KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 4

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L’indomani, Alice non venne a scuola di nuovo.
“Che fine ha fatto la vostra compagna?” domandò la professoressa, corrugando la fronte. “Qualcuno di voi ha sue notizie?”
“Sono due giorni che io e Marcella cerchiamo di contattarla” risposi. “Ma non risponde alle telefonata e a casa sua non c’è nessuno!”
“Se entro domani non si sarà fatta sentire, dovremo avvisare la polizia. Non possiamo correre rischi” rispose la professoressa, abbassando lo sguardo.
Durante la ricreazione andai a cercare Adamo per chiedergli se almeno lui avesse notizie di Alice, ma mi dissero che quel giorno non si era presentato a scuola. Per un istante sperai che lui e Alice avessero deciso di vedersi per parlare di quanto era accaduto, ma dentro di me sapevo che non era quello il motivo della loro assenza.
Alle undici di mattina ci recammo in palestra per la lezione di educazione fisica. Quando le porte furono aperte, vedemmo un ragazzo giacere nudo al centro del pavimento, con i lunghi capelli biondi sparsi sul pavimento. Aveva in mano uno specchio rotto. Una ragazza, anch’essa nuda, era accoccolata sul suo petto. Il suo seno era appena visibile tra le ciocche di capelli castani. Tra le mani stringeva lo stelo spoglio di una rosa. I petali erano sparsi sul petto del ragazzo.
“Adamo” sussurrai.
“E’ lei?” domandò Marcella, stringendomi il polso e coprendosi gli occhi.
“Sì!” risposi, con un fil di voce.
“Ehi, voi due!” gridò il professore. “Vi dovrei sospendere! Siamo in una scuola, non in un albergo!”
Adamo e la ragazza non risposero, congelati nel loro sogno immoto.
Il professore si avvicinò a loro cautamente, fissandoli con il fiato sospeso.
“Forza, svegliatevi!”
Niente. Non una parola, non un gemito, non un respiro.
Si inginocchiò accanto a loro. Posò una mano sul collo prima di uno, poi dell’altra.
“Ragazzi, andatevene subito!” gridò, sbiancando in volto.
Marcella strinse il mio braccio con più forza.
“L’assassino ci ha seguiti… ci ha seguiti, ci ha seguiti!” sussurrò, mettendosi a piangere.

La polizia arrivò immediatamente. Avvicinai una poliziotta e le spiegai quello che sapevo riguardo Alice e il tradimento di Adamo.
“Credi che la tua amica possa essere un’indiziata?” domandò la donna senza troppi giri di parole.
“No! Anzi, temo che possa essere stata presa anche lei!” risposi, agitata.
“Questa Alice conosceva le precedenti vittime?” domandò la poliziotta, con aria scettica.
“Cosa? No! Li conosceva solo di vista, come me, come tutti i ragazzi della mia classe!”
La poliziotta mi guardò con aria interrogativa.
“Senti un po’, che fisico ha la tua amica?” domandò. “E’ alta e atletica come te?”
“No, lei è piccolina e magra… Non credo arrivi al metro e sessanta, e non sono certa che pesi almeno cinquanta chili… Frequenta la mia palestra da un po’, ma si allena poco… perché?”
“Ci vorrà un medico legale per stabilirlo, ma da quel che sembra questi due disgraziati sono stati strangolati da dietro. Anche giocando l’effetto sorpresa, ci voleva una certa forza per strangolare un ragazzo grande e grosso come quello. Potrebbe averlo indebolito con qualche droga, ma è presto per dirlo. Forse la tua amica poteva cavarsela con la ragazza, ma dubito che potesse farcela da sola contro di lui. Comunque, se la ritrovi viva, dille che dobbiamo fare due chiacchiere da donna a donna. Muoio dalla voglia di farle qualche domanda.”

La poliziotta fece per andarsene, ma le domandai se ci fossero novità sulle indagini riguardo le altre tre vittime.
“Impara a farti gli affari tuoi, ragazzina, e camperai cent’anni” mi rispose la donna, voltandomi le spalle.
Tornai nella mia classe. Il professore di ginnastica era seduto sulla cattedra, con lo sguardo fisso davanti a sé. Alcuni miei compagni erano andati a casa, altri erano rimasti per darsi sostegno a vicenda. Marcella era seduta al posto di Alice. Aveva gli occhi lucidi e una tazza di cioccolata calda tra le mani. Francesco, il ragazzo più bravo della classe, stava cercando di consolarla. Non ero mai stata molto interessata ai ragazzi, ma c’era qualcosa nell’intelligenza di Francesco che mi aveva sempre affascinato. Inoltre, tra tutti i maschi con cui avessi stretto un briciolo di amicizia, era l’unico che trovassi veramente attraente. Di lui mi avevano colpito soprattutto gli occhi: erano di un colore indefinito tra il verde, l’azzurro e il grigio, espressivi e vivi, che parevano capaci di leggerti dentro, belli e proibiti come i sette peccati capitali. Mi salutò con un cenno quando mi vide arrivare. “Non sembri troppo turbata” disse, squadrandomi.
“Con questi fanno cinque cadaveri negli ultimi cinque mesi” dissi, avvicinando la faccia alla sua e guardandolo negli occhi. “Ho visto Biancaneve soffocata in mezzo ai fiori bianchi, Cenerentola con il cranio fracassato sul pavimento, il principe azzurro accoltellato al cuore, adesso ho visto anche la Bella e la Bestia nudi a terra. Li ho visti tutti. Faccio incubi da settimane e ho il terrore di uscire di casa. Scusami se non sembro abbastanza turbata, sto solo cercando di non farmi venire un esaurimento nervoso!”
“Scusa, scusa… hai ragione, tu sei stata la prima tra di noi ad accorgersi degli omicidi, non avevo il diritto di dirti niente…”
“Lascialo perdere” disse Marcella, senza distogliere lo sguardo dalla cioccolata. “E’ un deficiente”.
“Sai che novità!” aggiunse Alberto, il fidanzato di Marcella, entrando in classe. “Chi glielo spiega ora ad Alice che il suo ragazzo è stato vittima del killer delle fiabe?”
“Io ho paura che sia stata lei a ucciderlo” disse Marcella.
“Ma che dici!” esclamò Francesco. “Non lo farebbe mai!”
“E non ce la farebbe mai” aggiunsi, raccontando quello che mi aveva detto la poliziotta.
“Stando a quello che sappiamo, l’assassino deve per forza essere un uomo” disse Francesco. “Un uomo grosso e forte, innamorato di Biancaneve e Cenerentola, che però non ha potuto averle per colpa del principe, così li ha uccisi tutti e tre. Poi magari si è innamorato della Bella, ma vedendola con la Bestia ha preferito uccidere anche lei!”
“Non ha minimamente senso quello che dici!” rispose Alberto. “Secondo me l’assassino è una donna, una psicopatica, magari con degli aiutanti, gelosa delle ragazze e innamorata dei ragazzi, ma non vedendosi ricambiata ha ammazzato tutti!”
“Siete due deficienti!” esclamammo all’unisono io e Marcella.
“Alberto, ti sei reso conto che la tua teoria è uguale a quella di Francesco, solo a sessi invertiti?” feci notare.
“E poi smettetela di scherzare su queste cose! La gente muore! Il prossimo potrebbe essere uno di noi!” disse Marcella, mettendosi a piangere e affondando la testa tra le braccia di Alberto, in piedi davanti a lei.
“Tu che sei tanto intelligente, vedi di cogliere qualche inizio che a noi comuni mortali è sfuggito” sussurrai a Francesco, per provocarlo. Lui mi fissò con aria di sfida.
“Posso uscire a prendere un caffè?” domandai al professore.
Mi fece cenno di sì senza nemmeno guardarmi in faccia. Sembrava un uomo a cui avessero strappato l’anima a morsi.
“Vengo con te” disse Francesco, alzandosi.
Camminammo in silenzio fino alle macchinette, poi infilai le monete nel distributore e attesi il mio caffè, appoggiando la schiena al freddo metallo.
“Senti, devo dirti una cosa” borbottò Francesco avvicinandosi, senza guardarmi negli occhi. “Ormai siamo tutti a rischio di morire. Potrei essere il prossimo a finire sdraiato morto da qualche parte vestito da Peter Pan o da Cappellaio Matto o da Aladdin o che so io, perciò non ha senso che non te lo dica”.
“Dirmi cosa?” domandai.
Non ebbi nemmeno il tempo di rendermene conto. Francesco mi strinse a sé e mi baciò.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 3

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Quando giunse gennaio, il preside decise di chiudere la scuola finché non fosse stato catturato l’assassino. Gli istituti superiori vicini predisposero delle classi per permettere agli studenti della mia scuola di proseguire le lezioni, così la mia classe fu trasferita in un liceo artistico. Mi sentivo un po’ fuori luogo, come tutti i miei compagni, del resto. Non eravamo abituati a vedere gli studenti sfoggiare vestiti, acconciature e trucchi stravaganti, ma era bello per una volta essere stupiti da una macchia di rossetto piuttosto che da una macchia di sangue. L’edificio era pieno di quadri, statue e progetti colorati che rallegravano l’atmosfera e distraevano da pensieri ben più bui. La povera Alice non si sentiva ancora tranquilla a causa del suo nome, ma l’aver cambiato scuola aveva giovato a tutti. Almeno fino a San Valentino.

Alice, seguendo il mio consiglio, aveva iniziato a frequentare la palestra insieme a me per esorcizzare le sue paure. La conoscevo da anni, ma non eravamo mai state troppo intime. Di solito ero un tipo abbastanza solitario, ma conoscendola meglio mi resi conto che la sua presenza era tollerabile e stringemmo un legame che potrei definire amichevole. Per mia disgrazia, si prese una cotta per un ragazzo della classe accanto di nome Adamo. Alice non parlava d’altro tutto il giorno. Passava il tempo a decantare la bellezza di costui, bellezza che onestamente io non vedevo. Era un ragazzo molto appariscente: altissimo, muscoloso, con una lunga chioma bionda e una barba da vichingo, lineamenti molto virili e per nulla aggraziati. Qualche volta lo abbordava con la scusa di complimentarsi per i suoi disegni, ma era palese che gli stesse facendo il filo. Dopo un paio di settimane, Adamo chiese ad Alice di uscire insieme. Lei ci tenne a raccontarmi ogni istante di quel che avvenne, compresi dettagli piccanti di cui avrei fatto volentieri a meno. Spesso li vedevo camminare insieme nei corridoi tenendosi la mano, oppure baciarsi sulle scale durante l’intervallo. E’ brutto da dire, ma era un sollievo non avere più Alice tra i piedi troppo spesso. Da quando eravamo compagne di banco facevo una gran fatica a prendere appunti per colpa delle sue chiacchiere, finalmente invece era troppo impegnata a scrivere al suo ragazzo per disturbare me.

Da quando avevo cambiato scuola, la mia vita era tornata quella di prima. Ogni tanto, per abitudine, passavo davanti al mio vecchio liceo. Mi metteva tristezza vederlo chiuso, ma non mi soffermavo mai troppo nelle vicinanze. Avevo ancora gli incubi dal giorno in cui avevo visto quella povera ragazza conciata come Biancaneve.

Un sabato sera, Alice mi chiese di uscire con lei per approfittare dei saldi. Io odiavo fare shopping, soprattutto a pochi giorni da San Valentino; le strade e le vetrine erano infestate di cuori di ogni forma e dimensione, ma visto che dovevo sbrigare una commissione per mia madre decisi di accontentarla. Ci fermammo a fare merenda in un bar. Proprio mentre stavo addentando il primo morso di pizza,  guardai fuori dalla vetrina e notai una figura alta e bionda fuori dal locale. Adamo. Non era solo: era con una ragazza castana bellissima, così minuta rispetto a lui da sembrare quasi una bambina. Alice, seduta di fronte a me, si rese conto di un cambiamento nella mia espressione e si voltò. In quel momento, le labbra di Adamo e della bella sconosciuta si unirono in un bacio appassionato.

Alice divenne bianca e poi paonazza. Non disse una parola. Fissava la scena alle sue spalle con occhi sbarrati. Adamo e la ragazza se ne andarono, cingendosi la vita l’un l’altro.
“Posso fare qualcosa per te?” sussurrai, mortificata.
“Non occorre, grazie” sussurrò Alice, senza guardarmi in faccia. “Vorrei solo essere accompagnata a casa, per favore.”

Alice non mi chiamò né mi inviò messaggi durante tutta la domenica. Verso sera ricevetti una telefonata da Marcella, un’altra ragazza in classe con noi.
“Si può sapere cosa è successo ad Alice?” mi domandò. “Non risponde ai messaggi da ieri, comincio a stare in pensiero! E se il killer delle fiabe avesse preso anche lei?”
Le spiegai cosa fosse accaduto il giorno prima, pregandola di mantenere il segreto. Finsi di non essere preoccupata, ma lo ero. Avevo il terrore che Alice potesse essere finita sulla lista dell’assassino e che il suo turbamento non fosse l’unico motivo per cui era sparita nel nulla.
Lunedì mattina, Alice non si presentò a scuola. La chiamai, andai persino a cercarla a casa nel pomeriggio. Nessuna risposta. Sentii il cuore stringersi in una morsa.

5 ANNI SU YOUTUBE

Quando Luca aprì un canale Youtube, all’inizio la cosa mi sembrò più un gioco che altro. Le cose erano ben diverse cinque anni fa: non potevi andare dai tuoi genitori e dire “mamma, babbo, faccio lo YouTuber” senza sentirti dire “Lo youche? Ma vai a studiare!”.
All’epoca facevo l’università, cosa che mi risucchiava tempo ed energia in quantità esorbitanti, però non ci vidi niente di male nel registrare qualche video a caso giocando a caso. La mia iniziazione al mondo dei videogiochi era avvenuta pochissimi anni prima e perlopiù avevo giocato a “The Sims” con le copie dismesse dei miei amici. Non ero per niente una gamer, anzi, ma decisi che sarebbe stato divertente provarci.
Se c’era qualcosa che non avevo proprio messo in conto era la componente umana della vita su Youtube. Io sono uno di quegli utenti fantasma che gira sul web, si fa gli affari propri e svanisce nel nulla. Voi no: voi siete reali. Siete persone che scrivono, propongono, inviano disegni, consigli, fan made. Non me lo aspettavo. Il vostro feedback è stata la cosa che più in assoluto ha trasformato un gioco in qualcosa che amo e che non voglio mai smettere di fare.
Un’altra sorpresa assoluta è stato come Youtube abbia influito sulla mia crescita personale grazie a voi. Io amo fare due cose: disegnare e scrivere. Senza i vostri consigli e i vostri pareri non penso che sarei giunta a questo punto. Ho acquisito abbastanza fiducia in me stessa da smettere di scopiazzare anime spudoratamente e ho persino trovato il coraggio di scrivere dei libri veri come ho sempre sognato. Pensate a Norvy: se non avessi letto i vostri commenti non avrei mai deciso di dare vita a questa pestifera creatura. Quando il libro verrà pubblicato, vedrete che nella dedica ci siete anche voi Cari amici.
Non sono un tipo troppo sentimentale, lo sapete, però voglio ringraziarvi per essere così come siete. Ho conosciuto persone fantastiche grazie a questo sentiero, che forse non avrei mai incontrato altrimenti. Essere uno Youtuber è come essere un puzzle: senza di voi, che siete i pezzi che formano il puzzle, non esisteremmo affatto.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 2

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La scuola venne chiusa per una settimana. Gli studenti erano terrorizzati e molti insegnanti decisero di licenziarsi. Il preside stesso era sul punto di dare le dimissioni, ma alla fine decise di restare e di tentare di capire cosa stesse accadendo. Venne istituito un servizio speciale di autobus che prelevasse i ragazzi a domicilio per portarli a scuola, in modo che nessuno potesse trovarsi da solo. Molti studenti però decisero di cambiare scuola. Quelli che rimasero iniziarono a pensare che i due omicidi fossero da ricondurre a colui che era stato fidanzato con entrambe le vittime. Era uno dei ragazzi più belli e popolari della scuola, eppure presto nessuno volle più avere a che fare con lui. La polizia lo aveva interrogato a lungo, e lui aveva giurato di aver visto “Cenerentola” cadere dalle scale da sola. Nessuno era in grado di spiegare che fine avesse fatto la sua scarpa, ma non erano stati trovate prove evidenti che lo potessero ricondurre alla morte delle sue fidanzate. Molti, però, non erano dello stesso avviso.

Una mattina, sentii due mie compagne parlare tra di loro. Erano sedute proprio dietro di me, non avrei potuto fare a meno di sentirle nemmeno se avessi voluto.
“Tu credi che sia stato lui davvero a ucciderla? L’ha davvero buttata giù dalle scale?”
“No, non penso. Penso che sia stato solo un incidente.”
“Eppure non è strano che ci siano già due morti che sembrano uscite da una fiaba?”
“Sulla prima non c’è dubbio, ma la seconda… è stato solo un… un…”
“Non è stato un incidente, lo sappiamo tutti.”
Mi voltai verso di loro.
“Sapete qualcosa che io non so?” domandai.
“Senti, io…” disse una delle due ragazze. “Io mi chiamo Alice, ok? E se veramente questo pazzo sta uccidendo le persone come se fossero personaggi delle fiabe, è solo questione di tempo prima che io mi ritrovi infilzata da una lancetta di un orologio, o soffocata da un pezzo di torta o….”
La guardai inorridita.
“Non… non credo che sia questo il criterio con cui uccide” risposi. “Nessuna delle vittime aveva niente a che fare con le fiabe da cui il killer ha preso spunto”.
“E con che criterio uccide, allora?” rispose Alice. “Io mi sto ammalando in questa scuola. Me ne voglio andare, prima che sia troppo tardi!”
“E se uccidesse anche persone che non sono di questa scuola?” domandò l’altra ragazza.
“Allora saremo tutti in pericolo, ovunque andremo…” risposi io, sentendomi gelare il sangue.

I miei genitori iniziarono a farmi pressione affinché cambiassi scuola. Decisi di restare. Non mi sarei fatta cogliere impreparata da un assassino così ridicolo. Evidentemente non era nemmeno in grado di combattere, visto che aveva ucciso le sue vittime senza quasi toccarle, perciò decisi di iscrivermi in palestra e di iniziare un corso di autodifesa. Ogni pugno che mettevo a segno rafforzava la convinzione che non avrei mai dovuto temere niente, e che quelle ragazze si fossero solo fatte cogliere alla sprovvista.

Mancava solo un giorno all’inizio delle vacanze di Natale. I nostri professori, o meglio, quei pochi rimasti, avevano fatto i salti mortali per finire le interrogazioni e i compiti in classe. La scuola era piena di decorazioni natalizie. Al centro dell’ingresso era stato posto un bellissimo abete per risollevare il morale di tutti.
Durante l’ultima ora di lezione, fui colta da un terribile mal di testa. Alice mi accompagnò in infermeria, ma fu costretta a tornarsene in classe per farsi interrogare. Rimasi da sola per almeno mezz’ora, massaggiandomi le tempie nella speranza che il dolore passasse, ma non lo fece. Mi diressi nuovamente in classe per salutare i miei compagni. La campanella suonò dopo pochi minuti. Tutti fummo rapidissimi a scambiarci gli auguri e a dirigersi verso l’ingresso con gli altri studenti, ma fummo bloccati da un ondata di orrore che si riversò su di noi come acqua gelida.
Ai piedi dell’albero di Natale giaceva il corpo senza vita del fidanzato di “Cenerentola” e di “Biancaneve”. Aveva gli occhi aperti, congelati verso il soffitto. Tra le mani stringeva un fiore bianco, macchiato di rosso dal sangue che gli usciva dalla ferita sul petto. Qualcuno gli aveva dipinto il volto di azzurro.
Un cartello era stato appeso ai rami più bassi dell’albero.

Il principe che non salva le principesse è destinato alla loro stessa fine

Gridai talmente forte che svenni. Quando mi svegliai, ero nel letto di casa mia.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 1

Guardai l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Mi alzai di malavoglia e andai in cucina a preparare del caffè per tenermi sveglia. Avevo trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui non ricordavo niente. Mi girava la testa e sentivo di avere un alito tremendo, ma non vi diedi peso. Bevvi il caffè e andai in bagno a lavarmi la faccia. La veglia mi aveva donato due belle occhiaie violacee che non avrei perso tempo a coprire col trucco. Era il secondo giorno di quinta liceo. Quell’anno avrei dovuto sostenere la maturità, non mi andava di perdere tempo a occuparmi del mio aspetto fisico.

Mi infilai i primi vestiti puliti che riuscii a trovare e uscii in punta di piedi, senza svegliare i miei genitori. La notte prima avevano dovuto tenere aperto il ristorante fino alle due di notte a causa di una cena aziendale privata. Erano tornati tardi, non volevo svegliarli. Presi la bicicletta e mi diressi verso la scuola. Avrei dovuto aspettare almeno mezzora prima che aprissero il portone, ma l’idea di godermi l’aria frizzante di settembre immersa nella lettura di un buon libro non mi dispiaceva. Posai la bici a ridosso del solito muro, misi la catena e mi diressi verso i gradini della scala antincendio su cui ero solita sedermi quando arrivavo a scuola troppo presto. Con mia sorpresa, mi resi conto che i gradini erano cosparsi di fiori bianchi. Guardai in alto: tutta la scala era coperta di fiori, fino al secondo piano. Iniziai a salire le scale. Quando ebbi percorso quattro rampe, vidi un’enorme distesa di fiori bianchi sul pianerottolo. Mi avvicinai. Notai con orrore che una persona stava dormendo proprio in mezzo a quei fiori. Era una ragazza; aveva i capelli neri e il rossetto rosso. Sul volto aveva un fondotinta troppo pallido per la sua carnagione. Mi avvicinai, tremando. Aveva le braccia conserte sul petto e tra le mani stringeva una mela rossa morsicata. Un biglietto, scritto a macchina, era stato lasciato accanto a lei.

Il principe non verrà mai a svegliarla dal suo sonno.

Mi sentivo paralizzata. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel volto immobile. Gridai con tutto il fiato che avevo in corpo.

La polizia mi fece un mucchio di domande. Mi chiesero se conoscessi la vittima, se avessi toccato qualcosa, che cosa ci facessi in giro a quell’ora. Alla fine mi lasciarono andare, intimandomi di tornare a casa per riprendermi dallo shock. Non sapevo niente di quella ragazza. Ricordavo solo che a volte la sua classe divideva la palestra con la mia durante le ore di educazione fisica, ma non avevo neppure idea di quale fosse il suo nome. Sul suo corpo non c’erano tracce di violenza, era stata soffocata da una mela che le si era incastrata nella gola.

Quando tornai a scuola, la storia di Biancaneve era un sussurro sulla bocca di tutti. La professoressa d’italiano scoppiò in lacrime nel mezzo della lezione; la vittima era stata una sua allieva fino all’anno prima. Una studentessa promettente, gentile con i compagni, separata dalla vita così presto. Ci raccontò che il suo fidanzato l’aveva lasciata pubblicamente durante l’ultimo giorno di scuola per fidanzarsi con un’altra ragazza, spezzandole il cuore.

Bene o male, tutti noi studenti ricominciammo a vivere come prima dell’omicidio. Vedevamo spesso degli agenti pattugliare la zona durante le prime ore di lezione e durante l’intervallo, ma ci avevano assicurato che non c’era alcun pericolo reale che venissero fatte altre vittime.

Decisi di non voler mai più arrivare a scuola troppo presto: non volevo correre il rischio di imbattermi in altri cadaveri né tanto meno volevo diventare un cadavere io stessa. Mi sentivo quasi sollevata quando arrivavo in ritardo. La notte di Halloween alcuni miei compagni avevano deciso di organizzare una festicciola per esorcizzare la paura dovuta agli ultimi avvenimenti, ma io non potetti partecipare a causa di un’interrogazione di fisica programmata per la prima ora il mattino seguente. Passai tutta la notte a leggere e rileggere le stesse cose e alla fine mi risvegliai con il mal di testa e un gran freddo addosso: mi ero addormentata sui libri. La sveglia indicava le nove meno cinque di mattina.

“Il professore penserà che l’abbia fatto di proposito!” pensai, uscendo di casa come un razzo e salendo sulla bici. Quando arrivai a cento metri dalla scuola, mi resi conto che l’ingresso era costellato di volanti della polizia. Un brivido mi attraversò la schiena.

Mi avvicinai, cercando di capire cosa fosse successo. Vidi un ragazzo piangere e gridare, tenuto stretto da due agenti. Prima che una poliziotta mi cacciasse, vidi una ragazza bionda sdraiata a terra. Il cemento ai piedi della scala antincendio era diventato rosso. Alla ragazza mancava una delle scarpe.

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