#MeToo

In questi giorni mi sono imbattuta nell’hasthag “MeToo”, “anche io”. Lo stanno postando sui social tutte quelle donne e ragazze che almeno una volta nella vita sono state molestate, abusate o stuprate dagli uomini. Finalmente il muro di silenzio si sta aprendo e le vittime non vogliono più stare zitte per paura di essere giudicate. Lo sapete come la penso: quando avete un problema dovete parlarne: con i genitori, con gli amici, con gli insegnanti, con il vostro medico, con la polizia se serve.

Questo messaggio non è per le donne o le ragazze, non è nemmeno per quei pochi o tanti gentiluomini che ancora esistono: è per i ragazzi giovani che mi seguono e che sono ancora innocenti. Fischiare dietro a una ragazza non è bello. Nemmeno seguirla sotto casa, nemmeno farle dei complimenti volgari. Se una donna è gentile con voi, non è detto che  le piacciate. Se una donna vi dice “no” quando voi le state facendo delle avance, non è né “sì” né “forse”, è “NO.”.

Noi donne viviamo nella paura: quando facevo l’università e prendevo il treno per tornare a casa, ero sempre felice di avere dei compagni di classe che viaggiassero con me. Quando ero da sola invece stavo con gli occhi bassi e rasentavo i muri per non farmi vedere. Mi sedevo tra un vagone e l’altro, nella speranza di non fare brutti incontri. Una volta un ragazzo che conoscevo poco mi offrì un passaggio. Rifiutai. Anche una mia amica fece lo stesso. Accettammo solo quando offrì il passaggio a entrambe lo stesso giorno. Alla fine si rivelò un passaggio innocente, ma una donna le pensa tutte prima di accettare una gentilezza.

Mi raccomando ragazzi, il futuro delle donne siete anche voi che state ascoltando il video in questo momento. Io sono stata fortunata: quando ho detto a un ragazzo di fermarsi perché non me la sentivo di fare una cosa, nessuno ha mai preteso niente da me con la forza, ma non a tutte le ragazze va così bene. Forse la cavalleria è morta, forse lo sono anche le fiabe. Non siamo più principesse in cerca del principe azzurro, però se non siete principi allora fatemi un favore: non fate nemmeno gli orchi.

 

IL LIBRO DI NORVY E’ FINALMENTE ACQUISTABILE!

Finalmente, dopo tante ore passate davanti al computer a correggere, sistemare, scrivere, disegnare e vegliare, finalmente Norvy, nato proprio su questo blog, ha visto la luce!
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Oppure potete ordinarlo in qualunque libreria! 

Voglio dire grazie a voi, che mi avete supportato fin dalla prima storia.
Voglio dire grazie a Luca, che è stato sveglio con me fino all’ultima correzione.
Voglio dire grazie alla Kimerik, la casa editrice che ha avuto la pazienza di sopportarmi fino all’ultima email.

Pensate che il viaggio di Norvy sia giunto al termine? Sbagliato! Sapete perché? Perché sto già scrivendo il seguito!
Fatemi sapere se pensate di acquistarlo e se vi piacerà! GRAZIE A TUTTI!

La strana storia delle balene suicide

Qualcuno ne avrà sentito parlare, agli altri lo spiegherò io: un gruppo di sociopatici russi si sta divertendo a contattare/farsi contattare da adolescenti e giovani particolarmente sensibili o che stanno attraversando periodi di vita particolari. L’obiettivo è spingerli al suicidio attraverso 50 sfide quotidiane, di cui molte incentrate sull’autolesionismo. La sfida si chiama “Blue Whale Challenge” e onestamente mi dispiace per le balene, animali meravigliosi che adesso verranno associati ai pazzi.
Io non so perché questa gente si diverta a giocare con la vita delle persone e non starò a parlare di questo, voglio parlare con tutte quelli che almeno una volta hanno seriamente preso in considerazione l’idea di farsi fuori.
L’adolescenza è la fase di vita in cui il cervello va per conto suo. E’ come essere sotto costante influsso di droghe: tutto è amplificato, tutto è più grave, tutto capita solo a noi, gli altri ci odiano e se sparissimo non mancheremmo a nessuno. NON è così, anche se sembra.
Se c’è qualcuno tra di voi che sta avendo pensieri troppo strani o che sta iniziando a essere troppo in confidenza con le lamette e con le cose appuntite, fatevi aiutare. Se pensate che i vostri genitori non possano, se non avete amici, avete sempre gli insegnanti. Se nemmeno loro vi ispirano fiducia, provate in ospedale, dal preside, da chiunque. La vita è troppo breve per metterla a rischio con dei pensieri sbagliati. Ci sono professionisti e/o volontari che possono aiutarvi. Se una persona vicina a voi ha dei comportamenti che non vi sembrano normali o ha dei segni sul corpo che nasconde e di cui non vuol parlare, segnalatelo subito all’adulto di cui vi fidate di più.
Spesso chi medita il suicidio o pratica autolesionismo non vuole farlo sapere, ma questa è l’epoca in cui si posta qualunque cosa sui social network e nemmeno una cosa privata come la depressione viene risparmiata dagli hashtag. Guardatevi intorno.
A tutti capita un momento di scoraggiamento, a tutti capitano delle giornate no, a tutti capita di pensare che tutto sommato nessuno piangerebbe la nostra morte. Come sempre, il confine tra sanità e malattia è lo stesso che passa tra pensiero e azione. Se il pensiero di agire, di passarvi una lametta sulle braccia, si fa più forte, DOVETE farvi aiutare. Le balene stanno bene solo in acqua, non sulle braccia delle persone.
Avevo un amico, un tempo, che praticava autolesionismo. Una volta eravamo in giro per negozi; si fermò e mi mostrò il braccio. Aveva una cicatrice enorme e fresca, molto profonda, che si era fatto da solo. Anche il suo coraggio però fu enorme: parlò dell’accaduto con i genitori e loro trovarono il modo di farlo stare meglio affidandolo a dei professionisti. L’ultima volta che l’ho sentito aveva quasi finito l’università e stava bene. Fate come lui, per favore. PARLATE.

Siate quello che volete essere, non quello che gli altri dicono che siete

Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi sta molto a cuore. Parecchi tra coloro che leggono questo blog sono giovani e adolescenti che ancora stanno cercando di capire che cosa e chi vogliono diventare. Un consiglio per tutti: non permettete MAI che siano gli altri a dire per voi cosa siete e cosa diventerete. MAI.
Qualche giorno fa, ho postato un mio disegno in cui mostro la prima bozza di Tommaso, il protagonista di uno young adult novel che sto scrivendo (lo vedete nell’immagine in cima a questo articolo). Tommaso ha origini tedesche, perciò l’ho descritto alto, con gli occhi chiari e i capelli biondi. Io amo i capelli lunghi, sia nei ragazzi che nelle ragazze, perciò ho deciso che Tommaso avrà i capelli lunghi fino a mezza schiena, e che solitamente li porterà legati in una coda.
Purtroppo, come era ovvio aspettarsi, qualcuno ha tentato di “definire” la sessualità di Tommaso basandosi sui suoi capelli o sui suoi vestiti. Vi prego, NO. Siamo nel ventunesimo secolo. Non ditemi che un uomo con i capelli lunghi è una donnicciola e una donna con i capelli corti è un maschiaccio, o peggio ancora non mischiate apparenza con gusti sessuali. Portare i capelli lunghi NON è da gay: definirsi gay è da gay. Una donna con i capelli corti non è necessariamente lesbica; lesbica è invece quella donna che si definisce e si riconosce come tale. Io ho passato buona parte della mia vita vestendomi da maschiaccio, con tanto di felpone e scarpe da uomo. Eppure mi sono sempre identificata come femmina etero. L’abbigliamento non definisce IN ALCUN MODO i gusti di una persona. Ficcatevelo in testa finché siete giovani, per piacere.
Un’ultima cosa: non fatevi condizionare dagli stereotipi tipo “il calcio non è da femmine” oppure “la danza classica non è da maschi”; fate quello che cavolo volete. Siete ragazzi e vi piace sferruzzare? Fatelo. Siete ragazze e andate matte per il rugby? Fatelo. Siete maschi e vi piace truccarvi? Fatelo lo stesso. Chi vi guarderà storto non ha capito ancora che qui non si tratta di maschi e femmine, ma di esseri umani con delle passioni.
Io non mi trucco, mi asciugo i capelli alla “comevieneviene”, non uso mai i tacchi, non uso smalti o gioielli, eppure sono sempre io. Usate il tempo che avete per fare quello che vi piace, non date retta a chi è ancora vittima degli stereotipi. Vivete solo per voi stessi.

Il libro di Norvy è nato dalla mia passione, nessuna casa editrice mi ha chiesto di scriverlo

Molti di voi sanno che sto ricorreggendo le bozze del mio libro per l’ultima volta.
Per dovere di cronaca, devo informarvi che nessuno mi ha chiesto di scrivere un libro. Molti youtuber vengono contattati dalle case editrici per scrivere per loro. Non è questo il caso. Io mi sono fatta un mazzo enorme per trovare qualcuno che volesse dare una possibilità a me e a Norvy. Ho preso tante porte in faccia, tanti rifiuti silenziosi da quelle case editrici che agli altri youtuber non hanno negato nulla. E’ stato abbastanza deprimente. Avevo quasi perso la speranza e stavo già pensando a come fare a pubblicare da sola, se non fosse che alla fine ho conosciuto la Kimerik, l’unica che ha letto per davvero la mia storia.

So di aver scritto qualcosa di piacevole e divertente, che in qualche modo può tenere compagnia al lettore e strappargli più di un sorriso. Io so di amare davvero la scrittura, ho dedicato diversi anni della mia vita ad affinarmi e a compiere degli studi in quella direzione. E’ una passione che ho da sempre. Quando frequentavo le scuole medie, la mia professoressa d’italiano mi incoraggiò a scrivere e da allora non ho più smesso.
Ci tenevo a farvi sapere tutto questo. Norvy non verrà alla luce perché qualcuno me lo ho chiesto, Norvy è nato dalla mia testa (e da quella di Luca) e dalla volontà di comunicare a tutti voi quel che sentivo dentro. Norvy è frutto della mia creatività e ho ancora tanti progetti e tanti personaggi da presentarvi. Un giorno vi presenterò Tommaso, lo studente universitario con la vita perennemente incasinata, e poi vi presenterò la regina-dea di un regno sull’orlo della distruzione… E chissà, magari ho già in mente il seguito del libro di Norvy!

KIRIA si racconta: la mia EX migliore amica

Non ho intenzione di romanzare questa storia. Ve la racconterò così come mi viene alla mente. Magari un giorno ci farò anche un video, chissà!
All’epoca frequentavo la terza media. Non avevo molti “amici”, solo qualche conoscente che fingeva di essermi amico. Tutta gente che ormai non vedo e non sento da secoli. Due o tre pomeriggi a settimana tornavo a scuola per seguire un inutile corso di latino, dove non imparai niente di niente. Quando giunse l’ultima lezione, una ragazza arrivò un po’ dopo e mi chiese se poteva sedersi accanto a me. Si chiamava… Tiburzia. Scusate, ma non posso dirvi il suo vero nome. Dubito fortemente che leggerà mai questo blog, ma preferisco non rischiare.
Tra lei e me fu amicizia a prima vista. Parlammo di tutto e di tutti, ci raccontammo le nostre intere vite e ci scambiammo i numeri di telefono. Non ci volle molto affinché cominciassimo a uscire insieme per negozi e trascorressimo ore e ore al telefono, spettegolando e scambiandoci segreti.
Quando iniziarono le superiori, la nostra amicizia non venne minimamente intaccata. Ci sentivamo sempre, a volte la aiutavo anche con le versioni di latino. Ero bravissima, sapete? Una delle migliori della classe, e non certo per merito di quello stupido corso!
L’anno scolastico successivo, Tiburzia dovette cambiare scuola. Là conobbe Sempronia Caia e divenne sua amica in fretta, poi fece amicizia anche con sua sorella. Una volta sono uscita insieme a tutte e tre; non fu una brutta serata, lo ammetto, ma avrei dovuto capire che qualcosa non quadrava più.
Spesso Tiburzia spariva per stare con Sempronia Caia e sua sorella: la chiamavo e non era in casa, le chiedevo di uscire e lei non poteva perché aveva già fissato con le altre due. All’epoca non ci feci troppo caso; avevo degli amici in classe che mi facevano passare ogni preoccupazione.
Eppure, quando tornava l’estate, Tiburzia e io passavamo insieme ogni singolo pomeriggio e talvolta anche la sera dopo cena. Eravamo inseparabili. Ero sollevata quando sapevo che Sempronia Caia non era tra i piedi. So che essere gelosi di un’amica è sciocco, ma non potevo farne a meno. Ho molti bei ricordi insieme a Tiburzia, ma pensarci ora mi fa un po’ male, perciò spero mi scuserete se non entrerò in dettagli.
Quando mi fidanzai con Luca, non smisi di frequentare Tiburzia. Tenevo molto a lei.
Gli anni passavano. Quando finì il liceo, le cose per un po’ durarono come erano sempre state, ma non per molto. Tiburzia cominciò a tenermi segrete tante cose (che sono comunque venuta a sapere), anche piuttosto gravi, sulle quali non riuscii a soprassedere. Non ci sentivamo più, non ci vedevamo nemmeno più. Passarono almeno due anni prima che trovassi il coraggio di affrontarla, così una sera la chiamai e le dissi quello che avevo provato. Per un attimo pensai che la nostra amicizia potesse essere recuperata… mi sbagliavo. Tiburzia non aveva ancora finito di mentirmi.
Quando tornò la primavera, la invitai a un evento importante per me. Lei accettò l’invito, ma poi, il giorno prima della fatidica data, telefonò per accampare scuse. Ero certa che fossero scuse, come vi ho detto ho avuto diverse conferme da altre persone che ne sapevano più di me. E poi la conoscevo troppo bene: era brava a raccontare bugie, ma io sapevo riconoscerle. A quella telefonata non risposi io, ma mia madre: non presi neanche la cornetta, mi limitai a insultare Tiburzia da lontano, gridando tutte le parole che sul canale non uso mai. Non ricordo bene cosa dissi, ma Luca giura di avermi sentito urlare a mia madre “digli di andarsene a fan**lo!”.
Quella è stata l’ultima volta che ho avuto qualche contatto con Tiburzia. Eppure mi sento sollevata, da allora: in pochi minuti le dissi tutto quello che non avevo osato dirle per anni. La nostra amicizia era finita, sepolta sotto mucchi di bugie e omissioni. Lo sapete, io sono una di quelle che dice le cose in faccia: lei no. Lei sapeva parlare solo alle spalle. Sapete la cosa buffa? Sempronia Caia e Tiburzia sono ancora amiche. L’ho visto sul profilo Facebook di Tiburzia. Diceva di non volersi aprire un profilo Facebook, invece lo ha fatto, e lo usa solo per postare selfie con frasi scopiazzate a destra e a sinistra.
Non era così la Tiburzia che conobbi tanti anni fa, o forse lo era e non me ne resi conto.
Comunque adesso va meglio. Scrivere queste cose non mi fa piacere. Avrei preferito raccontarvi una bella storia di amicizia che supera il tempo e le difficoltà della vita… Beh, la lezione invece è un’altra: è meglio rompere per sempre che vivere nella bugia. Un’amica che mente non è una vera amica.

KIRIA SU DEVIANTART!

Ormai lo sapete che la mia prima grande passione della vita è stata il disegno.
Purtroppo, per motivi vari, ho passato gli ultimi dieci anni a “copiare” i disegni altrui, facendo quello che in musica si chiama “cover”, senza mai comporre niente di mio. Alla fine ci ho dato un taglio: se mai disegnerò qualcosa di inventato da qualcun’altro, lo farò interpretando il soggetto a modo mio. Chi mi segue su Youtube se ne sarà già accorto, immagino. E’ da tanto che posto solo disegni originali e non più mere copie!
Adesso che finalmente ho intrapreso la strada per cercare me stessa, ho pensato di iscrivermi a Deviantart, quella piattaforma per artisti più o meno amatoriale dove si condividono le immagini. Ho postato solo i miei disegni originali: niente L, Aisaka, Olaf o Goku, per capirci, però troverete una Vaiana in stile chibi! Reinterpretare un personaggio può essere una bella sfida e un divertimento!
Se volete seguirmi o anche solo dare un’occhiata, mi trovate qui: http://kiriaeternalove.deviantart.com

Se volete semplicemente chiacchierare con me, vedere cosa faccio e di che parlo, quando capita faccio delle mega live su Youtube: https://www.youtube.com/user/EternaLoveLC
Se invece volete stalkerare Norvy, potete farlo qui: https://www.facebook.com/NorvyEternaLove
Grazie a tutti per l’attenzione! Fatemi sapere se c’è qualche soggetto che vorreste propormi. Per San Valentino un ragazzo mi ha proposto di disegnare qualcosa sull’amore omosessuale e al momento sto disegnando una scena in cui ci sono tre coppie: due ragazze, un ragazzo e una ragazza e due ragazzi!

“Mi salutate?” NO. Smettete di chiederlo. Grazie.

Capita sempre e ovunque: sotto i video, durante le live, in chat, nei commenti. Prima o poi arriva quel messaggio che fa venire la voglia di disabilitare le chat: “Mi saluti?
Questo messaggio ci è stato riproposto in tutte le varianti, persino di parte di genitori che ci hanno scritto appositamente per chiederci di salutare i loro figlioletti in un video.
Pensate cosa succederebbe se noi ci mettessimo a salutare OGNI persona che ce lo chiede. I video diventerebbero tutti un “Ciao a Tiburzio, ciao a Sempronio, ciao a Tizia, ciao a Caio, ciao a Pancrazio, ciao a Dagoberta…” Vi immaginate che rottura sarebbe? Anche perché, ovviamente, non potremmo salutarne solo uno o due: per giustizia dovremmo salutarli TUTTI, e sicuramente qualche nome sfuggirebbe ai controlli, così finiremmo per salutare solo qualcuno e qualcun altro no. ERGO: meglio non salutare nessuno.
Il saluto è già implicito all’inizio e alla fine, quando salutiamo tutti quelli che ci seguono: perché volete essere salutati singolarmente? Per sentire pronunciato il vostro nome? Ma se ti chiami “Paolo” e io dico “Ciao Paolo”, come fai a sapere che sei tu e non un altro con il tuo stesso nome?
Lo sapete, io sono un tipo che si infiamma facilmente. Lo so che non dovrei prendermela così tanto, in fondo sono messaggi innocenti senza nessuna intenzione di infastidire, ma quando ti impegni per fare qualcosa, che sia un video gameplay, una speed art, una live o qualunque cosa, vedere un sacco di messaggi del tipo “PRIMO!”, “Fate vedere le facce” oppure “Mi saluti?” ti fa veramente cascare le braccia. Sono commenti inutili che non ci aiutano a conoscervi meglio né a capire cosa vorreste vederci fare nei video successivi.
Scusate lo sfogo, ma ci tenevo a dire la mia. Tanto lo so che queste mie parole non cambieranno nulla, ma magari si creerà una casta di paladini difensori del “non chiedete di essere salutati“!

MI HANNO BLOCCATO IL PROFILO FACEBOOK. DI NUOVO!

Qualche mese fa, senza preavviso, ci eravamo ritrovati la nostra pagina Facebook inspiegabilmente chiusa. Dopo un po’ venne riaperta. Adesso, puntuale come un orologio svizzero, è ricapitato lo stesso fatto: qualche idiota mi ha segnalato a Facebook perché non usavo il mio nome di battesimo ma il mio pseudonimo da scrittrice, con cui pubblicherò il libro dedicato a Norvy. Ho inviato tutta la documentazione per farmi sbloccare il profilo ormai da una settimana. Dubito di vedere qualche risultato in tempi ragionevoli.
Quel profilo era nato per tenermi in contatto con voi. Cercavo di rispondere a quasi tutti i commenti che mi scrivevate, non postavo mai contenuti irrispettosi né offensivi, ma è bastato un solo imbecille per smuovere le acque putride di Facebook e bloccarmi il profilo. Le regole parlano chiaro: usare il nome con cui sei conosciuto e con cui ti identifichi a livello sociale. Se io avessi scritto “Chiara Vattelappesca” (per inciso, “Vattelappesca” è una parola che si usa come jolly, non è il mio cognome), voi non mi avreste mai riconosciuta; scrivendo Kiria EternaLove invece avete capito tutti chi ero, quindi ho seguito le regole.
Ho visto pagine e profili ben più offensivi del mio; ho visto commenti omofobi, razzisti, pesantemente offensivi contro certe minoranze o categorie, e sapete perché quelli sono ancora lì? Perché nessuno li ha mai segnalati.
Se il segnalatore era qualcuno desideroso di conoscere il mio vero nome, che così facendo ha sperato di mettermi alle strette, sappia che preferisco chiudere per sempre quel profilo che violare la mia privacy. Mi creerò un altro profilo, con un altro nome, e lo dovrò tenere solo per me.
Complimenti a Facebook, sempre pronto a dar retta di delatori, ma mai capace di accorgersi delle cose da solo. Credo che ci sia di ben peggio là fuori, di un nickname che ha tutta la sua ragion d’essere (articolo 9 del codice civile).
E poi vi chiedete perché io odio i social network.

TRASFERIMENTO IN CORSO #5: Stampante, spesa online e vasca da bagno

KIRIA racconta: Che Luca ed io fossimo due sommi geni ormai è chiaro, no? Qualche giorno fa abbiamo ordinato una stampante su Amazon. Luca, con tutta la sua pazienza, si è letto non so quante recensioni e articoli vari per decidere quale acquistare. Dopo qualche giorno, finalmente, è arrivata: undici chili di stampante sono rimasti sdraiati nell’ingresso fino a sera, quando finalmente abbiamo avuto il tempo di tirarla fuori dalla confezione. Mentre Luca era con le istruzioni in mano tentando di accenderla, un’atroce certezza si è fatta strada prepotente nella mia testa: non avevamo neanche un singolo foglio per testarla. Luca si è messo a girare per casa nella speranza di trovare qualche sparuto A4, e per tutto il tempo non ho fatto altro che ripetergli che i precedenti inquilini di questo appartamento non avrebbero avuto alcun motivo per acquistare una risma di fogli da stampante. Insomma, dopo aver aperto ogni sportello e ogni cassetto possibile, alla fine si è effettivamente arreso. Qualcuno potrebbe dire: perché non siete andati in cartoleria? Perché erano circa le due di notte. Insomma, la stampante è rimasta inerte sul suo mobile di fronte alla scrivania, a guardarci con occhi beffardi. “Poveri sciocchi” sembrava ripetere “Senza fogli sono completamente inutile!”.
Alla fine, il giorno dopo, Luca si è fatto un giro nella zona e ha trovato una cartoleria. Meglio domani che mai.

Per la prima volta in vita nostra, inoltre, abbiamo approfittato del servizio di spesa a domicilio offerto dal Carrefour. Ci sono voluti due giorni perché riuscissimo a completare l’ordine entro un’ora decente. Non perché il sito sia difficile da usare: si trattava solo di sviste di due rintronati che sono capaci di comprare una stampante ma non i fogli. Alla fine, siamo riusciti a rifornire decentemente la dispensa. Dovete sapere che il parcheggio qui è in salita, e che non è il massimo farsi tremila volte il percorso macchina-casa e viceversa portando venti chili alla volta. In fondo, se questi servizi esistono e per una volta vengono fatti come si deve, che male c’è ad usarli?

spesa-online

Mi ero scordata di raccontarvi come è stata l’esperienza del primo bagno nella vasca da bagno. Mi sono offerta volontaria per fare la cavia. Vi descrivo un po’ la vasca: ha un quoziente assassino del 50%, ovvero non ha la base zigrinata ma liscia, e i bordi interni, dove si poggiano le chiappe, per capirsi, sono stondati anziché squadrati, e lo spazio per stare seduti è abbastanza stretto. Inoltre, il bordo esterno dove si poggiano le mani per uscire è liscio anch’esso e privo di appigli. Voi dovete sapere che io ho la fobia delle vasche troppo lisce con la seduta stretta: l’ultima volta che ho fatto la doccia in una di quelle (una vasca moooolto più assassina di quella di cui sto parlando) ho fatto uno scivolone epocale e non so come sarebbe finita se Luca non fosse stato pronto a riprendermi al volo. Comunque, la vasca che abbiamo in casa non è troppo cattiva con il prossimo; in compenso ci sono due piccoli particolari di cui avrei fatto a meno: uno è uno stendino attaccato sopra la testa, del tipo “mi alzo per uscire dalla vasca e ci batto una musata”; altra piacevolissima chicca di quella vasca sono i due simpatici tubi di scarico della lavatrice che fuoriescono graziosamente da un buco nel muro e vanno legati al muro con un elastico per non tenerli in ammollo mentre ci si fa il bagno. Una volta capito di fare attenzione allo stendino e ai tubi, sono riuscita a farmi il bagno! Ah, già: non c’è il tappo per impedire all’acqua di scendere, quindi ho ficcato al suo posto (idea di Luca) un guanto di lattice che impedisse all’acqua di venire risucchiata, e devo dire che hai funzionato davvero!

bathtub
Ecco a cosa penso quando vedo una vasca da bagno. Chi li ha riconosciuti, lo scriva nei commenti.

Al prossimo aggiornamento.