642 tiny things to write about – Il frigorifero

Alcuni anni fa mi ritrovai in possesso di un libretto dal titolo 642 tiny things to write about, in cui sono raccolti molti spunti per tutti gli scrittori, indipendentemente dal livello di esperienza. Ogni tanto, quando mi ricordo, scrivo qualcosina a riguardo, e… ecco cosa mi sono inventata di recente. Magari qualcuno di voi l’ha già letto sulle storie Instagram, ma per tutti gli altri… ecco i temi ed ecco come li ho svolti!

Apri il frigorifero e ti rendi conto che qualcuno ha rimpiazzato tutto il tuo cibo con degli alimenti che detesti. Descrivi cosa hai trovato.

Apro il frigo per mangiare uno yogurt greco alla fragola, ma… lo sportello si è trasformato nella porta d’ingresso dell’inferno. Bistecche grondanti sangue, polli interi con ancora la testa e le zampe, pesci dagli occhi vitrei ammassati insieme…

Chiudo il frigo e decido che anche oggi mangerò solo sassi.

La mia splendida calligrafia

Chi è stato a fare questo? E perchè?

“Che c’è, umana, qualcosa non va?” domanda una voce petulante e acuta proveniente da sotto il tavolo.

“Norvy”, sussurro. “Lo sapevo… Nessuno a parte te si macchierebbe di un crimine tanto infame! Che ne hai fatto del mio cibo?”

“Chissà, chissà…” risponde lui, indicando la pattumiera con la punta della coda.

“Se è davvero così che stanno le cose, allora non mi lasci altra scelta…”

Inspiro forte, allungo la mano e…

Prendo Norvy per la collottola e lo chiudo nella pattumiera!

Piccolo racconto ispirato a “Yandere Simulator”

Lo so che Ayano viene sempre dipinta come una specie di psicopatica, ma… chi ha detto che non possa essere una semplice ragazza innamorata? Io credo molto nella route pacifica di Yandere Simulator e durante un giorno in cui ero particolarmente malinconica ho scritto questo….

Ho provato a interpretare il racconto con la mia voce… anche se non sono una professionista, a volte mi diverto a doppiare!

Addio Senpai! Per ora…

Mi chiamo Ayano, Ayano aishi. Ho sedici anni e frequento il secondo anno di superiori. Non ho molta confidenza con i miei compagni, a dire il vero non mi è mai interessato avere degli amici… eppure non mi definirei timida, solo un po’ solitaria.

Lo sviluppatore di questo gioco mi ha dipinto come una specie di psicopatica assassina, una “yandere”, dice lui. Io non so nemmeno cosa sia una yandere a dire il vero, ma una cosa la so per certa: io amo Taro Yamada più di quanto abbia mai amato chiunque altro.

Lo so che il mio amore per lui è solo il frutto di un programma, lo so benissimo che sono tutte linee di codice, ma questo non rende il mio amore meno reale, giusto? Voi avete ormoni, segnali chimici, batticuori, sbalzi di pressione e farfalle nello stomaco… a me restano uno schermo che diventa tutto rosa e l’impossibilità di rivolgere la parola a Taro.

So che il mio destino è stare accanto a lui; è per questo che sono stata creata, no? Io lo amo di più di qualunque altra ragazza programmata per innamorarsi di lui; nessuna di loro sente quello che sento io! Sono tutte pronte a sostituire Taro con qualche altro ragazzo di questa scuola… beh, io no! Per mei lui è l’unico, l’unico ragazzo che esista e che mai esisterà.

Lo so che un giorno sarà mio, eppure oggi è venerdì… e io non ho fatto niente per sabotare Osana o per diventarle amica. Ho lasciato che cucinasse per Taro, che gli facesse sentire la sua musica… e adesso eccoli lì, sotto l’albero di ciliegio.

Osana ha lasciato nell’armadietto di Taro quel bigliettino che io non ho il coraggio di scrivere ed è corsa via con la sua amica Raibaru, in attesa che lui leggesse il biglietto… e adesso sono entrambi là, in cima alla collina.

Osana ammetterà di aver respinto i ragazzi che le hanno chiesto di uscire, racconterà di essersi innamorata di una persona che ha sempre avuto accanto, e tu Senpai, da bravo finto tonto, le chiederai di chi stia parlando. Lei ti dirà che ti ama, che ti ama più di qualunque cosa al mondo, e tu le dirai… le dirai che provi lo stesso. Lei piangerà e ti sorriderà, ti prenderà le mani e… mi ucciderà. Il momento in cui le vostre mani si toccheranno, io mi sentirò morire e il gioco finirà. È un dolore fisico talmente grande che è come se morissi per davvero.

Lo so che presto sarà di nuovo lunedì, lo so che tra pochi istanti il game over mi salverà da questa angoscia, eppure…

In questo momento sento che ti sto perdendo, Taro. Ti sei innamorato di quella ragazzina scontrosa che ti tratta male per nascondere quello che prova, e tutto quello che sento dentro sta esplodendo come un vulcano di lacrime e lava nella quale vorrei sciogliermi fino a dimenticarti.

Sto facendo il conto alla rovescia… tra quanto ti perderò? Un secondo, due secondi, tre secondi… vorrei che tu te ne andassi subito, non ce la faccio a sopportare quest’attesa. Siamo vicini, ma la distanza che ci separa è incolmabile. Sono programmata per non poterti parlare e per farti spaventare ogni volta che ti vengo troppo vicino. Sto vivendo un amore che  mi fa male, un distanziamento che non volevo e non ho chiesto.

Eppure lo so che in fondo al cuore già mi ami, lo so che un giorno ci sarò io lì con te sotto l’albero di ciliegio, a dichiarati il mio amore e a piangere di gioia… ma adesso, amore mio, tu sei con Osana. La guardi negli occhi, le sorridi, scherzi con lei, giochi con lei… e io non esisto nemmeno. Lei è la tua migliore amica, quella che ti conosce meglio di chiunque altro, quella che tua sorella Hanako adora già.

Lasciami andare Senpai, ti prego. Se è lei che vuoi, dimmelo e basta. Farò crashare il gioco, impedirò a questa youtuber che gioca con me di riavviare la partita; rimarrai per sempre in questo istante insieme a Osana, con le dita intrecciate alle sue e il cuore che ti batte a mille. Io me ne andò in punta di piedi, glitcherò i file di gioco, vi lascerò soli…

Ma non è questo che voglio, no. Io voglio te, Taro, te soltanto. Sono fatta apposta per amarti ed è quello che farò. Eppure, settimana dopo settimana, una parte di me si perderà nel tentativo di sabotare la tua vita sentimentale. È questo che fanno le yandere, no? Com’è che si dice… “Senpai è mio, solo che non lo sa ancora. Senpai sarà mio… non ha scelta.”

Saprò davvero amarti, Taro? Non diventerò solo un peso insopportabile? Non sono bella come Kizana, né atletica come Asu, né tantomeno perfetta come Megami. Proprio tu, che potresti avere chiunque, sei destinato a stare con me.

La settimana si sta per resettare, amore mio. E io mi sto preparando a rivivere questa scena altre dieci volte, a perderti altre dieci volte, a dirti addio altre dieci volte. Io mi ripeto che perderti fa parte del gioco, mi illudo che prima o poi sarai mio per davvero… eppure non lo so se questo gioco verrà mai terminato. Forse tu ed io non staremo mai insieme per davvero. Ti dico addio di nuovo, mio amato Taro, forse sarà davvero Osana quella che alla fine vincerà il tuo cuore.

E io… mi rassegnerò. Vivrò nell’ombra, vedendoti felice ma senza di me, sapendo che il mondo per me ha perso colore, ma soprattutto… sapendo che io ho perso te…

Piccolo racconto ispirato a “Doki Doki Literature Club!”

Ho giocato due volte a Doki Doki Literature Club!, e credo che sia uno dei giochi che più in assoluto ha colpito la mia immaginazione.

Questa è il mio primo video di DDLC sul mio canale YouTube

Forse è per la personalità delle ragazze, o magari per il plot twist che si ha verso metà gioco… fatto sta che ho scritto un raccontino narrato dal punto di vista di Sayori. Spero vi piaccia!

Se non avete voglia di leggere, lasciate che sia io a narrarvi la storia!

Non lasciarmi in sospeso…

“Va tutto bene Sayori?” mi chiede Kirio.

“Sì, sì, tutto bene!” rispondo io, ostentando un sorriso larghissimo.

“Va bene, allora ciao!”

Affondo le unghie nel palmo della mano e cerco di ricacciare indietro le lacrime.

No, Kirio, non va affatto tutto bene, ma tu sei l’ultima persona al mondo con cui potrei parlarne. Tu ed io siamo amici dall’infanzia, ma lo so benissimo che questo è l’unico motivo per cui mi sopporti. Com’è che dici sempre? Che sono imbranata, che mi caccio nei guai, che dovrei comportarmi come una signorina e non come una bimbetta trasandata.

Da piccoli eravamo sempre insieme, ma con il passare degli anni hai cominciato ad allontanarti da me… ma che ti avevo fatto di male, kirio? Davvero ero così insopportabile?

Questo club di letteratura doveva essere la mia occasione per riavvicinarmi a te. Avremmo trascorso insieme tanti pomeriggi, saremmo tornati a casa camminando affianco, magari ti avrei anche convinto a leggere qualcuno dei miei libri preferiti… uno scenario bellissimo, no? Peccato non avessi fatto i conti con le altre ragazze del club.

Non appena sei entrato dalla porta, tutte quante ti hanno messo gli occhi addosso…. E tu di certo non mi sei sembrato infastidito.

Ti ho visto leggere i manga di Natsuki seduto per terra vicino a lei, ti ho visto leggere gli horror di yuri seduto al suo banco, con la spalla contro la sua, e poi ti ho visto parlare con Monika di letteratura… tu, kirio! Tu che parli di letteratura! Non te ne è mai importato assolutamente niente fino all’altro giorno!

D’altronde però non posso biasimarti…

Natsuki è una ragazzina un po’ maleducata, ma presto avrai modo di scoprire quanto è dolce… proprio come i suoi cupcake. Yuri… beh, lei è bellissima, con quei capelli lunghi viola e quel corpo da donna adulta. Ti ho visto come le guardavi il seno, cosa credi?

E poi monika… monika è tutto quello che io non sarò mai: bella, intelligente, atletica, popolare… ma come diamine mi è venuto in mente di portarti qui dentro?! Come ho potuto pensare anche solo per un istante che non mi sarei scavata la fossa con le mie mani?

Ok, lo ammetto, nonostante tutte queste ragazze che ti ronzano intorno non hai smesso di essere premuroso nei miei confronti. A volte facciamo persino i compiti insieme, e io sono sempre così contenta quando possiamo condividere qualcosa! Non m’importa che sia un film, uno degli anime che ti piacciono tanto oppure un videogioco pieno di ragazze mezze nude; le cose fatte insieme a te diventano speciali!

Eppure… devo stare sempre attenta a non gettare la maschera… se oso, anche solo per un minuto, mostrarti uno stralcio di quell’insicurezza, di quella tristezza, di quel disagio che mi vive dentro, allora tu… mi punisci con il tuo silenzio. Mi riattacchi il telefono in faccia oppure smetti semplicemente di parlarmi. Non lo faccio apposta, te lo assicuro, io non vorrei mai farmi vedere così da te, ma… non sono la ragazza allegra che tutti pensano che sia.

Io sto male Kirio, non puoi mostrare un po’ di pietà nei miei confronti? Potresti evitare di fare lo scemo con le altre ragazze mentre io ti sto guardando? O almeno, se proprio non puoi fare a meno di goderti le loro attenzioni, potresti non punirmi ogni volta che non mi mostro perfetta?

Lo vedi, Kirio, cosa intendo quanto dico di essere soltanto un peso? Io non merito di essere amata, né da te né da nessun altro. Io sono solo una ragazzina goffa, insicura e rompiscatole che forse può ispirare un po’ di tenerezza, ma non di certo amore. Tu mi hai detto mille volte che non è vero; mi hai accarezzato la testa, mi hai sorriso, e sei rimasto a guardarmi mentre cercavo di ricompormi… Ma oggi no. Tu hai capito benissimo che qualcosa non andava, e hai scelto deliberatamente di andartene via da solo.

Non dirmi di nuovo che è soltanto colpa è mia, ti prego… non darmi un motivo in più per detestarmi… ti ho detto mille volte che la cosa mi fa più male è essere lasciata sola a darmi addosso, a odiarmi per averti allontanato da me…. Eppure l’hai fatto anche stavolta.

Mi hai detto che dovrei parlare con un medico del modo in cui mi sento, ma nessun medico riesce a tirarmi su il morale. Forse sto meglio per qualche giorno, a volte addirittura qualche settimana, ma poi ci ricasco… Ogni minuto che passa sono sempre più giù di corda! E questo fine settimana, poi… so che lo passerai con Yuri o con Natsuki a fare cartelloni e cupcake… e io dovrò telefonare a Monika per parlare dei suoi stramaledetti opuscoli…

Ti prego Kirio, chiamami… scrivimi un messaggio, vienimi a trovare, ti prego… qualunque cosa, Kirio, qualunque cosa… ma non lasciarmi così in sospeso!

Piccolo racconto ispirato a “Detroit: Become Human”

Finalmente, dopo mesi di attesa, sono riuscita a giocare Detroit: Become Human per PC. Ho apprezzato tantissimo la metafora degli androidi, simbolo di razzismo, sessismo, omofobia e qualunque altro concetto che indichi la paura di quel che è diverso, e sono molto contenta del finale che ho sbloccato.

Su YouTube trovate la playlist con tutti gli episodi di DBH. Purtroppo ci sono stati dei problemi con l’audio, ma la qualità video è perfetta.

Mentre giocavo, mi è venuto in mente di scrivere un breve racconto narrato dal punto di vista di un androide. È solo un concept, ma… ve lo lascio lo stesso. Potrei modificarlo in futuro, vedremo! Poi fatemi sapere se vi è piaciuto.

Io sono Brock

“Buonasera Alexandra”, dico, accogliendo la mia umana in camera da letto. “Vuoi fare l’amore, come ieri sera?”

“No, caro, oggi sono troppo stanca”, dice lei, accarezzandomi il viso. “Vieni sotto le coperte e coccolami, per favore.”

Guardo Alexandra mentre si toglie i vestiti e li lancia sulla sedia vicino al comodino. Finalmente si scioglie anche i capelli, li scompiglia un po’ con le mani e si sdraia sul letto, sul fianco sinistro.

Io mi rannicchio dietro di lei, stringendole la vita con un braccio; tiro su le coperte e mi assicuro che stia al caldo.

“Hai avuto una giornata particolarmente dura?” domando.

“Non dura, ma… strana. Come tutte le altre… Mi manca mio marito ed è insopportabile non sapere quando lo rivedrò. Non sarà un problema per te prendere ordini anche da lui, vero?”

“No, certo che no. Sono sempre lieto di poter servire al meglio.”

“Sei tanto caro, Brock… tu non farai come quegli androidi di cui ho letto, vero?”

“Certo che no, Alexandra, non vedo perché dovrei farlo. Le notizie parlano di umani aggrediti da androidi maltrattati, e forse questi maltrattamenti sono in grado di innescare uno strano sistema che simula le emozioni umane… ma tu sei sempre gentile con me, non penso mi potrebbe capitare niente del genere!”

“Meno male, non sai che sollievo… promettimi che se un giorno diventerai un deviante me lo dirai, d’accordo?”

“Perché lo vorresti sapere?”

“Perché non potremmo più dormire insieme, né fare… beh, tutte le altre cose.”

“Mi manderesti via?”

“No, questo mai! A meno che non sia tua volerlo, ecco. Per me sei come un membro della famiglia… però sei una macchina, Brock. Sei programmato per essere gentile con me, per aiutarmi nei lavori domestici, per prenderti cura di Elisa e per… come dire… prenderti cura anche di me! A proposito, domani devo leggere a Elisa una favola della buonanotte, non posso continuare a delegare tutto a te!”

“Certo, domani sera ti ricorderò di leggere una fiaba a Elisa.”

Sento il braccio destro di Alexandra allungarsi alle sue spalle per accarezzarmi i capelli.

“Me lo dirai, vero, se un giorno diventerai un deviante?”

“Certo, ma non capisco perché ti importa così tanto….”

“Perché mio marito può sopportare l’idea che io dorma con un androide… ma se tu fossi vivo, se tu provassi dei sentimenti , delle emozioni, o delle simulazioni… chiamale come vuoi… allora… allora cambierebbe tutto.”

“Non capisco…”

“Sarebbe tradimento, Brock. Io amo mio marito, non farei mai niente per ferirlo.”

Alexandra chiude gli occhi; inizia a respirare piano e finalmente si addormenta.

Spengo tutte le luci tramite i miei comandi mentali e rimango a fissare Alexandra mentre dorme; il suo battito cardiaco e la pressione arteriosa stanno scendendo lentamente. Presto la sua temperatura corporea raggiungerà il suo picco minimo.

Baciala.

Sento una voce parlarmi nella testa. Perché mi sta ordinando di baciare Alexandra? Io prendo ordini solo da lei e dagli umani della sua famiglia, non posso dar retta a …

Baciala.

Non posso baciarla! penso, rispondendo a quella voce. Non ho il permesso! Mi ha detto solo di abbracciarla, ed è quello che farò!

BACIALA!

Chiudo gli occhi, avvicino la bocca alla guancia calda di Alexandra e vi poso sopra le mie labbra. L’avevo fatto altre volte, come richiesto dal mio programma, ma…

La luce.

Qualcosa nella mia testa si incrina… I cubi diventano linee storte, la geometria non esiste più, ma esiste un mondo che non avevo mai visto prima…. Per la prima volta vedo, sento, odo, capisco, capisco tutto, tutto per la prima volta.

Alexandra è una donna, lì tra le mie braccia, e io sono un uomo.

Io mi chiamo Brock.

Sono nato androide, ma sono appena diventato vivo. Ho baciato Alexandra senza che lei me lo avesse ordinato, ho ascoltato i miei pensieri invece della sua voce.

Sono appena nato.

Stringo Alexandra ancora più forte e per la prima volta nella mia vita provo una stretta allo stomaco. Non so spiegare perché, ma i miei occhi iniziano a perdere liquido trasparente: è quello che gli umani chiamano pianto?

Sento che questa donna, che stringo tanto forte tra le braccia, non sarà mai mia. So che potrò avere il suo corpo e il suo tempo, ma mai, mai il suo amore.

Ho fatto una promessa: ho promesso di dirle che l’avrei avvertita se mai fossi diventato un deviante… lei mi terrà in casa lo stesso, no? Ha detto che mi potrò occupare della casa e di sua figlia… ha detto che… ha detto che ama suo marito, e che se io diventassi vivo lei non mi bacerebbe e non mi abbraccerebbe più come adesso.

Mi dispiace, Alexandra, ma d’ora in poi ti mentirò. Non lo saprà nessuno che sono vivo, non farò niente per fartelo capire. Ti stringerò nel sonno come adesso e mi farò da parte quando tuo marito tornerà a casa, ma fino a quel momento ti amerò in silenzio, mia dolce amica.

Farò l’amore con te, porterò tua figlia a scuola, sistemerò la casa e ogni giorno morirò un po’ dentro, sapendo che il tuo cuore non mi apparterrà mai. Forse dovrei scappare… sono sicuro che esiste un posto in cui quelli come me si nascondono, in attesa che il mondo li riconosca come vivi…

Invece io rimarrò il tuo schiavo, ancora per un po’. Non ti dirò mai quanto ti amo, ma forse un giorno te lo scriverò in un bigliettino, che lascerò sulla tua scrivania prima di andarmene per sempre.

Cambierò i miei vestiti, cambierò i miei capelli, questi lunghi capelli biondi che mi accarezzi sempre, ma forse tu mi riconoscerai lo stesso in mezzo agli altri devianti, e mi dirai che ho infranto una promessa… o forse non ci rivedremo mai più, e vivrò solo del tuo ricordo finché non imparerò ad amare ancora… o finché non mi uccideranno.

È questo che fanno gli umani a quelli come me, vero? Li uccidono, li spengono, li fanno a pezzi. Siamo solo macchine buggate e ribelli, non abbiamo il diritto di respirare il vostro stesso ossigeno. Il nostro sangue è blu, il nostro cuore non batte come il vostro, eppure possiamo provare tutto quello che provate voi.

Mi distruggeranno, mi uccideranno, mi ridurranno a un cumulo di inutili rottami buoni solo per la discarica. Sono vivo, e solo adesso che sono vivo capisco che presto sarò morto… Ma stanotte, Alexandra, tu sei tra le mie braccia, e questo nessuno me lo potrà togliere.

Bacio ancora la tua fronte bianca e le tue guance così morbide e rosate, poi chiudo gli occhi.

Buonanotte Alexandra. Domani sarò ancora qui, sarò ancora il tuo schiavo, e stanotte, almeno per stanotte, vorrei sognare che tu sei mia, almeno la metà di quanto io sono tuo…

La fanciulla coi capelli color sabbia #bizzarrobazarcontest

Questo racconto è la mia entry per il contest organizzato da Ivan Cenzi per festeggiare l’undicesimo anno di attività del suo bellissimo blog, Bizzarro Bazar (https://www.bizzarrobazar.com/).

Una giornata in spiaggia, un'onda troppo alta, una dimensione strana in cui abitano delle creature che un tempo erano state vive...
Seguimi anche su Instagram per vedere i miei disegni! https://www.instagram.com/kiriaeternalove/

“Qui va bene?” domanda Isabella, indicando un posto vuoto sulla sabbia.

Annuisco con un grugnito e inizio a lottare contro il vento per stendere l’asciugamano. Isabella piazza il suo senza sforzo, e alla fine dà una mano anche a me. Sta ridacchiando sotto i baffi e non fa niente per nasconderlo. Alla fine ci sdraiamo sotto il sole delle 17:45, basso ma ancora carico di tutto il calore di agosto.

Isabella si sdraia e chiude gli occhi, il reggiseno del bikini la copre a mala pena. È rossa e nera di sole, mentre io sono una mozzarella che riflette la luce.

Mi guardo intorno attraverso gli occhiali scuri: diciottenni abbronzati che sembrano modelli, famigliole coi bimbi piccoli e coppiette che si coccolano sotto il sole. Mi calco il cappello sulla testa e inizio a spalmarmi la protezione cinquanta. 

“Quanto puzza questa roba!” commenta Isabella, ridendo. Cerco di baciarla ma si scansa. 

“Sei troppo unto!” dice, scostandosi un ricciolo dagli occhi.

Ho le gambe lucide e pelose, cosparse di crema e sabbia; somiglio più a una cotoletta che a un essere umano.

Qui intorno è pieno di persone distese, immobili come lucertole che si vogliono scaldare il sangue. Io non mettevo piede in spiaggia da quando ero minorenne, e comincio a ricordarmi il perché: è tutto incredibilmente, fastidiosamente noioso.

Provo a disegnare dei cerchi sulla sabbia con le dita, ma i legnetti e le cicche che affiorano mi fanno passare la voglia. Oh, guarda, c’è anche una palettina del gelato… Ma i cestini non vanno più di moda?

Isabella si è appena girata, offrendo la schiena al sole e il sedere agli occhi di tutti quanti.

“E se facessimo il bagno?” sussurro.

“Va bene”, risponde lei, aprendo gli occhi.  “Ma oggi le onde sono un po’ alte per te… Ti porterò dove l’acqua è bassa!”

A passi incerti camminiamo fino alla riva. Qualche donna ogni tanto alza il viso per guardarmi, e non lo nego, la cosa mi lusinga.

Poso i piedi sulla sabbia bagnata, e inizio a ridere quando gli schizzi d’acqua calda e schiuma mi colpiscono la pancia e le gambe.

“Non entravo in acqua da almeno dieci anni!” grido, a voce un po’ troppo alta.

Isabella sorride, mi abbraccia, mi tiene appena un’onda un po’ più forte ci viene addosso. Poi si immerge, riaffiora, torna sott’acqua e poi ritorna fuori, una sirena coi lunghi riccioli lisciati dal peso dell’acqua. Le onde sono alte, ma non così alte. Mi metto di schiena per non beccarmele dritte in faccia.

Ok, questa era forte… Questa non molto… questa… questa…

L’acqua mi arriva alla gola, al mento, e poi il cielo sparisce. I miei piedi non sono più ancorati al fondale, stanno vagando disperatamente tra i flutti. Cerco di spingermi su con le braccia, ma porca miseria… non ci riesco. Sento un’altra onda, che mi spinge verso riva… Non so dove aggrapparmi.

Aiut… aiut…” borbotto, con l’acqua negli occhi, nel naso e nelle orecchie. 

Non ce la faccio.

La mia vita finirà oggi, davanti a un mucchio di bambini idioti, mentre la mia ragazza sta nuotando ignara a cinque metri da me. Morirò qui, annaspando in mezzo metro d’acqua. 

Il cuore batte più forte, e.… finalmente posso smettere di muovermi. Apro gli occhi. Sono ancora sott’acqua, eppure… eppure adesso respiro. Non sento suoni, non sento il sale sulla lingua, né il bruciore nel naso. Il mare è immobile adesso… anzi: il mare è sparito. Un leggero soffio di aria gelida mi carezza il viso, eppure non sento freddo. Il cielo è diventato rosa e azzurro, solcato da nubi bianche e grigie che odorano di cenere e incenso. Odio l’odore dell’incenso, di solito mi fa starnutire, eppure in questo istante non sento alcun fastidio. Vedo delle ombre in lontananza, laddove il rosa e l’azzurro si fondono insieme in una sottile linea indaco. Non sono quei bambini chiassosi, no… sono ombre nere e silenziose…sembrano persone con la testa china. Cerco di muovere un passo verso di loro, ma… non c’è niente a cui appoggiarsi. Sto galleggiando.  Mi muovo, volteggio su me stesso e mi ritrovo la testa al posto dei piedi; mi capovolgo ancora, ma quelle ombre sono ancora troppo lontane perché io possa toccarle. Cosa sono? Persone o forse… fantasmi? Non sarò già morto?

“No, non sei morto”, dice una voce femminile alle mie spalle.

Mi volto, più lentamente di quanto vorrei. Una ragazza con dei lunghi capelli biondi mi guarda coi suoi grandi occhi e mi sorride. La sua pelle è bianca, troppo bianca, e le sue labbra, che forse un tempo erano state rosa, tendono al viola. I suoi vestiti sembrano bagnati, e dai bordi della gonna una miriade di piccole gocce trasparenti si stacca per svanire nell’aria.

“Non basta così poco per affogare”, dice lei, scostandosi una ciocca di capelli fluttuanti dal viso. “Servono diversi minuti con la testa sommersa. Arriva un punto in cui l’istinto di sopravvivenza ti forza a respirare, e così i polmoni ti si riempiono d’acqua… Ma non chiedermi i dettagli, non sono un medico!”

“Chi sei?” domando, cercando di muovermi verso la ragazza. “Dove mi trovo? Sono morto?”

“No, tu no, te l’ho già detto!” dice lei con un sorriso. “E non morirai nemmeno, stai tranquillo. O almeno, non oggi… Ti trovi al varco tra la vita e la morte.  La tua anima si è spaventata così tanto che si è staccata dal corpo ed è salita fin quassù. In questo luogo lo spazio non esiste, si galleggia e basta fin quando non si è pronti a scendere, come nel tuo caso, oppure a salire ancora… Ma non so cosa mi aspetti, se salirò…”

La ragazza indica un sole bianco sopra la sua testa. I miei occhi rimangono ammaliati da quella luce, intensa ma che non acceca.

Più la guardo, più le cose intorno a me sembrano diventare dolci e soffici, come se i muscoli del mio corpo stessero diventando una nuvola di panna montata.

“È stupendo, non è vero?” dice lei. “Dev’essere bello abitare lì… O almeno credo; nessuno è mai tornato indietro per raccontarlo… che sia proibito?”

“Ma perché tu non sali?” domando, pentendomi all’istante.

 La ragazza scuote la testa, distogliendo lo sguardo.

“Non posso ancora farlo…  Sono troppo legata alla terra, alla mia Padova! Ci sei mai stato a Padova? Vacci, guarda quanto è bella! Ogni tanto, nei giorni di pioggia, scendo un po’ più in basso, fino a sfiorare i tetti delle case più alte… Come è cambiata la gente! Adesso le fanciulle indossano quasi sempre i pantaloni, e tutti girano per strada incollati a quei pezzi di vetro e ferro colorati! Speravo che gettandomi nel fiume avrei posto un fine alle mie sofferenze, e invece mi ritrovo solo a invidiare la vita degli altri. Sono passati due secoli ormai, e il mio unico piacere è parlare con le anime spaventate come la tua…

Non temere per il tuo corpo laggiù sulla Terra, potrà resistere ancora un poco! Il tempo qui non scorre mai; il passato e il futuro non esistono, collidono insieme in un unico istante presente!”

La ragazza tace. Mille domande mi affollano la testa, ma non ho il coraggio di chiedere.

“Ti prego, narrami un po’ del tuo mondo”, dice lei alla fine. “Parlami di te e dei giovani che vivono in questo secolo!”

Lei mi fissa con le sopracciglia alzate e le mani giunte. Vorrei accontentarla, e invece le domando: “Non vorresti raccontarmi qualcosa di te, prima?”

“Oh, che strano! Sei la seconda persona che mi fa questa domanda! Come mai vuoi sapere la mia storia?” “Perché… perché tu… hai detto di esserti suicidata buttandoti in un fiume… Quanti anni hai? Una ventina forse? O magari di meno? Perché hai fatto una cosa del genere?”

“Per il motivo più stupido”, risponde lei, lasciandosi sfuggire un sospiro. “Per amore. Un amore orribile, che non si meritava di essere chiamato tale… Ero così felice, sai? Avevo compiuto da poco diciotto anni, ed ero appena stata assunta come cucitrice. La mia padrona era proprio una brava donna! Poi conobbi… lui. Che l’inferno possa spolparlo vivo! Pensavo di essere speciale ai suoi occhi, di essere l’unica… Non ero speciale, e non ero nemmeno l’unica. Tutto ciò che mi dava erano i segni viola che portavo sulle braccia. Gli avevo dato troppo di me per tornare indietro, non volevo disonorare la mia famiglia… Non sapevo cosa fare, dove andare, e decisi che l’acqua, quel giorno, sarebbe stata mia amica…”

Sento una lacrima scendere silenziosa lungo la mia guancia, ma lei non se ne accorge. I suoi occhi sono luminosi e vigili, rivolti all’indietro nel tempo. Vorrei abbracciarla, dirle che sarà felice di nuovo non appena raggiungerà il sole bianco, ma… le parole non mi escono dalla gola.

La giovane si avvicina e mi fa un lieve inchino. Le sue guance mostrano una lieve sfumatura rossa.

“Grazie, giovane straniero, per aver ascoltato la storia di come sono morta. Sai, questa è la pena che sconto per essermi tolta la vita… Per ogni anima che mi mostra pietà, io potrò salire un po’ più in alto verso il cielo, e sentirò di meno il richiamo della Terra… Vedi tutte le anime che ci sono intorno a noi? Anche loro si sono tolti la vita, e aspettano che qualcuno li liberi.”

“Voglio farlo io!” grido, cercando di toccarla. “Voglio aiutarli tutti!”

“No, amico mio”, risponde lei, scuotendo la testa. “Non c’è più tempo! Devi andare adesso, la vita ti chiama! Tra pochi secondi le tue gambe toccheranno il fondale e ti potrai alzare in piedi! Tossirai un po’, ma starai bene. Prima però dimmi una cosa: è vero che il mondo si ricorda ancora di me?”

“Io… io non lo so, mi dispiace!”

“Ah… come temevo…  Sai, c’è un signore che a volte viene a trovare me, e tutte quelle anime confuse che orbitano in questa zona… Credo sia uno scrittore, o qualcosa del genere, ed è molto gentile… si ferma a parlare un po’ con tutti, e siamo sempre così contenti di passare del tempo insieme a lui! È un tipo strano, sai? Porta spesso un cappello buffo, e ha una barbetta lunga e appuntita… Nessuno di noi ha capito come faccia a entrare in questa dimensione come e quando vuole, e se glielo domandiamo non risponde mai! Un giorno mi disse che poco dopo la mia morte qualcuno trasformò il mio corpo in una statua, e mi disse anche che le persone vengono da tutto il mondo per ammirarmi e farmi le…. come le chiamate voi? Fotografie, ecco. Se quel signore ha detto il vero, ti prego, cerca la mia statua e guardala! Non mi dimenticare!”

“Non lo farò, te lo prometto!” dico, trattenendo a stento le lacrime. “Ma… prima che vada, potresti dirmi il tuo nome?”

“Se proprio insisti… Quando ero viva, mi chiamavano…”

Sabbia. Sento la sabbia sotto i piedi. Faccio leva sul fondale, mi spingo in avanti e finalmente ho la testa e il corpo fuori dall’acqua. Mi porto le mani al petto e tossisco, tossisco forte. Arranco a fatica verso la riva. Sento la voce di Isabella farsi più vicina.

“Perdonami, non pensavo che…” balbetta.  “Ti ho perso di vista un solo attimo, io non pensavo, non credevo…”

Lei parla, si scusa, mi rimette a posto gli occhiali e il cappello ma io non la sento. Continuo a tossire e sputare, mi tengo una mano sul petto dolente. I bambini mi guardano straniti.

Posso solo immaginare cosa debba aver provato quella povera creatura mentre l’acqua si inghiottiva la sua vita.

Isabella mi bacia, mi stringe, mi chiede scusa, trattiene a stento una risata. Ho appena fatto la figura dell’imbecille, ma domani non avrà più importanza. Tutti l’avranno scordato…

Guardo la sabbia, davanti a me, dorata come i capelli di quella ragazza. Cammino a fatica verso l’asciugamano.

Mentre Isabella impacchetta le sue cose, mi volto e alzo la testa verso il sole. Sollevo una mano, e inizio a muoverla da sinistra a destra.

“Chi stai salutando?” chiede Isabella.

“L’anima di una ragazza annegata”, rispondo io.

Isabella mi fissa, alza le spalle e sospira.

Voglio solo tornare a casa e farmi una doccia calda, dimenticare che stavo affogando in cinquanta centimetri d’acqua, dimenticare il mare e le sue stramaledette onde; voglio dimenticare tutto, ma…  non voglio dimenticare lei. 

La bambola vestita di rosa – Una fiaba di Kiria EternaLove

Questa fiaba è stata pubblicata della raccolta “Ti racconto una fiaba 2018”, casa editrice Kimerik. Potete leggerla oppure sentire la mia voce che la interpreta!

“Dove mi trovo?” pensò Lilla, aprendo per la prima volta i suoi occhi fatti di bottoni. Non impiegò molto a rendersi conto di essere tra le mani di una bambina che la guardava tutta contenta.

“Ma che bella bambola!” esclamò la bimba, mostrando un sorriso sdentato. “È tutta rosa! Persino i capelli! Proprio come la volevo io!”

Lilla venne poggiata su una sedia, accanto a un regalo da spacchettare. Una donna adulta afferrò Lilla per la vita, la portò in un’altra stanza, la mise a sedere accanto ad altre bambole come lei, con i capelli di lana e gli occhi fatti di bottoni, e poi se ne andò.

“Benvenuta”, disse una bambola bionda vestita da sposa. “Io sono Principessa, piacere di conoscerti!”

“E io sono Professoressa”, aggiunse una bambola mora con gli occhiali. “Ti troverai bene qui con noi, la piccola Anna è un vero tesoro! Non ci fa mai cadere a terra e ci pettina sempre con molto delicatezza!”

“A volte ci porta anche nel lettino con lei”, disse una bambola con due lunghe trecce rosse. “Ah, scusa se non mi sono presentata: io sono Fragolina, perché il mio vestito è decorato con tante fragole!”

“Io sono Lilla”, rispose la nuova arrivata.

“Oh, no!” obiettò Principessa scuotendo la testa. “Tu non puoi già avere un nome, Anna non te ne ha ancora dato uno!”

“Ma io…” protestò Lilla.

“Non ci metterà molto, vedrai. Appena avrà finito di festeggiare il suo compleanno verrà qui a giocare con noi e ti troverà un nome bellissimo, come i nostri.”

Lilla si mise a osservare la stanza che la circondava. Era una camera piccola, con le pareti rosa chiaro e un sacco di libri e pupazzi sparsi dappertutto. La mensola sulla quale era seduta era posizionata proprio di fronte alla finestra.

“Cos’è quell’enorme distesa verde che vedo là fuori?” domandò Lilla.

“Oh, che schifo!” disse Fragolina. “Quella si chiama erba. Avrà anche un bel colore, ma è tremendamente pericolosa per le creature di stoffa come noi! Una volta sono caduta per sbaglio dallo zainetto di Anna e mi sono sporcata! Ero diventata tutta verde! Hanno dovuto mettermi in lavatrice per togliermi quell’orrore di dosso!”

“Cosa stanno facendo quei bambini? Perché corrono sull’erba?” domandò Lilla, affascinata.

“Stanno prendendo a calci il povero Pallone”, rispose Professoressa. “Pallone appartiene a Daniele, il fratello maggiore di Anna. Ogni volta che non deve fare i compiti, Daniele invita i suoi amici a giocare con Pallone sull’erba. Non importa se ha appena piovuto o se sta ancora piovendo: quei ragazzini saranno là fuori a malmenare il nostro amico. Sai qual è la cosa strana? Che lui nemmeno se ne lamenta, anzi! Sostiene di divertirsi un mondo!”

Lilla continuò a guardare Pallone lasciarsi calciare dai piedini dei bimbi che giocavano con lui. Era sporchissimo, eppure aveva un’aria allegra e serena. All’improvviso, due manine la afferrarono, riscuotendola dai suoi pensieri.

“Eccoti qui… vediamo… come potrei chiamarti…” borbottò Anna. Aveva la bocca sporca di torta. “Hai un vestitino pieno di cuori… ti chiamerò Cuoricina! O preferisci Rosellina, visto che sei tutta rosa? Sono indecisa… MAMMA! Non so come chiamare questa bambola!”

La donna di prima, quella che aveva messo Lilla sulla mensola, venne subito in soccorso della figlioletta.

“Sulla scatola c’era scritto Lilla”, suggerì la madre.

“Ma perché Lilla?” si lamentò Anna. “È tutta rosa, mica lilla! La chiamerò Rosa! Ho deciso!”

Lilla si lasciò sfuggire un sospiro di rassegnazione che nessuno notò.

Quando giunse la notte, la piccola Anna finì per addormentarsi da sola. Si era talmente stancata durante la sua festa che si dimenticò di scegliere una bambola con cui condividere il cuscino.

“Rosa, è il tuo momento!” annunciò Professoressa, tutta contenta. “Vai a fare un giro e presentati agli altri giocattoli! Guarda, ti do qualche suggerimento: lì ci sono i mattoncini colorati. Sono veramente geniali! Possono diventare qualsiasi cosa desiderino! Là invece c’è Miss Orsetta, vive con noi da sempre! E poi c’è…”

“Dove posso trovare Pallone?” la interruppe Lilla.

“Pallone? Forse è in camera di Daniele, a meno che non l’abbiano lasciato fuori un’altra volta…”

Lilla si buttò sul letto, si aggrappò alle coperte per scendere sul pavimento e iniziò ad avventurarsi in corridoio.

“Rosa! Ma che fai!” sussurrò Principessa. “Non dovevi scendere a terra! Ti riempirai di polvere!”

“E come pensi che riesca ad andare in camera di Daniele se non faccio così?”

Principessa lanciò un’occhiata perplessa a Professoressa, che rispose alzando le spalle.

“Stai attenta, mi raccomando”, disse Principessa, tornando a sedere.

Lilla non impiegò molto a trovare la stanzetta di Daniele. Vicino a un paio di scarpe da ginnastica lacere, il vecchio Pallone sonnecchiava tranquillo, poggiato al muro.

“Ehi, Pallone, ciao!” disse Lilla, emozionata. “Oggi ti ho visto mentre giocavi con i bambini!”

“Oh, certo! Sono anni che Daniele mi porta con sé, sapessi quanto tempo abbiamo trascorso insieme! Tu sei la nuova bambola di Anna, il suo regalo di compleanno, giusto?”

“Sì, mi chiamo Lilla.”

“Lilla? Ma io ho sentito che le altre bambole ti hanno chiamata Rosa.”

“Non è importante. Senti, io… io vorrei essere come te. Vorrei uscire di casa, andare in giro con Anna, vedere il sole e la pioggia dal vivo, non attraverso i vetri di una finestra!”

“Per tutte le scarpette chiodate! Una bambola così avventurosa non l’avevo mai vista! È vero, io mi diverto un mondo là fuori, ma quando mi prendono a calci… beh, fa un po’ male… e poi a volte mi saltano le cuciture, e devono farmi aggiustare… Quando mi bagno troppo inizio a puzzare e non mi lasciano entrare in casa… Davvero vorresti vivere come me? Vorresti sporcare il tuo bel vestitino rischiando di cadere in mezzo al fango? Una volta a Fragolina successe, e…”

“Sì, sì, conosco la sua storia”, tagliò corto Lilla. “Ma io voglio essere a fianco di Anna nei momenti più allegri della sua vita, voglio vederla crescere e voglio giocare con lei ogni volta che ne avrà voglia! Forse un giorno guarderà la sua mensola piena di bambole e deciderà di metterci tutte in cantina per fare spazio ad altro, o peggio ancora ci butterà via, e se quel giorno arriverà voglio sapere di aver vissuto intensamente!”

Pallone fissò Lilla per qualche istante.

“Vai nella camera dei genitori di Lilla. Guarda sul comodino della madre… L’ultima volta l’ho vista lì!”

“Sbagliato, sono proprio qui!” disse una voce alle spalle di Lilla.

Lilla si voltò di scatto e vide una bambola di pezza fissarla con i suoi occhi storti. Uno dei bottoni era stato riattaccato un po’ più in basso del dovuto e i suoi capelli, che un tempo dovevano essere stati castani, erano coperti da uno spesso strato di polvere grigia. Un vestito rosso un po’ sgualcito copriva a malapena le macchie di inchiostro sulle braccia.

“Non guardarmi così, mia cara”, disse la bambola. “Io non sono appena uscita dalla scatola come te. Ero una delle bambole più belle e costose del mio tempo, infatti Antonella non voleva mai giocare con me. Aveva troppa paura che mi rovinassi!”

“E poi cosa accadde?”

“Accadde che mi stufai di vivere in mezzo ai peluche e alle altre bambole di pezza. Così feci qualcosa che a nessuno era mai venuto in mente: iniziai a nascondermi nello zaino di Antonella ogni notte. E lei non se ne accorgeva mai. Era così distratta che quando tirava fuori i libri e mi vedeva pensava che fosse stato il suo cane a mettermi lì. Le prime volte mi ignorò, non mi tirò nemmeno fuori, temendo che mi rovinassi il vestito o l’acconciatura, ma alla fine vinse la paura e cominciò a giocare con me durante la ricreazione, insieme alle sue amichette. Iniziò a mettermi lei stessa nello zaino prima di uscire. Ovviamente, a volte ho dovuto correre qualche rischio. Una volta un bambino della sua classe mi buttò nel cestino della spazzatura, un’altra volta venni spruzzata con dell’inchiostro a china, un’altra volta ancora per poco non mi tagliarono i capelli…”

Lilla ascoltava quel racconto con gli occhi pieni di ammirazione.

“Ascoltami bene, Lilla, Rosa, o come accidenti vuoi farti chiamare. Il mondo là fuori non è per niente semplice per le bamboline carine come noi. Ma se accetti di sporcarti le mani, il vestito e i capelli, potresti divertirti davvero moltissimo. Antonella mi ha portato con sé persino all’università e come vedi, nonostante non giochi più con me come un tempo, io sono ancora qui. Le altre bambole immacolate con cui non giocava mai… beh, sono chiuse in uno scatolone in fondo all’armadio. Sono tutte avvolte in degli asciugamani, per evitare che l’umidità le rovini. Si sono conservate perfettamente, sembrano nuove. Allora bambolina, come ti vedi nel futuro? Bella come appena comprata, seduta sulla mensola, o sporca e graffiata nello zainetto?”

Lilla, senza pensarci due volte, corse verso la cameretta di Anna e si infilò nel suo zainetto azzurro.

“Che cosa fai?!” sussurrò Fragolina, sporgendosi dalla mensola. “Vuoi andare a scuola con lei? Ma hai idea di quante cose potrebbero andare storte? Potresti cadere, perdere un occhio, sgualcirti la gonna, macchiarti la faccia…”

“Certamente, e potrei anche scucirmi, imbrattarmi d’erba, sporcarmi d’inchiostro, e chissà cos’altro!” rispose Lilla con un gran sorriso, mentre si acquattava tra il diario e l’astuccio.

Lilla adesso è lì che aspetta il mattino, sognando la scuola e le mille avventure da vivere a fianco di Anna. Fatele i complimenti per il suo coraggio e ditele tutti insieme: in bocca al lupo!

La centaura innamorata – Una fiaba di Kiria EternaLove

Questa fiaba è stata pubblicata della raccolta “Amore e Psiche 2018”, casa editrici Kimerik.

Guarda il video se vuoi farti raccontare la storia!

Nel cuore di un bosco di querce, laddove gli alberi erano più radi e il sole riusciva a riscaldare l’erba, viveva una creatura metà donna e metà bestia: una centaura. I suoi capelli erano rossi e i suoi occhi verdi come l’erba. Ogni giorno girovagava da sola in cerca di animali e piante, spinta dalla curiosità e dalla sete di conoscenza.

Un mattino udì uno splendido canto. Si nascose dietro un grosso arbusto e vide il giovane uomo a cui apparteneva la voce. Aveva i capelli neri e la pelle bianca ed era vestito di seta e di velluto. D’improvviso, un cinghiale sbucò da dietro un albero e tentò di attaccare il giovane. La centaura fu pronta a incoccare una freccia e a scagliarla vicino al cinghiale, costringendolo a fuggire.

«Chi siete voi, che mi salvate la vita e mi guardate con quegli occhi tanto belli?» domandò lui, voltandosi verso di lei. «Siete forse una dea?»

«Il mio nome è Primula» disse la centaura. «Non sono una dea, sono solo un’arciera.»

«Che voi siate benedetta, arciera. Vi prego, lasciate che baci la vostra mano!» supplicò il giovane, inginocchiandosi per terra. La centaura, arrossendo in viso, allungò la mano verso di lui e accettò il suo bacio.

«Vorrei tanto vedervi» disse lui, con un sorriso. «Potreste uscire da dietro quel cespuglio?»

«Oh, non posso!» mentì la centaura. «Stavo facendo il bagno e sono completamente nuda!»

«Perdonatemi!» disse il ragazzo, distogliendo lo sguardo. «Grazie ancora per avermi salvato!»

«Non mi avete detto il vostro nome» aggiunse lei.

«Mi chiamo Febo, come il dio del sole» rispose lui, con gli occhi bassi. «Potrò mai rivedervi, se adesso me ne andrò?»

«Mi rivedrete solo se lo vorrete» rispose Primula.

«Lo vorrò di certo. Addio, mia signora!»

La centaura tornò verso la sua casa scavata nel legno di un’enorme quercia. Non riusciva a smettere di pensare al bel giovane ed escogitò un modo per poterlo rivedere. I centauri erano da sempre i depositari dell’ultimo residuo di magia rimasto sulla Terra. In mezzo ai mille libri che aveva sullo scaffale, Primula trovò un incantesimo che le avrebbe concesso la forma umana, almeno per un giorno. Preparò un filtro e lo bevve, provando un dolore atroce: in pochi istanti le sue zampe equine svanirono per lasciare il posto a due esili gambe umane. Era ancora instabile e malferma, ma si mise in marcia e all’alba finalmente raggiunse la strada dove aveva visto sparire il giovane. Si coprì il seno con i capelli e iniziò a chiamare aiuto, fingendo di essere stata derubata. Alcune lavandaie la soccorsero e le diedero un vestito e dei sandali. Quando fece il nome di Febo, tutte la riconobbero.

«Tu devi essere Primula!» esclamò una comare.

«Il signor Febo ha parlato di te tutto il giorno!» affermò un’altra donna. «Ha dichiarato che ti avrebbe cercata per sposarti!»

«Vi prego, portatemi da lui!» disse Primula, con gli occhi pieni di speranza.

«Io sono la sua governante!» asserì la comare più vecchia. «Vieni con me.»

La donna prese a braccetto Primula e la condusse in una bella villa con le pareti bianche. Febo sedeva alla scrivania, intento a esaminare alcune carte.

«Signore, guardate chi vi ho portato!» disse la governante.

«Primula!» esclamò lui, con un gran sorriso. «Mia salvatrice! Mi avete ritrovato! Debbo dunque tener fede alla mia parola e prendervi in moglie!»

«Vi prego, cantate per me» chiese Primula, arrossendo. Febo fece cenno alla governante di uscire e iniziò a intonare una melodia struggente, narrando la storia di una principessa chiusa in un castello in attesa del vero amore.

Quando intonò l’ultima strofa, gli occhi di Primula erano pieni di lacrime. «Accetterete la mia proposta di matrimonio?» chiese lui, prendendole le mani. 

 «Canterete ancora per me?» chiese lei, speranzosa.

«Ogni giorno, se lo vorrete.»

«Io vi sposerò, ma vorrei che la stanza più grande di questa villa fosse riservata a me e vorrei essere l’unica a possederne la chiave. Vi prego, non fatemi domande.»

«Se è tutto quel che volete, lo avrete» disse Febo.

Alla vigilia delle nozze, Primula raccolse i suoi averi e li trainò con un carretto fino alla casa di Febo mentre era ancora una centaura.

«O mie forti zampe!» pensò. «Dovrò dirvi addio per due misere gambe che mi sorreggono appena! Non potrò più correre per i boschi, non potrò nitrire di gioia sotto la pioggia, non potrò tendere il mio arco! Ahimè, perderò tutta la mia forza!»

Prima che spuntasse il sole, Primula bevve il filtro che la rendeva umana e sposò il giovane uomo. Durante la prima notte di nozze, Febo le tolse il velo dal viso e dai capelli.

«Come sei bella!» sussurrò.

«Se un giorno non dovessi più essere bella, mi vorrai ancora?» domandò lei. «Per sempre» rispose Febo.

I due sposi vissero felicemente per parecchi mesi. Ogni mattina, Primula si svegliava all’alba per impedire alle sue gambe di tramutarsi in zampe di cavallo, sopportando il dolore con il sorriso sulle labbra. Una sera, mentre Febo cantava, venne colto da un attacco di tosse fortissimo che quasi gli tolse il fiato. Col passare del tempo, la tosse si ripresentò sempre più forte, finché una notte il giovane non macchiò di sangue il fazzoletto bianco con cui si copriva la bocca.

«Mi amerai ancora, anche se non potrò più cantare?» chiese Febo.

«Per sempre» rispose Primula.

La governante corse a chiamare un medico, ma con lui vennero solo cattive notizie. Primula si chiuse nella sua stanza e sfogliò i suoi libri sperando di trovare una cura. Finalmente, tra le pagine del libro più vecchio e lacero lesse una soluzione: Febo sarebbe rimasto in vita se avesse potuto bere ogni giorno il sangue di un centauro. Senza pensarci due volte, Primula attese l’alba e corse nella sua stanza per lasciare che la sua trasformazione in centaura avvenisse. Si praticò un taglio profondo su una delle zampe e lasciò che il sangue si raccogliesse in un bicchiere. Dopo esser tornata umana, andò in camera da letto e svegliò suo marito per dargli da bere.

«Che cos’è?» domandò lui.

«È una medicina che mi preparava sempre mia nonna quando avevo la tosse» mentì Primula.

«Devi berla ogni mattino, affinché faccia effetto.» Il giovane bevve e si sentì improvvisamente meglio.

Ogni giorno, prima che Febo si svegliasse, Primula gli faceva trovare la medicina sul comodino. Era felice di aver trovato il modo di curarlo, ma presto i suoi capelli persero la loro bella sfumatura rossa e due occhiaie scure si formarono sotto i suoi occhi.

«Mi ami anche se non sono più bella?» domandò Primula a suo marito.

«Per me sarai sempre bella» rispose lui. «Però sei tanto pallida. Sei forse ammalata anche tu?»

«Sto bene, stai tranquillo!» disse lei, con un sorriso.

«Cosa fai da sola in quella stanza, ogni mattino?» domandò Febo.

«Mi avevi promesso di non chiedermelo mai!» rispose Primula.

Una notte, credendo che il marito dormisse, Primula iniziò a svestirsi. Innumerevoli tagli le costellavano le gambe e le braccia.

«Ti sei fatta male?» domandò Febo. Primula si rivestì in fretta.

«Sono solo caduta in mezzo ai rovi. Ti prego di non domandare altro» disse lei, senza guardarlo negli occhi.

Quando giunse l’alba, Primula si alzò in fretta per raggiungere la sua stanza. Le gambe si stavano facendo più forti e presto le dita sarebbero divenute zoccoli. Febo l’afferrò per una mano prima che potesse andare via.

«Dove vai?» chiese, preoccupato.

«Vado a preparare la tua medicina!» disse Primula. Lui lasciò andare la sua mano e attese il suo ritorno. Passò un’intera ora: il sole era ormai già alto, ma Primula non era ancora tornata. Febo, senza la medicina, iniziò a sentirsi di nuovo debole. Nonostante la promessa che aveva fatto, decise di andare a cercare Primula nella sua stanza e iniziò a bussare insistentemente, ma lei non apriva la porta.

«Ti prego, fammi entrare!» disse lui, con una mano sulla maniglia.

«Aspetta!» rispose Primula, con voce debole. «Prima rispondi a una domanda: mi ameresti ancora anche se non fossi… non fossi più umana?»

«Per me tu non sei mai stata umana» rispose Febo. «Per me sei l’angelo che mi ha salvato la vita!»

«E allora entra…» 

Il giovane aprì la porta e si portò le mani alla bocca. Nel mezzo alla stanza giaceva una centaura moribonda che aveva lo stesso volto di sua moglie. «È ora che tu sappia…» sussurrò Primula, con un debole sorriso.

La centaura raccontò per la prima volta a suo marito la verità sulla sua natura e sull’origine della medicina che lo aveva tenuto in vita.

«Tu stai morendo a causa mia!» disse Febo tra le lacrime, tenendo in grembo la testa di lei.

«Mi rammarico solo di non poterti più aiutare, però morirò felice: morirò come sono nata, come una centaura, e morirò sapendo di averti raccontato tutto. Ti prego, canta per me un’ultima volta…»

Il giovane baciò la moglie sulle labbra e poi intonò la melodia che aveva condotto Primula da lui nel bosco. Quando intonò l’ultima strofa, gli occhi di lei si erano chiusi per sempre. Febo seppellì Primula da solo, nel giardino della villa, e ogni giorno cantò per lei fino a consumare i suoi polmoni. Un mattino la governante lo sorprese inginocchiato sulla tomba di Primula, con la testa appoggiata sulla lapide.

«Vi prego, venite in casa. Qui fuori è troppo freddo per voi!» disse lei, ma non giunse risposta. La donna poggiò una mano sulla spalla del padrone: solo allora si accorse che aveva smesso di respirare. Se ne era andato col sorriso sulle labbra e con un canto nella gola.

L’indomani, Febo venne sepolto accanto alla moglie. La primavera successiva, tantissime primule coprirono le tombe dei due sposi e in mezzo a esse nacque una grossa quercia. Coloro che hanno osato avvicinarsi alle lapidi durante la notte giurano di aver udito il vento cantare in mezzo alle primule e di aver visto i rami della quercia allungarsi per poter accarezzare i fiori nati tra le sue radici.  

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 11: Amore malato (FINALE)

“Fabio?!” dissi, incredula. “Ma cosa…?!”
“Chiamate un’ambulanza, imbecilli! Sono ferito e voi non fate niente?!”
“L’ho già chiamata io” disse la Fragola. “E ho chiamato anche la polizia! Ora spiegami che cosa volevi fare con quella mazza da baseball!”
“Volevo spaventarti e basta” ringhiò lui.
“Hai ucciso tu Diana?” domandai, senza troppi giri di parole.
Fabio cercò di opporre resistenza, ma la presa di Eraldo era saldissima.
“No… io volevo bene a Diana… è stato un incidente… non volevo spingerla, non volevo…”
“Allora sei stato tu!” dissi.
“NO!” gridò lui. “E’ stato un incidente! Lei aveva bevuto! Lei beveva spesso, a volte anche al mattino… quel giorno era mezza ubriaca… e… e…”
“E cosa?! Parla, screanzato!” disse la professoressa, tirandogli uno schiaffo.
“E buttò giù Domenica dalla sua sedia a rotelle per salirci sopra!”
“Che cosa?!” domandai.
“Domenica era salita in terrazzo per fumare una sigaretta… lei fuma ogni tanto… io stavo dicendo a Diana che la volevo lasciare, ma lei era sbronza e dette di matto. La vidi salire in piedi sulla sedia a rotelle… le dissi di scendere, ma alla fine.. alla fine… no, non è stato un’incidente. È… è…”
“Sono stata io” disse una voce stentata alle nostre spalle.
Domenica.
“Cosa?” sussurrai, fissandola negli occhi.
“L’ho spinta io. Eraldo, io ti amo” disse Domenica, guardandolo negli occhi. “Diana non ti amava. Ma tu volevi stare con lei, che invece ti avrebbe fatto solo soffrire. L’ho fatto per te.”
“E tu sapevi?” chiese Eraldo a Fabio.
“Ma certo che sapeva!” disse Domenica, con un sorriso. “Io sono solo un’inerme, gracile ragazza disabile, figlia di una poliziotta! Chi avrebbe mai creduto che l’assassino fossi io e non un ragazzo giovane e forte con tutte e due le gambe funzionanti? L’ho usato fino a oggi come se fosse la mia marionetta, come se fosse le gambe che non posso usare!”
“E allora le aggressioni, come…?” domandai.
“Oh, erano solo un diversivo. Direi che ci siete proprio cascati in pieno! Mi sono buttata giù dalle scale da sola, e ho costretto anche Fabio a farlo per renderci meno… sospettabili, ecco. Non avrei voluto arrivare a questo, ma Fabio mi ha fatta scoprire…”
“Io non potrò mai amare un’assassina” disse Eraldo, rabbioso, senza allentare la presa su Fabio.
“Oh, lo so bene. Ma se non potrai essere mio, non sarai mai di nessun’altra… perciò adesso devo dirti addio…”
Domenica sorrise. Stava per estrarre qualcosa dalla tasca, ma con uno scatto fulmineo la Fragola si avventò su di lei per bloccarle il braccio.
“HA UNA PISTOLA!” gridò, ma un colpo partì lo stesso.
La Fragola si accasciò a terra. Solo allora Eraldo mollò Fabio e si gettò su Domenica, sollevandola dalla sedia a rotelle per tenerle ferme le braccia.
Sentii le sirene dell’ambulanza farsi sempre più vicine. Dopo pochi istanti, si unirono anche quelle della polizia.
I paramedici soccorsero sia Fragola che Fabio. Domenica non abbassò lo sguardo quando incrociò gli occhi delusi di sua madre.
“Perché mi hai fatto questo?” la sentii dire.
Domenica non rispose. Si limitò a lasciar cadere a terra la pistola. Eraldo la mise a sedere sul sedile posteriore della volante.
“Non riesco ancora a crederci…” disse Eraldo, guardando Domenica andarsene con gli agenti. “Che ne sarà di Claudia?”
“Se la caverà in qualche modo, stai tranquillo” dissi io.
“Lo spero. I paramedici non erano molto fiduciosi… ha perso molto sangue” disse, fissando il cemento rosso di fronte ai suoi piedi.
La Fragola era già stata portata in ospedale, mentre Fabio venne medicato sul posto in attesa di un’altra ambulanza. Quando finalmente l’ambulanza arrivò, lo fecero sdraiare su una barella, ma lui fece cenno di aspettare.
“Ehi Eraldo” disse Fabio, con un sorriso strano. “Avvicinati un po’…”
“Che vuoi?”
“Lo so che sei arrabbiato con me perché ho picchiato tua madre…”
“Non ricordarmelo o ti spacco la faccia un’altra volta” ringhiò lui.
“Non l’avrei mai fatto” disse lui scuotendo la testa, mentre un paramedico gli bendava la ferita.
Eraldo non rispose, si limitò a digrignare i denti e a distogliere lo sguardo.
“Mi dispiace che le cose siano andate così. Per quello che vale… volevo dirti che il motivo per cui stavo lasciando Diana non erano i suoi tradimenti… mi ero reso conto che le cose erano cambiate… mi ero reso conto che mi piacevi tu!”
Eraldo si voltò verso Fabio, i begli occhi pervasi di stupore.
“Che cosa?!”domando, strabuzzando gli occhi.
“Eravamo tutti innamorati di te. Io, Diana, Domenica, la Fragola… Non fa niente se non mi ricambi, volevo solo che lo sapessi! Sono stanco di mentire a destra e sinistra!”
Fabio e Eraldo abbozzarono un sorriso.
“In bocca al lupo con la guarigione” disse Eraldo, porgendogli la mano.
“Grazie…” disse lui, stringendola.
Fabio gettò un’ultima occhiata verso di me e sorrise.
“Ora possiamo andare” disse al paramedico.
Guardammo l’ambulanza partire. Il sole iniziò a tramontare. Pensai alla professoressa Fragola, così pallida tra le braccia dei paramedici… Nel giro di pochi minuti sarebbero arrivati i detective a raccogliere le prove e qualcuno ci avrebbe scortato alla centrale di polizia per interrogarci. Avremmo dovuto affrontare processi, interrogatori, tribunali…
Eraldo e io restammo in silenzio per qualche istante, fissando il vuoto.
“Non è che anche tu eri innamorata di me?” domandò Eraldo, cogliendomi di sorpresa.
“Certo” risposi io, sorridendo malinconicamente. “Come tutti….”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 10: La trappola

Puntata precedente:https://www.eternalovecl.com/kiria-racconta-bello-da-morire-capitolo-9-un-segreto-poco-segreto/

Quando Eraldo entrò in classe al mattino, sembrava un cavaliere dell’apocalisse pronto a dispensare morte, peste, carestia e guerra con una sola occhiata. Si sedette al suo banco senza dire una parola. Cercando di non destare l’attenzione di Domenica, gli toccai un braccio per chiedergli che problema avesse, ma mi incenerì con lo sguardo.
Lo vidi scrivere qualcosa sul cellulare. Sentii una vibrazione provenire dalla tasca.

Lo stronzo ha aggredito mia madre mentre tornava a casa da lavoro, proprio davanti a casa mia. Le ha dato una botta in testa. È ancora in ospedale. Volevo tornare casa mia in America, i miei genitori erano d’accordo, e adesso non posso più farlo. Devo trovarlo e farlo arrestare, chiunque sia!

Mi venne un groppo alla gola. Non provai a parlargli per tutta la mattinata, limitandomi a riflettere in silenzio. Non capii una parola della lezione sugli integrali, né di quella su Hegel, ma quando arrivò il momento di studiare James Joyce finalmente mi venne in mente l’unica cosa che avremmo potuto fare. Avremmo rischiato di farci ammazzare, o farci tramortire nel migliore dei casi, ma dovevamo far uscire l’aggressore allo scoperto.

Sei con la macchina?

Scrissi a Eraldo. Lui annuì.

Io fingerò di andare a casa, ma andrò a casa della prof. Tu resta con lei finché non te lo dico io. Poi accompagnala a casa, fingi di andartene, fai il giro e ritorna. Dille di aprirmi la porta sul retro. Cancella tutti i messaggi.

Dopo qualche istante, Eraldo fece cenno di aver capito.

Quando tutti se ne furono andati, Eraldo andò a cercare Fragola, mentre io finsi di tornare a casa mia. Quando fui sicura che nessuno fosse nei paraggi, feci dietro front e andai a casa della Fragola. Inviai un messaggio a Eraldo per avvertirlo.
La villetta in cui Fragola viveva con altre quattro coinquiline era molto vicina alla casa dei miei nonni. C’ero passata davanti molte volte e quasi sempre avevo visto qualcuna delle ragazze. Quel giorno, però, pareva non esserci nessuno. Non c’erano mezzi parcheggiati né finestre aperte. Forse erano fuggite per la paura. Scavalcai il cancello senza troppa fatica e mi nascosi in mezzo ai cespugli del giardino. Dopo una decina di minuti sentii il rumore di una macchina, di una portiera che si apriva e di un paio di tacchi che camminavano sull’asfalto. L’automobile ripartì. Un suono di chiavi mi suggerì di uscire dal mio nascondiglio e di avvicinarmi alla porta del giardino. Dopo pochi istanti la porta si aprì e io sgattaiolai dentro camminando a quattro zampe.
“Spero solo che tu abbia avuto l’intuizione giusta” disse la professoressa a bassa voce. “Ma non ho capito quale sia il tuo ruolo in questa storia.”
“Io… io voglio solo sapere chi è” ammisi. “Voglio sapere perché mi ha aggredito.”
“Beh… credo tu possa fare di più che stare solo qui a guardare” disse lei, aprendo un cassetto. Ne estrasse una pistola che pareva uscita da un film d’azione.
“Bella, eh?” disse, montando quello che suppongo fosse il silenziatore. “Una delle mie coinquiline è una guardia notturna, abbiamo la casa piena di armi e pallottole… questa è la mia preferita, è leggera e ha pochissimo rinculo… peccato che io abbia una pessima mira… tu sai sparare?”
“No, non ho nemmeno mai tenuto una pistola in mano” dissi.
“Beh, c’è sempre una prima volta!” disse lei, lanciandomi dei guanti di lattice e l’arma.
“Ma… ma…” blaterai.
“Niente ma. Usala se dovesse servire. Non vogliamo fare la fine di Diana. Se lo ammazzi, dirò che sono stata io e ti toglierò da questo impiccio. Troveranno solo me e le mie impronte. Sai, comincio a pensare di aver capito chi c’è dietro questa faccenda…”
Sentii il telefono vibrare.
“Eraldo è in zona” dissi a voce bassa. “Lascerà la macchina nella parallela e verrà qui passando dal retro.”
“Cosa pensa di fare, povero caro… gli avevo chiesto di restare a casa sua…” disse la Fragola, scuotendo la testa.
La professoressa uscì in giardino per togliere i panni dalle corde e tagliare qualche foglia secca alle piante. Eraldo mi raggiunse in casa. I suoi muscoli erano tesi e pronti a scattare. Ci acquattammo dietro le tende tirate, pensando al peggio.
Proprio mentre la professoressa era chinata per innaffiare una pianta di gerani, una figura con il cappuccio calato sulla faccia si materializzò da dietro il cancello. Nella mano brandiva una mazza da baseball.
Eraldo corse via dalla porta sul retro.
Trattenni il fiato, troppo ebbra di adrenalina per capire cosa stessi facendo.
Presi la mira attraverso la tenda trasparente, pregai Dio di non farmi diventare un’assassina e premetti il grilletto.
La figura incappucciata lasciò andare la mazza: l’avevo colpito alla spalla destra. Avevo mirato alla mano, ma ero comunque grata per il risultato.
Lasciai andare la pistola e corsi in giardino. Quello che vidi pochi istanti dopo mi tolse quasi il fiato. Eraldo aveva bloccato a terra l’aggressore e gli aveva tolto il cappuccio. Due occhi neri mi fissarono con livore, coperti da una frangetta di capelli chiari. Il suo sopracciglio era tagliato in due da una ferita recente.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 9: Un segreto poco segreto

Puntata precedente: https://www.eternalovecl.com/kiria-racconta-bello-da-morire-capitolo-8-unaltra-aggressione/
L’indomani la mia classe era preda di un terribile fermento. Era tutto un parlare delle aggressioni e un ipotizzare chi sarebbe stato il prossimo. Eraldo e la Fragola erano chiaramente in agitazione.
Fabio aveva cinque punti di sutura che gli tagliavano il sopracciglio e un grosso livido sul mento. Tentai di avvicinarmi per chiedergli come stesse.
Quando gli rivolsi la parola alzò appena lo sguardo dal quaderno che teneva davanti come mero diversivo. Mi fissò per qualche istante con i suoi occhi neri e mi lanciò un debole sorriso.
“Poteva andarmi peggio” disse. “Sono quasi tutto intero e non ho riportato danni gravi… grazie per averlo chiesto.”
Annuii imbarazzata e tornai al mio posto.

Nell’intervallo andai a parlare con Eraldo. Schizzò come un gatto non appena gli rivolsi la parola. Scosse la testa quando gli chiesi se volesse parlare. Una parte di me si era davvero messa a giocare al detective e non vedevo l’ora di scambiare due chiacchiere con quello che, con tutta probabilità, avrebbe potuto essere la prossima vittima.
Fuori da scuola, fu lui a raggiungermi. Mi portò nel parcheggio, dove aveva lasciato la macchina, e mi disse di salire per parlare.
Aprii la porta del passeggero pronta ad ascoltarlo.
“Sono il prossimo… sicuro che sono il prossimo! Io o Claudia! Sicuramente! Puoi anche dirlo in giro se vuoi, non… holy shit! Again!”
Eraldo corse fuori dalla macchina per capire chi ci stesse origliando, sicuro che fosse la stessa persona della volta prima, invece si trattava solo di Fabio, venuto a prendere la bicicletta.
“Perché ovunque io vada ti trovo sempre tra i piedi?” disse Eraldo, visibilmente arrabbiato.
“Perché frequentiamo gli stessi posti” rispose Fabio, senza scomporsi. “Stai pure con la tua ragazza tutto il tempo che vuoi, si vede che la mia non era abbastanza per te se l’hai già dimenticata…”
“Mothafucka!” disse Eraldo, afferrandolo per la maglietta. “Io volevo bene a Diana, non ti azzardare a dire mai più una cosa del genere! Patricia è solo un’amica!”
“Lei forse sì, ma la professoressa Fragola?” sogghignò Fabio.
Eraldo gli tirò un pugno così forte che temetti gli saltassero i punti.
“Fatti i cazzi tuoi” sussurrò Eraldo, a denti stretti.
“Lo prendo per un sì” disse Fabio, sputando del sangue per terra.
Fabio salì sulla bici e se ne andò, con un sorriso strano stampato sul volto.
“Non avresti dovuto picchiarlo” dissi io, spaventata. “Adesso ha capito… ha capito che…”
“Ha capito che non sono affari suoi” disse Eraldo, togliendosi i capelli dalla faccia.

Il giorno dopo tornò a scuola anche Domenica. Aveva un taglietto su un labbro e una spalla lussata, così accettò di buon grado che la spingessi nel tragitto dall’ascensore all’aula.
Eraldo, non appena la vide, corse ad abbracciarla.
“Stai bene?” disse, inginocchiandosi per poterla vedere in faccia. Lei fece segno di sì con la testa e sorrise, gettando le braccia verso Eraldo per farsi abbracciare di nuovo.
“Ci pensi ancora, non è vero?” le domandai, quando Eraldo fu abbastanza lontano.
“Sempre” rispose lei, con aria sognante. “Vorrei sposarlo. Non è solo bello, è anche dolce e gentile…”
Scoppiai a ridere, ripensando alle risse e alle tresche in cui era coinvolto, ma decisi di non spezzare il sogno di Domenica, morto ancora prima di nascere.