KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 11

[ATTENZIONE: IL SEGUENTE CAPITOLO CONTIENE ESPRESSIONI VIOLENTE CHE POTREBBERO URTARE I LETTORI PIU’ SENSIBILI.]
Con le sue ultime forze, Marta sfiorò la guancia di Francesco, sorrise e poi spirò tra le tue braccia.
“Marta!” disse lui, tra le lacrime. “Non ti ho nemmeno detto che ti amo…”
“Stai tranquillo, ormai lo aveva capito da sola.”
Francesco si voltò, spaventato. Una ragazza minuta con dei lunghi capelli castani lo stava fissando con i suoi occhi verdi.
“E tu che cosa… chi… chi sei? Come sei entrata?!” esclamò Francesco.
La ragazza non gli prestò minimamente attenzione. Lo spintonò via con una forza di disumana, poi si avventò verso il corpo di Marta e iniziò a scrollarlo con cattiveria.
“Ma che stai facendo?! Lasciala andare!” disse Francesco cercando di rimettersi in piedi.
“SILENZIO!” gridò la ragazza, spingendolo contro il muro con il solo suono della sua voce. “Svegliati, brutta sgualdrina” aggiunse, rivolta a Marta. “Lo so benissimo che sei viva, apri gli occhi!”
Marta sorrise in modo beffardo e alla fine si decise a fare quanto gli era stato chiesto.
“Marta, ma sei viva!” gridò Francesco emozionato. Una folata di vento sovrannaturale lo sbatté contro il muro con tanta forza da fargli prendere i sensi.
“Non mi piace vederti maltrattare il mio ragazzo” sussurrò Marta digrignando i denti.
“E a me non piace sapere che entri nel mio mondo per ammazzare la gente!”
“Che cosa pensi di fare?” disse maliziosa. “Non puoi fermarmi, lo sai benissimo che io continuerò a rigenerarmi all’infinito!”
La stanza intorno a loro iniziò a cambiare. Francesco iniziò a svanire, così come i macabri trofei delle uccisioni di Marta.
“Che sta succedendo?!” domandò Chiara, sorpresa.
“Tra pochi minuti la storia si riavvolgerà su se stessa e potrò ricominciare a mietere vittime!” spiegò Marta, ridendo.
“Non così in fretta…” disse Chiara.
Nel giro di un istante, tutti i fantasmi delle vittime di Marta si riunirono intorno alla loro carnefice, ancora vestiti dei loro abiti di morte.
Il principe azzurrò gettò Marta a terra, le salì sopra e le bloccò le gambe e le braccia. Biancaneve si gettò su di lei e iniziò a morderle il viso, sempre più forte, fino a staccare un pezzo della guancia.
“Bianca come neve, rossa come il sangue…” sussurrò la ragazza, leccandosi le labbra. Marta gridava di dolore e di paura.
Chiara assistette alla scena impassibile.
Cenerentola afferrò la sua scarpetta col tacco, abbassò i pantaloni di Marta fino a lasciare scoperte le cosce e infilzò il tacco con forza nel muscolo fino a lacerarlo. Il sangue sgorgava copioso dall’arteria femoraria, inondando le mani di Cenerentola. “Come farai ad andare al ballo, conciata così?” disse, ridendo istericamente. Marta era quasi in stato di shock, ma uno schiaffo tirato da Bestia la fece risvegliare.
“Chi è davvero una bestia tra me e te?” ringhiò lui.
La Bella strappò la maglia di Marta, l’afferrò per il collo e strinse forte le mani intorno alla sua gola, facendola quasi soffocare. Poco prima che svenisse, Bestia le tirò un pugno in faccia che le spezzò il setto nasale. La Bella aveva tra le mani la rosa senza petali con cui era stata abbandonata tra le braccia della morte. Con tutta la forza che aveva, conficcò lo stelo nella spalla di Marta.
Raperonzolo e Alice si fecero avanti per ultime. Avevano l’aria delusa ma glaciale. Alice stringeva tra le dita il pugnale con cui Marta si era uccisa pochi minuti prima. Appoggiò la punta del coltello sulla gola martoriata di Marta e affondò la lama quanto bastava per tingerla di rosso. Lentamente iniziò a muovere la punta come se fosse un pennello intriso di vernice scarlatta, finché il petto e quel che restava del volto di Marta non divennero un’unica tela rossa.
“Eramo amiche…” sussurrò. “E sai dove andrò a toccarti adesso con la lama? Importa poco, purché tu soffra!”
Alice piantò il coltello ai lati della bocca di Marta, aprendo la carne a formare un inquietante sorriso.
“Adesso sembri proprio lo Stregatto!” disse ridendo.
Raperonzolo, con il lunghi capelli sciolti davanti al viso, fissò Marta agonizzante al suolo, si inginocchiò davanti a lei e iniziò a sussurrare nel suo orecchio.
“Lo sai cosa successe all’uomo innamorato di Raperonzolo quando precipitò dalla torre? Perse entrambi gli occhi cadendo su un cespuglio di rovi, ed è quello che capiterà a te!”
Raperonzolo affondò le unghie affilate nelle orbite di Marta.

Marta aprì gli occhi di scatto, col fiato mozzo. Guardò l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Si alzò di malavoglia e andò in cucina a preparare del caffè per tenersi sveglia. Aveva trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui ricordava fin troppo bene i particolari…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 10

Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

Chiara digitò sulla tastiera l’ultimo puntino di sospensione.
“E’ perfetto” pensò, con un sorriso. “Nessuno si sarebbe mai aspettato di avere avuto l’assassino sotto gli occhi fin dall’inizio!”
Per qualche istante rimase ferma a fissare lo schermo, rileggendo le ultime pagine del suo racconto. Una volta che ebbe eliminato gli ultimi refusi ed ebbe indentato bene il testo, decise di stampare i nove capitoli. Gettò un’occhiata all’orologio in basso a destra sul desktop e notò che erano quasi le quattro del mattino. Si avvicinò alla finestra per abbassare la saracinesca e notò che nel cielo splendeva una meravigliosa luna piena.
“Ciao” sussurrò una voce, alle sue spalle. Chiara si voltò, credendo che fosse entrato un ladro in casa.
“Che ti succede, hai paura di me? Eppure sei tu ad avermi creata!”
Una ragazza alta con i capelli corti era in piedi a pochi passi da Chiara. Indossava una maglietta con una grossa macchia di sangue all’altezza dello stomaco.
“Sono io, Marta. L’assassina delle fiabe. Non guardarmi così, mi conosci benissimo!” disse la spettrale figura.
“No… non è possibile…” disse Chiara, incredula, tentando di uscire dalla porta della sala.
“Stai tranquilla, non ho intenzione di farti del male” disse Marta con un ghigno, afferrando Chiara per le spalle. “Mi hai dato una vita breve, una morte orribile e una schizofrenia incurabile, ma almeno mi hai resa forte e mi hai fatto provare dei sentimenti di amore e di amicizia. In fin dei conti ti vorrei ringraziare. Pare che una parte di me odi le storie a lieto fine, e di certo la mia storia non ne ha uno, quindi tutto sommato mi piace quello che hai scritto.”
“Cosa vuoi da me?” domandò Chiara, cercando di liberarsi dalle due gelide mani che la stringevano.
“Niente, volevo solo farti sapere che esisto e che la mia storia non è finita…”
“Tu sei morta, la tua storia è finita eccome!” rispose Chiara, pentendosi immediatamente della sua audacia.
“Vero, vero… però vedi, un personaggio immaginario, come me, non può mai morire del tutto, neppure se lo uccide il suo creatore. Ogni libro, fiaba, racconto o novella può essere riletta da capo, perciò i personaggi morti possono rigenerarsi ogni volta che qualcuno ricomincia a leggere. Hai pubblicato la mia storia sul Web, non è vero? L’hanno letta parecchie persone. Sono loro ad avermi dato la forza di uscire dalle tue pagine e di entrare in questo mondo. Un modo per uccidermi esiste, in effetti. Dovresti uccidere tutti coloro che hanno letto “L’assassino delle fiabe”, ma non credo che lo farai. Oppure potresti… “
Marta si zittì di colpo, si guardò rapidamente intorno e guardò Chiara fissa negli occhi.
“Adesso scusami, ma ho un paio di faccende da sbrigare. Devo ritrovare Francesco e devo continuare a uccidere.”
Chiara aprì bocca per ribattere, ma Marta la spinse contro il muro, facendole battere una testata abbastanza forte da farle perdere i sensi.
“Ci vediamo, creatrice…” sussurrò Marta ridendo, mentre svaniva nel nulla.

Verso le quattro e mezza del mattino, Chiara aprì gli occhi. Era seduta davanti al suo portatile, con la testa fra le braccia.
“Deve essermi venuto un colpo di sonno” pensò. “Meglio che vada a dormire adesso.”
Chiara si sentiva frastornata. Ricordava di avere sognato qualcosa o qualcuno proveniente dal suo racconto, ma non riusciva proprio a ricordarsi che cosa.

Il giorno seguente, Chiara cercò i fogli sui quali aveva stampato “L’assassino delle fiabe”, ma non li trovò da nessuna parte.
“Pazienza” pensò. “Si vede che facevano parte del sogno anche quelli!”
Accese il computer per controllare la posta elettronica. Per caso si imbatté nel sito di un noto quotidiano. La sua attenzione venne attratta da una notizia di cronaca nera.

“DICIOTTENNE TROVATA MORTA SULLE SCALE DELLA SCUOLA
Angelica C., studentessa di quinta liceo, è stata trovata morta sulle scale antincendio del liceo classico Andrea d’Oria alle otto del mattino del 19 settembre. La causa della morte è il soffocamento provocato da un pezzo di mela ritrovato nella gola della giovane. Non sono ancora confermate le voci che ipotizzano un omicidio doloso premeditato. Il corpo della ragazza è stato trovato circondato da fiori bianchi e truccato con cerone bianco e rossetto rosso, in un macabro tentativo di evocare la morte di Biancaneve. Il cadavere stringeva tra le mani un foglio con su scritte le parole “Grazie, Chiara”…”

Chiara scorse la notizia fino in fondo, scordandosi di respirare.
“Non è possibile” pensò. “Deve essere un pazzo che ha letto la mia storia e adesso sta simulando gli omicidi che ho scritto…”
“Ovviamente no, mia cara!” disse una voce femminile.
Chiara si voltò. Marta era in piedi, davanti a lei. Stringeva una mela morsicata nella mano destra e un fiore nella sinistra.
“Non ha sofferto, stai tranquilla…” sussurrò Marta, avvicinandosi a Chiara. “Era così bella, con quei capelli neri e quegli occhi color del mare… Non potevo lasciare che il tempo distruggesse il suo volto. La morte adesso avrà una sposa bellissima! La morte è l’unico principe che verrà mai a salvare le principesse in pericolo!”
“Io non ti ho creata in questo modo! Io ti ho creata buona!” disse Chiara con disprezzo.
“E’ vero… ma vedi, tu hai lasciato che la mia parte buona si suicidasse per distruggere quella cattiva, che invece, come puoi vedere, non è affatto morta…”
“Ti fermerò, in un modo o nell’altro ti fermerò!” gridò Chiara.
“Non sai come fare! E non lo saprai mai! Addio creatrice, devo accompagnare Cenerentola al ballo! Il suo principe la sta aspettando per morire insieme a lei!”
Chiara cercò di afferrare le mani evanescenti di Marta, ma tutto quello che le rimase tra le mani furono una mela rossa e un fiore bianco.
Chiara rimase in piedi, immobile, fissando il fiore e la mela. Era in preda alla rabbia e alla disperazione, ma riuscì a non perdersi d’animo. Rifletté a lungo, e alla fine un’idea la colse di sorpresa come un fulmine a ciel sereno.
“Non posso distruggere la storia di Marta, ormai è già stata divulgata… Però posso continuarla! Non conosco le regole per distruggere il suo gioco, ma… se riscrivessi le regole io stessa, allora forse…”
Chiara aprì il documento Word “L’assassino delle fiabe” e iniziò a scrivere.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 9

“Francesco, cosa stai facendo?” sussurrai, preoccupata.
“Dovrei chiedertelo io!” rispose lui, lasciandomi andare le mani. “Stavi cercando di strangolarmi!”
“Che cosa?!”
“Mentre guardavamo il film, a un certo punto mi hai guardato con un’espressione strana e mi hai messo le mani alla gola! Sono riuscito a fermarti per un pelo, ma avevi la forza di un leone!”
Fissai le mie mani, non capendo cosa stesse accadendo.
“Io… io non ricordo niente!” dissi. “D’improvviso, un’ondata di flashback tornò alla mia memoria.
Aprii una botola sotto la mia scrivania. Portava a uno scantinato in cui non andava mai nessuno. Non c’era polvere, nonostante non pulissi lì sotto da un po’. Iniziai a scendere le scale, chiedendo a Francesco di non seguirmi.
Quello che vidi mi distrusse l’anima. Sopra un tavolo, accuratamente disposti, vidi del rossetto rosso, una scarpa da donna, del trucco azzurro, una pila di vestiti, una ciocca di capelli lunghissimi e una di riccioli biondi. C’era uno spazio vuoto tra i vestiti e le ciocche di capelli, laddove avrebbe dovuto trovarsi qualcosa di Francesco. Peter Pan. Un pugnale giaceva proprio sotto il tavolo. Me lo rigirai tra le mani. Un fulmine mi attraversò il cervello, penetrate come mille aghi. Lo stesso pugnale con cui l’assassino aveva inciso l’uncino sulla sua schiena… Un foglio era appeso alla parete con delle puntine. Riconobbi la calligrafia con cui l’inchiostro aveva vergato un’inquietante filastrocca.

Biancaneve si è addormentata, ma la mela la strozzò.
Senza un principe né un bacio sempre morta lei restò.

Cenerentola perse un scarpa mentre lasciava la festa,
ma poi scivolò dalle scale, cadde e si ruppe la testa.

Il bel principe, in un fosso, senza fiori solo langue
Ora è azzurro perché ormai è cianotico il suo sangue.

La bella e la bestia si amavano in modo proibito,
ma con una corda alla gola adesso è tutto finito.

Raperonzolo non scioglierà più i suoi capelli
Son prigionieri della morte i suoi occhi belli.

Alice curiosa rincorreva il Bianconiglio
Sottoterra insieme a lui, è questo il suo giaciglio.

Mi accasciai a terra. Mi ricordai tutto all’improvviso.
“Li ho uccisi io…. sono io l’assassino delle fiabe…” sussurrai.
“Non è quello che hai sempre voluto?” disse una voce, nella mia testa. “Hai sempre odiato quelle sciocche fiabe sempre a lieto fine. Finalmente hai riportato un po’ di giustizia!”
“Erano mie amiche…” risposi a quella voce.
“Tu non hai amici” ribatté la voce. “Tu sei nata per vivere sola. Ti ricordi quando eri bambina? Nessuno voleva giocare con te. Allora ti rifugiavi chissà dove con un libro di storie tra le mani, e invidiavi quei personaggi a cui andava sempre tutto bene. Adesso ti sei finalmente vendicata!”
“Non ho mai voluto vendicarmi” singhiozzai.
“Ma io sì. Sei un’assassina, Marta. Sei la strega cattiva, sei nata per questo ruolo! Hai visto come sei stata brava a non farti mai scoprire dalla polizia?”
Frammenti di memoria iniziarono a tornare. Il costume nero da assassino nascosto nello zaino e poi gettato in un inceneritore, il coltello maneggiato solo con i guanti, le grosse corde per saltare usate per indurre l’ultimo respiro…
“Sono un’assassina” ripetei a me stessa. “Sono un’assassina…”
“No! Non è possibile!” gridò Francesco, che stava scendendo le scale nonostante gli avessi chiesto di non farlo. Lo vidi gettare una rapida occhiata davanti a sé, dove si ergevano i macabri trofei delle mie uccisioni.
“Me lo ricordo…” singhiozzai. “Adesso me lo ricordo! Sono stata io! Non ero cosciente quando lo facevo, ma sono stata io!”
Mille frammenti obliati nel mio inconscio si stavano riversando davanti ai miei occhi come inchiostro avvelenato. “Mi… mi ricordo tutto…” sussurrai, fissando il vuoto davanti a me. “Non sono riuscita a ucciderti solo perché ti amo!”
“Devi solo farti curare!” disse Francesco, tentando di avvicinarsi a me. “Non eri in te quando uccidevi quei ragazzi, non possono incolparti di qualcosa che non volevi!”
Francesco mi strinse contro il suo petto. Non riuscivo a credere che fosse disposto a perdonarmi.
“Non voglio farmi curare” risposi, a bassa voce. “Non esiste una cura a quello che provo. Vorrei riportare tutti in vita, ma non posso. Non posso vivere con questo peso sulla coscienza.
Senza farmi notare, iniziai a registrare un video con il cellulare.
“Grazie per avermi fatto conoscere qualcosa che non avrei mai creduto di provare” dissi, col respiro corto. Solo allora Francesco si rese conto che avevo un pugnale tra le mani.
“No, ti prego, non uccidermi!” gridò lui, facendosi scudo al volto con le mani.
Caddi a terra. Solo allora Francesco si girò verso di me.
Il coltello con cui avevo intenzione di ucciderlo era piantato nel mio stomaco.
“Forse tu puoi perdonarmi, ma io non posso. Vivi per me. Sarò io la mia ultima vittima” dissi, con la poca voce che mi restava. “Dai alla polizia il mio telefono, così non penseranno che sia stato tu. Baciami un’ultima volta.”
Fu così, nello scantinato sotto la mia camera da letto, tra le labbra e le lacrime di Francesco, che dissi addio ai miei peccati e chiesi perdono alle mie vittime. I miei occhi iniziarono a chiudersi, le mie mani lasciarono andare il pugnale. Non sentivo più niente: solo il sale che mi bagnava la bocca. Scivolai da sola verso il buio, come la strega che viene arsa sul rogo, come Capitan Uncino tra le fauci del coccodrillo, come il cattivo di ogni fiaba…

 

P.S.: La storia di Marta non è ancora finita…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 8

Un mattino, Marcella arrivò in classe con la faccia buia. Per la prima volta dopo anni, si era presentata in classe con i capelli sciolti. Per un attimo rimasi a fissarla, incantata. Non avevo mai visto una chioma così lunga. Le ciocche le si avviluppavano intorno alle braccia come dei rampicanti e poi scendevano giù, selvagge, fino a metà della coscia. Il castano ramato delle radici si trasformava in biondo fragola verso le punte.
“Ciao Raperonzolo!” la salutò Alice, tutta allegra.
“Raperonzolo… è proprio per quello che ho deciso di tagliarli. Se l’assassino mi vedesse, di certo vorrebbe la mia testa!” sospirò Marcella, toccandosi i capelli.
“Nooo!” protestò Alice. “Che idea sciocca! E allora io dovrei cambiarmi nome? Ne abbiamo già parlato e abbiamo detto che non c’è modo di salvarsi quando l’assassino ti prende di mira. A meno che tu non sia Francesco” aggiunse, ammiccando nella mia direzione.
“Li sciolgo oggi per mostrarli a voi, per l’ultima volta. Quando uscirò da scuola andrò dal parrucchiere e li farò corti come i tuoi” disse, guardandomi.
Mi passai una mano sulla nuca. Avevo sempre odiato i capelli lunghi su di me perché non volevo perdere tempo a lavarli e asciugarli, ma mi piaceva vederli sulle altre ragazze e mi dispiacque sentire la decisione di Marcella.
Le ore trascorsero lentamente come al solito. Eravamo obbligati a fare lezione con le porte aperte per permettere agli agenti che pattugliavano la scuola di controllare ogni spostamento. Durante l’intervallo andai in bagno con Alice e Marcella per parlottare un po’ e per sentirmi sommergere di domande riguardo Francesco. Dopo aver eluso l’ennesima illazione, mi chiusi in bagno per poter fare pipì in pace. Per quei pochi minuti si decisero a tacere. Quando aprii la porta, vidi Alice seduta per terra vicino al lavandino e Marcella distesa a terra, con i lunghi capelli a farle da cornice ai lati del viso. Sentii lo stomaco contorcersi e per poco credetti di vomitare.
“Non è divertente!” gridai. “Aprite gli occhi!”
Non mi stavano prendendo in giro.
Il maglione rosa di Marcella si era tinto di rosso. Il sangue stava iniziando a macchiare anche il pavimento. I suoi occhi erano aperti verso il soffitto, le sue mani giunte al petto.
Alice fissava un punto indistinto davanti a sé. Aveva la testa reclinata su un lato. I riccioli biondi e l’espressione assente la facevano sembrare una bambola di porcellana. Sulle sue gambe era stato posato un coniglio bianco di peluche.
Sullo specchio, qualcuno aveva appeso un biglietto.

“Nessun principe risalirà mai la chioma di Raperonzolo.

Alice è caduta nella tana del Bianconiglio e rimarrà nel Paese delle Meraviglie.”

Disperata e terrificata, andai a cercare un agente di polizia. Non riuscii quasi a proferir parola, ma riuscii a indicare il bagno. Solo allora lo vidi: un piccolo coltello da cucina, affilato e sporco di sangue, era stretto tra le mani di Marcella. Distolsi gli occhi quasi subito, ma persi i sensi.

Mi risvegliai in infermeria. Francesco e la professoressa d’italiano mi stavano fissando.
“L’ho sognato?” sussurrai.
Entrambi mossero la testa in segno di diniego.
Sentii i miei occhi farsi umidi.
La polizia mi interrogò fino a farmi esaurire completamente ogni briciolo di forza interiore. Mi interrogarono su tutto quello che avevo visto quel giorno e i giorni precedenti. Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che ero chiusa in bagno, che erano mie amiche e che non avrei mai voluto vederle in quel modo. Alla fine una poliziotta mi lasciò andare a casa. “Hai un talento per trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato” disse, invitandomi a uscire dalla stanza degli interrogatori.
Restai a casa da scuola una settimana. I miei genitori non dissero niente. Mi lasciarono soffrire in pace, senza farmi troppe domande. Uscii soltanto per assistere ai funerali di Marcella e Alice. Dovevo prendere il sonnifero per riuscire a dormire, e così passavo le mie giornate in un perenne stato di stordimento grigio e insapore. Il sonno e la veglia si fondevano e non sapevo più cosa era vero e cosa fosse un sogno.
Una sera Francesco venne a trovarmi per vedere come stavo. Non ero di molte parole e lui rispettò il mio silenzio. Portò un film da poter vedere insieme. Diceva che mi avrebbe distratto. Era un poliziesco di cui non ricordo il titolo, piuttosto noioso. Dopo i primi venti minuti, infatti, complici i sonniferi, finii per addormentarmi. Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che Francesco mi stringeva fortissimo i polsi, come a volermi impedire di toccarlo, e mi fissava atterrito, con la bocca contorna in una smorfia di terrore e stupore.

La vera storia delle principesse Disney: RAPERONZOLO

I film della Disney fanno sognare, e conservano tutti un meraviglioso lieto fine… Ma cosa sarebbe successo se la Disney avesse rispettato le fiabe originali? Le fiabe della tradizione popolare presentano più di una versione; di seguito leggete quella che conosciamo noi. Ecco la vera storia di RAPERONZOLO. Continua a leggere La vera storia delle principesse Disney: RAPERONZOLO