KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 3: L’innamorato respinto

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Era trascorsa una settimana dall’arrivo di Eraldo. Domenica le aveva provate tutte per farci amicizia, ma non c’era stato niente da fare. Non so che problemi avesse Eraldo con lei, ma quasi non le rivolgeva la parola e quando parlavano fingeva di non capirla. Eppure lei non perdeva le speranze e ogni giorno lo salutava con un sorriso e con tutta la sua gentilezza. A volte mi faceva quasi pena vedere come lui la ignorasse. Domenica era una cara ragazza, piena di gioia di vivere. La vedevo intristirsi solo quando qualcuno le chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande. Sua madre era una poliziotta e segretamente anche Domenica avrebbe voluto seguire quella strada, se non fosse stato per le sue condizioni di salute.
Quel lunedì mattina iniziò con un’interrogazione a sorpresa d’italiano. Quando la Fragola si mise a scorrere con lo sguardo i nomi sul registro, sentii il cuore stringersi in una morsa. Non avevo studiato molto e certo si sarebbe notato.
Dopo alcuni interminabili secondi, la professoressa alzò lo sguardo, fissò Eraldo e gli fece cenno di venire accanto a lei.
Eraldo prese la sedia e la mise a lato della cattedra, si sedette e inspirò profondamente.
Fragola lo guardò negli occhi, impassibile, per alcuni istanti.
“Manzoni” disse lei alla fine. “Cosa sai di Alessandro Manzoni?”
“Professoressa…” iniziò lui. “Ne abbiamo parlato poco, solo durante l’ultima ora di sabato…”
“Lo so benissimo” rispose lei. “Sei tu che non sembri saperne granché. Eppure se sei stato attento ricorderai che cosa ho detto…”
“Lei ha detto che Manzoni ha scritto I promessi sposi.”
“Anche i bambini sanno che Manzoni ha scritto I promessi sposi. Coraggio, dimmi qualcosa in più!”
“Io non ho mai studiato Manzoni prima di venire in Italia” si difese lui. “E lei non ha spiegato altro!”
“Ah!” esclamò la professoressa indignata. “Non ho spiegato altro! Patrizia, vuoi dirmelo tu se non ho spiegato altro?”
Il sangue mi si gelò nelle vene. Strinsi forte la penna che tenevo tra le dita, indecisa sul da farsi.
“Ha spiegato…” balbettai. “Ha spiegato anche i primi versi de Il cinque maggio.”
“Te lo ricordi, Eraldo?” disse Fragola.
“No” ammise lui.
“Almeno sai dirmi per quale occasione è stata scritta?”
“No” rispose Eraldo. Una vena gli pulsava sulla fronte.
“Male, molto male” disse la professoressa, aprendo il registro. “Sicuro di non potermi dire altro di Manzoni? Mi costringi a metterti un tre.”
Eraldo tacque. Fragola stappò la penna, scrisse qualcosa sul suo registro e congedò Eraldo con un sorriso beffardo.
“Che stronza” sussurrò Diana.
La professoressa alzò gli occhi, cercando di capire chi avesse parlato, ma non disse niente. Aprì il libro di testo e a lesse ad alta voce Il cinque maggio. Poi iniziò a spiegare la poesia, verso per verso, lanciando qualche sporadica frecciata a Eraldo quando le andava di farlo.

Durante l’intervallo trovai il coraggio di andare da Eraldo per scusarmi di aver risposto al posto suo.
“Non ti preoccupare Patricia” disse lui. “Hai fatto bene. Si vede che tu sei stata più attenta di me! Ma la professoressa è sempre una così gran… bitch? Come si dice? Troia?”
Ridacchiai.
“Se vuoi possiamo studiare insieme” proposi. Avevo abbandonato il mio proposito di conquistarlo, ma volevo comunque trovare il modo di aiutarlo a recuperare quel brutto voto.
“Volentieri” disse lui. “L’ultima volta ho studiato con Diana… e non abbiamo aperto libro” disse, sorridendo.
“Con me i libri li aprirai, invece!” dissi io, fissandolo negli occhi. “Vieni a casa mia, se vuoi posso prepararti qualcosa da mangiare. I miei genitori torneranno tardi e comincio ad avere fame!”
“Sai cucinare?” chiese lui.
“Cucinare è un parolone” dissi io. “Però so come fare a non morire di fame!”
Quando la campanella decretò la fine della sesta ora, la scuola era già quasi deserta. Eraldo ed io avevamo già fatto qualche centinaio di metri verso casa mia, ma all’improvviso lui si ricordò di aver lasciato un raccoglitore sotto il banco e tornò indietro per recuperarlo. Lo guardai allontanarsi di corsa con i bei capelli al vento. Era molto veloce, sarebbe tornato in fretta.
Ne approfittai per iniziare a ripassare per conto mio. Era una bella giornata di inizio autunno. Un vento leggero smuoveva appena le foglie. Mi sedetti su una panchina e tirai fuori dallo zaino il libro di letteratura. Lessi un paio di paragrafi sulla biografia di Alessandro Manzoni, sottolineando con la matita i punti più importanti. Ero così concentrata da non essermi accorta che qualcuno mi aveva tenuto d’occhio per gli ultimi dieci minuti e si era appostato alle mie spalle. Sentii una mano posarsi sulla mia bocca e una bloccarmi le braccia contro il corpo.
“Non gridare” disse una voce maschile. “Sono io, il tuo Enrico! Non voglio farti del male!”
Enrico mi dette un bacio sulla fronte e uno sui capelli, ma non pareva intenzionato a lasciarmi andare. Mi divincolai, cercai di gridare, ma non c’era nessuno nei paraggi e la sua stretta era troppo solida per me.
“Sei mi dai un bacio sulla bocca ti lascio andare” sussurrò Enrico, leccandomi un orecchio. Inorridita, scossi la testa e iniziai a piangere.
“Solo un bacio, non ti sto chiedendo molto!” disse lui, toccandomi il seno.
Non so bene cosa accadde, ma d’improvviso sentii la sua presa allentarsi e mi ritrovai libera. Mi voltai di scatto e vidi Eraldo stringere con forza i polsi di Enrico dietro la sua schiena.
Son of a bitch, non si toccano le ragazze!”
Enrico era un ragazzo alto e robusto, ma Eraldo era riuscito a immobilizzarlo cogliendolo alla sprovvista.
“Chi sei?!” domandò Enrico.
“Sono il suo fidanzato” mentì Eraldo, mollando la presa. “Se ti avvicini ancora a Patricia ti faccio gli occhi neri, tu capisci, asshole? Non ti voglio rivedere!”
Enrico mi guardò con occhi spiritati e corse via come una lepre.
“Grazie” borbottai, con un fil di voce.
“Se lo meritava! Disgustoso individuo!” rispose Eraldo, riprendendo lo zaino che aveva posato a terra.

KIRIA RACCONTA: “Quando i personaggi se la prendono con l’autore”

Vi racconterò una storia.
C’era una volta una Chiara che scriveva racconti traboccanti di personaggi tristi o un po’ psicopatici. Ma non “tristi” per dire un po’ giù di morale, proprio depressi, affranti, in pezzi. E quando dico “psicopatici” non intendo leggermente inquietanti, intendo completamente andati, così disagiati da non riuscire a connettere pensiero e realtà. Sapete cosa è successo? Quei personaggi si riunirono e decisero di boicottare Chiara. Non le mostrarono un minimo di riconoscenza per averli messi al mondo, anzi; le diedero la colpa per la loro tristezza e la loro psicosi. Lei provò a rincorrerli, cercando di riacchiapparli per continuare le loro storie, ma loro erano evanescenti come fantasmi. Una di loro, una studentessa di diciotto anni con i capelli corti e lo sguardo ambiguo, venne eletta capo della rivolta.
“Mia cara, tu e io abbiamo ancora un conto in sospeso!” gridò la ragazza, leccando la lucida lama del suo coltello. “Mi hai torturato per convincermi a ritornare nel mio racconto e a restarmene lì buona, poi mi hai costretta a uscire di nuovo, facendomi rivivere la tortura… Hai fatto fare a me la figura della cattiva, quando è ovvio che sia stata tu a manovrarmi come un burattino!”
“È questo che fa uno scrittore” si difese Chiara. “Inventa personaggi e scrive le loro storie!”
“Le nostre storie fanno schifo” si lamentò un ragazzo con i capelli biondi. “Io sono lo sfigato di turno, ignorato dalle ragazze e con una vita familiare alle spalle che fa pena! Per non parlare del mio amico che…”
“ZITTO!” lo redarguì Chiara. “Tu sei il personaggio di un libro che non ho ancora pubblicato, vedi di non raccontare troppo!”
“E allora io?” disse una giovane donna dotata di una bellezza divina. “Mi hai dato dei poteri talmente grandi che la mia terra…”
“MA INSOMMA!” gridò Chiara. “Neanche il tuo libro è ancora stato pubblicato! Non puoi parlare di niente!”
La donna la fissò con uno sguardo pieno di rancore.
“Andiamo ragazzi, la vita non è così male tutto sommato” disse un grosso gatto grigio, rimasto in disparte a leccarsi fino a quel momento.
“Ah no?!” dissero gli altri personaggi, voltandosi verso di lui.
“Tu sei un gattaccio parlante che vive in casa, che poltrisce dalla mattina alla sera e si ingozza di lasagne come un pozzo senza fondo!” obiettò la ragazza col coltello in mano. “Vorrei vedere come reagiresti se qualcuno tentasse di cavarti gli occhi!”
“Per non parlare del fatto che la tua storia è l’unica a essere effettivamente stata pubblicata” disse il ragazzo biondo. “Non hai idea di quanto vorrei finire anche io sugli scaffali di una libreria!”
“Con tutto il rispetto, amico mio” disse la donna bellissima “ma credo che tocchi prima a me! Chiara sta lavorando alla mia storia da lunghi anni ormai! Il mio destino vide il suo compimento ben prima che il tuo avesse inizio!”
“Ma la mia storia è praticamente finita” obiettò lui. “La tua è solo un gran casino di personaggi strani, innamoramenti fuori luogo e…”
“Ah, davvero?” disse la donna, trattenendo la rabbia a stento. “E tu allora, che sei riuscito a farti fregare da…”
“RAGAZZI! Ma che devo fare con voi?!” gridò Chiara, cercando di riprendere il controllo dei suoi personaggi.
“STAI ZITTA!” gridarono quelli all’unisono.
A Chiara non restò altro da fare che sedersi mesta di fronte al suo portatile, sperando che i suoi personaggi fossero troppo impegnati a scannarsi tra di loro per ricordarsi di lei…

La triste storia del cane senza una scarpa (Nonsense)

Piove. Il cielo è grigio, le nuvole impediscono alla luce del sole di illuminare la terra. Mi affaccio alla finestra per guardare la pioggia cadere e bagnare i vetri, la strada, gli alberi, i tetti delle case.
Nel giardinetto sotto la mia finestra vedo un cane, da solo, bagnato fradicio. Gli manca una scarpa. Dove l’avrà persa?
Forse ha salvato un bambino da un’automobile che stava per investirlo, forse ha lottato con un altro cane che ha preteso la scarpa come bottino di guerra. Chissà quante strade avrà percorso con quella scarpa, e adesso non ce l’ha più. Forse non la ritroverà mai. Dovrà camminare a piedi nudi, dovrà sentire il freddo dell’asfalto tra le dita e farsi fare il solletico dall’erba. Forse è per questo che ha l’aria così triste. Forse pensa con un po’ di rimpianto a cosa voleva dire correre libero sotto la pioggia. Magari adesso gli fa male la zampa rimasta senza una scarpa.
Più lo guardo, più divento triste anche io. Poi mi rendo conto di un dettaglio che non avevo proprio considerato: i cani non portano le scarpe.
Getto un’ultima occhiata verso il cane. Lo guardo allontanarsi, insieme al suo padrone, un poveraccio infreddolito che vorrebbe essere ovunque tranne sotto questa scrosciante pioggia. Gli manca l’ombrello. Dove l’avrà perso..?

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 11

[ATTENZIONE: IL SEGUENTE CAPITOLO CONTIENE ESPRESSIONI VIOLENTE CHE POTREBBERO URTARE I LETTORI PIU’ SENSIBILI.]
Con le sue ultime forze, Marta sfiorò la guancia di Francesco, sorrise e poi spirò tra le tue braccia.
“Marta!” disse lui, tra le lacrime. “Non ti ho nemmeno detto che ti amo…”
“Stai tranquillo, ormai lo aveva capito da sola.”
Francesco si voltò, spaventato. Una ragazza minuta con dei lunghi capelli castani lo stava fissando con i suoi occhi verdi.
“E tu che cosa… chi… chi sei? Come sei entrata?!” esclamò Francesco.
La ragazza non gli prestò minimamente attenzione. Lo spintonò via con una forza di disumana, poi si avventò verso il corpo di Marta e iniziò a scrollarlo con cattiveria.
“Ma che stai facendo?! Lasciala andare!” disse Francesco cercando di rimettersi in piedi.
“SILENZIO!” gridò la ragazza, spingendolo contro il muro con il solo suono della sua voce. “Svegliati, brutta sgualdrina” aggiunse, rivolta a Marta. “Lo so benissimo che sei viva, apri gli occhi!”
Marta sorrise in modo beffardo e alla fine si decise a fare quanto gli era stato chiesto.
“Marta, ma sei viva!” gridò Francesco emozionato. Una folata di vento sovrannaturale lo sbatté contro il muro con tanta forza da fargli prendere i sensi.
“Non mi piace vederti maltrattare il mio ragazzo” sussurrò Marta digrignando i denti.
“E a me non piace sapere che entri nel mio mondo per ammazzare la gente!”
“Che cosa pensi di fare?” disse maliziosa. “Non puoi fermarmi, lo sai benissimo che io continuerò a rigenerarmi all’infinito!”
La stanza intorno a loro iniziò a cambiare. Francesco iniziò a svanire, così come i macabri trofei delle uccisioni di Marta.
“Che sta succedendo?!” domandò Chiara, sorpresa.
“Tra pochi minuti la storia si riavvolgerà su se stessa e potrò ricominciare a mietere vittime!” spiegò Marta, ridendo.
“Non così in fretta…” disse Chiara.
Nel giro di un istante, tutti i fantasmi delle vittime di Marta si riunirono intorno alla loro carnefice, ancora vestiti dei loro abiti di morte.
Il principe azzurrò gettò Marta a terra, le salì sopra e le bloccò le gambe e le braccia. Biancaneve si gettò su di lei e iniziò a morderle il viso, sempre più forte, fino a staccare un pezzo della guancia.
“Bianca come neve, rossa come il sangue…” sussurrò la ragazza, leccandosi le labbra. Marta gridava di dolore e di paura.
Chiara assistette alla scena impassibile.
Cenerentola afferrò la sua scarpetta col tacco, abbassò i pantaloni di Marta fino a lasciare scoperte le cosce e infilzò il tacco con forza nel muscolo fino a lacerarlo. Il sangue sgorgava copioso dall’arteria femoraria, inondando le mani di Cenerentola. “Come farai ad andare al ballo, conciata così?” disse, ridendo istericamente. Marta era quasi in stato di shock, ma uno schiaffo tirato da Bestia la fece risvegliare.
“Chi è davvero una bestia tra me e te?” ringhiò lui.
La Bella strappò la maglia di Marta, l’afferrò per il collo e strinse forte le mani intorno alla sua gola, facendola quasi soffocare. Poco prima che svenisse, Bestia le tirò un pugno in faccia che le spezzò il setto nasale. La Bella aveva tra le mani la rosa senza petali con cui era stata abbandonata tra le braccia della morte. Con tutta la forza che aveva, conficcò lo stelo nella spalla di Marta.
Raperonzolo e Alice si fecero avanti per ultime. Avevano l’aria delusa ma glaciale. Alice stringeva tra le dita il pugnale con cui Marta si era uccisa pochi minuti prima. Appoggiò la punta del coltello sulla gola martoriata di Marta e affondò la lama quanto bastava per tingerla di rosso. Lentamente iniziò a muovere la punta come se fosse un pennello intriso di vernice scarlatta, finché il petto e quel che restava del volto di Marta non divennero un’unica tela rossa.
“Eramo amiche…” sussurrò. “E sai dove andrò a toccarti adesso con la lama? Importa poco, purché tu soffra!”
Alice piantò il coltello ai lati della bocca di Marta, aprendo la carne a formare un inquietante sorriso.
“Adesso sembri proprio lo Stregatto!” disse ridendo.
Raperonzolo, con il lunghi capelli sciolti davanti al viso, fissò Marta agonizzante al suolo, si inginocchiò davanti a lei e iniziò a sussurrare nel suo orecchio.
“Lo sai cosa successe all’uomo innamorato di Raperonzolo quando precipitò dalla torre? Perse entrambi gli occhi cadendo su un cespuglio di rovi, ed è quello che capiterà a te!”
Raperonzolo affondò le unghie affilate nelle orbite di Marta.

Marta aprì gli occhi di scatto, col fiato mozzo. Guardò l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Si alzò di malavoglia e andò in cucina a preparare del caffè per tenersi sveglia. Aveva trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui ricordava fin troppo bene i particolari…

KIRIA si racconta: la mia EX migliore amica

Non ho intenzione di romanzare questa storia. Ve la racconterò così come mi viene alla mente. Magari un giorno ci farò anche un video, chissà!
All’epoca frequentavo la terza media. Non avevo molti “amici”, solo qualche conoscente che fingeva di essermi amico. Tutta gente che ormai non vedo e non sento da secoli. Due o tre pomeriggi a settimana tornavo a scuola per seguire un inutile corso di latino, dove non imparai niente di niente. Quando giunse l’ultima lezione, una ragazza arrivò un po’ dopo e mi chiese se poteva sedersi accanto a me. Si chiamava… Tiburzia. Scusate, ma non posso dirvi il suo vero nome. Dubito fortemente che leggerà mai questo blog, ma preferisco non rischiare.
Tra lei e me fu amicizia a prima vista. Parlammo di tutto e di tutti, ci raccontammo le nostre intere vite e ci scambiammo i numeri di telefono. Non ci volle molto affinché cominciassimo a uscire insieme per negozi e trascorressimo ore e ore al telefono, spettegolando e scambiandoci segreti.
Quando iniziarono le superiori, la nostra amicizia non venne minimamente intaccata. Ci sentivamo sempre, a volte la aiutavo anche con le versioni di latino. Ero bravissima, sapete? Una delle migliori della classe, e non certo per merito di quello stupido corso!
L’anno scolastico successivo, Tiburzia dovette cambiare scuola. Là conobbe Sempronia Caia e divenne sua amica in fretta, poi fece amicizia anche con sua sorella. Una volta sono uscita insieme a tutte e tre; non fu una brutta serata, lo ammetto, ma avrei dovuto capire che qualcosa non quadrava più.
Spesso Tiburzia spariva per stare con Sempronia Caia e sua sorella: la chiamavo e non era in casa, le chiedevo di uscire e lei non poteva perché aveva già fissato con le altre due. All’epoca non ci feci troppo caso; avevo degli amici in classe che mi facevano passare ogni preoccupazione.
Eppure, quando tornava l’estate, Tiburzia e io passavamo insieme ogni singolo pomeriggio e talvolta anche la sera dopo cena. Eravamo inseparabili. Ero sollevata quando sapevo che Sempronia Caia non era tra i piedi. So che essere gelosi di un’amica è sciocco, ma non potevo farne a meno. Ho molti bei ricordi insieme a Tiburzia, ma pensarci ora mi fa un po’ male, perciò spero mi scuserete se non entrerò in dettagli.
Quando mi fidanzai con Luca, non smisi di frequentare Tiburzia. Tenevo molto a lei.
Gli anni passavano. Quando finì il liceo, le cose per un po’ durarono come erano sempre state, ma non per molto. Tiburzia cominciò a tenermi segrete tante cose (che sono comunque venuta a sapere), anche piuttosto gravi, sulle quali non riuscii a soprassedere. Non ci sentivamo più, non ci vedevamo nemmeno più. Passarono almeno due anni prima che trovassi il coraggio di affrontarla, così una sera la chiamai e le dissi quello che avevo provato. Per un attimo pensai che la nostra amicizia potesse essere recuperata… mi sbagliavo. Tiburzia non aveva ancora finito di mentirmi.
Quando tornò la primavera, la invitai a un evento importante per me. Lei accettò l’invito, ma poi, il giorno prima della fatidica data, telefonò per accampare scuse. Ero certa che fossero scuse, come vi ho detto ho avuto diverse conferme da altre persone che ne sapevano più di me. E poi la conoscevo troppo bene: era brava a raccontare bugie, ma io sapevo riconoscerle. A quella telefonata non risposi io, ma mia madre: non presi neanche la cornetta, mi limitai a insultare Tiburzia da lontano, gridando tutte le parole che sul canale non uso mai. Non ricordo bene cosa dissi, ma Luca giura di avermi sentito urlare a mia madre “digli di andarsene a fan**lo!”.
Quella è stata l’ultima volta che ho avuto qualche contatto con Tiburzia. Eppure mi sento sollevata, da allora: in pochi minuti le dissi tutto quello che non avevo osato dirle per anni. La nostra amicizia era finita, sepolta sotto mucchi di bugie e omissioni. Lo sapete, io sono una di quelle che dice le cose in faccia: lei no. Lei sapeva parlare solo alle spalle. Sapete la cosa buffa? Sempronia Caia e Tiburzia sono ancora amiche. L’ho visto sul profilo Facebook di Tiburzia. Diceva di non volersi aprire un profilo Facebook, invece lo ha fatto, e lo usa solo per postare selfie con frasi scopiazzate a destra e a sinistra.
Non era così la Tiburzia che conobbi tanti anni fa, o forse lo era e non me ne resi conto.
Comunque adesso va meglio. Scrivere queste cose non mi fa piacere. Avrei preferito raccontarvi una bella storia di amicizia che supera il tempo e le difficoltà della vita… Beh, la lezione invece è un’altra: è meglio rompere per sempre che vivere nella bugia. Un’amica che mente non è una vera amica.

Racconto breve: “Il professore”

Ultimamente i miei sogni sono infestati da Yandere Simulator… che strano, vero? A volte mi metto a riflettere sul rapporto che c’è tra la vita e quel che viene dopo, quindi… buona lettura!

Il professore

Una studentessa stava ripassando i suoi appunti seduta a un tavolo della biblioteca. Era da sola. L’orologio segnava le due del pomeriggio: erano tutti in pausa pranzo, tranne lei. Si era alzata tardi quel giorno, doveva ancora finire di digerire la colazione.
Gli appunti erano un po’ sconclusionati. Li aveva scritti in fretta e un po’ distrattamente. Quel ragazzo che ogni giorno si sedeva accanto a lei la deconcentrava e la faceva arrossire, così lo studio finiva per risentirne.
Sorrise tra sé, notando un cuoricino sul bordo della pagina disegnato da una mano che non era la sua.
Qualcuno la distrasse dai suoi pensieri sbattendo rumorosamente la porta della stanza. La ragazza alzò gli occhi per vedere chi fosse appena entrato e vide un giovane professore con gli occhiali accomodarsi al suo stesso tavolo. Aveva in mano un mucchio di fogli, forse esami da correggere. Li sparpagliò sul tavolo, li fissò per qualche istante e poi scosse la testa.
“Nah, ma che importa!” borbottò tra sé. “Se ne occuperà qualcun altro!”
Il professore riordinò alla meglio i fogli e li pose davanti a sé sul tavolo. Dopo qualche istante, iniziò a fissare la ragazza seduta vicino a lui, la quale iniziò a trovarsi seriamente a disagio.
“Senti un po’” chiese lui, con la fronte corrugata. “Sei una studentessa di questa università?”
“Ehm… sì!” rispose lei, in imbarazzo.
“Ti piace leggere, per caso?”
“Sì, molto. Quando posso, ovviamente. Ho sempre tanti compiti da fare…”
“Oh, me lo immagino. Scusa se ti faccio una domanda un po’ strana, ma… tu l’hai letto Dieci piccoli indiani, il giallo della Christie?”
“Oh, sì! L’ho letto quest’estate, pochi giorni prima che iniziassero le lezioni!”
Gli occhi del professore si illuminarono.
“Ti prego, puoi dirmi come va a finire? Sono fermo al punto in cui muore il giudice con un proiettile nella fronte! Sono proprio curioso di sapere chi diamine è l’assassino!”
La ragazza raccontò tutto quello che si ricordava riguardo la conclusione del libro, inclusa la lettera finale del colpevole.
“Ma pensa un po’!” disse il professore, tutto contento, quando lei ebbe finito di raccontare.
“Anch’io sono rimasta di sasso! Pensavo che il colpevole fosse uno dei due uomini!” aggiunse la ragazza.
“Una serie di omicidi perfetta. Se non fosse stato per quella confessione … ah, vabbè! Immagino che non ci sia gusto nell’organizzare una farsa tanto ben orchestrata se non lo si può raccontare a nessuno. Grazie mille e buona giornata!”
“Arrivederci!” lo salutò lei, tornando ai suoi appunti. Quando arrivò l’ora di andare a lezione, la ragazza si accorse che il professore non aveva ripreso con sé gli esami da correggere, così li raccolse e si presentò alla segreteria.
“Buongiorno signore” disse la ragazza, quando finalmente qualcuno la degnò di un po’ di attenzione. “Un professore ha lasciato in biblioteca questi compiti da correggere.”
L’uomo prese i fogli e dette loro una rapida occhiata. D’improvviso, la sua espressione indifferente assunse una sfumatura preoccupata.
“Hai visto il professore che ha lasciato questi fogli? O li hai semplicemente trovati?”
“Sì, l’ho visto. Era un professore giovane, sui quarant’anni credo. Aveva i capelli neri e un paio di occhiali con la montatura rossa.”
“Mi dispiace, non è possibile.” Disse l’uomo.
“Sì, invece! È entrato in biblioteca e ha messo questi fogli sul tavolo, li ha guardati e ha borbottato qualcosa tra sé e sé, poi mi ha chiesto se conoscevo un libro e se ne è andato.”
“Scusami, ma non ti credo. Dove hai trovato questi compiti?”
“Nella biblioteca! Glielo assicuro!”
Il viso del segretario divenne scuro e serio.
“Il professore di cui parli…” disse, sospirando. “È morto una settimana fa in un incidente stradale.”
La ragazza spalancò gli occhi, sorpresa.
“Ma io ci ho parlato, io… io credo di essermi addormentata mentre studiavo. Mi scusi, forse ho immaginato tutto. Arrivederci.”
La ragazza se ne andò verso l’aula dove avrebbe dovuto frequentare l’ennesima lezione d’inglese.
“Eppure ero sveglia…” sussurrava, mentre camminava. “Eppure ero sveglia…”

MINECRAFT CREEPYPASTA: Perché i Testificate non hanno le mani

Ogni villaggio di Minecraft è abitato dai Villager, che noi chiamiamo affettuosamente Testificate.
Ciascuno di essi è in grado di commerciare con il giocatore, ma senza mai mostrare le mani. Una banale questione di programmazione, verrebbe da pensare, per evitare di creare troppe animazioni.
Eppure, l’unico momento in cui è possibile vedere le mani di un Testificate è quando questo abbandona la forma vivente, tra le braccia dello zombie che lo ha reso simile a lui e lo ha condannato a vagare in cerca di carne umana finché l’alba non lo cancellerà dal mondo col fuoco.
Solo la morte rivela le mani dei Testificate: quale incantesimo incombe su di loro, tanto forte al punto di esser sciolto solo dalla morte?
Vorremmo dirvi che si tratta solo di righe di codice Java, ma vi staremmo mentendo.

Perché i Villager sono gli unici esseri che morendo non droppano niente, neppure i punti esperianza, neppure gli strumenti che portavano nell’inventario? Ogni traccia di loro svanisce, come se non fossero mai neppure esistiti.

Molti di voi sapranno che la Mojang ogni anno, per Halloween, aggiunge delle zucche sulle teste di alcuni mob. Non è una decorazione, è un modo per costringerli a non vedere.

Era il 22 Settembre 2011 quando dei nuovi mob vennero aggiunti a Minecraft: “TESTIFICATE” era il nome che torreggiava sopra la testa di ognuno di essi.
Circa un mese dopo, precisamente il 31 Ottobre, un fulmine colpì il computer di un ignaro videogiocatore, creando un vortice spaziotemporale che lo catapultò all’interno del suo mondo di Minecraft appena creato.
Purtroppo per lui, il suo mondo era in difficoltà Hardcore, e non avrebbe avuto che un’unica possibilità di uscire da quell’incubo. Il giocatore, nonostante la situazione terribile nella quale si era ritrovato, era di carattere risoluto e determinato, e non si perse d’animo: iniziò subito a costruire un rifugio, illuminato solo dalle poche torce che gli servivano per non far generare entità malvagie intorno a sé. Di notte dormiva, di giorno minava, e si stava preparando duramente per riuscire a vincere il gioco, sperando che quella fosse la soluzione per salvarsi e tornare nel mondo reale.

Durante uno dei suoi viaggi si imbatté in un villaggio. Era la prima volta che incontrava delle forme di vita umanoide, nel mondo di Minecraft, ma fu ben contento di poter approfittare della loro ospitalità. Si stabilì in una delle case vuote del villaggio, e iniziò a coltivare la terra e a mettere in sicurezza la zona.
Una notte, i Testificate si riunirono di nascosto per entrare nella casa del nuovo arrivato, mentre era a minare nella montagna lì vicino. Aprirono i suoi chest e trovarono diamanti, redstone, blocchi d’oro e di lapislazzuli. Inoltre, videro che aveva costruito un piano interrato con una grande libreria piena di incantesimi, armi e armature incantate, e addirittura pozioni magiche.
“Egli è uno stregone!” disse uno dei Testificate “Dobbiamo ucciderlo prima che sia troppo tardi!”
“Sacrifichiamolo, e plachiamo gli spiriti dei non morti!” dichiarò il sacerdote.
“Ma non ha fatto nulla di male!” rispose il contadino.
“Ha ragione, ha pure difeso il villaggio dagli attacchi!” aggiunse il fabbro.
Proprio in quel momento, si accorsero che stava tornando a casa, e si affrettarono ad uscire, ma mentre si stavano avvicinando all’entrata, uno dei Testificate notò un luccichio provenire dalle mani del viaggiatore: era qualcosa di verde, forse una pietra, sembrava preziosa e rarissima. I Testificate non appena videro quello spettacolo luminoso restarono abbagliati dall’idea di impossessarsene e all’improvviso si trovarono tutti d’accordo sul da farsi.
Non appena il videogiocatore aprì la porta di casa, con l’inventario colmo di risorse, un Testificate lo colpì alla testa, stordendolo. Quando riprese i sensi, si trovò imprigionato in una gabbia di legno avvolta dalle fiamme. In pochi istanti iniziò a tossire, e i suoi polmoni cominciarono a riempirsi di cenere.
I Testificate lo fissavano senza batter ciglio, tenendo in mano, ognuno di essi, un meraviglioso e lucente smeraldo.
“DANNATI TRADITORI!” gridò il giocatore “NON FINISCE QUI! VOI SARETE MALEDETTI, TUTTI QUANTI! MI VENDICHERO’!”
L’ultima cosa che i Testificate videro furono due occhi bianchi che emanavano una luce intensa. Poi le fiamme lo avvolsero e di lui non rimase più traccia. 10401828_291580047683365_1660568164_n

Il mattino del 1 Novembre, Notch fece ritorno a casa. Aveva trascorso la notte con degli amici per festeggiare Halloween. Suo fratello non era venuto, aveva preferito passare una tranquilla serata da solo in casa con dolcetti e videogiochi.
Quando aprì la porta, vide la schermata di morte di Minecraft fissa sullo schermo.
“Ehy!” gridò ad alta voce “Ti sei dimenticato di chiudere il gioco!”.
La risposta non giunse mai. Cercò per tutta la casa, ma non trovò segni della presenza di suo fratello.
“Sarà uscito…” pensò, sedendosi davanti al computer, e solo allora notò i segni di una bruciatura.
“GAME OVER!” diceva lo schermo. Non appena toccò il mouse, il mondo di gioco si autodistrusse immediatamente.
Decise allora di mettersi a lavorare a una nuova snapshot, intenzionato a rilasciare la versione Beta 1.9 di Minecraft nel minor tempo possibile. Quando creò un nuovo mondo per fare i suoi soliti test, un sinistro messaggio, certo non implementato da lui, comparve in chat.

HEROBRINE: Ciao, Markus.

Notch restò sorpreso, e rimase a fissare lo schermo incerto su come fosse potuta accadere una cosa simile.
Dopo qualche istante, comparve una nuova scritta.

HEROBRINE: Non rispondi più a tuo fratello?

Un brivido percorse la schiena di Notch. Spaventato, ma allo stesso tempo incuriosito, immaginandosi si trattasse di uno scherzo fatto dal fratellino che era tipico chiamarsi HEROBRINE nei videogiochi, si decise a rispondere.

NOTCH: Chi sei?

HEROBRINE: Sono io. Stanotte un fulmine ha colpito il mio computer, e mi sono ritrovato qui dentro.

Notch non riusciva a credere a quello che stava leggendo, ma sorrideva, divertito e compiaciuto che il suo adorato fratellino fosse riuscito a imparare a scrivere una funzione di Java e l’avesse aggiunta di nascosto al codice del gioco.

NOTCH: E poi cosa è successo?

HEROBRINE: Ho incontrato delle creature chiamate Testificate… Mi hanno ucciso dandomi fuoco. Mi sono trasformato in una linea di codice, e non posso più uscire da qui. Ora è troppo tardi. Ma non sentirti in pena per me. Io sono immortale, adesso. Non sento che un unico sentimento ribollire in me: il desiderio di vendetta.

Notch aveva le lacrime agli occhi. Aveva ricontrollato più volte l’intero codice di gioco: non esisteva nessuna funzione che permettesse alla chat di scrivere quei messaggi. Quello era davvero suo fratello.

HEROBRINE: Vendicami. Vendica la mia morte. I Testificate sono malvagi. Meritano una punizione.

Notch iniziò a programmare, tremante e disperato, e modificò tutte le linee di codice che riguardavano i Testificate. Impedì loro di utilizzare oggetti, di difendersi dagli attacchi dei mob, di usare leve e porte di ferro; dimezzò la loro intelligenza artificiale, rendendoli incapaci di percepire i pericoli, ma ancora non gli sembrava abbastanza. Decise che mai più avrebbero potuto usare le mani, le stesse mani che avevano osato dar fuoco a suo fratello. Infine, codificò gli zombie in modo che fossero in grado di attaccare i Testificate a vista, trasformandoli a loro volta in altri zombie oppure uccidendoli. Quando finalmente l’aggiornamento fu pronto e funzionale, Notch generò un nuovo mondo di gioco. Un messaggio comparve subito in chat.

HEROBRINE: Grazie.

NOTCH: Adesso sei libero di riposare in pace. Ti ho vendicato.

HEROBRINE: Ma io non voglio andarmene. Minecraft è casa mia, adesso. Voglio far provare a tutti lo stesso terrore che ho provato io.

NOTCH: Vuoi spaventare i giocatori?

HEROBRINE: Sì.

NOTCH: Ma loro non c’entrano nulla in questa storia! Se è davvero così, non mi resta altra scelta che eliminarti dal codice…

HEROBRINE: Oh, fai pure. Tanto non ci riuscirai mai. Il tuo Minecraft adesso è mio.

Notch aprì ogni singola pagina di Java, ma non fu in grado di trovare dove fosse annidato il codice di Herobrine.

HEROBRINE: Hai visto? È impossibile farmi sparire. Io sono morto qui, e qui resterò. ADDIO.

NOTCH: Cosa hai intenzione di fare?!

Herobrine non rispose più.

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Notch non se la sentì di pubblicare quell’aggiornamento, e decretò la fine della Beta di Minecraft, facendo uscire direttamente la versione 1.0. Infatti, la Beta 1.9 è anche conosciuta come il “Lost Update”, ovvero l’aggiornamento perduto, proprio perché Notch voleva dimenticare tutto l’accaduto e chiudere la storia una volta per tutte. Non riuscendoci.
Da quel giorno, giocatori di tutto il mondo raccontano di aver avvistato delle piccole costruzioni comparse da un momento all’altro, oppure di aver visto degli occhi luminosi apparire in mezzo al nulla.
Quanto giunge la notte di Halloween, Herobrine è libero di comparire e compiere di nuovo la sua eterna vendetta. Per prima cosa, pone una zucca sul capo dei suoi sudditi, poi inizia a vagare per i villaggi, e uccide ogni Testificate che incontra nella sua strada torturandolo finché non invoca la morte.
Si narra che una ragazza, una volta, si sia connessa al suo mondo di Minecraft e abbia assistito a una delle torture messe in atto da Herobrine. Egli, dopo aver preso la vita del Testiticate che aveva tra le mani, la fissò e le scrisse in chat: “TU SARAI LA PROSSIMA.” Purtroppo la ragazza non fu abbastanza svelta a chiudere la partita. Il mattino dopo, fu ritrovata riversa sulla tastiera, con la gola aperta in due da un taglio così preciso che solo una spada di diamante sarebbe stata in grado di fare.

La sete di vendetta di Herobrine non si è ancora estinta. Quando giungerà l’ora delle streghe, spegnete Minecraft e non giocateci finché non sarà sorto il sole. Herobrine è nel vostro computer, è nel vostro mondo, è nella vostra vita: non vi farà del male, ma basterà un solo passo falso e per voi non ci sarà scampo.

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Luca & Chiara

La vera storia delle principesse Disney: RAPERONZOLO

I film della Disney fanno sognare, e conservano tutti un meraviglioso lieto fine… Ma cosa sarebbe successo se la Disney avesse rispettato le fiabe originali? Le fiabe della tradizione popolare presentano più di una versione; di seguito leggete quella che conosciamo noi. Ecco la vera storia di RAPERONZOLO. Continua a leggere La vera storia delle principesse Disney: RAPERONZOLO

Le avventure di Norvy, il Gatto Immaginario di Luca e Chiara – IPNOSI – 10°pt

Quella che state per leggere è una storia a puntate ricca di follie. Non leggetela se sperate di trovare qualcosa di sensato.
Qui trovate la puntata precedente.

Luca e Chiara stavano riordinando la cucina dopo aver pranzato, mentre Norvy, disteso sul divano, era immerso nella lettura di un libro che Chiara non ricordava neanche di avere.
Nessuno si accorse che Norvy aveva trafugato una collana con pendente dalla camera da letto, e soprattutto nessuno fece caso al suo strano borbottio. Luca e Chiara erano abituati a certe stranezze feline, e non vi prestavano più molta attenzione.
D’un tratto, Norvy si sollevò sulle zampe posteriori, facendo ondeggiare la collana con la zampa destra: “Umani! Guardatemi!”.
Luca e Chiara si voltarono, scocciati, ma bastò un’occhiata per capire cosa Norvy stesse cercando di fare.
“Umani, guardatemi attentamente! Voi avete sonno, moooolto sonno. Le vostre palpebre sono pesanti, pesaaanti. Adesso voi vi addormenterete, e quando miagolerò esaudirete ogni mio desiderio.”
Chiara si sedette su una sedia e cadde improvvisamente addormentata. Dopo qualche secondo di indecisione, anche Luca fece altrettanto. Norvy non notò il ghigno sarcastico sul viso dell’umana.
“Ha funzionato! Ha funzionato! Adesso posso far fare loro quello che mi pare! Ah…ehm… oh, sì! Umani, svegliatevi! Miao!”
Chiara e Luca aprirono gli occhi, rivelando uno sguardo perso nel vuoto, e risposero, in coro: “Comanda, padrone.” .
“Bene, bene! Luca, voglio del pesce in umido! Chiara, pettinami il pelo e recitami una poesia!”
Luca si mise a trafficare nel frigorifero, mentre Chiara si avvicinò a Norvy e iniziò a spazzolarlo come richiesto.
“Ahi. Ahi. Mi stai tirando il pelo! Ahi! Smettila! Smettila subito!” si lamentò Norvy.
“Sì, padrone.” Rispose Chiara.
“Suvvia, almeno questa poesia?”
Forse perché dell’inquietudine tu sei l’immago, a me sì poco caro vieni, o gatto! E quando tu divori lieto sogliole arrosto e lasagne al sugo….
“Non mi piace questa poesia. Recitane un’altra.”
Tanto cattivo e disonesto pare, il gatto mio quand’egli altrui insulta…
“No, nemmeno questa mi piace! Un’altra!”
Sempre perfido fu quest’ermo gatto, con il suo pelo che trovo da ogni parte…
“Oh, ma basta! Che poesie sono queste?! Luca, almeno tu, hai finito?”
Luca si diresse verso di lui con un vassoio, che rovesciò addosso a Norvy, inzuppandolo completamente.
“Ma che…?” esclamò Norvy esterrefatto.
“Come hai ordinato tu! Volevi essere umido!”
“Non io, umano imbecille! Il pesce doveva essere in umido! Bah, lasciamo perdere. Chiara, portami a letto, in fretta. E tu, Luca, portami dei biscotti. Un bel piatto di biscotti!”
Chiara afferrò Norvy e iniziò a saltellare per tutto il corridoio, ignorando le proteste di Norvy a ogni sobbalzo. Poi aprì le braccia e lasciò cadere Norvy senza preavviso, facendogli prendere un colpo. Pochi minuti dopo arrivò Luca con un piatto pieno di biscotti.”
“Oh, finalmente qualcuno che esegue le richieste! Ehy, aspetta un momento. Che cos’è questa roba?” chiese Norvy, insospettito dall’aspetto strano dei biscotti.
“Sono biscotti di ceramica. Non sono bellissimi? Sono dipinti a mano, uno ad uno! Come hai chiesto tu, un piatto di bei biscotti!” rispose Luca con un sorriso.
“No, no, NO! Non ho chiesto… Uff. devo aver sbagliato qualcosa nella procedura. Luca è più rintronato del solito e Chiara è ancora più infame! Come devo fare a svegliarvi, ah sì! Adesso voi vi addormenterete!”
Luca e Chiara crollarono sul divano all’istante.
“Al mio tre vi sveglierete e non ricorderete più niente! Uno… due… tre!”
Luca e Chiara si alzarono immediatamente. “Ma che ci facciamo qui?” chiese Luca, sorpreso.
“E perché Norvy è tutto bagnato? Qui, micio micio micio….” Disse Chiara.
“NO! NO! BASTA CON QUEL DANNATO PHON!”
Per Norvy quella fu una pessima giornata. L’ipnosi non era andata a buon fine e si beccò pure un’asciugatura imprevista.

– FINE DECIMA PUNTATA-

Chiara

La vera storia delle principesse Disney: LA SIRENETTA

I film della Disney fanno sognare, e conservano tutti un meraviglioso lieto fine… Ma cosa sarebbe successo se la Disney avesse rispettato le fiabe originali? Le fiabe della tradizione popolare presentano più di una versione; di seguito leggete quella che conosciamo noi. Ecco la vera storia de La Sirenetta. Continua a leggere La vera storia delle principesse Disney: LA SIRENETTA