KIRIA racconta: “Benvenuti nella fabbrica delle fiabe!” – Parte 1

Mi presento: sono la direttrice, fondatrice e proprietaria della Fabbrica delle fiabe. Forse non mi conoscete, ma di certo avrete potuto apprezzare il lavoro della mia azienda. Vi ricordate di tutte le storie che vi raccontavano da bambini? Avete presente Biancaneve, Cenerentola, la Bella e la Bestia…? Ci sono io, dietro alle loro storie. Ho trascorso la mia esistenza creando fiabe meravigliose che potessero piacere e far sognare a ogni età. Il mio è il lavoro più bello del mondo e non smetterei di farlo per nessun motivo.
Vi svelerò un segreto: tutti i personaggi che più avete amato non esistono solo nelle pagine dei libri di fiabe: esistono davvero! Vivono qui, nella Fabbrica, insieme a me e tutti i miei dipendenti, e molti di loro non somigliano affatto al personaggio che interpretano.
Ad esempio, parliamo della matrigna di Biancaneve. Povera donna, non è affatto cattiva come dice la storia, anzi! Non è nemmeno la matrigna di Biancaneve, a dir la verità, ma è proprio sua madre. Sapete, “Biancaneve” è una delle prime fiabe che abbiamo mai creato e spendemmo una fortuna per scritturare i sette nani, così dovemmo fare economia con i personaggi femminili e assumemmo la madre di Biancaneve per interpretare anche la parte della matrigna. Bastò un po’ di matita nera sulle sopracciglia e un rossetto rosso fuoco per cambiarle i connotati e l’illusione divenne credibile. Fu difficile convincerla a offrire la mela avvelenata alla figlia. Dovetti assicurarle personalmente che sarebbe bastato un bacio del principe azzurro per svegliarla, ma non ci fu niente da fare. Non voleva saperne di recitare quella parte.
“Non possiamo fare soltanto finta che Biancaneve mangi la mela?” mi chiese la donna.
“No, non possiamo! I lettori se ne accorgerebbero subito!” protestai.
Alla fine fu Biancaneve stessa a persuadere la madre che sarebbe andato tutto bene. Il principe azzurro era un bellissimo ragazzo e Biancaneve non vedeva l’ora di recitare insieme a lui. Ricordo che i due si frequentarono per un po’ fuori dal set, ma il loro non fu un amore da favola. Biancaneve era gelosa di tutte le principesse che il principe doveva quotidianamente salvare, così alla fine i due si salutarono e vissero per sempre separati e contenti. A proposito, anche la storia del principe azzurro è parecchio interessante.
Lui non era nato per fare il personaggio delle fiabe, come tutti gli altri, lui era un ragazzo normale. Aveva appena finito l’università quando lo vidi la prima volta. Era vestito come un comune mortale, con una brutta felpa e dei jeans scuciti, ma era bello da togliere il fiato, proprio come avrebbe dovuto essere un principe azzurro delle fiabe. Gli proposi un provino e lui accettò volentieri, essendo disoccupato. Era perfetto per quel ruolo: era biondo, alto, bello, coraggioso, nobile e sempre pronto all’azione. Quando giunse il momento di firmare il contratto, storse un po’ la bocca davanti alla clausola riguardo il doversi vestire sempre di azzurro.
A parte la questione cromatica, ricordo che all’inizio il principe era contento del suo nuovo lavoro. Tutti lo amavano e si toglievano il capello per salutarlo quando passeggiava per le strade con il suo bel cavallo bianco e l’armatura immacolata. Ben presto, però, si rese conto di quale fosse il suo vero ruolo nelle fiabe: doveva salvare le principesse in pericolo, rischiando l’osso del collo ogni volta!
Draghi sputafuoco, streghe, matrigne esperte di magia nere, mele avvelenate, arcolai magici, incantesimi: il povero principe ne vedeva proprio di tutti i colori. Una volta era stato persino trasformato in un brutto ranocchio e sbattuto contro il muro da una principessina viziatella.
Per chi se lo stesse chiedendo, qui nella Fabbrica delle fiabe non usiamo effetti speciali come fanno a Hollywood, usiamo proprio la magia vera! Abbiamo uno staff di streghe e stregoni che lavorano tutto il giorno solo per offrirvi quell’alone di magia che ogni fiaba che si rispetti deve avere, però siamo molto attenti al realismo, perciò quando il principe doveva lottare contro un orco, le botte le prendeva per davvero.
Il principe rimase con noi per cinque, fruttuosissimi anni. Vennero fuori centinaia di storie solo grazie a lui. Purtroppo, però, quando giunse il momento di rinnovare il contratto, il mio principe non aveva più voglia di salvare dame in pericolo.
“Che si salvino da sole!” disse, posando la sua spada ormai sporca e logora sulla mia scrivania. Prima di andarsene, mi lanciò contro il suo vestito azzurro, con tanto di guanti, stivali, cappello con le piume e mantello.
Da quel momento nessuno ha più saputo nulla di lui. Le principesse continuano a ficcarsi in mille guai, ma abbiamo trovato un modo per renderle in grado di aiutarsi l’un l’altra a venirne fuori. Tutto sommato, non è bello che una ragazza pensi di aver necessariamente bisogno di qualcuno che la salvi quando ha tutto il potenziale per cavarsela da sola. Dopo la partenza del principe, Biancaneve è diventata una pasticcera di fama internazionale, Cenerentola ha aperto una catena di calzaturifici e la Bella Addormentata è diventata una stilista di alta moda.
Il principe azzurro è ancora latitante. Forse si è rimesso la sua felpa grigia e i suoi jeans sbiaditi e ha iniziato a girare il mondo da solo in cerca di una principessa che non abbia bisogno di lui solamente per farsi salvare. Se mai lo vedrete in giro, salutatelo da parte mia.

Per chi se lo stesse chiedendo, l’autrice delle fiabe che avete letto durante la vostra vita sono io. qualunque fiaba, qualunque storia, qualunque personaggio abbiate in mente, dietro ci sono sempre, inevitabilmente io. Un tempo le fiabe erano un passatempo per tutti, erano un tesoro da tramandare da una generazione all’altra, era un legame che univa le persone intorno al fuoco. Non so cosa sia successo dopo, ma per qualche motivo le fiabe sono state relegate al ruolo di mero materiale per l’infanzia. In poche parole, io mi sono fatta un mazzo enorme per decenni e decenni solo per poter mettere a dormire senza capricci qualche marmocchio bizzoso! Ma vi sembra forse una fiaba adatta ai bambini quella di Hansel e Gretel? Quei due poveretti sono stati abbandonati in mezzo al bosco e sono quasi stati mangiati da una strega cannibale! Per non parlare di Cappuccetto Rosso, divorata intera da un lupo insieme a sua nonna!
Ho deciso di riportare la fiaba al ruolo che le spetta, ovvero di opera letteraria istruttiva e piacevole, adatta a tutti senza mai diventare banale o leziosa. Voglio farvi piangere, commuovere, gioire e arrabbiare, voglio che le mie storie vi entrino sotto la pelle e vi facciano venire la voglia di raccontarle al prossimo. Non ci saranno solo principesse leziose ad aspettarvi, fidatevi di me. Non solo fiabe, ma anche storie, gialli, misteri, poesie.. voglio mostrarvi il potere della scrittura! Saprò sorprendervi!
Benvenuti nella Fabbrica delle Fiabe!

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 1

Guardai l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Mi alzai di malavoglia e andai in cucina a preparare del caffè per tenermi sveglia. Avevo trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui non ricordavo niente. Mi girava la testa e sentivo di avere un alito tremendo, ma non vi diedi peso. Bevvi il caffè e andai in bagno a lavarmi la faccia. La veglia mi aveva donato due belle occhiaie violacee che non avrei perso tempo a coprire col trucco. Era il secondo giorno di quinta liceo. Quell’anno avrei dovuto sostenere la maturità, non mi andava di perdere tempo a occuparmi del mio aspetto fisico.

Mi infilai i primi vestiti puliti che riuscii a trovare e uscii in punta di piedi, senza svegliare i miei genitori. La notte prima avevano dovuto tenere aperto il ristorante fino alle due di notte a causa di una cena aziendale privata. Erano tornati tardi, non volevo svegliarli. Presi la bicicletta e mi diressi verso la scuola. Avrei dovuto aspettare almeno mezzora prima che aprissero il portone, ma l’idea di godermi l’aria frizzante di settembre immersa nella lettura di un buon libro non mi dispiaceva. Posai la bici a ridosso del solito muro, misi la catena e mi diressi verso i gradini della scala antincendio su cui ero solita sedermi quando arrivavo a scuola troppo presto. Con mia sorpresa, mi resi conto che i gradini erano cosparsi di fiori bianchi. Guardai in alto: tutta la scala era coperta di fiori, fino al secondo piano. Iniziai a salire le scale. Quando ebbi percorso quattro rampe, vidi un’enorme distesa di fiori bianchi sul pianerottolo. Mi avvicinai. Notai con orrore che una persona stava dormendo proprio in mezzo a quei fiori. Era una ragazza; aveva i capelli neri e il rossetto rosso. Sul volto aveva un fondotinta troppo pallido per la sua carnagione. Mi avvicinai, tremando. Aveva le braccia conserte sul petto e tra le mani stringeva una mela rossa morsicata. Un biglietto, scritto a macchina, era stato lasciato accanto a lei.

Il principe non verrà mai a svegliarla dal suo sonno.

Mi sentivo paralizzata. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel volto immobile. Gridai con tutto il fiato che avevo in corpo.

La polizia mi fece un mucchio di domande. Mi chiesero se conoscessi la vittima, se avessi toccato qualcosa, che cosa ci facessi in giro a quell’ora. Alla fine mi lasciarono andare, intimandomi di tornare a casa per riprendermi dallo shock. Non sapevo niente di quella ragazza. Ricordavo solo che a volte la sua classe divideva la palestra con la mia durante le ore di educazione fisica, ma non avevo neppure idea di quale fosse il suo nome. Sul suo corpo non c’erano tracce di violenza, era stata soffocata da una mela che le si era incastrata nella gola.

Quando tornai a scuola, la storia di Biancaneve era un sussurro sulla bocca di tutti. La professoressa d’italiano scoppiò in lacrime nel mezzo della lezione; la vittima era stata una sua allieva fino all’anno prima. Una studentessa promettente, gentile con i compagni, separata dalla vita così presto. Ci raccontò che il suo fidanzato l’aveva lasciata pubblicamente durante l’ultimo giorno di scuola per fidanzarsi con un’altra ragazza, spezzandole il cuore.

Bene o male, tutti noi studenti ricominciammo a vivere come prima dell’omicidio. Vedevamo spesso degli agenti pattugliare la zona durante le prime ore di lezione e durante l’intervallo, ma ci avevano assicurato che non c’era alcun pericolo reale che venissero fatte altre vittime.

Decisi di non voler mai più arrivare a scuola troppo presto: non volevo correre il rischio di imbattermi in altri cadaveri né tanto meno volevo diventare un cadavere io stessa. Mi sentivo quasi sollevata quando arrivavo in ritardo. La notte di Halloween alcuni miei compagni avevano deciso di organizzare una festicciola per esorcizzare la paura dovuta agli ultimi avvenimenti, ma io non potetti partecipare a causa di un’interrogazione di fisica programmata per la prima ora il mattino seguente. Passai tutta la notte a leggere e rileggere le stesse cose e alla fine mi risvegliai con il mal di testa e un gran freddo addosso: mi ero addormentata sui libri. La sveglia indicava le nove meno cinque di mattina.

“Il professore penserà che l’abbia fatto di proposito!” pensai, uscendo di casa come un razzo e salendo sulla bici. Quando arrivai a cento metri dalla scuola, mi resi conto che l’ingresso era costellato di volanti della polizia. Un brivido mi attraversò la schiena.

Mi avvicinai, cercando di capire cosa fosse successo. Vidi un ragazzo piangere e gridare, tenuto stretto da due agenti. Prima che una poliziotta mi cacciasse, vidi una ragazza bionda sdraiata a terra. Il cemento ai piedi della scala antincendio era diventato rosso. Alla ragazza mancava una delle scarpe.

Clicca qui per sapere come continua.

Che fine ha fatto Norvy?!

Norvy sta bene, è sulle nostre gambe che fa le fuse e che sbraita insulti contro il genere umano. Mangia due chili di lasagne al giorno e dorme felice tra le pagine del suo libro. Il problema è che attualmente… temo di aver contratto il cosiddetto “blocco dello scrittore”. Magari non in forma grave, ma questo è quanto.
Sto scrivendo due libri in questo periodo (esatto, due!) ma al momento sono a corto di ispirazione, perciò ho dovuto rallentare un po’ la pubblicazione delle avventure di Norvy, che d’ora in poi usciranno un giovedì sì e uno no. Mi dispiace, le sto provando tutte per farmi venire in mente qualcosa (vedi la challenge delle 642 cose), ma non posso far altro che aspettare!

Se qualcuno è interessato ad avere qualche notizia sull’altro libro che sto scrivendo, è fantasy ambientato in un pianeta simile alla Terra, e la protagonista è una regina dotata dalla nascita di grandissimi poteri magici. Per chi fosse interessato ai numeri, ho già scritto più di cento pagine di Microsoft Word, e spero tanto di andare avanti!

Se conoscete dei modi per farsi venire delle buone idee, ditemelo. Nel frattempo, chiedo venia!

P.S.: Norvy dice di salutarvi e che vi odia.

Challenge: “Tre consigli per non cadere da una nuvola”

KIRIA scrive: Come alcuni di voi ormai sanno, Luca ed io vorremmo, prima o poi, che le avventure di Norvy si materializzassero in un libro vero! Purtroppo però non sempre sono ispirata a scrivere, perciò sto cercando qualche input in questo libretto: 642 tiny things to write about (642 piccole cose di cui scrivere); l’obiettivo è completare 642 mini sfide che mi spingeranno a inventare una storiella a tema. A quanto pare, oggi vivo su una nuvola e la sfida di questa volta prevede che io dispensi consigli su come rimanere ancorati alla propria nuvola senza cadere. Fateci sapere se vi piace questa nuova, stramba idea!
Qui potete trovare la challenge precedente.

Giornalista: “Oggi intervisteremo Chiara, in arte Kiria EternaLove, il primo essere umano ad aver mai abitato su una nuvola! Si rifiuta di rendere note le motivazioni che l’hanno spinta ad una decisione tanto estrema, ma si è dichiarata disposta a parlare delle difficoltà che si hanno quando la propria abitazione è tanto instabile.
Chiara, ci racconti di questo suo curioso modo di vivere: qual è il segreto per dormire, mangiare e sentirsi a proprio agio con i piedi così lontani dal suolo?”
Chiara: “E’ facile, basta non pensarci. La densità delle nuvole è molto più bassa di quella di un corpo umano, perciò la fisica imporrebbe che io cadessi di sotto. Per far sì che ciò non accada ed esorcizzare così la gravità terrestre, ogni giorno, appena sveglia, devo saltellare sul piede destro per tre volte ripetendo: “Ambalabù, non cado giù, ambalabù, non cado giù, ambalabù, non cado giù”.”
Giornalista: “E questo serve e non precipitare a terra?”
Chiara: “Esatto! Ma attenzione a non sbagliare piede e a usare il sinistro! Una volta l’ho fatto, e mi è venuto il singhiozzo.”
Giornalista: “E’ sufficiente questo piccolo espediente per poter vivere tranquilli con la testa oltre le nubi?
Chiara: “Certo che no, ci vogliono ben altri accorgimenti. Per esempio, sa cosa succede se si bevono troppe bibite gassate? Succede che l’aria che uno ha nello stomaco comincia ad uscire dalla bocca, e questo è un grosso problema quassù! Tutta quella preziosa aria non vede l’ora di tornare verso il cielo, dove c’è altra aria. Per non cadere bisogna tenersela ben stretta, questa aria, in modo che l’attrazione tra l’aria dentro il corpo e quella fuori dal corpo impedisca di precipitare. Quindi niente bibite gassate, niente alimenti che provochino lo sviluppo di gas nella pancia, niente di niente!”
Giornalista: Sta cercando di dirmi che una dieta ad hoc e una filastrocca sono tutto quello di cui lei ha bisogno per vivere quassù?”
Chiara: “Adesso le svelerò cos’è che mi permette davvero di non aver bisogno di toccare il terreno con i piedi. La cosa più importante di tutte, al di là di versetti e gas intestinali, è l’essere innamorati. Quando si è innamorati il cuore diventa così leggero che persino una nuvola, al confronto, sembra pesante. L’amore riesce a vincere persino la forza di gravità! E adesso mi scusi se me ne vado, ma prima di questa intervista ho litigato con il mio fidanzato, e se non ci riappacifichiamo subito rischiamo di venir giù da qui come due prugne mature!”