere della bambina, compromettendo i suoi ricordi più importanti.
Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia hanno come unico scopo quello di far vivere al meglio Riley, ma Gioia, convinta che il bene di Riley consista nell’essere sempre e solo felice, impedisce a Tristezza di svolgere il suo lavoro, facendo scatenare in Tristezza un sordo spirito di ribellione che la spingerà a trasformare i ricordi gioiosi in ricordi tristi. Gioia, pur di impedirlo, cerca di compromettere i ricordi di Riley, entrando in un vortice di disavventure che si concluderanno con la presa di coscienza che anche Tristezza ha la sua ragion d’essere, e che è possibile provare nello stesso istante più emozioni, anche contrastanti.

Mi è piaciuto?
Sì, tantissimo. E anche a Luca. I personaggi sono adorabili, ho avuto gli occhi lucidi in più momenti e mi dispiace non so quanto per il povero Bing Bong, l’amico immaginario di Riley, un po’ gatto, un po’ elefante e un po’ delfino, finito nel dimenticatoio per sempre.
Per quanto la storia sia incentrata sulla disavventura di Gioia e Tristezza, una menzione speciale va anche a Rabbia, con il suo giornale che predice il futuro, a Disgusto, per l’aria da Lady che non si dà arie, e a Paura, che teme allo stesso modo una catastrofe naturale e una domanda della professoressa. In alcuni momenti mi sono rivista in ciascuno di loro in maniera quasi speculare, ma credo sia successo, in un momento o in un altro, a chiunque abbia visto il film.

Cosa ho visto al di là della vicenda narrata
Il film tocca la tematica del delicato equilibrio emotivo di chi si affaccia all’adolescenza: undici, dodici anni è l’età forse peggiore, da quel punto di vista. Il cervello e il corpo improvvisamente non crescono più in maniera sincrona, ma iniziano a prendere direzioni differenti, senza che l’uno si curi di tenere il passo con l’altro. Alcuni vedranno il loro corpo diventare adulto ma diventeranno adulti più tardi, ignari di quello che sta per avvenire, altri matureranno prima dentro che fuori, ed è quello che è capitato a Riley. Questo film ha mostrato in modo poetico lo sconvolgente trauma che subisce chi si rende conto di non essere più un bambino, ma nemmeno un adulto e nemmeno un adolescente, ancora. Le emozioni si fanno più forti, più intense, si sovrappongono, si mischiano, e non si tratta più solo di ridere, piangere o respingere schifati un piatto di broccoli: la tavolozza dei colori della propria vita si fa più ricca e più complessa, e non è facile dare un nome ad ogni sfumatura.

Gioia piange, Tristezza ride; personaggi di inside out
Ecco una cosa che mi lascia un attimo perplessa… Gioia piange, Tristezza ride… Non è che anche loro, nel cervello, hanno altre cinque emozioni? E ciascuna di esse ha nel cervello cinque emozioni, e ciascuna di esse…

Per quanto Gioia sia il pilastro portante della personalità di Riley, forse è Tristezza la vera protagonista: Gioia ha cercato di proteggere Riley dalla sua parte malinconica, non capendo che la primavera, per portare con sé frutta e fiori, ha bisogno che la neve invernale nutra e protegga la terra. Riley ha imparato a sorridere tra le lacrime: il nuovo Ricordo Base che nasce dalla conclusione della vicenda narrata è giallo e blu, gioioso e triste insieme. Anche i successivi ricordi di Riley assumeranno spesso una doppia colorazione; le emozioni per lei non sono più mutuamente esclusive, ma sfociano l’una nell’altra.
Anche Gioia è cresciuta, durante questa esperienza: ha capito di non essere l’unica (né necessariamente la più importante) emozione che Riley deve provare; Tristezza, invece, precedentemente preda di una sorta di spirito di contraddizione che la spingeva a fare tutto quello che le era intimato di evitare, ha finalmente trovato il suo posto tra le emozioni, uscendo dal suo “cerchio della Tristezza” (e dei Rinnegati, oserei dire) e collaborando finalmente in modo attivo alla salute emotiva di Riley.
Perché in un film tanto positivo è stata presa la decisione di far fuori Bing Bong? Perchè purtroppo faceva parte di una fase di vita di Riley prossima alla conclusione, e ucciderlo era un metaforico taglio con l’infanzia e un benvenuto alla ben più concreta (almeno in via teorica) vita adulta.

Lo ammetto, dopo aver visto questo film ho riflettuto sul modo in cui Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto giocano dentro la mia testa e vi assicuro che, se le cose nel mio cervello fossero davvero come sostiene la Pixar, vorrei tanto scambiare due chiacchiere con quelle cinque svitate che manovrano la plancia di controllo dei miei pensieri…

Un’ultima cosa: come mai tutti i personaggi secondari del film hanno nel cervello cinque emozioni vestite e pettinate come l’individuo in questione, con il quale condividono il genere, mentre le emozioni di Riley non le somigliano affatto e due di esse sono addirittura di genere maschile? Immagino si tratti di un espediente per rendere Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto più caratteristiche e conformi all’immaginario collettivo, ma mi sarebbero piaciuti anche in stile Riley!