KIRIA RACCONTA: “Volpe”

C’era una volta un piccolo villaggio, abitato da agricoltori, falegnami e artigiani. Un giorno una donna, mentre lavorava, cadde a terra in preda alle doglie.
Le altre donne la portarono nel granaio e chiamarono la levatrice per aiutarla a partorire. Non appena la madre ebbe tra le braccia la bambina, si rese conto di due occhi gialli, nascosti nel pagliaio, che la fissavano insistentemente: erano gli occhi di una volpe.
“Vattene via, bestiaccia!” gridò la vecchia guaritrice del villaggio, lanciando un secchio d’acqua contro l’animale.
“E’ forse un cattivo auspicio?” chiese la madre. “Cosa significa?”
“Significa che la neonata è una figlia della volpe. Sarà bella e di pelo rosso, ma anche molto astuta e infida.”
Presto tutti iniziarono a guardare con sospetto quella bambina con i capelli rossi e il volto cosparso di lentiggini. L’ingenuità dell’infanzia le impediva di vedere il disprezzo e l’apprensione con cui tutti la guardavano, ma giorno dopo giorno le si cucì addosso una consapevolezza sempre maggiore. Quando si verificavano un furto o un incidente, oppure si ammalava una pianta, tutti erano sempre pronti a incolpare lei. Persino i suoi genitori non le credevano quando tentava di dimostrare la sa innocenza.
“Tutti mi chiamano Volpe” disse un giorno tra sé la ragazza, ormai divenuta donna. “Ho deciso che d’ora in poi sarò una volpe per davvero!”
Volpe era sempre stata molto golosa di torte alla frutta, ma la sua famiglia non aveva mai potuto permettersi il lusso di entrare in una pasticceria. Un giorno, quando vide un dolce alle fragole sul davanzale della fornaia, si guardò bene intorno e allungò le mani verso l’oggetto del suo desiderio. Esitò per qualche istante, ma alla fine vinse la paura e andò a mangiare in pace dentro un granaio.
“Mi avrebbero dato la colpa comunque!” pensò, assaporando l’ultima fragola.
Ogni giorno che passava, trovava sempre più facile sconfiggere il senso di colpa e rubacchiare in pace quel che le suggeriva la testa. Era sempre così svelta e abile a nascondere le proprie tracce che nessuno riusciva mai a coglierla in flagrante.
Una sera riuscì persino ad appropriarsi di una gonna nuova, appena confezionata dal sarto con dell’ottimo cotone bianco, ed ebbe l’astuzia di tingerla di rosso come la sua vecchia gonna lacera, in modo che il cambiamento risultasse meno evidente.
Quando qualcuno le faceva una domanda, di qualunque genere essa fosse, Volpe rispondeva sempre con una bugia. Ben presto le persone iniziarono a rendersene conto e presero a evitarla. A Volpe non importava di quello che pensavano gli altri, le importava solo di comportarsi da brava volpe.

Un mattino, Volpe si alzò da letto molto preso. Raccolse gli arnesi di suo padre senza chiedergli il permesso e decise di costruirsi una casetta nei pressi del bosco di querce che circondava il villaggio. Nessuno osava avventurarsi oltre i primi alberi per timore dei lupi che abitavano in mezzo alle fronde. Quando giunse il tramonto, la casetta era quasi ultimata.
“Mi mancano solo alcuno ciocchi di legno per finire il tetto. Andrò a cercarli prima che il sole cali del tutto” pensò Volpe, prendendo l’accetta e tre zainetti vuoti: uno per la legna, uno per i frutti spontanei del bosco e uno per i funghi.
Volpe trovò quasi subito la legna che le serviva e stava per tornare indietro, ma d’improvviso notò un cespuglio sul quale rosseggiavano decine di bacche mature. Ne raccolse parecchie e le mise nello zaino. Quando ebbe finito, si guardò intorno e si rese conto che era calato il buio e che non riusciva a vedere un palmo dal proprio naso.
Volpe iniziò a insultarsi da sola per essere stata così sconsiderata da farsi cogliere alla sprovvista dalla notte, ma non ebbe molto tempo per lamentarsi: un ululato le ricordò che non era sola in quel bosco. Molti altri ululati si unirono a quello. Volpe lasciò andare l’accetta e i due zaini pieni di legna e di bacche e si mise a correre più forte che poté, pur non avendo idea di dove stesse andando. D’improvviso, un vecchio cacciatore apparso dal nulla le si parò davanti.
“Ohi! Che fai, bambina?” chiese l’uomo “Non è posto per te questo!”
“La prego, mi accompagni a casa! E’ pieno di lupi qui e io ho una gran paura!” risposa la ragazza, col fiatone.
“Che cos’hai nello zaino?” chiese lui.
“Pane, formaggio e mele!” mentì la ragazza.
“Va bene” disse il vecchio. “Facciamo uno scambio: io ti porterò a casa sana e salva e tu in cambio mi darai metà del tuo cibo. Ti prometto che finché starai con me non ti accadrà nulla!”
Volpe accettò il patto e seguì il cacciatore fino alla sua casetta ai limiti del bosco.
“Ma come ha fatto a trovare la mia casa, se neppure le ho detto dove abito?” chiese lei, sorpresa.
“Non farti troppe domande. Posso avere ciò che mi avevi promesso?” disse il vecchio.
Volpe, con un sorriso beffardo, mostrò al cacciatore il suo zaino aperto, vuoto.
“Ingrata bugiarda!” disse l’uomo, a denti stretti. “Ti avrei aiutato anche se non mi avessi dato niente in cambio! Che tu sia maledetta! La tua bocca, che tanto ha esitato a dir la verità, darà la morte a chiunque provi a baciarti, a meno che non si tratti del vero amore! Vediamo se ai tuoi amanti sarai capace di raccontare la verità o se preferirai averli sulla coscienza!
Dopo aver detto queste parole, il vecchio cacciatore scomparve.
La fanciulla scoppiò a ridere e non pensò più all’accaduto, contenta di esser tornata a casa sana e salva.
Passarono i mesi e presto molti giovani boscaioli si accorsero della sua presenza e iniziarono a farle la corte. Lei tendeva ad approfittarsi un po’ di loro, chiedendo a ciascuno di svolgere qualche lavoro per la su casetta. Quando per ricompensa le veniva chiesto un bacio, li respingeva tutti, a volte anche in malo modo. Uno dopo l’altro, i giovani uomini finirono per allontanarsi da lei e parecchi smisero anche di salutarla.
Solo un ragazzo continuò a corteggiarla e a ronzarle intorno nonostante i suoi rifiuti. In realtà la ragazza avrebbe volentieri accettato le sue attenzioni, ma il timore delle parole del vecchio non l’abbandonava.
Ogni giorno il giovane chiedeva alla ragazza di sposarlo, ma lei era costretta a rifiutare. Lo insultava, lo scacciava, gli diceva parole che non pensava affatto, ma ogni giorno lui tornava da lei.
Infine, non sopportando più l’idea di respingerlo, Volpe decise di confessare il suo segreto. “Ascolta, io non posso innamorarmi, ma se potessi saresti l’unico che vorrei!” gli disse.
“Tu mi rendi felice con queste parole, ma perché non possiamo stare insieme?” chiese il ragazzo.
“Perché io sono maledetta: se tu mi baciassi, moriresti!” disse Volpe, raccontando poi la storia del vecchio e della maledizione.
“Tutto qui?” disse il ragazzo. “Ti dimostrerò che sono io, il tuo vero amore! Non ho paura di morire, se sarò tra le tue braccia!”
In quel momento, dal nulla, apparve il vecchio che aveva salvato Volpe.
“Oh, ma guarda!” disse, con un sorriso ironico. “Allora alla fine hai imparato ad essere onesta! Mi fa piacere vedere che hai trovato un bravo ragazzo e che grazie a lui tu abbia capito l’importanza della sincerità. Adesso sai che a volte la verità non è bella, ma è senza dubbio giusta! Pensa alla mia maledizione, per esempio. Ti ho fatto stare in ansia, non è vero? Eppure non ne avresti avuto motivo, perché io ti ho mentito! L’hai capito, adesso? In realtà tu non hai nessuna maledizione addosso!”
Così come era apparso, il vecchio scomparve.
I due giovani, finalmente liberi di amarsi, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

La triste storia del cane senza una scarpa (Nonsense)

Piove. Il cielo è grigio, le nuvole impediscono alla luce del sole di illuminare la terra. Mi affaccio alla finestra per guardare la pioggia cadere e bagnare i vetri, la strada, gli alberi, i tetti delle case.
Nel giardinetto sotto la mia finestra vedo un cane, da solo, bagnato fradicio. Gli manca una scarpa. Dove l’avrà persa?
Forse ha salvato un bambino da un’automobile che stava per investirlo, forse ha lottato con un altro cane che ha preteso la scarpa come bottino di guerra. Chissà quante strade avrà percorso con quella scarpa, e adesso non ce l’ha più. Forse non la ritroverà mai. Dovrà camminare a piedi nudi, dovrà sentire il freddo dell’asfalto tra le dita e farsi fare il solletico dall’erba. Forse è per questo che ha l’aria così triste. Forse pensa con un po’ di rimpianto a cosa voleva dire correre libero sotto la pioggia. Magari adesso gli fa male la zampa rimasta senza una scarpa.
Più lo guardo, più divento triste anche io. Poi mi rendo conto di un dettaglio che non avevo proprio considerato: i cani non portano le scarpe.
Getto un’ultima occhiata verso il cane. Lo guardo allontanarsi, insieme al suo padrone, un poveraccio infreddolito che vorrebbe essere ovunque tranne sotto questa scrosciante pioggia. Gli manca l’ombrello. Dove l’avrà perso..?

KIRIA racconta: “Benvenuti nella fabbrica delle fiabe!” – Parte 1

Mi presento: sono la direttrice, fondatrice e proprietaria della Fabbrica delle fiabe. Forse non mi conoscete, ma di certo avrete potuto apprezzare il lavoro della mia azienda. Vi ricordate di tutte le storie che vi raccontavano da bambini? Avete presente Biancaneve, Cenerentola, la Bella e la Bestia…? Ci sono io, dietro alle loro storie. Ho trascorso la mia esistenza creando fiabe meravigliose che potessero piacere e far sognare a ogni età. Il mio è il lavoro più bello del mondo e non smetterei di farlo per nessun motivo.
Vi svelerò un segreto: tutti i personaggi che più avete amato non esistono solo nelle pagine dei libri di fiabe: esistono davvero! Vivono qui, nella Fabbrica, insieme a me e tutti i miei dipendenti, e molti di loro non somigliano affatto al personaggio che interpretano.
Ad esempio, parliamo della matrigna di Biancaneve. Povera donna, non è affatto cattiva come dice la storia, anzi! Non è nemmeno la matrigna di Biancaneve, a dir la verità, ma è proprio sua madre. Sapete, “Biancaneve” è una delle prime fiabe che abbiamo mai creato e spendemmo una fortuna per scritturare i sette nani, così dovemmo fare economia con i personaggi femminili e assumemmo la madre di Biancaneve per interpretare anche la parte della matrigna. Bastò un po’ di matita nera sulle sopracciglia e un rossetto rosso fuoco per cambiarle i connotati e l’illusione divenne credibile. Fu difficile convincerla a offrire la mela avvelenata alla figlia. Dovetti assicurarle personalmente che sarebbe bastato un bacio del principe azzurro per svegliarla, ma non ci fu niente da fare. Non voleva saperne di recitare quella parte.
“Non possiamo fare soltanto finta che Biancaneve mangi la mela?” mi chiese la donna.
“No, non possiamo! I lettori se ne accorgerebbero subito!” protestai.
Alla fine fu Biancaneve stessa a persuadere la madre che sarebbe andato tutto bene. Il principe azzurro era un bellissimo ragazzo e Biancaneve non vedeva l’ora di recitare insieme a lui. Ricordo che i due si frequentarono per un po’ fuori dal set, ma il loro non fu un amore da favola. Biancaneve era gelosa di tutte le principesse che il principe doveva quotidianamente salvare, così alla fine i due si salutarono e vissero per sempre separati e contenti. A proposito, anche la storia del principe azzurro è parecchio interessante.
Lui non era nato per fare il personaggio delle fiabe, come tutti gli altri, lui era un ragazzo normale. Aveva appena finito l’università quando lo vidi la prima volta. Era vestito come un comune mortale, con una brutta felpa e dei jeans scuciti, ma era bello da togliere il fiato, proprio come avrebbe dovuto essere un principe azzurro delle fiabe. Gli proposi un provino e lui accettò volentieri, essendo disoccupato. Era perfetto per quel ruolo: era biondo, alto, bello, coraggioso, nobile e sempre pronto all’azione. Quando giunse il momento di firmare il contratto, storse un po’ la bocca davanti alla clausola riguardo il doversi vestire sempre di azzurro.
A parte la questione cromatica, ricordo che all’inizio il principe era contento del suo nuovo lavoro. Tutti lo amavano e si toglievano il capello per salutarlo quando passeggiava per le strade con il suo bel cavallo bianco e l’armatura immacolata. Ben presto, però, si rese conto di quale fosse il suo vero ruolo nelle fiabe: doveva salvare le principesse in pericolo, rischiando l’osso del collo ogni volta!
Draghi sputafuoco, streghe, matrigne esperte di magia nere, mele avvelenate, arcolai magici, incantesimi: il povero principe ne vedeva proprio di tutti i colori. Una volta era stato persino trasformato in un brutto ranocchio e sbattuto contro il muro da una principessina viziatella.
Per chi se lo stesse chiedendo, qui nella Fabbrica delle fiabe non usiamo effetti speciali come fanno a Hollywood, usiamo proprio la magia vera! Abbiamo uno staff di streghe e stregoni che lavorano tutto il giorno solo per offrirvi quell’alone di magia che ogni fiaba che si rispetti deve avere, però siamo molto attenti al realismo, perciò quando il principe doveva lottare contro un orco, le botte le prendeva per davvero.
Il principe rimase con noi per cinque, fruttuosissimi anni. Vennero fuori centinaia di storie solo grazie a lui. Purtroppo, però, quando giunse il momento di rinnovare il contratto, il mio principe non aveva più voglia di salvare dame in pericolo.
“Che si salvino da sole!” disse, posando la sua spada ormai sporca e logora sulla mia scrivania. Prima di andarsene, mi lanciò contro il suo vestito azzurro, con tanto di guanti, stivali, cappello con le piume e mantello.
Da quel momento nessuno ha più saputo nulla di lui. Le principesse continuano a ficcarsi in mille guai, ma abbiamo trovato un modo per renderle in grado di aiutarsi l’un l’altra a venirne fuori. Tutto sommato, non è bello che una ragazza pensi di aver necessariamente bisogno di qualcuno che la salvi quando ha tutto il potenziale per cavarsela da sola. Dopo la partenza del principe, Biancaneve è diventata una pasticcera di fama internazionale, Cenerentola ha aperto una catena di calzaturifici e la Bella Addormentata è diventata una stilista di alta moda.
Il principe azzurro è ancora latitante. Forse si è rimesso la sua felpa grigia e i suoi jeans sbiaditi e ha iniziato a girare il mondo da solo in cerca di una principessa che non abbia bisogno di lui solamente per farsi salvare. Se mai lo vedrete in giro, salutatelo da parte mia.

Per chi se lo stesse chiedendo, l’autrice delle fiabe che avete letto durante la vostra vita sono io. qualunque fiaba, qualunque storia, qualunque personaggio abbiate in mente, dietro ci sono sempre, inevitabilmente io. Un tempo le fiabe erano un passatempo per tutti, erano un tesoro da tramandare da una generazione all’altra, era un legame che univa le persone intorno al fuoco. Non so cosa sia successo dopo, ma per qualche motivo le fiabe sono state relegate al ruolo di mero materiale per l’infanzia. In poche parole, io mi sono fatta un mazzo enorme per decenni e decenni solo per poter mettere a dormire senza capricci qualche marmocchio bizzoso! Ma vi sembra forse una fiaba adatta ai bambini quella di Hansel e Gretel? Quei due poveretti sono stati abbandonati in mezzo al bosco e sono quasi stati mangiati da una strega cannibale! Per non parlare di Cappuccetto Rosso, divorata intera da un lupo insieme a sua nonna!
Ho deciso di riportare la fiaba al ruolo che le spetta, ovvero di opera letteraria istruttiva e piacevole, adatta a tutti senza mai diventare banale o leziosa. Voglio farvi piangere, commuovere, gioire e arrabbiare, voglio che le mie storie vi entrino sotto la pelle e vi facciano venire la voglia di raccontarle al prossimo. Non ci saranno solo principesse leziose ad aspettarvi, fidatevi di me. Non solo fiabe, ma anche storie, gialli, misteri, poesie.. voglio mostrarvi il potere della scrittura! Saprò sorprendervi!
Benvenuti nella Fabbrica delle Fiabe!

KIRIA si racconta: la mia EX migliore amica

Non ho intenzione di romanzare questa storia. Ve la racconterò così come mi viene alla mente. Magari un giorno ci farò anche un video, chissà!
All’epoca frequentavo la terza media. Non avevo molti “amici”, solo qualche conoscente che fingeva di essermi amico. Tutta gente che ormai non vedo e non sento da secoli. Due o tre pomeriggi a settimana tornavo a scuola per seguire un inutile corso di latino, dove non imparai niente di niente. Quando giunse l’ultima lezione, una ragazza arrivò un po’ dopo e mi chiese se poteva sedersi accanto a me. Si chiamava… Tiburzia. Scusate, ma non posso dirvi il suo vero nome. Dubito fortemente che leggerà mai questo blog, ma preferisco non rischiare.
Tra lei e me fu amicizia a prima vista. Parlammo di tutto e di tutti, ci raccontammo le nostre intere vite e ci scambiammo i numeri di telefono. Non ci volle molto affinché cominciassimo a uscire insieme per negozi e trascorressimo ore e ore al telefono, spettegolando e scambiandoci segreti.
Quando iniziarono le superiori, la nostra amicizia non venne minimamente intaccata. Ci sentivamo sempre, a volte la aiutavo anche con le versioni di latino. Ero bravissima, sapete? Una delle migliori della classe, e non certo per merito di quello stupido corso!
L’anno scolastico successivo, Tiburzia dovette cambiare scuola. Là conobbe Sempronia Caia e divenne sua amica in fretta, poi fece amicizia anche con sua sorella. Una volta sono uscita insieme a tutte e tre; non fu una brutta serata, lo ammetto, ma avrei dovuto capire che qualcosa non quadrava più.
Spesso Tiburzia spariva per stare con Sempronia Caia e sua sorella: la chiamavo e non era in casa, le chiedevo di uscire e lei non poteva perché aveva già fissato con le altre due. All’epoca non ci feci troppo caso; avevo degli amici in classe che mi facevano passare ogni preoccupazione.
Eppure, quando tornava l’estate, Tiburzia e io passavamo insieme ogni singolo pomeriggio e talvolta anche la sera dopo cena. Eravamo inseparabili. Ero sollevata quando sapevo che Sempronia Caia non era tra i piedi. So che essere gelosi di un’amica è sciocco, ma non potevo farne a meno. Ho molti bei ricordi insieme a Tiburzia, ma pensarci ora mi fa un po’ male, perciò spero mi scuserete se non entrerò in dettagli.
Quando mi fidanzai con Luca, non smisi di frequentare Tiburzia. Tenevo molto a lei.
Gli anni passavano. Quando finì il liceo, le cose per un po’ durarono come erano sempre state, ma non per molto. Tiburzia cominciò a tenermi segrete tante cose (che sono comunque venuta a sapere), anche piuttosto gravi, sulle quali non riuscii a soprassedere. Non ci sentivamo più, non ci vedevamo nemmeno più. Passarono almeno due anni prima che trovassi il coraggio di affrontarla, così una sera la chiamai e le dissi quello che avevo provato. Per un attimo pensai che la nostra amicizia potesse essere recuperata… mi sbagliavo. Tiburzia non aveva ancora finito di mentirmi.
Quando tornò la primavera, la invitai a un evento importante per me. Lei accettò l’invito, ma poi, il giorno prima della fatidica data, telefonò per accampare scuse. Ero certa che fossero scuse, come vi ho detto ho avuto diverse conferme da altre persone che ne sapevano più di me. E poi la conoscevo troppo bene: era brava a raccontare bugie, ma io sapevo riconoscerle. A quella telefonata non risposi io, ma mia madre: non presi neanche la cornetta, mi limitai a insultare Tiburzia da lontano, gridando tutte le parole che sul canale non uso mai. Non ricordo bene cosa dissi, ma Luca giura di avermi sentito urlare a mia madre “digli di andarsene a fan**lo!”.
Quella è stata l’ultima volta che ho avuto qualche contatto con Tiburzia. Eppure mi sento sollevata, da allora: in pochi minuti le dissi tutto quello che non avevo osato dirle per anni. La nostra amicizia era finita, sepolta sotto mucchi di bugie e omissioni. Lo sapete, io sono una di quelle che dice le cose in faccia: lei no. Lei sapeva parlare solo alle spalle. Sapete la cosa buffa? Sempronia Caia e Tiburzia sono ancora amiche. L’ho visto sul profilo Facebook di Tiburzia. Diceva di non volersi aprire un profilo Facebook, invece lo ha fatto, e lo usa solo per postare selfie con frasi scopiazzate a destra e a sinistra.
Non era così la Tiburzia che conobbi tanti anni fa, o forse lo era e non me ne resi conto.
Comunque adesso va meglio. Scrivere queste cose non mi fa piacere. Avrei preferito raccontarvi una bella storia di amicizia che supera il tempo e le difficoltà della vita… Beh, la lezione invece è un’altra: è meglio rompere per sempre che vivere nella bugia. Un’amica che mente non è una vera amica.

Lettera alla Chiara di 9 anni fa

Cara Chiara,
è la Chiara del futuro che ti parla. Nel tempo dal quale provengo io, hai appena festeggiato il nono anniversario di fidanzamento con Luca. So che al momento sei euforica e non vedi l’ora che lui torni a trovarti, ma prima lascia che ti spieghi un paio di cose. Sfortunatamente, pochi mesi fa, ti sei innamorata del film “La Bella e la Bestia”, che curiosamente è al cinema proprio in questo periodo con Hermione Granger nei panni di Belle. Ecco, nella vita reale la bestia non diventa mai uomo. MAI. Di seguito troverai una piccola lista di pro e contro della vita di fidanzata. Leggili con attenzione.Ci vediamo tra nove anni.

N.B.: Leggi da sinistra verso destra.

I LATI POSITIVI DI FIDANZARSI I LATI NEGATIVI DI FIDANZARSI
C’è sempre qualcuno con cui parlare, di qualunque cosa! Parlare, parlare, parlare, parlare… ma quanto cavolo parla Luca?!
E’ bello avere qualcuno con cui condividere le proprie passioni. Attenta a come usi gli analogici del joypad. Non importa se è la prima volta che giochi o quasi, se non li sai usare lui ti insulterà.
Lui ci sarà a qualunque ora del giorno e della notte per te! Preparati ad andare a letto tardi, ma così tardi che l’alba diventerà la fine della tua giornata, non l’inizio.
Ti farà conoscere un sacco di cose di cui non eri a conoscenza! Videogiochi, film, serie televisive, cartoni animati… E ovviamente anche tu gli farai conoscere quel che piace a te! Tu ti dovrai fare la maratona di Star Wars e giocherai a Dungeons & Dragons, ma non pensare che lui oserà mai leggere Il piccolo Principe.
Ci sarà sempre un regalo speciale ad aspettarti per Natale o per il tuo compleanno! Vedrai come diventerà difficile trovare sempre qualcosa da regalargli!
Avrai qualcuno che ti preparerà il pranzo mentre sei ancora a letto… …ma te lo rinfaccerà almeno una volta al giorno
Avrai qualcuno che ti preparerà la camomilla quando hai mal di pancia…. … ma dovrai comunque spazzare, riordinare e fare il bucato perché a lui non può fregar di meno.
Aprirete un canale Youtube insieme in cui giocare a Minecraft e ad altri giochi! Non tentare di dargli suggerimenti, è fiato sprecato. Registrerete sempre e solo quello che dice lui.
Potrai visitare la sua città e vedere un sacco di cose belle. I suoi genitori ti odieranno a morte e rimpiangerai la tua terra fino alle lacrime.
All’inizio vi vedrete poco, ma quel poco tempo insieme sarà speciale! Vero. Però poi soffrirete per settimane senza potere stare insieme.
Resistete, che poi andrete a vivere insieme! Vero. Però preparatevi a litigare a qualunque ora del giorno e della notte, su qualunque argomento, con qualunque pretesto.
Ci sarà sempre qualcuno che porterà per te i pacchi pesanti e che porterà fuori la spazzatura. Portar fuori la spazzatura? Una volta al mese, forse!

Forse ti ho spaventato, ma non c’è ragione di preoccuparsi; hai presente quella sensazione che hai provato quando hai rivisto Luca dopo più di sei mesi di lontananza, quella sensazione di euforia e quella certezza che lui fosse quello giusto? Dopo tutti questi anni, quella certezza ce l’avrai ancora.

Racconto breve: “Il professore”

Ultimamente i miei sogni sono infestati da Yandere Simulator… che strano, vero? A volte mi metto a riflettere sul rapporto che c’è tra la vita e quel che viene dopo, quindi… buona lettura!

Il professore

Una studentessa stava ripassando i suoi appunti seduta a un tavolo della biblioteca. Era da sola. L’orologio segnava le due del pomeriggio: erano tutti in pausa pranzo, tranne lei. Si era alzata tardi quel giorno, doveva ancora finire di digerire la colazione.
Gli appunti erano un po’ sconclusionati. Li aveva scritti in fretta e un po’ distrattamente. Quel ragazzo che ogni giorno si sedeva accanto a lei la deconcentrava e la faceva arrossire, così lo studio finiva per risentirne.
Sorrise tra sé, notando un cuoricino sul bordo della pagina disegnato da una mano che non era la sua.
Qualcuno la distrasse dai suoi pensieri sbattendo rumorosamente la porta della stanza. La ragazza alzò gli occhi per vedere chi fosse appena entrato e vide un giovane professore con gli occhiali accomodarsi al suo stesso tavolo. Aveva in mano un mucchio di fogli, forse esami da correggere. Li sparpagliò sul tavolo, li fissò per qualche istante e poi scosse la testa.
“Nah, ma che importa!” borbottò tra sé. “Se ne occuperà qualcun altro!”
Il professore riordinò alla meglio i fogli e li pose davanti a sé sul tavolo. Dopo qualche istante, iniziò a fissare la ragazza seduta vicino a lui, la quale iniziò a trovarsi seriamente a disagio.
“Senti un po’” chiese lui, con la fronte corrugata. “Sei una studentessa di questa università?”
“Ehm… sì!” rispose lei, in imbarazzo.
“Ti piace leggere, per caso?”
“Sì, molto. Quando posso, ovviamente. Ho sempre tanti compiti da fare…”
“Oh, me lo immagino. Scusa se ti faccio una domanda un po’ strana, ma… tu l’hai letto Dieci piccoli indiani, il giallo della Christie?”
“Oh, sì! L’ho letto quest’estate, pochi giorni prima che iniziassero le lezioni!”
Gli occhi del professore si illuminarono.
“Ti prego, puoi dirmi come va a finire? Sono fermo al punto in cui muore il giudice con un proiettile nella fronte! Sono proprio curioso di sapere chi diamine è l’assassino!”
La ragazza raccontò tutto quello che si ricordava riguardo la conclusione del libro, inclusa la lettera finale del colpevole.
“Ma pensa un po’!” disse il professore, tutto contento, quando lei ebbe finito di raccontare.
“Anch’io sono rimasta di sasso! Pensavo che il colpevole fosse uno dei due uomini!” aggiunse la ragazza.
“Una serie di omicidi perfetta. Se non fosse stato per quella confessione … ah, vabbè! Immagino che non ci sia gusto nell’organizzare una farsa tanto ben orchestrata se non lo si può raccontare a nessuno. Grazie mille e buona giornata!”
“Arrivederci!” lo salutò lei, tornando ai suoi appunti. Quando arrivò l’ora di andare a lezione, la ragazza si accorse che il professore non aveva ripreso con sé gli esami da correggere, così li raccolse e si presentò alla segreteria.
“Buongiorno signore” disse la ragazza, quando finalmente qualcuno la degnò di un po’ di attenzione. “Un professore ha lasciato in biblioteca questi compiti da correggere.”
L’uomo prese i fogli e dette loro una rapida occhiata. D’improvviso, la sua espressione indifferente assunse una sfumatura preoccupata.
“Hai visto il professore che ha lasciato questi fogli? O li hai semplicemente trovati?”
“Sì, l’ho visto. Era un professore giovane, sui quarant’anni credo. Aveva i capelli neri e un paio di occhiali con la montatura rossa.”
“Mi dispiace, non è possibile.” Disse l’uomo.
“Sì, invece! È entrato in biblioteca e ha messo questi fogli sul tavolo, li ha guardati e ha borbottato qualcosa tra sé e sé, poi mi ha chiesto se conoscevo un libro e se ne è andato.”
“Scusami, ma non ti credo. Dove hai trovato questi compiti?”
“Nella biblioteca! Glielo assicuro!”
Il viso del segretario divenne scuro e serio.
“Il professore di cui parli…” disse, sospirando. “È morto una settimana fa in un incidente stradale.”
La ragazza spalancò gli occhi, sorpresa.
“Ma io ci ho parlato, io… io credo di essermi addormentata mentre studiavo. Mi scusi, forse ho immaginato tutto. Arrivederci.”
La ragazza se ne andò verso l’aula dove avrebbe dovuto frequentare l’ennesima lezione d’inglese.
“Eppure ero sveglia…” sussurrava, mentre camminava. “Eppure ero sveglia…”

KIRIA scrittrice è tornata con un racconto breve: “La rosa sulla lapide”

Ho letto di recente delle cose che mi hanno colpito molto. Uno dei film che mi ha più commosso tra quelli che ho visto è senza dubbio “La sposa cadavere” di Tim Burton, in cui viene raccontato l’intreccio matrimoniale tra un vivo e una morta. Ho scoperto che in realtà in Asia vengono effettivamente praticati dei matrimoni tra vivi e morti, o anche tra morti. In Cina, quando un ragazzo muore celibe, la famiglia si sente in dovere di trovare una ragazza morta con cui seppellirlo, mentre a Taiwan le ragazze nubili morte vengono date in spose a chi sarà abbastanza misericordioso da accettare il matrimonio con un cadavere. Gli uomini sposati a queste donne saranno comunque liberi di risposarsi, ma dovranno per sempre considerare le defunte come le loro prime mogli. Questa cosa mi si sta rigirando in testa da qualche giorno. C’è qualcosa di tragico ma estremamente romantico in tutto questo, è l’ennesima unione dell’Amore con la Morte, di Eros e Thanatos… Insomma, tra un pensiero e l’altro ho scritto questo racconto. Non è niente di che, ma mi andava di scriverlo. Spero vi piaccia!

La rosa sulla lapide

“Chi sei?” sussurrò una voce femminile.
“Chi sei tu, piuttosto! Io credevo di essere da solo!” rispose un ragazzo in un vicolo, nei pressi di un cimitero.
“Dovresti chiedermi chi ero, non chi sono.” rispose la voce.
“Chi eri?” domandò lui.
“Non lo so. Non me lo ricordo più. È passato tanto tempo da quando respiravo ancora. Non dovresti girare da solo di notte. Fa molto freddo e tu sei ammalato.”
“Come fai a saperlo?” domandò lui, toccandosi il petto.
“I tuoi polmoni… Anche io avevo la tua stessa malattia, sai? Ma tu guarirai, stai sereno. E’ lontano il tempo in cui le tue ossa toccheranno la terra. Ascoltami, ti prego! Ho bisogno d’aiuto, o resterò per sempre intrappolata in questo mondo!”
“Non sei umana, dunque?” chiese lui, spaventato.
“Lo ero. Lo sono ancora, in parte. Non me ne posso andare. Mia madre, sul suo letto di morte, mi ha fatto promettere che mi sarei trovata un bravo marito. Invece ho abbandonato il mio povero corpo senza portare a compimento quel voto. Non posso lasciare questa terra da sola, senza un uomo a cui rivolgere il mio ultimo sospiro.”
“Sei morta, dunque?”
“Sì. Non preoccuparti, è stato facile. Non mi ha fatto male. Sono scivolata dalle braccia del sonno a quelle della morte senza neppure accorgermene. Puoi aiutarmi?”
“Cosa posso fare per te?” chiese il ragazzo, con la voce rotta dalla commozione.
“Puoi trovare qualcuno che mi voglia come sposa? Non ho niente da offrirgli, se non quell’unica lacrima che i miei occhi traslucidi potrebbero ancora piangere per ringraziarlo. Cresce una rosa sulla mia lapide. Guarda alle tue spalle. E’ lì che giace quel poco che resta di me.”
Il ragazzo si voltò e vide la tomba. Era spoglia, di pietra, senza iscrizioni. Solo una rosa rossa e perfetta adornava quella lapide immemore.
“Perché non c’è scritto il tuo nome?” domandò il ragazzo.
“Nessuno sapeva chi fossi. Ero sempre in viaggio, che ci fosse il sole, la pioggia o il vento. Morii la notte in cui giunsi in questo paese. Mi seppellirono senza pianti e senza dolore. Il mio solo conforto fu quel fiore che mi donò la piccola figlia del becchino. È l’unico gesto d’amore che mi ha accompagnato verso la mia nuova esistenza. Ero sola da viva e lo sono anche da morta. Quando ti ho visto mi hai ricordato la luce del giorno che ho perduto per sempre. Sei così bello, con quei capelli biondi come l’oro e gli occhi così chiari. Non oserei chiederlo, ma… mi vorresti come moglie?”
“Sposarti è l’unico modo per renderti libera di lasciare questa terra?”
“Sì, ma solo se mi farai una promessa. Devi promettermi che prenderai quella rosa e che la terrai sempre con te. Non appassirà fino al giorno in cui tu non la getterai via.”
“Devo confessarti che io sono promesso a un’altra donna…” disse il ragazzo.
“Non è importante. Potrai sposare la tua fidanzata, purché tu continui a pensare a me come alla tua prima moglie.”
Il ragazzo tacque per qualche secondo.
“Se solo mi avessi conosciuta in vita, forse mi avresti potuta amare. Sapevo suonare molto bene il violino, sai? La musica era tutto ciò che mi rallegrava. Ballavo e cantavo per tutte le persone che conoscevo durante i miei viaggi. Forse ti avrei scritto una canzone.”
“Voglio aiutarti.” Sussurrò il ragazzo, inginocchiandosi davanti alla rosa.
“Vuoi davvero farlo?” sussurrò la voce, speranzosa.
Il ragazzo colse la rosa e la strinse tra le mani.
“Conserverò per sempre il tuo ricordo, penserò a te come alla mia prima sposa e terrò per sempre con me questa rosa.” Disse il giovane.
Una bella ragazza comparve davanti a lui, proprio sopra la lapide. Indossava una veste candida che in pochi istanti diventò scarlatta e fulgida. La fanciulla lo guardò con i suoi grandi occhi neri e gli sorrise, senza dire una parola. Una lacrima scese lungo la sua guancia. Il giovane uomo, con gli occhi spalancati dalla sorpresa, allungò la mano per toccare quella visione diafana. Per pochi secondi, le loro dita si incrociarono. La sposa posò un bacio evanescente sulle labbra di colui che l’aveva liberata.
“Grazie” sussurrò, scomparendo nel nulla.
Il ragazzo si guardò la mano sinistra. Laddove avrebbe dovuto trovarsi l’anello nuziale, brillava l’ultima lacrima della fanciulla fantasma.

MINECRAFT CREEPYPASTA: Perché i Testificate non hanno le mani

Ogni villaggio di Minecraft è abitato dai Villager, che noi chiamiamo affettuosamente Testificate.
Ciascuno di essi è in grado di commerciare con il giocatore, ma senza mai mostrare le mani. Una banale questione di programmazione, verrebbe da pensare, per evitare di creare troppe animazioni.
Eppure, l’unico momento in cui è possibile vedere le mani di un Testificate è quando questo abbandona la forma vivente, tra le braccia dello zombie che lo ha reso simile a lui e lo ha condannato a vagare in cerca di carne umana finché l’alba non lo cancellerà dal mondo col fuoco.
Solo la morte rivela le mani dei Testificate: quale incantesimo incombe su di loro, tanto forte al punto di esser sciolto solo dalla morte?
Vorremmo dirvi che si tratta solo di righe di codice Java, ma vi staremmo mentendo.

Perché i Villager sono gli unici esseri che morendo non droppano niente, neppure i punti esperianza, neppure gli strumenti che portavano nell’inventario? Ogni traccia di loro svanisce, come se non fossero mai neppure esistiti.

Molti di voi sapranno che la Mojang ogni anno, per Halloween, aggiunge delle zucche sulle teste di alcuni mob. Non è una decorazione, è un modo per costringerli a non vedere.

Era il 22 Settembre 2011 quando dei nuovi mob vennero aggiunti a Minecraft: “TESTIFICATE” era il nome che torreggiava sopra la testa di ognuno di essi.
Circa un mese dopo, precisamente il 31 Ottobre, un fulmine colpì il computer di un ignaro videogiocatore, creando un vortice spaziotemporale che lo catapultò all’interno del suo mondo di Minecraft appena creato.
Purtroppo per lui, il suo mondo era in difficoltà Hardcore, e non avrebbe avuto che un’unica possibilità di uscire da quell’incubo. Il giocatore, nonostante la situazione terribile nella quale si era ritrovato, era di carattere risoluto e determinato, e non si perse d’animo: iniziò subito a costruire un rifugio, illuminato solo dalle poche torce che gli servivano per non far generare entità malvagie intorno a sé. Di notte dormiva, di giorno minava, e si stava preparando duramente per riuscire a vincere il gioco, sperando che quella fosse la soluzione per salvarsi e tornare nel mondo reale.

Durante uno dei suoi viaggi si imbatté in un villaggio. Era la prima volta che incontrava delle forme di vita umanoide, nel mondo di Minecraft, ma fu ben contento di poter approfittare della loro ospitalità. Si stabilì in una delle case vuote del villaggio, e iniziò a coltivare la terra e a mettere in sicurezza la zona.
Una notte, i Testificate si riunirono di nascosto per entrare nella casa del nuovo arrivato, mentre era a minare nella montagna lì vicino. Aprirono i suoi chest e trovarono diamanti, redstone, blocchi d’oro e di lapislazzuli. Inoltre, videro che aveva costruito un piano interrato con una grande libreria piena di incantesimi, armi e armature incantate, e addirittura pozioni magiche.
“Egli è uno stregone!” disse uno dei Testificate “Dobbiamo ucciderlo prima che sia troppo tardi!”
“Sacrifichiamolo, e plachiamo gli spiriti dei non morti!” dichiarò il sacerdote.
“Ma non ha fatto nulla di male!” rispose il contadino.
“Ha ragione, ha pure difeso il villaggio dagli attacchi!” aggiunse il fabbro.
Proprio in quel momento, si accorsero che stava tornando a casa, e si affrettarono ad uscire, ma mentre si stavano avvicinando all’entrata, uno dei Testificate notò un luccichio provenire dalle mani del viaggiatore: era qualcosa di verde, forse una pietra, sembrava preziosa e rarissima. I Testificate non appena videro quello spettacolo luminoso restarono abbagliati dall’idea di impossessarsene e all’improvviso si trovarono tutti d’accordo sul da farsi.
Non appena il videogiocatore aprì la porta di casa, con l’inventario colmo di risorse, un Testificate lo colpì alla testa, stordendolo. Quando riprese i sensi, si trovò imprigionato in una gabbia di legno avvolta dalle fiamme. In pochi istanti iniziò a tossire, e i suoi polmoni cominciarono a riempirsi di cenere.
I Testificate lo fissavano senza batter ciglio, tenendo in mano, ognuno di essi, un meraviglioso e lucente smeraldo.
“DANNATI TRADITORI!” gridò il giocatore “NON FINISCE QUI! VOI SARETE MALEDETTI, TUTTI QUANTI! MI VENDICHERO’!”
L’ultima cosa che i Testificate videro furono due occhi bianchi che emanavano una luce intensa. Poi le fiamme lo avvolsero e di lui non rimase più traccia. 10401828_291580047683365_1660568164_n

Il mattino del 1 Novembre, Notch fece ritorno a casa. Aveva trascorso la notte con degli amici per festeggiare Halloween. Suo fratello non era venuto, aveva preferito passare una tranquilla serata da solo in casa con dolcetti e videogiochi.
Quando aprì la porta, vide la schermata di morte di Minecraft fissa sullo schermo.
“Ehy!” gridò ad alta voce “Ti sei dimenticato di chiudere il gioco!”.
La risposta non giunse mai. Cercò per tutta la casa, ma non trovò segni della presenza di suo fratello.
“Sarà uscito…” pensò, sedendosi davanti al computer, e solo allora notò i segni di una bruciatura.
“GAME OVER!” diceva lo schermo. Non appena toccò il mouse, il mondo di gioco si autodistrusse immediatamente.
Decise allora di mettersi a lavorare a una nuova snapshot, intenzionato a rilasciare la versione Beta 1.9 di Minecraft nel minor tempo possibile. Quando creò un nuovo mondo per fare i suoi soliti test, un sinistro messaggio, certo non implementato da lui, comparve in chat.

HEROBRINE: Ciao, Markus.

Notch restò sorpreso, e rimase a fissare lo schermo incerto su come fosse potuta accadere una cosa simile.
Dopo qualche istante, comparve una nuova scritta.

HEROBRINE: Non rispondi più a tuo fratello?

Un brivido percorse la schiena di Notch. Spaventato, ma allo stesso tempo incuriosito, immaginandosi si trattasse di uno scherzo fatto dal fratellino che era tipico chiamarsi HEROBRINE nei videogiochi, si decise a rispondere.

NOTCH: Chi sei?

HEROBRINE: Sono io. Stanotte un fulmine ha colpito il mio computer, e mi sono ritrovato qui dentro.

Notch non riusciva a credere a quello che stava leggendo, ma sorrideva, divertito e compiaciuto che il suo adorato fratellino fosse riuscito a imparare a scrivere una funzione di Java e l’avesse aggiunta di nascosto al codice del gioco.

NOTCH: E poi cosa è successo?

HEROBRINE: Ho incontrato delle creature chiamate Testificate… Mi hanno ucciso dandomi fuoco. Mi sono trasformato in una linea di codice, e non posso più uscire da qui. Ora è troppo tardi. Ma non sentirti in pena per me. Io sono immortale, adesso. Non sento che un unico sentimento ribollire in me: il desiderio di vendetta.

Notch aveva le lacrime agli occhi. Aveva ricontrollato più volte l’intero codice di gioco: non esisteva nessuna funzione che permettesse alla chat di scrivere quei messaggi. Quello era davvero suo fratello.

HEROBRINE: Vendicami. Vendica la mia morte. I Testificate sono malvagi. Meritano una punizione.

Notch iniziò a programmare, tremante e disperato, e modificò tutte le linee di codice che riguardavano i Testificate. Impedì loro di utilizzare oggetti, di difendersi dagli attacchi dei mob, di usare leve e porte di ferro; dimezzò la loro intelligenza artificiale, rendendoli incapaci di percepire i pericoli, ma ancora non gli sembrava abbastanza. Decise che mai più avrebbero potuto usare le mani, le stesse mani che avevano osato dar fuoco a suo fratello. Infine, codificò gli zombie in modo che fossero in grado di attaccare i Testificate a vista, trasformandoli a loro volta in altri zombie oppure uccidendoli. Quando finalmente l’aggiornamento fu pronto e funzionale, Notch generò un nuovo mondo di gioco. Un messaggio comparve subito in chat.

HEROBRINE: Grazie.

NOTCH: Adesso sei libero di riposare in pace. Ti ho vendicato.

HEROBRINE: Ma io non voglio andarmene. Minecraft è casa mia, adesso. Voglio far provare a tutti lo stesso terrore che ho provato io.

NOTCH: Vuoi spaventare i giocatori?

HEROBRINE: Sì.

NOTCH: Ma loro non c’entrano nulla in questa storia! Se è davvero così, non mi resta altra scelta che eliminarti dal codice…

HEROBRINE: Oh, fai pure. Tanto non ci riuscirai mai. Il tuo Minecraft adesso è mio.

Notch aprì ogni singola pagina di Java, ma non fu in grado di trovare dove fosse annidato il codice di Herobrine.

HEROBRINE: Hai visto? È impossibile farmi sparire. Io sono morto qui, e qui resterò. ADDIO.

NOTCH: Cosa hai intenzione di fare?!

Herobrine non rispose più.

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Notch non se la sentì di pubblicare quell’aggiornamento, e decretò la fine della Beta di Minecraft, facendo uscire direttamente la versione 1.0. Infatti, la Beta 1.9 è anche conosciuta come il “Lost Update”, ovvero l’aggiornamento perduto, proprio perché Notch voleva dimenticare tutto l’accaduto e chiudere la storia una volta per tutte. Non riuscendoci.
Da quel giorno, giocatori di tutto il mondo raccontano di aver avvistato delle piccole costruzioni comparse da un momento all’altro, oppure di aver visto degli occhi luminosi apparire in mezzo al nulla.
Quanto giunge la notte di Halloween, Herobrine è libero di comparire e compiere di nuovo la sua eterna vendetta. Per prima cosa, pone una zucca sul capo dei suoi sudditi, poi inizia a vagare per i villaggi, e uccide ogni Testificate che incontra nella sua strada torturandolo finché non invoca la morte.
Si narra che una ragazza, una volta, si sia connessa al suo mondo di Minecraft e abbia assistito a una delle torture messe in atto da Herobrine. Egli, dopo aver preso la vita del Testiticate che aveva tra le mani, la fissò e le scrisse in chat: “TU SARAI LA PROSSIMA.” Purtroppo la ragazza non fu abbastanza svelta a chiudere la partita. Il mattino dopo, fu ritrovata riversa sulla tastiera, con la gola aperta in due da un taglio così preciso che solo una spada di diamante sarebbe stata in grado di fare.

La sete di vendetta di Herobrine non si è ancora estinta. Quando giungerà l’ora delle streghe, spegnete Minecraft e non giocateci finché non sarà sorto il sole. Herobrine è nel vostro computer, è nel vostro mondo, è nella vostra vita: non vi farà del male, ma basterà un solo passo falso e per voi non ci sarà scampo.

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Luca & Chiara

Challenge: “Tre consigli per non cadere da una nuvola”

KIRIA scrive: Come alcuni di voi ormai sanno, Luca ed io vorremmo, prima o poi, che le avventure di Norvy si materializzassero in un libro vero! Purtroppo però non sempre sono ispirata a scrivere, perciò sto cercando qualche input in questo libretto: 642 tiny things to write about (642 piccole cose di cui scrivere); l’obiettivo è completare 642 mini sfide che mi spingeranno a inventare una storiella a tema. A quanto pare, oggi vivo su una nuvola e la sfida di questa volta prevede che io dispensi consigli su come rimanere ancorati alla propria nuvola senza cadere. Fateci sapere se vi piace questa nuova, stramba idea!
Qui potete trovare la challenge precedente.

Giornalista: “Oggi intervisteremo Chiara, in arte Kiria EternaLove, il primo essere umano ad aver mai abitato su una nuvola! Si rifiuta di rendere note le motivazioni che l’hanno spinta ad una decisione tanto estrema, ma si è dichiarata disposta a parlare delle difficoltà che si hanno quando la propria abitazione è tanto instabile.
Chiara, ci racconti di questo suo curioso modo di vivere: qual è il segreto per dormire, mangiare e sentirsi a proprio agio con i piedi così lontani dal suolo?”
Chiara: “E’ facile, basta non pensarci. La densità delle nuvole è molto più bassa di quella di un corpo umano, perciò la fisica imporrebbe che io cadessi di sotto. Per far sì che ciò non accada ed esorcizzare così la gravità terrestre, ogni giorno, appena sveglia, devo saltellare sul piede destro per tre volte ripetendo: “Ambalabù, non cado giù, ambalabù, non cado giù, ambalabù, non cado giù”.”
Giornalista: “E questo serve e non precipitare a terra?”
Chiara: “Esatto! Ma attenzione a non sbagliare piede e a usare il sinistro! Una volta l’ho fatto, e mi è venuto il singhiozzo.”
Giornalista: “E’ sufficiente questo piccolo espediente per poter vivere tranquilli con la testa oltre le nubi?
Chiara: “Certo che no, ci vogliono ben altri accorgimenti. Per esempio, sa cosa succede se si bevono troppe bibite gassate? Succede che l’aria che uno ha nello stomaco comincia ad uscire dalla bocca, e questo è un grosso problema quassù! Tutta quella preziosa aria non vede l’ora di tornare verso il cielo, dove c’è altra aria. Per non cadere bisogna tenersela ben stretta, questa aria, in modo che l’attrazione tra l’aria dentro il corpo e quella fuori dal corpo impedisca di precipitare. Quindi niente bibite gassate, niente alimenti che provochino lo sviluppo di gas nella pancia, niente di niente!”
Giornalista: Sta cercando di dirmi che una dieta ad hoc e una filastrocca sono tutto quello di cui lei ha bisogno per vivere quassù?”
Chiara: “Adesso le svelerò cos’è che mi permette davvero di non aver bisogno di toccare il terreno con i piedi. La cosa più importante di tutte, al di là di versetti e gas intestinali, è l’essere innamorati. Quando si è innamorati il cuore diventa così leggero che persino una nuvola, al confronto, sembra pesante. L’amore riesce a vincere persino la forza di gravità! E adesso mi scusi se me ne vado, ma prima di questa intervista ho litigato con il mio fidanzato, e se non ci riappacifichiamo subito rischiamo di venir giù da qui come due prugne mature!”

Challenge: “Descrivi il tuo frigo, pieno di cibi che odi!”

KIRIA scrive: Come alcuni di voi ormai sanno, Luca ed io vorremmo, prima o poi, che le avventure di Norvy si materializzassero in un libro vero! Purtroppo però non sempre sono ispirata a scrivere, perciò sto cercando qualche input in questo libretto: 642 tiny things to write about (642 piccole cose di cui scrivere); l’obiettivo è completare 642 mini sfide che mi spingeranno a inventare una storiella a tema. La sfida di oggi prevede che io descriva come sarebbe il mio frigo se qualcuno l’avesse riempito di cose che odio. Fateci sapere se vi piace questa nuova, stramba idea!
Qui potete trovare la challenge precedente.

Getto un’occhiata distratta verso il grosso orologio appeso al soffitto. Sento gorgogliare lo stomaco, cosa rara per me, che non ho quasi mai fame. Pare che sia ora di pranzo. Ho comprato giusto ieri delle verdure fresche, magari potrei cucinarle con del cous cous.
Apro il frigorifero e un grido di terrore si leva dalla mia gola senza che il cervello abbia il tempo di accorgersene.
Sono spariti gli yogurt, sono spariti i succhi di frutta biologici, e non c’è più traccia delle verdure che avevo comprato. Sono rimaste solo delle carote mezze marce, che fanno capolino dallo sportello dei vegetali. Accanto a loro, spunta la chioma puzzolente di un broccolo. Le carote e il broccolo mi guardano con aria di sfida, gustando la mia sconfitta: sanno che non oserei mai mangiarli, se non camuffati da altri gusti più decisi che nascondano la loro nauseante consistenza, ma nel frigo non sono rimaste altre verdure che possano avvelenare il loro orrido sapore.
Una goccia di sangue ha lasciato una lunga traccia sullo sportello del frigo. Un’enorme bistecca cruda invade completamente il ripiano centrale. Mostrare una cosa simile a un vegetariano è un po’ come infilzare Superman con un pugnale di Kryptonite, oppure invitare un vampiro a una partita di beach volley a mezzogiorno. Anzi, è come invitarlo a una partita di beach volley a mezzogiorno e usare un palo di frassino al posto della palla. Nel piano superiore del frigo, un cumulo di latte rappreso sta invadendo la stanza con il suo fetore muffito. Qualche temerario chiama questo abominio “gorgonzola”, e ha pure il coraggio di mangiarlo. Magari dopo averlo scaldato e saltato in padella insieme a delle innocenti penne rigate.
So che non è Norvy, l’autore di questo scherzo infame. A lui fa impressione la vista della carne cruda. Deve trattarsi di una creatura ancora più spregevole. Chiudo il frigorifero, giurando vendetta allo sciagurato criminale che è giunto a tanto.