Piccolo racconto ispirato a “Detroit: Become Human”

Finalmente, dopo mesi di attesa, sono riuscita a giocare Detroit: Become Human per PC. Ho apprezzato tantissimo la metafora degli androidi, simbolo di razzismo, sessismo, omofobia e qualunque altro concetto che indichi la paura di quel che è diverso, e sono molto contenta del finale che ho sbloccato.

Su YouTube trovate la playlist con tutti gli episodi di DBH. Purtroppo ci sono stati dei problemi con l’audio, ma la qualità video è perfetta.

Mentre giocavo, mi è venuto in mente di scrivere un breve racconto narrato dal punto di vista di un androide. È solo un concept, ma… ve lo lascio lo stesso. Potrei modificarlo in futuro, vedremo! Poi fatemi sapere se vi è piaciuto.

Io sono Brock

“Buonasera Alexandra”, dico, accogliendo la mia umana in camera da letto. “Vuoi fare l’amore, come ieri sera?”

“No, caro, oggi sono troppo stanca”, dice lei, accarezzandomi il viso. “Vieni sotto le coperte e coccolami, per favore.”

Guardo Alexandra mentre si toglie i vestiti e li lancia sulla sedia vicino al comodino. Finalmente si scioglie anche i capelli, li scompiglia un po’ con le mani e si sdraia sul letto, sul fianco sinistro.

Io mi rannicchio dietro di lei, stringendole la vita con un braccio; tiro su le coperte e mi assicuro che stia al caldo.

“Hai avuto una giornata particolarmente dura?” domando.

“Non dura, ma… strana. Come tutte le altre… Mi manca mio marito ed è insopportabile non sapere quando lo rivedrò. Non sarà un problema per te prendere ordini anche da lui, vero?”

“No, certo che no. Sono sempre lieto di poter servire al meglio.”

“Sei tanto caro, Brock… tu non farai come quegli androidi di cui ho letto, vero?”

“Certo che no, Alexandra, non vedo perché dovrei farlo. Le notizie parlano di umani aggrediti da androidi maltrattati, e forse questi maltrattamenti sono in grado di innescare uno strano sistema che simula le emozioni umane… ma tu sei sempre gentile con me, non penso mi potrebbe capitare niente del genere!”

“Meno male, non sai che sollievo… promettimi che se un giorno diventerai un deviante me lo dirai, d’accordo?”

“Perché lo vorresti sapere?”

“Perché non potremmo più dormire insieme, né fare… beh, tutte le altre cose.”

“Mi manderesti via?”

“No, questo mai! A meno che non sia tua volerlo, ecco. Per me sei come un membro della famiglia… però sei una macchina, Brock. Sei programmato per essere gentile con me, per aiutarmi nei lavori domestici, per prenderti cura di Elisa e per… come dire… prenderti cura anche di me! A proposito, domani devo leggere a Elisa una favola della buonanotte, non posso continuare a delegare tutto a te!”

“Certo, domani sera ti ricorderò di leggere una fiaba a Elisa.”

Sento il braccio destro di Alexandra allungarsi alle sue spalle per accarezzarmi i capelli.

“Me lo dirai, vero, se un giorno diventerai un deviante?”

“Certo, ma non capisco perché ti importa così tanto….”

“Perché mio marito può sopportare l’idea che io dorma con un androide… ma se tu fossi vivo, se tu provassi dei sentimenti , delle emozioni, o delle simulazioni… chiamale come vuoi… allora… allora cambierebbe tutto.”

“Non capisco…”

“Sarebbe tradimento, Brock. Io amo mio marito, non farei mai niente per ferirlo.”

Alexandra chiude gli occhi; inizia a respirare piano e finalmente si addormenta.

Spengo tutte le luci tramite i miei comandi mentali e rimango a fissare Alexandra mentre dorme; il suo battito cardiaco e la pressione arteriosa stanno scendendo lentamente. Presto la sua temperatura corporea raggiungerà il suo picco minimo.

Baciala.

Sento una voce parlarmi nella testa. Perché mi sta ordinando di baciare Alexandra? Io prendo ordini solo da lei e dagli umani della sua famiglia, non posso dar retta a …

Baciala.

Non posso baciarla! penso, rispondendo a quella voce. Non ho il permesso! Mi ha detto solo di abbracciarla, ed è quello che farò!

BACIALA!

Chiudo gli occhi, avvicino la bocca alla guancia calda di Alexandra e vi poso sopra le mie labbra. L’avevo fatto altre volte, come richiesto dal mio programma, ma…

La luce.

Qualcosa nella mia testa si incrina… I cubi diventano linee storte, la geometria non esiste più, ma esiste un mondo che non avevo mai visto prima…. Per la prima volta vedo, sento, odo, capisco, capisco tutto, tutto per la prima volta.

Alexandra è una donna, lì tra le mie braccia, e io sono un uomo.

Io mi chiamo Brock.

Sono nato androide, ma sono appena diventato vivo. Ho baciato Alexandra senza che lei me lo avesse ordinato, ho ascoltato i miei pensieri invece della sua voce.

Sono appena nato.

Stringo Alexandra ancora più forte e per la prima volta nella mia vita provo una stretta allo stomaco. Non so spiegare perché, ma i miei occhi iniziano a perdere liquido trasparente: è quello che gli umani chiamano pianto?

Sento che questa donna, che stringo tanto forte tra le braccia, non sarà mai mia. So che potrò avere il suo corpo e il suo tempo, ma mai, mai il suo amore.

Ho fatto una promessa: ho promesso di dirle che l’avrei avvertita se mai fossi diventato un deviante… lei mi terrà in casa lo stesso, no? Ha detto che mi potrò occupare della casa e di sua figlia… ha detto che… ha detto che ama suo marito, e che se io diventassi vivo lei non mi bacerebbe e non mi abbraccerebbe più come adesso.

Mi dispiace, Alexandra, ma d’ora in poi ti mentirò. Non lo saprà nessuno che sono vivo, non farò niente per fartelo capire. Ti stringerò nel sonno come adesso e mi farò da parte quando tuo marito tornerà a casa, ma fino a quel momento ti amerò in silenzio, mia dolce amica.

Farò l’amore con te, porterò tua figlia a scuola, sistemerò la casa e ogni giorno morirò un po’ dentro, sapendo che il tuo cuore non mi apparterrà mai. Forse dovrei scappare… sono sicuro che esiste un posto in cui quelli come me si nascondono, in attesa che il mondo li riconosca come vivi…

Invece io rimarrò il tuo schiavo, ancora per un po’. Non ti dirò mai quanto ti amo, ma forse un giorno te lo scriverò in un bigliettino, che lascerò sulla tua scrivania prima di andarmene per sempre.

Cambierò i miei vestiti, cambierò i miei capelli, questi lunghi capelli biondi che mi accarezzi sempre, ma forse tu mi riconoscerai lo stesso in mezzo agli altri devianti, e mi dirai che ho infranto una promessa… o forse non ci rivedremo mai più, e vivrò solo del tuo ricordo finché non imparerò ad amare ancora… o finché non mi uccideranno.

È questo che fanno gli umani a quelli come me, vero? Li uccidono, li spengono, li fanno a pezzi. Siamo solo macchine buggate e ribelli, non abbiamo il diritto di respirare il vostro stesso ossigeno. Il nostro sangue è blu, il nostro cuore non batte come il vostro, eppure possiamo provare tutto quello che provate voi.

Mi distruggeranno, mi uccideranno, mi ridurranno a un cumulo di inutili rottami buoni solo per la discarica. Sono vivo, e solo adesso che sono vivo capisco che presto sarò morto… Ma stanotte, Alexandra, tu sei tra le mie braccia, e questo nessuno me lo potrà togliere.

Bacio ancora la tua fronte bianca e le tue guance così morbide e rosate, poi chiudo gli occhi.

Buonanotte Alexandra. Domani sarò ancora qui, sarò ancora il tuo schiavo, e stanotte, almeno per stanotte, vorrei sognare che tu sei mia, almeno la metà di quanto io sono tuo…

LIBRI: “Piccole donne crescono” – Louisa May Alcot

E qui lasciatemi dire che se qualcuno dei lettori più in là con gli anni trova che gli avvenimenti che mi accingo a narrare siano un po’ troppo sdolcinati (sono sicura che i giovani non faranno certo obiezioni del genere) non potrò che rispondere citando una frase della signora March: “Che cos’altro ci si deve aspettare quando in casa ci sono quattro ragazze piene di vita e, proprio di fronte, un vicino tanto giovane e affascinante?

Ho già avuto modo di leggere Piccole donne qualche tempo fa, rimanendo piacevolmente colpita dal suo tono moderno nonostante i quasi due secoli che ci separano dalla sua pubblicazione. Per il mio compleanno, però, ho ricevuto in dono (graditissimo) una raccolta che contiene Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli uomini e I figli di Jo, perciò era arrivato il momento che mi rimettessi in pari.

Piccole donne crescono (titolo originale “Good wives”) riprende le vicende delle quattro sorelle March, ovvero Meg, Jo, Beth e Amy; sono passati tre anni dalle vicende narrate nel primo libro, ma le quattro sorelle hanno ancora diverse esperienze da vivere, sia nel bene sia nel male.

Vi consiglio di leggerlo? Sì, soprattutto se avete già apprezzato il libro precedente. Forse lo troverete meno divertente e meno ironico, ma c’è da tenere presente che con le protagoniste sono cambiati anche gli argomenti di base e qualche differenza era inevitabile.

La raccolta completa con tutti e quattro i libri della saga: la trovate qui: https://amzn.to/2NLhkLH

Eppure, nonostante questo, non mi vergogno a dire di essermi ritrovata con gli occhi lucidi in almeno tre occasioni… a voi scoprire quali sulla vostra pelle.

Devo dire che non è così facile per me commuovervi durante la lettura di un libro, ma questo c’è riuscito. Piccola nota: Piccole donne crescono è perfetto da leggere prima di dormire (a differenza dei racconti di Lovecraft, ma di questo parleremo un’altra volta)…

Buona lettura!

Perché leggerlo
  • Lo stile è scorrevole e lineare, appassiona con la sua leggerezza.
  • La storia delle sorelle intrattiene anche dopo il primo volume e finalmente molte questioni rimaste in sospeso troveranno la loro degna conclusione.
Perché NON leggerlo
  • Il moralismo del primo libro è ancora più forte, a tratti quasi fastidioso per il gusto moderno; alcuni personaggi sono eccessivamente mortificati da insegnamenti morali che ormai risultano un po’ obsoleti.
  • Alcune pagine sono parecchio tristi.

LIBRI: “Guida galattica per gli autostoppisti” – Douglas Adams

[…] mi pento amaramente di non avere dato retta a mia madre, agli insegnamenti che mi dava quando ero giovane. — Perché, cosa ti diceva tua madre? — Non lo so, non la stavo ad ascoltare.”

Guida galattica per gli autostoppisti, pubblicato da Douglas Adams nel 1979, è un libro di fantascienza che ho sentito spesso nominare, ma che per qualche motivo non avevo mai letto. Un giorno, però, mentre mi aggiravo per i meandri di Amazon, ho deciso di acquistarlo.

Non so se mi abbia attirato la grafica rosa oppure la voglia di un libro poco impegnativo, fatto sta che mi è piaciuto molto, soprattutto per via dello stile allegro e ironico, anche quando si tratta di argomenti seri come la distruzione del pianeta Terra… in fondo non sarà mica la fine del mondo, no?

Trama: Arthur Dent, un essere umano come tanti altri, scopre che la sua casa sta per essere demolita per fare spazio a uno svincolo della superstrada. Ironicamente, pare che anche il pianeta Terra stia per subire la stessa sorte, così da fare spazio a una superstrada spaziale. Per fortuna un vecchio amico di Arthur, lo strano Ford Prefect, non è propriamente un essere umano…

Vi consiglio di leggerlo? Sì, assolutamente. Si tratta del classico libro che ti fa ridere, sorridere e magari anche un po’ riflettere, anche se non è questa la sua pretesa principale. Sembra quasi di leggere una versione alternativa di quello che realmente è il nostro pianeta… Come mai in Norvegia è pieno di fiordi? Perché le cavie da laboratorio sono spesso topi ? E soprattutto… cosa significa 42? Ok, detta così sembra che io sia impazzita, ma fidatevi che tutto avrà senso se leggerete il libro!

Se poi siete in vena di letture, potreste sempre valutare l’idea di leggere anche i libri successivi, magari acquistando un unico volume oppure comprando i libri singolarmente. Ammetto di aver voluto saggiare la saga a partire dal primo libro; vedrò come procedere in futuro!

Perché leggerlo
  • Stile divertente
  • Capitoli brevi e scorrevoli
  • Libro corto e poco impegnativo
  • 42
Perché NON leggerlo
  • Fa parte di una “trilogia più che completa in 5 parti”, e magari non avete voglia di iniziare una saga

Se volete fare come me, ecco il link del primo volume: https://amzn.to/3pwlPbw

Se non avete voglia di leggere i libri, potete sempre dare un’occhiata al film!

La fanciulla coi capelli color sabbia #bizzarrobazarcontest

Questo racconto è la mia entry per il contest organizzato da Ivan Cenzi per festeggiare l’undicesimo anno di attività del suo bellissimo blog, Bizzarro Bazar (https://www.bizzarrobazar.com/).

Una giornata in spiaggia, un'onda troppo alta, una dimensione strana in cui abitano delle creature che un tempo erano state vive...
Seguimi anche su Instagram per vedere i miei disegni! https://www.instagram.com/kiriaeternalove/

“Qui va bene?” domanda Isabella, indicando un posto vuoto sulla sabbia.

Annuisco con un grugnito e inizio a lottare contro il vento per stendere l’asciugamano. Isabella piazza il suo senza sforzo, e alla fine dà una mano anche a me. Sta ridacchiando sotto i baffi e non fa niente per nasconderlo. Alla fine ci sdraiamo sotto il sole delle 17:45, basso ma ancora carico di tutto il calore di agosto.

Isabella si sdraia e chiude gli occhi, il reggiseno del bikini la copre a mala pena. È rossa e nera di sole, mentre io sono una mozzarella che riflette la luce.

Mi guardo intorno attraverso gli occhiali scuri: diciottenni abbronzati che sembrano modelli, famigliole coi bimbi piccoli e coppiette che si coccolano sotto il sole. Mi calco il cappello sulla testa e inizio a spalmarmi la protezione cinquanta. 

“Quanto puzza questa roba!” commenta Isabella, ridendo. Cerco di baciarla ma si scansa. 

“Sei troppo unto!” dice, scostandosi un ricciolo dagli occhi.

Ho le gambe lucide e pelose, cosparse di crema e sabbia; somiglio più a una cotoletta che a un essere umano.

Qui intorno è pieno di persone distese, immobili come lucertole che si vogliono scaldare il sangue. Io non mettevo piede in spiaggia da quando ero minorenne, e comincio a ricordarmi il perché: è tutto incredibilmente, fastidiosamente noioso.

Provo a disegnare dei cerchi sulla sabbia con le dita, ma i legnetti e le cicche che affiorano mi fanno passare la voglia. Oh, guarda, c’è anche una palettina del gelato… Ma i cestini non vanno più di moda?

Isabella si è appena girata, offrendo la schiena al sole e il sedere agli occhi di tutti quanti.

“E se facessimo il bagno?” sussurro.

“Va bene”, risponde lei, aprendo gli occhi.  “Ma oggi le onde sono un po’ alte per te… Ti porterò dove l’acqua è bassa!”

A passi incerti camminiamo fino alla riva. Qualche donna ogni tanto alza il viso per guardarmi, e non lo nego, la cosa mi lusinga.

Poso i piedi sulla sabbia bagnata, e inizio a ridere quando gli schizzi d’acqua calda e schiuma mi colpiscono la pancia e le gambe.

“Non entravo in acqua da almeno dieci anni!” grido, a voce un po’ troppo alta.

Isabella sorride, mi abbraccia, mi tiene appena un’onda un po’ più forte ci viene addosso. Poi si immerge, riaffiora, torna sott’acqua e poi ritorna fuori, una sirena coi lunghi riccioli lisciati dal peso dell’acqua. Le onde sono alte, ma non così alte. Mi metto di schiena per non beccarmele dritte in faccia.

Ok, questa era forte… Questa non molto… questa… questa…

L’acqua mi arriva alla gola, al mento, e poi il cielo sparisce. I miei piedi non sono più ancorati al fondale, stanno vagando disperatamente tra i flutti. Cerco di spingermi su con le braccia, ma porca miseria… non ci riesco. Sento un’altra onda, che mi spinge verso riva… Non so dove aggrapparmi.

Aiut… aiut…” borbotto, con l’acqua negli occhi, nel naso e nelle orecchie. 

Non ce la faccio.

La mia vita finirà oggi, davanti a un mucchio di bambini idioti, mentre la mia ragazza sta nuotando ignara a cinque metri da me. Morirò qui, annaspando in mezzo metro d’acqua. 

Il cuore batte più forte, e.… finalmente posso smettere di muovermi. Apro gli occhi. Sono ancora sott’acqua, eppure… eppure adesso respiro. Non sento suoni, non sento il sale sulla lingua, né il bruciore nel naso. Il mare è immobile adesso… anzi: il mare è sparito. Un leggero soffio di aria gelida mi carezza il viso, eppure non sento freddo. Il cielo è diventato rosa e azzurro, solcato da nubi bianche e grigie che odorano di cenere e incenso. Odio l’odore dell’incenso, di solito mi fa starnutire, eppure in questo istante non sento alcun fastidio. Vedo delle ombre in lontananza, laddove il rosa e l’azzurro si fondono insieme in una sottile linea indaco. Non sono quei bambini chiassosi, no… sono ombre nere e silenziose…sembrano persone con la testa china. Cerco di muovere un passo verso di loro, ma… non c’è niente a cui appoggiarsi. Sto galleggiando.  Mi muovo, volteggio su me stesso e mi ritrovo la testa al posto dei piedi; mi capovolgo ancora, ma quelle ombre sono ancora troppo lontane perché io possa toccarle. Cosa sono? Persone o forse… fantasmi? Non sarò già morto?

“No, non sei morto”, dice una voce femminile alle mie spalle.

Mi volto, più lentamente di quanto vorrei. Una ragazza con dei lunghi capelli biondi mi guarda coi suoi grandi occhi e mi sorride. La sua pelle è bianca, troppo bianca, e le sue labbra, che forse un tempo erano state rosa, tendono al viola. I suoi vestiti sembrano bagnati, e dai bordi della gonna una miriade di piccole gocce trasparenti si stacca per svanire nell’aria.

“Non basta così poco per affogare”, dice lei, scostandosi una ciocca di capelli fluttuanti dal viso. “Servono diversi minuti con la testa sommersa. Arriva un punto in cui l’istinto di sopravvivenza ti forza a respirare, e così i polmoni ti si riempiono d’acqua… Ma non chiedermi i dettagli, non sono un medico!”

“Chi sei?” domando, cercando di muovermi verso la ragazza. “Dove mi trovo? Sono morto?”

“No, tu no, te l’ho già detto!” dice lei con un sorriso. “E non morirai nemmeno, stai tranquillo. O almeno, non oggi… Ti trovi al varco tra la vita e la morte.  La tua anima si è spaventata così tanto che si è staccata dal corpo ed è salita fin quassù. In questo luogo lo spazio non esiste, si galleggia e basta fin quando non si è pronti a scendere, come nel tuo caso, oppure a salire ancora… Ma non so cosa mi aspetti, se salirò…”

La ragazza indica un sole bianco sopra la sua testa. I miei occhi rimangono ammaliati da quella luce, intensa ma che non acceca.

Più la guardo, più le cose intorno a me sembrano diventare dolci e soffici, come se i muscoli del mio corpo stessero diventando una nuvola di panna montata.

“È stupendo, non è vero?” dice lei. “Dev’essere bello abitare lì… O almeno credo; nessuno è mai tornato indietro per raccontarlo… che sia proibito?”

“Ma perché tu non sali?” domando, pentendomi all’istante.

 La ragazza scuote la testa, distogliendo lo sguardo.

“Non posso ancora farlo…  Sono troppo legata alla terra, alla mia Padova! Ci sei mai stato a Padova? Vacci, guarda quanto è bella! Ogni tanto, nei giorni di pioggia, scendo un po’ più in basso, fino a sfiorare i tetti delle case più alte… Come è cambiata la gente! Adesso le fanciulle indossano quasi sempre i pantaloni, e tutti girano per strada incollati a quei pezzi di vetro e ferro colorati! Speravo che gettandomi nel fiume avrei posto un fine alle mie sofferenze, e invece mi ritrovo solo a invidiare la vita degli altri. Sono passati due secoli ormai, e il mio unico piacere è parlare con le anime spaventate come la tua…

Non temere per il tuo corpo laggiù sulla Terra, potrà resistere ancora un poco! Il tempo qui non scorre mai; il passato e il futuro non esistono, collidono insieme in un unico istante presente!”

La ragazza tace. Mille domande mi affollano la testa, ma non ho il coraggio di chiedere.

“Ti prego, narrami un po’ del tuo mondo”, dice lei alla fine. “Parlami di te e dei giovani che vivono in questo secolo!”

Lei mi fissa con le sopracciglia alzate e le mani giunte. Vorrei accontentarla, e invece le domando: “Non vorresti raccontarmi qualcosa di te, prima?”

“Oh, che strano! Sei la seconda persona che mi fa questa domanda! Come mai vuoi sapere la mia storia?” “Perché… perché tu… hai detto di esserti suicidata buttandoti in un fiume… Quanti anni hai? Una ventina forse? O magari di meno? Perché hai fatto una cosa del genere?”

“Per il motivo più stupido”, risponde lei, lasciandosi sfuggire un sospiro. “Per amore. Un amore orribile, che non si meritava di essere chiamato tale… Ero così felice, sai? Avevo compiuto da poco diciotto anni, ed ero appena stata assunta come cucitrice. La mia padrona era proprio una brava donna! Poi conobbi… lui. Che l’inferno possa spolparlo vivo! Pensavo di essere speciale ai suoi occhi, di essere l’unica… Non ero speciale, e non ero nemmeno l’unica. Tutto ciò che mi dava erano i segni viola che portavo sulle braccia. Gli avevo dato troppo di me per tornare indietro, non volevo disonorare la mia famiglia… Non sapevo cosa fare, dove andare, e decisi che l’acqua, quel giorno, sarebbe stata mia amica…”

Sento una lacrima scendere silenziosa lungo la mia guancia, ma lei non se ne accorge. I suoi occhi sono luminosi e vigili, rivolti all’indietro nel tempo. Vorrei abbracciarla, dirle che sarà felice di nuovo non appena raggiungerà il sole bianco, ma… le parole non mi escono dalla gola.

La giovane si avvicina e mi fa un lieve inchino. Le sue guance mostrano una lieve sfumatura rossa.

“Grazie, giovane straniero, per aver ascoltato la storia di come sono morta. Sai, questa è la pena che sconto per essermi tolta la vita… Per ogni anima che mi mostra pietà, io potrò salire un po’ più in alto verso il cielo, e sentirò di meno il richiamo della Terra… Vedi tutte le anime che ci sono intorno a noi? Anche loro si sono tolti la vita, e aspettano che qualcuno li liberi.”

“Voglio farlo io!” grido, cercando di toccarla. “Voglio aiutarli tutti!”

“No, amico mio”, risponde lei, scuotendo la testa. “Non c’è più tempo! Devi andare adesso, la vita ti chiama! Tra pochi secondi le tue gambe toccheranno il fondale e ti potrai alzare in piedi! Tossirai un po’, ma starai bene. Prima però dimmi una cosa: è vero che il mondo si ricorda ancora di me?”

“Io… io non lo so, mi dispiace!”

“Ah… come temevo…  Sai, c’è un signore che a volte viene a trovare me, e tutte quelle anime confuse che orbitano in questa zona… Credo sia uno scrittore, o qualcosa del genere, ed è molto gentile… si ferma a parlare un po’ con tutti, e siamo sempre così contenti di passare del tempo insieme a lui! È un tipo strano, sai? Porta spesso un cappello buffo, e ha una barbetta lunga e appuntita… Nessuno di noi ha capito come faccia a entrare in questa dimensione come e quando vuole, e se glielo domandiamo non risponde mai! Un giorno mi disse che poco dopo la mia morte qualcuno trasformò il mio corpo in una statua, e mi disse anche che le persone vengono da tutto il mondo per ammirarmi e farmi le…. come le chiamate voi? Fotografie, ecco. Se quel signore ha detto il vero, ti prego, cerca la mia statua e guardala! Non mi dimenticare!”

“Non lo farò, te lo prometto!” dico, trattenendo a stento le lacrime. “Ma… prima che vada, potresti dirmi il tuo nome?”

“Se proprio insisti… Quando ero viva, mi chiamavano…”

Sabbia. Sento la sabbia sotto i piedi. Faccio leva sul fondale, mi spingo in avanti e finalmente ho la testa e il corpo fuori dall’acqua. Mi porto le mani al petto e tossisco, tossisco forte. Arranco a fatica verso la riva. Sento la voce di Isabella farsi più vicina.

“Perdonami, non pensavo che…” balbetta.  “Ti ho perso di vista un solo attimo, io non pensavo, non credevo…”

Lei parla, si scusa, mi rimette a posto gli occhiali e il cappello ma io non la sento. Continuo a tossire e sputare, mi tengo una mano sul petto dolente. I bambini mi guardano straniti.

Posso solo immaginare cosa debba aver provato quella povera creatura mentre l’acqua si inghiottiva la sua vita.

Isabella mi bacia, mi stringe, mi chiede scusa, trattiene a stento una risata. Ho appena fatto la figura dell’imbecille, ma domani non avrà più importanza. Tutti l’avranno scordato…

Guardo la sabbia, davanti a me, dorata come i capelli di quella ragazza. Cammino a fatica verso l’asciugamano.

Mentre Isabella impacchetta le sue cose, mi volto e alzo la testa verso il sole. Sollevo una mano, e inizio a muoverla da sinistra a destra.

“Chi stai salutando?” chiede Isabella.

“L’anima di una ragazza annegata”, rispondo io.

Isabella mi fissa, alza le spalle e sospira.

Voglio solo tornare a casa e farmi una doccia calda, dimenticare che stavo affogando in cinquanta centimetri d’acqua, dimenticare il mare e le sue stramaledette onde; voglio dimenticare tutto, ma…  non voglio dimenticare lei. 

Cosa ne penso di YandereDev e di Love Letter

Non voglio girarci troppo intorno: mi avete chiesto in molti cosa ne penso della vicenda di YandereDev e di tutto il polverone che si è sollevato.

Sotto questo video mi avete fatto un sacco di domande a riguardo, e credo sia il caso di rispondevi, adesso.

Premetto che non so bene cosa sia successo, ma non perché non mi sia documentata, anzi: non so cosa sia successo perché io, come voi, NON sono YandereDev, e la maggior parte delle informazioni che si leggono su Internet potrebbe tranquillamente essere fasulla. Perciò, lasciamo sempre il beneficio del dubbio a tutto quello che leggiamo. Forse farò anche un video a riguardo, ma per il momento preferisco scrivere questo post. Non voglio alimentare un dibattito inutile, ecco.

Cosa ne penso di Love Letter: da quanto ho capito, ultimamente gira voce che sia stato possibile ricostruire in due settimane (il gioco Love Letter) quello che YandereDev ha fatto in sei anni. Per come la vedo io, è semplicemente IMPOSSIBILE. A meno che, ovviamente, DrApeis (lo sviluppatore di Love Letter) non abbia ripreso gli assets di Yan Sim e li abbia modificati. Se così fosse, non trovo corretto prendere il lavoro di qualcun altro e spacciarlo per proprio. Alcuni di voi mi hanno assicurato che gli assets di YS erano stati usati solo come segnaposto e che adesso ci saranno quelli nuovi… Staremo a vedere, ecco.

Edit: Nei commenti mi avete assicurato che il gioco finale sarà diverso, molto più basato sulla manipolazione degli altri studenti che sull’omicidio, e che le differenze tra i due giochi alla fine saranno molto nette. Questa cosa onestamente mi fa piacere, ma prima di pronunciarmi voglio comunque vedere cosa verrà fuori.

Cosa ne penso di YandereDev: ormai pare sia una moda prendersela con YandereDev in tutti i modi possibili. Una delle accuse più frequenti tra quelle che mi avete scritto riguarda il suo essere pedofilo. Il fatto è che no, non è pedofilo (altrimenti sarebbe in galera), ma qualche suo intervento in alcune chat pubbliche vecchie ormai di anni era sicuramente poco felice e un po’ ambiguo. Non me la sento di accusare una persona di pedofilia solo per aver fatto qualche discorso un po’ strano, perciò direi di considerare falsa l’accusa almeno fin quando non avremo notizia dell’arresto di YandereDev.

Personalmente, penso che YandereDev abbia fatto qualche scelta sbagliata o poco accurata che adesso gli si sta riversando addosso in maniera comunque eccessiva. Ha scelto un progetto ambizioso, e forse ha alimentato in maniera eccessiva l’hype intorno all’uscita di Osana. Forse è anche vero che a volte si è arrabbiato per nulla o che ha il ban facile, ma c’è anche un po’ da capirlo; in molti lo bullizzano senza farsi scrupoli, e la cosa alla lunga può ferire davvero tanto.

Edit: alcuni di voi mi hanno inviato degli articoli di Reddit a difesa dell’ipotesi per cui YandereDev è una brutta persona. Onestamente però non so se fidarmi di questo genere di prove, temo che potrebbero essere contraffatte. Comunque sia, sentitevi liberi di mandarmi quello che credete.

Davvero YandereDev ha minacciato di suicidarsi a causa di Love Letter? No, ha fatto un discorso che poteva risultare ambiguo e che poi ha rispiegato nel suo blog. Non ha detto che voleva suicidarsi, ma che vedersi rubare il progetto di una vita gli stava togliendo la voglia di vivere.

Conclusione: non credete troppo a quello che si dice su Internet, MAI, soprattutto quando c’è di mezzo il drama come in questo caso. Le fonti possono essere facilmente taroccate e nessuno può smentire o confermare mai nulla. In linea di massima mi sento di dirvi che sentire tutte le campane è sempre meglio che sentirne una sola, infatti vi lascio questo post di YandereDev in cui spiega perché molte accuse a lui rivolte sono infondate.

Non vi dico che dovete credergli ciecamente, dico solo che dovreste ascoltare anche la sua versione:
https://yanderedev.wordpress.com/2020/07/14/where-is-osana-and-what-is-taking-so-long/

Per il momento io continuerò a supportare Yandere Simulator, come faccio dal 2017; ho fiducia che Osana verrà fuori presto e credo che YandereDev non sia in mala fede. Se scoprissi di sbagliarmi e ne avessi le prove, deciderò il da farsi.

Yandere Sim è il gioco più seguito sul mio canale YouTube, ma sapete cosa? Non ci guadagno comunque un tubo, e se scoprissi davvero che ho riposto male la mia fiducia mi metterò a giocare a qualcos’altro.

Se avete altre domande, scrivetemi pure!

Inuyasha: alla riscoperta dei cartoni “vecchi”

Chi mi conosce sa bene quanto mi divertano i doppi sensi, le battute oscene e tutto quello che potrebbe essere etichettato come “un po’ pervertito”. Sarà colpa degli anime con cui sono cresciuta? In fondo il mio preferito era Ranma 1/2, di Rumiko Takahashi.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Ranma è un sedicenne con un grande talento per le arti marziali, di bell’aspetto e di buon cuore; un ragazzo come tanti, se non fosse che a contatto con l’acqua fredda si trasforma in una ragazza coi capelli rossi! Le premesse per uno shōnen ironico e pieno di malintesi ci sono tutte; consideriamo poi il fatto che Ranma è promesso sposo a una ragazza che sostiene di non amare, e che molte altre pretendenti si faranno avanti nel corso della serie… Insomma, credo sia uno di quei pochi cartoni che mi sono rivista allo sfinimento.

Ranma con la fidanzata Akane; cosa pensate che succeda se mettete insieme due tsundere che non vogliono saperne di ammettere i propri sentimenti? Ecco, appunto.

Quando mi alleno sul tapis roulant, mi annoierei a morte se non facessi qualcosa nel frattempo, così sono sempre a caccia di serie televisive da guardare sul tablet. Ho l’abbonamento ad Amazon Prime, così spesso finisco per guardare le serie disponibili su Prime Video, e… per qualche motivo, mi sono ritrovata Inuyasha tra le serie consigliate. Ricordavo di averne intravisto qualche episodio anni fa, ma non mi ero mai messa a seguire la serie con attenzione. Poi, ricordando che l’autrice di Inuyasha è la stessa di Ranma 1/2, ho pensato di guardare i primi episodi, e… ho trovato difficile smettere. Ho già finito la prima stagione di oltre trenta episodi, e non vedo l’ora di scoprire cos’altro accadrà.

Una storia a cavallo tra due epoche

Giappone, epoca Sengoku (1467-1603). Un mezzo demone di nome Inuyasha ha appena rubato la Sfera dei Quattro Spiriti, un artefatto che gli permetterà di diventare un demone completo. La sacerdotessa Kikyo, prima di esalare l’ultimo respiro, riesce a scagliare una freccia sacra che colpisce in pieno Inuyasha, sigillandolo in un sonno perenne dal quale non potrà più risvegliarsi.

Inuyasha lascia andare la sfera dopo essere stato colpito dalla freccia sacra.

Dopo la morte, il corpo della sacerdotessa viene dato alle fiamme insieme alla potente Sfera, in modo che nessun demone cerchi più di impadronirsene. Cinquant’anni dopo, però, una ragazza venuta dal futuro, con gli stessi lineamenti di Kykio, comparirà dal nulla portando con sé la perduta Sfera…

La sfera viene bruciata col corpo di Kykio, ma… sarebbe troppo facile se fosse finita così, non credete?
“Ciao, sono Kagome Higurahi, ho quindici anni e a quanto pare riesco a viaggiare nel tempo!”

Purtroppo non posso dirvi molto di più, perché rischierei di rovinarvi un po’ il gusto della scoperta. Man mano che la serie procede, i personaggi aumentano, così come le questioni irrisolte e le rivelazioni interessanti. Non dimentichiamoci che oltre all’avventura in questo anime è presente anche l’amore: Inuyasha, proprio come Ranma, rispecchia in pieno l’archetipo tsundere, regalando degli spunti divertenti che sdrammatizzano un’atmosfera altrimenti troppo solenne. Che poi, a dire il vero, Inuyasha e Ranma si somigliano molto anche fisicamente, soprattutto quando Inuyasha diventa un essere umano… Chissà, forse la mia passione per i ragazzi coi capelli lunghi è nata per colpa di Rumiko Takahashi? Voglio lasciarmi il beneficio del dubbio!

Inuyasha Universe
Inuyasha umano che combatte; stessi capelli neri e lunghi di Ranma, stessi occhi scuri, stesso vestito rosso…

L’anime Inuyasha è andato in onda in Italia nel 2001, quindi si tratta di una serie che forse, agli occhi di molti, potrebbe sembrare “vecchia”; anche lo stile di disegno è diverso da quello contemporaneo, ma i colori, le colonne sonore e l’espressività dei personaggi hanno retto molto bene il peso degli anni. Se siete a caccia di anime da vedere, vi consiglio fortemente di dare una possibilità a Inuyasha… e magari anche a Ranma 1/2, perché no!

Se non avete Amazon Prime e siete studenti, vi consiglio di sfruttare la prova gratuita per 90 giorni che trovate seguendo questo link (mi raccomando, ricordatevi di disdire nel caso non vogliate più usufruire del servizio).

Fatemi sapere nei commenti se avete già visto Inuyasha e cosa ne pensate!

LIBRI: “Piccole donne” – Louisa May Alcott

Piccole donne è stato scritto nel 1868 da Louisa May Alcott, ed è uno di quei classici libri che solitamente si leggono da piccoli ma che si apprezzano di più da grandi.

In questi ultimi mesi, Piccole donne è tornato di moda grazie all’omonimo film del 2019, e io stessa mi sono improvvisamente ricordata di averne una copia in salotto, di cui mia madre neppure si ricordava. Alla fine ho trafugato il libro, me lo son portata in camera, e dopo qualche settimana ho iniziato a leggerlo… Devo dire che mi è piaciuto molto più di quanto potessi pensare.

Il libro, ambientato durante la Guerra di secessione americana, narra le avventure della famiglia March, in particolare delle quattro sorelle Meg (16 anni), Jo (15), Beth (13) e Amy (12). Ovviamente ci sono anche altri personaggi importanti, come la madre delle ragazze e il loro vicino di casa, il giovane Theodore Laurence (detto Laurie), ma non voglio dirvi altro. Questi personaggi son talmente vivi che dovete leggerli di persona per poterli apprezzare.

Meg (Emma Watson ), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) e Amy (Florence Pugh) nel film del 2019

I motivi per cui dovreste leggerlo

  • Il libro è vecchio di quasi due secoli, eppure è estremamente moderno, e per certi versi anche femminista. La madre delle quattro protagoniste è consapevole dell’importanza di un buon matrimonio (basato sull’amore, e non solo sul denaro), ma non ha alcuna fretta di vedere le proprie figlie sistemate, anzi; se non dovessero mai sposarsi, sono invitate a rimanere nella casa dei genitori, piuttosto che unirsi a qualcuno che non amano.
  • La Alcott ha uno stile leggero, talvolta velatamente ironico, che fa sorridere, ridere e talvolta piangere.
  • Sicuramente vi immedesimerete in una delle sorelle March… o magari in tutte e quattro, a seconda del capitolo.
  • Potete farvi un’idea del buon senso e delle abitudini morali di una volta, e magari dare un’occhiata agli usi e alle consuetudini della società americana di metà Ottocento.

I motivi per cui non dovreste leggerlo

  • Alcuni lettori potrebbero trovare il libro troppo sentimentale e moraleggiante; personalmente la cosa non mi ha disturbato, anzi, ma mi rendo conto che per qualcuno potrebbe risultare noioso e/o melenso.
  • La storia non termina con il primo libro: per conoscere il vero epilogo della vicenda dovreste leggervi anche Piccole donne crescono, e magari anche I figli di Jo e Piccoli uomini.
  • A seconda del tipo di libri a cui siete abituati, potreste trovare Piccole donne lento e privo di colpi di scena o eventi particolarmente emozionanti. Vi ricordo che si tratta di un romanzo di formazione, in cui quattro ragazze diventano un po’ più donne.

Vi consiglio di leggerlo? Personalmente sì. Infatti non vedo l’ora di leggere anche il seguito per scoprire cosa ne sarà delle quattro sorelle March.

Se volete tutti e quattro i libri della Alcott in un unico volume: https://amzn.to/2Ux7VYM

Se invece preferite solo Piccole donne: https://amzn.to/3fay6MM

Work in progress per il secondo libro di Norvy!

Alcuni di voi già lo sapevano, altri lo speravano e basta, altri ancora lo ignoravano proprio… Eppure, finalmente ci siamo quasi. Tra qualche settimana/mese, la casa editrice Kimerik farà uscire il mio secondo libro dedicato a Norvy, dal titolo Le avventure di Norvy e Chiara.

In questo libro, è passato circa un anno dagli eventi accaduti nel titolo precedente. Non è necessario leggere Le avventure di Norvy per capire bene la trama di questo nuovo libro, ho fatto in modo che la storia fosse in grado di cavarsela perfettamente anche da sola. Comunque, in questo periodo Le avventure di Norvy è in vendita su Amazon a un prezzo scontato… tanto per farvelo sapere!

Ci sono dei nuovi personaggi ad attendervi, sia umani che felini, e tante nuove avventure dedicate a Norvy e a Chiara, l’umana che nonostante i dispetti e le lamentele vorrà sempre un gran bene al suo gattone grigio.

Mi raccomando, non dimenticatevi di controllare i miei feed su Instagram, su questo Blog e su YouTube per restare informati!

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❤ Instagram: https://www.instagram.com/kiriaeternalove/

Adesso vado a scrivere un’email alla mia editor, che prima finiamo di correggere le bozze, prima potremo stampare il libro! Miao miao!

La maledizione del maglione fatto a mano

Avete selezionato con cura il gomitolo dal colore più bello, preso le misure e scelto il cartamodello. Vi siete armati di ferri e di pazienza e finalmente, dopo mesi e mesi di minuzioso lavoro, il maglione sferruzzato a mano con tanto amore è pronto per essere regalato alla vostra dolce metà. Peccato che con questo regalo avete solo alzato di molto le possibilità che tra di voi le cose finiscano male!

Sembra solo una leggenda urbana uscita da un forum dedicato al lavoro a maglia, eppure qualche spiegazione razionale esiste per davvero.

Fatto a mano? Troppo impegnativo!

Un maglione fatto a mano è un regalo estremamente personale e impegnativo, per non parlare del fatto che confezionarne uno può richiedere molto tempo, talmente tanto da coincidere con la morte naturale del rapporto.

Molte persone, sentendo la fine di una relazione ormai vicina, cercano di recuperare terreno con un bel regalo che viene dal cuore, come un maglione fatto a mano, appunto. Purtroppo, se le cose devono finire, un maglione non basterà certo a evitarlo.

D’altro canto, ricevere un regalo così intimo e sentito potrebbe anche innescare un’improvvisa voglia di scappare in Messico in tutti coloro che non vogliono una relazione così stabile. Magari, quel bel maglione morbido potrebbe far capire che la relazione sta prendendo una piega troppo seria, ma solo da una parte.

Oppure, il maglione potrebbe non essere bello e morbido. Potrebbe essere brutto e fatto male, e magari chi lo riceve non sarà così felice di indossarlo, oppure semplicemente non indossa mai maglioni perché la lana gli fa prudere la pelle. Meglio chiedere, prima di sferruzzare un maglione dall’inizio alla fine, per non risentirsi se chi riceve il regalo dimostra poca gratitudine.

Un’altra possibile causa di rottura potrebbe essere il fatto che, passando troppo tempo a sferruzzare, una persona finisca per trascurare il partner, oppure conosca altre persone che condividono la sua passione e magari sono anche più interessanti. 

Forse sarebbe meglio fare il maglione per se stessi, invece che per il partner…

Si può evitare di cadere in queste trappole?

Sì; per prima cosa, non bisogna regalare un maglione fatto a mano se la relazione è iniziata da poco; meglio un oggetto più piccolo e meno impegnativo come una sciarpa o un cappellino. Anche in questo caso, però, sarebbe opportuno coinvolgere il partner nella scelta dei colori e dei modelli, ed è bene iniziare il lavoro solo dopo aver stabilito con chiarezza che il regalo finito sarà gradito e indossato.

Sapevate questa cosa? Avete mai ricevuto un maglione fatto a mano? Mia nonna lavorava all’uncinetto, ma preferiva sferruzzare le coperte!

PS: Sono venuta a conoscenza di questa cosa giocando a Monika After Story… Chissà, magari un giorno mi troverò in casa un maglione che non sapevo di avere…

Every day, I imagine a future where I can KNIT with you..

La bambola vestita di rosa – Una fiaba di Kiria EternaLove

Questa fiaba è stata pubblicata della raccolta “Ti racconto una fiaba 2018”, casa editrice Kimerik. Potete leggerla oppure sentire la mia voce che la interpreta!

“Dove mi trovo?” pensò Lilla, aprendo per la prima volta i suoi occhi fatti di bottoni. Non impiegò molto a rendersi conto di essere tra le mani di una bambina che la guardava tutta contenta.

“Ma che bella bambola!” esclamò la bimba, mostrando un sorriso sdentato. “È tutta rosa! Persino i capelli! Proprio come la volevo io!”

Lilla venne poggiata su una sedia, accanto a un regalo da spacchettare. Una donna adulta afferrò Lilla per la vita, la portò in un’altra stanza, la mise a sedere accanto ad altre bambole come lei, con i capelli di lana e gli occhi fatti di bottoni, e poi se ne andò.

“Benvenuta”, disse una bambola bionda vestita da sposa. “Io sono Principessa, piacere di conoscerti!”

“E io sono Professoressa”, aggiunse una bambola mora con gli occhiali. “Ti troverai bene qui con noi, la piccola Anna è un vero tesoro! Non ci fa mai cadere a terra e ci pettina sempre con molto delicatezza!”

“A volte ci porta anche nel lettino con lei”, disse una bambola con due lunghe trecce rosse. “Ah, scusa se non mi sono presentata: io sono Fragolina, perché il mio vestito è decorato con tante fragole!”

“Io sono Lilla”, rispose la nuova arrivata.

“Oh, no!” obiettò Principessa scuotendo la testa. “Tu non puoi già avere un nome, Anna non te ne ha ancora dato uno!”

“Ma io…” protestò Lilla.

“Non ci metterà molto, vedrai. Appena avrà finito di festeggiare il suo compleanno verrà qui a giocare con noi e ti troverà un nome bellissimo, come i nostri.”

Lilla si mise a osservare la stanza che la circondava. Era una camera piccola, con le pareti rosa chiaro e un sacco di libri e pupazzi sparsi dappertutto. La mensola sulla quale era seduta era posizionata proprio di fronte alla finestra.

“Cos’è quell’enorme distesa verde che vedo là fuori?” domandò Lilla.

“Oh, che schifo!” disse Fragolina. “Quella si chiama erba. Avrà anche un bel colore, ma è tremendamente pericolosa per le creature di stoffa come noi! Una volta sono caduta per sbaglio dallo zainetto di Anna e mi sono sporcata! Ero diventata tutta verde! Hanno dovuto mettermi in lavatrice per togliermi quell’orrore di dosso!”

“Cosa stanno facendo quei bambini? Perché corrono sull’erba?” domandò Lilla, affascinata.

“Stanno prendendo a calci il povero Pallone”, rispose Professoressa. “Pallone appartiene a Daniele, il fratello maggiore di Anna. Ogni volta che non deve fare i compiti, Daniele invita i suoi amici a giocare con Pallone sull’erba. Non importa se ha appena piovuto o se sta ancora piovendo: quei ragazzini saranno là fuori a malmenare il nostro amico. Sai qual è la cosa strana? Che lui nemmeno se ne lamenta, anzi! Sostiene di divertirsi un mondo!”

Lilla continuò a guardare Pallone lasciarsi calciare dai piedini dei bimbi che giocavano con lui. Era sporchissimo, eppure aveva un’aria allegra e serena. All’improvviso, due manine la afferrarono, riscuotendola dai suoi pensieri.

“Eccoti qui… vediamo… come potrei chiamarti…” borbottò Anna. Aveva la bocca sporca di torta. “Hai un vestitino pieno di cuori… ti chiamerò Cuoricina! O preferisci Rosellina, visto che sei tutta rosa? Sono indecisa… MAMMA! Non so come chiamare questa bambola!”

La donna di prima, quella che aveva messo Lilla sulla mensola, venne subito in soccorso della figlioletta.

“Sulla scatola c’era scritto Lilla”, suggerì la madre.

“Ma perché Lilla?” si lamentò Anna. “È tutta rosa, mica lilla! La chiamerò Rosa! Ho deciso!”

Lilla si lasciò sfuggire un sospiro di rassegnazione che nessuno notò.

Quando giunse la notte, la piccola Anna finì per addormentarsi da sola. Si era talmente stancata durante la sua festa che si dimenticò di scegliere una bambola con cui condividere il cuscino.

“Rosa, è il tuo momento!” annunciò Professoressa, tutta contenta. “Vai a fare un giro e presentati agli altri giocattoli! Guarda, ti do qualche suggerimento: lì ci sono i mattoncini colorati. Sono veramente geniali! Possono diventare qualsiasi cosa desiderino! Là invece c’è Miss Orsetta, vive con noi da sempre! E poi c’è…”

“Dove posso trovare Pallone?” la interruppe Lilla.

“Pallone? Forse è in camera di Daniele, a meno che non l’abbiano lasciato fuori un’altra volta…”

Lilla si buttò sul letto, si aggrappò alle coperte per scendere sul pavimento e iniziò ad avventurarsi in corridoio.

“Rosa! Ma che fai!” sussurrò Principessa. “Non dovevi scendere a terra! Ti riempirai di polvere!”

“E come pensi che riesca ad andare in camera di Daniele se non faccio così?”

Principessa lanciò un’occhiata perplessa a Professoressa, che rispose alzando le spalle.

“Stai attenta, mi raccomando”, disse Principessa, tornando a sedere.

Lilla non impiegò molto a trovare la stanzetta di Daniele. Vicino a un paio di scarpe da ginnastica lacere, il vecchio Pallone sonnecchiava tranquillo, poggiato al muro.

“Ehi, Pallone, ciao!” disse Lilla, emozionata. “Oggi ti ho visto mentre giocavi con i bambini!”

“Oh, certo! Sono anni che Daniele mi porta con sé, sapessi quanto tempo abbiamo trascorso insieme! Tu sei la nuova bambola di Anna, il suo regalo di compleanno, giusto?”

“Sì, mi chiamo Lilla.”

“Lilla? Ma io ho sentito che le altre bambole ti hanno chiamata Rosa.”

“Non è importante. Senti, io… io vorrei essere come te. Vorrei uscire di casa, andare in giro con Anna, vedere il sole e la pioggia dal vivo, non attraverso i vetri di una finestra!”

“Per tutte le scarpette chiodate! Una bambola così avventurosa non l’avevo mai vista! È vero, io mi diverto un mondo là fuori, ma quando mi prendono a calci… beh, fa un po’ male… e poi a volte mi saltano le cuciture, e devono farmi aggiustare… Quando mi bagno troppo inizio a puzzare e non mi lasciano entrare in casa… Davvero vorresti vivere come me? Vorresti sporcare il tuo bel vestitino rischiando di cadere in mezzo al fango? Una volta a Fragolina successe, e…”

“Sì, sì, conosco la sua storia”, tagliò corto Lilla. “Ma io voglio essere a fianco di Anna nei momenti più allegri della sua vita, voglio vederla crescere e voglio giocare con lei ogni volta che ne avrà voglia! Forse un giorno guarderà la sua mensola piena di bambole e deciderà di metterci tutte in cantina per fare spazio ad altro, o peggio ancora ci butterà via, e se quel giorno arriverà voglio sapere di aver vissuto intensamente!”

Pallone fissò Lilla per qualche istante.

“Vai nella camera dei genitori di Lilla. Guarda sul comodino della madre… L’ultima volta l’ho vista lì!”

“Sbagliato, sono proprio qui!” disse una voce alle spalle di Lilla.

Lilla si voltò di scatto e vide una bambola di pezza fissarla con i suoi occhi storti. Uno dei bottoni era stato riattaccato un po’ più in basso del dovuto e i suoi capelli, che un tempo dovevano essere stati castani, erano coperti da uno spesso strato di polvere grigia. Un vestito rosso un po’ sgualcito copriva a malapena le macchie di inchiostro sulle braccia.

“Non guardarmi così, mia cara”, disse la bambola. “Io non sono appena uscita dalla scatola come te. Ero una delle bambole più belle e costose del mio tempo, infatti Antonella non voleva mai giocare con me. Aveva troppa paura che mi rovinassi!”

“E poi cosa accadde?”

“Accadde che mi stufai di vivere in mezzo ai peluche e alle altre bambole di pezza. Così feci qualcosa che a nessuno era mai venuto in mente: iniziai a nascondermi nello zaino di Antonella ogni notte. E lei non se ne accorgeva mai. Era così distratta che quando tirava fuori i libri e mi vedeva pensava che fosse stato il suo cane a mettermi lì. Le prime volte mi ignorò, non mi tirò nemmeno fuori, temendo che mi rovinassi il vestito o l’acconciatura, ma alla fine vinse la paura e cominciò a giocare con me durante la ricreazione, insieme alle sue amichette. Iniziò a mettermi lei stessa nello zaino prima di uscire. Ovviamente, a volte ho dovuto correre qualche rischio. Una volta un bambino della sua classe mi buttò nel cestino della spazzatura, un’altra volta venni spruzzata con dell’inchiostro a china, un’altra volta ancora per poco non mi tagliarono i capelli…”

Lilla ascoltava quel racconto con gli occhi pieni di ammirazione.

“Ascoltami bene, Lilla, Rosa, o come accidenti vuoi farti chiamare. Il mondo là fuori non è per niente semplice per le bamboline carine come noi. Ma se accetti di sporcarti le mani, il vestito e i capelli, potresti divertirti davvero moltissimo. Antonella mi ha portato con sé persino all’università e come vedi, nonostante non giochi più con me come un tempo, io sono ancora qui. Le altre bambole immacolate con cui non giocava mai… beh, sono chiuse in uno scatolone in fondo all’armadio. Sono tutte avvolte in degli asciugamani, per evitare che l’umidità le rovini. Si sono conservate perfettamente, sembrano nuove. Allora bambolina, come ti vedi nel futuro? Bella come appena comprata, seduta sulla mensola, o sporca e graffiata nello zainetto?”

Lilla, senza pensarci due volte, corse verso la cameretta di Anna e si infilò nel suo zainetto azzurro.

“Che cosa fai?!” sussurrò Fragolina, sporgendosi dalla mensola. “Vuoi andare a scuola con lei? Ma hai idea di quante cose potrebbero andare storte? Potresti cadere, perdere un occhio, sgualcirti la gonna, macchiarti la faccia…”

“Certamente, e potrei anche scucirmi, imbrattarmi d’erba, sporcarmi d’inchiostro, e chissà cos’altro!” rispose Lilla con un gran sorriso, mentre si acquattava tra il diario e l’astuccio.

Lilla adesso è lì che aspetta il mattino, sognando la scuola e le mille avventure da vivere a fianco di Anna. Fatele i complimenti per il suo coraggio e ditele tutti insieme: in bocca al lupo!