KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 1: Il ragazzo americano

TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando entrò in classe il nuovo ragazzo venuto dall’America, tutte noi trattenemmo il fiato. Persino gli occhi della professoressa Claudia Fragola trasudavano lussuria. Era alto, più alto dei nostri compagni, e decisamente più atletico. La sua maglietta chiara faceva intuire i muscoli scolpiti da intensi allenamenti. Sulle sue spalle larghe e possenti ricadeva una pioggia di capelli castani e ondulati nei quali avrei potuto passare le dita per delle ore intere. Sorrise alla classe, mostrando dei denti bianchi e perfetti. I suoi occhi neri sembravano fatti di ebano.
Avrei potuto celebrare tanta bellezza in una delle mie insulse poesiole, ma ero troppo imbambolata per pensare a delle rime decenti. Lo sentii blaterare qualcosa con un accento delizioso riguardo la sua voglia di conoscere il nostro paese e altre cose di cui non ricordo assolutamente nulla.
“Eraldo, vai a sederti accanto a Domenica” disse la professoressa, accennando con la mano alla seconda fila di banchi.
“Eraldo? Un nome raro” pensai, talmente raro che non sapevo nemmeno fosse un nome.
Domenica sorrise con la sua bocca sgangherata e spostò un po’ più a destra la sedia a rotelle per fare spazio a Eraldo. Diana, seduta accanto a me, si voltò senza pudore al passaggio di Eraldo per puntare gli occhi sul suo sedere marmoreo fasciato alla perfezione da dei jeans firmati.
Le detti una gomitata nelle costole.
“Fabio ti sta guardando malissimo!” sussurrai.
“Sai cosa me ne fotte” rispose lei, senza distogliere la sua attenzione.
Eraldo si sedette, posò lo zaino per terra ed estrasse una penna e un quaderno. Domenica lo fissava estasiata.
“Persino lei si è accorta che è un gran figo” borbottò Diana. “Avrà anche una paralisi cerebrale, ma i suoi occhi funzionano bene. Non sai quanto vorrei sbattermelo sulla cattedra…”
“DIANA!” dissi a bassa voce. “Smettila, ti sentirà!”
“Oh, magari!”
Diana era la ragazza più bella, più sboccata e più infedele che avessi mai conosciuto. Con i suoi boccoli biondi e gli occhi azzurri aveva incantato mille cuori e altrettanti ne aveva spezzati. Fabio era il suo fidanzato storico, quello con cui si era lasciata e rimessa almeno cinque volte negli ultimi due anni, promettendo ogni volta fedeltà eterna e amore imperituro.
Stavano insieme dal secondo anno di superiori, ma solo il cielo sapeva quanto grosse fossero le corna di quel poveraccio.
La professoressa si mise a spiegare qualcosa su I promessi sposi, ma anche un imbecille si sarebbe reso conto che era a disagio. Si interrompeva spesso, perdeva il filo del discorso, balbettava persino.
“Guarda quella vecchia assatanata” sussurrò Diana ridacchiando. “Anche lei è distratta da Eraldo!”.
“Vecchia…” dissi io. “Ma se ha poco più di trent’anni!”
“Ne dimostra ottanta. Guarda che pelle vizza e spenta. E guardale i capelli! Sembrano saggina!”
“Smettila subito!” le intimai. “Non voglio finire nei guai per colpa tua!”
Diana era la figlia del vicepreside. Non aveva alcuna paura dei professori. Nonostante i suoi voti non fossero niente di eccezionale e il suo atteggiamento fosse strafottente, nessuno aveva mai il coraggio di dirle niente per timore di un licenziamento, così le ire dei professori frustrati venivano sfogate su qualche altro disgraziato studente, per esempio la sottoscritta.
Mi voltai con discrezione per dare un’ultima occhiata a Eraldo. Lo sorpresi mentre si arrotolava una ciocca di capelli intorno alle dita. Lo fissai per qualche istante. Aveva un’espressione intensa e quasi imbronciata. I suoi occhi neri erano socchiusi e concentrati.
“PATRIZIA!” gridò una voce querula.
Mi voltai di scatto, sentendo le guance avvampare.
“Hai finito di stare voltata?” domandò la professoressa fissandomi con occhi gelidi.
Annuii con gli occhi bassi.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 11

[ATTENZIONE: IL SEGUENTE CAPITOLO CONTIENE ESPRESSIONI VIOLENTE CHE POTREBBERO URTARE I LETTORI PIU’ SENSIBILI.]
Con le sue ultime forze, Marta sfiorò la guancia di Francesco, sorrise e poi spirò tra le tue braccia.
“Marta!” disse lui, tra le lacrime. “Non ti ho nemmeno detto che ti amo…”
“Stai tranquillo, ormai lo aveva capito da sola.”
Francesco si voltò, spaventato. Una ragazza minuta con dei lunghi capelli castani lo stava fissando con i suoi occhi verdi.
“E tu che cosa… chi… chi sei? Come sei entrata?!” esclamò Francesco.
La ragazza non gli prestò minimamente attenzione. Lo spintonò via con una forza di disumana, poi si avventò verso il corpo di Marta e iniziò a scrollarlo con cattiveria.
“Ma che stai facendo?! Lasciala andare!” disse Francesco cercando di rimettersi in piedi.
“SILENZIO!” gridò la ragazza, spingendolo contro il muro con il solo suono della sua voce. “Svegliati, brutta sgualdrina” aggiunse, rivolta a Marta. “Lo so benissimo che sei viva, apri gli occhi!”
Marta sorrise in modo beffardo e alla fine si decise a fare quanto gli era stato chiesto.
“Marta, ma sei viva!” gridò Francesco emozionato. Una folata di vento sovrannaturale lo sbatté contro il muro con tanta forza da fargli prendere i sensi.
“Non mi piace vederti maltrattare il mio ragazzo” sussurrò Marta digrignando i denti.
“E a me non piace sapere che entri nel mio mondo per ammazzare la gente!”
“Che cosa pensi di fare?” disse maliziosa. “Non puoi fermarmi, lo sai benissimo che io continuerò a rigenerarmi all’infinito!”
La stanza intorno a loro iniziò a cambiare. Francesco iniziò a svanire, così come i macabri trofei delle uccisioni di Marta.
“Che sta succedendo?!” domandò Chiara, sorpresa.
“Tra pochi minuti la storia si riavvolgerà su se stessa e potrò ricominciare a mietere vittime!” spiegò Marta, ridendo.
“Non così in fretta…” disse Chiara.
Nel giro di un istante, tutti i fantasmi delle vittime di Marta si riunirono intorno alla loro carnefice, ancora vestiti dei loro abiti di morte.
Il principe azzurrò gettò Marta a terra, le salì sopra e le bloccò le gambe e le braccia. Biancaneve si gettò su di lei e iniziò a morderle il viso, sempre più forte, fino a staccare un pezzo della guancia.
“Bianca come neve, rossa come il sangue…” sussurrò la ragazza, leccandosi le labbra. Marta gridava di dolore e di paura.
Chiara assistette alla scena impassibile.
Cenerentola afferrò la sua scarpetta col tacco, abbassò i pantaloni di Marta fino a lasciare scoperte le cosce e infilzò il tacco con forza nel muscolo fino a lacerarlo. Il sangue sgorgava copioso dall’arteria femoraria, inondando le mani di Cenerentola. “Come farai ad andare al ballo, conciata così?” disse, ridendo istericamente. Marta era quasi in stato di shock, ma uno schiaffo tirato da Bestia la fece risvegliare.
“Chi è davvero una bestia tra me e te?” ringhiò lui.
La Bella strappò la maglia di Marta, l’afferrò per il collo e strinse forte le mani intorno alla sua gola, facendola quasi soffocare. Poco prima che svenisse, Bestia le tirò un pugno in faccia che le spezzò il setto nasale. La Bella aveva tra le mani la rosa senza petali con cui era stata abbandonata tra le braccia della morte. Con tutta la forza che aveva, conficcò lo stelo nella spalla di Marta.
Raperonzolo e Alice si fecero avanti per ultime. Avevano l’aria delusa ma glaciale. Alice stringeva tra le dita il pugnale con cui Marta si era uccisa pochi minuti prima. Appoggiò la punta del coltello sulla gola martoriata di Marta e affondò la lama quanto bastava per tingerla di rosso. Lentamente iniziò a muovere la punta come se fosse un pennello intriso di vernice scarlatta, finché il petto e quel che restava del volto di Marta non divennero un’unica tela rossa.
“Eramo amiche…” sussurrò. “E sai dove andrò a toccarti adesso con la lama? Importa poco, purché tu soffra!”
Alice piantò il coltello ai lati della bocca di Marta, aprendo la carne a formare un inquietante sorriso.
“Adesso sembri proprio lo Stregatto!” disse ridendo.
Raperonzolo, con il lunghi capelli sciolti davanti al viso, fissò Marta agonizzante al suolo, si inginocchiò davanti a lei e iniziò a sussurrare nel suo orecchio.
“Lo sai cosa successe all’uomo innamorato di Raperonzolo quando precipitò dalla torre? Perse entrambi gli occhi cadendo su un cespuglio di rovi, ed è quello che capiterà a te!”
Raperonzolo affondò le unghie affilate nelle orbite di Marta.

Marta aprì gli occhi di scatto, col fiato mozzo. Guardò l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Si alzò di malavoglia e andò in cucina a preparare del caffè per tenersi sveglia. Aveva trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui ricordava fin troppo bene i particolari…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 8

Un mattino, Marcella arrivò in classe con la faccia buia. Per la prima volta dopo anni, si era presentata in classe con i capelli sciolti. Per un attimo rimasi a fissarla, incantata. Non avevo mai visto una chioma così lunga. Le ciocche le si avviluppavano intorno alle braccia come dei rampicanti e poi scendevano giù, selvagge, fino a metà della coscia. Il castano ramato delle radici si trasformava in biondo fragola verso le punte.
“Ciao Raperonzolo!” la salutò Alice, tutta allegra.
“Raperonzolo… è proprio per quello che ho deciso di tagliarli. Se l’assassino mi vedesse, di certo vorrebbe la mia testa!” sospirò Marcella, toccandosi i capelli.
“Nooo!” protestò Alice. “Che idea sciocca! E allora io dovrei cambiarmi nome? Ne abbiamo già parlato e abbiamo detto che non c’è modo di salvarsi quando l’assassino ti prende di mira. A meno che tu non sia Francesco” aggiunse, ammiccando nella mia direzione.
“Li sciolgo oggi per mostrarli a voi, per l’ultima volta. Quando uscirò da scuola andrò dal parrucchiere e li farò corti come i tuoi” disse, guardandomi.
Mi passai una mano sulla nuca. Avevo sempre odiato i capelli lunghi su di me perché non volevo perdere tempo a lavarli e asciugarli, ma mi piaceva vederli sulle altre ragazze e mi dispiacque sentire la decisione di Marcella.
Le ore trascorsero lentamente come al solito. Eravamo obbligati a fare lezione con le porte aperte per permettere agli agenti che pattugliavano la scuola di controllare ogni spostamento. Durante l’intervallo andai in bagno con Alice e Marcella per parlottare un po’ e per sentirmi sommergere di domande riguardo Francesco. Dopo aver eluso l’ennesima illazione, mi chiusi in bagno per poter fare pipì in pace. Per quei pochi minuti si decisero a tacere. Quando aprii la porta, vidi Alice seduta per terra vicino al lavandino e Marcella distesa a terra, con i lunghi capelli a farle da cornice ai lati del viso. Sentii lo stomaco contorcersi e per poco credetti di vomitare.
“Non è divertente!” gridai. “Aprite gli occhi!”
Non mi stavano prendendo in giro.
Il maglione rosa di Marcella si era tinto di rosso. Il sangue stava iniziando a macchiare anche il pavimento. I suoi occhi erano aperti verso il soffitto, le sue mani giunte al petto.
Alice fissava un punto indistinto davanti a sé. Aveva la testa reclinata su un lato. I riccioli biondi e l’espressione assente la facevano sembrare una bambola di porcellana. Sulle sue gambe era stato posato un coniglio bianco di peluche.
Sullo specchio, qualcuno aveva appeso un biglietto.

“Nessun principe risalirà mai la chioma di Raperonzolo.

Alice è caduta nella tana del Bianconiglio e rimarrà nel Paese delle Meraviglie.”

Disperata e terrificata, andai a cercare un agente di polizia. Non riuscii quasi a proferir parola, ma riuscii a indicare il bagno. Solo allora lo vidi: un piccolo coltello da cucina, affilato e sporco di sangue, era stretto tra le mani di Marcella. Distolsi gli occhi quasi subito, ma persi i sensi.

Mi risvegliai in infermeria. Francesco e la professoressa d’italiano mi stavano fissando.
“L’ho sognato?” sussurrai.
Entrambi mossero la testa in segno di diniego.
Sentii i miei occhi farsi umidi.
La polizia mi interrogò fino a farmi esaurire completamente ogni briciolo di forza interiore. Mi interrogarono su tutto quello che avevo visto quel giorno e i giorni precedenti. Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che ero chiusa in bagno, che erano mie amiche e che non avrei mai voluto vederle in quel modo. Alla fine una poliziotta mi lasciò andare a casa. “Hai un talento per trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato” disse, invitandomi a uscire dalla stanza degli interrogatori.
Restai a casa da scuola una settimana. I miei genitori non dissero niente. Mi lasciarono soffrire in pace, senza farmi troppe domande. Uscii soltanto per assistere ai funerali di Marcella e Alice. Dovevo prendere il sonnifero per riuscire a dormire, e così passavo le mie giornate in un perenne stato di stordimento grigio e insapore. Il sonno e la veglia si fondevano e non sapevo più cosa era vero e cosa fosse un sogno.
Una sera Francesco venne a trovarmi per vedere come stavo. Non ero di molte parole e lui rispettò il mio silenzio. Portò un film da poter vedere insieme. Diceva che mi avrebbe distratto. Era un poliziesco di cui non ricordo il titolo, piuttosto noioso. Dopo i primi venti minuti, infatti, complici i sonniferi, finii per addormentarmi. Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che Francesco mi stringeva fortissimo i polsi, come a volermi impedire di toccarlo, e mi fissava atterrito, con la bocca contorna in una smorfia di terrore e stupore.

Le avventure di Norvy, il Gatto Immaginario di Luca e Chiara – IL FILM SBAGLIATO – 8°pt

Quella che state per leggere è una storia a puntate ricca di follie. Non leggetela se sperate di trovare qualcosa di sensato.
Qui trovate la puntata precedente.

Come di consueto, Luca e Chiara, dopo aver cenato, si ritirarono nello studio per registrare qualche video. Norvy rimase da solo in salotto, con il telecomando e il televisore a sua disposizione.

Un paio d’ore dopo, Luca e Chiara, andarono a vedere se Norvy si fosse già addormentato in qualche angolo della casa per portarlo nel suo letto; invece lo trovarono perfettamente sveglio, con gli artigli conficcati in una trave del soffitto.
“Scendi di lì subito!” disse Luca.
“NO! Non posso! Ho paura!” rispose Norvy, in preda al terrore.
“Cos’è che ti spaventa tanto?” sbuffò Chiara.
“Un maniaco! Un pazzo! Un killer! Uno che va in giro con un cappuccio in testa e una maschera bianca!”
“Ma dove? Dov’è questo maniaco?” chiesero Luca e Chiara, preoccupati.
“Alla tv! C’era un tizio che uccideva la gente con in faccia una maschera che sembra “L’urlo” di Munch!”
Luca e Chiara sospirarono per il sollievo.
“E’ VERO! È un pazzo che telefona alla gente e poi la squarta!” insistette Norvy.
“Tu hai visto “Scream”! Puoi scendere, qui non c’è nessuno. Era tutto finto!” disse Chiara tendendo le braccia.
“Siete sicuri?” chiese Norvy, ancora in apprensione.
“Guardi “Game of Thrones” senza batter ciglio e ti fa paura un tizio con la maschera? Vuoi fare un giro della casa insieme a noi?” propose Luca.
“Sì, ma prendete qualcosa di affilato per essere tranquilli! E poi “Game of Thrones” si capisce che è finto! Nessun gatto sarebbe così sciocco da farsi acchiappare da quella Stark!” Norvy saltò tra le braccia di Chiara, mentre Luca andò a prendere un coltello da arrosto.

Luca e Chiara sapevano che Norvy non si sarebbe calmato finché non avessero ribaltato ogni stanza da cima a fondo.
“Controlliamo sotto il vostro letto! E sotto il mio!… Uhm.. Nell’armadio? … Va bene, ora andiamo in cucina…Nella credenza? Sotto il tavolo? Nell’armadietto delle scope? In frigorifero? Ok, ora in salotto… Dietro il televisore? Dietro la tenda? Sotto il divano?”
“Come fa una persona a entrare sotto il divano? E sotto il tuo letto, e nella credenza…?!” buffò Chiara.
“Ehm… in effetti…dietro il divano? Sotto quel tavolo? Adesso in bagno: nella vasca da bagno? No? E nel vostro studio? Sotto la scrivania? Dietro qualche scaffale?”
Alla fine Norvy si convinse di poter star tranquillo, e acconsentì riguardo l’essere messo a nanna.
Chiara lo appoggiò sul suo letto e lo coprì con la sua coperta preferita.
“Ti racconto una cosa. Quando avevo dodici anni, per sbaglio ho visto anche io quel film. Per due settimane, prima di andare a dormire, dovetti accertarmi che non ci fosse nessuno nascosto sotto il letto o nell’armadio. Sai cosa vuol dire questo?”
“Che eri una fifona?”
“Senti chi parla! No, voleva dire che certi film è meglio lasciarli a chi non si fa impressionare da niente! E ora dormi!”
“Posso avere il mio orsacchiotto?” chiese Norvy da sotto le coperte.
“Ma certo.” Chiara gli porse il suo peluche e se ne andò.

Erano circa le quattro di notte, Luca e Chiara si stavano infilando il pigiama per dormire.
“Posso mettermi la maschera e andare da Norvy con il coltello dell’arrosto?” sussurrò Chiara.

– FINE OTTAVA PUNTATA-

Chiara