KIRIA RACCONTA: “Volpe”

C’era una volta un piccolo villaggio, abitato da agricoltori, falegnami e artigiani. Un giorno una donna, mentre lavorava, cadde a terra in preda alle doglie.
Le altre donne la portarono nel granaio e chiamarono la levatrice per aiutarla a partorire. Non appena la madre ebbe tra le braccia la bambina, si rese conto di due occhi gialli, nascosti nel pagliaio, che la fissavano insistentemente: erano gli occhi di una volpe.
“Vattene via, bestiaccia!” gridò la vecchia guaritrice del villaggio, lanciando un secchio d’acqua contro l’animale.
“E’ forse un cattivo auspicio?” chiese la madre. “Cosa significa?”
“Significa che la neonata è una figlia della volpe. Sarà bella e di pelo rosso, ma anche molto astuta e infida.”
Presto tutti iniziarono a guardare con sospetto quella bambina con i capelli rossi e il volto cosparso di lentiggini. L’ingenuità dell’infanzia le impediva di vedere il disprezzo e l’apprensione con cui tutti la guardavano, ma giorno dopo giorno le si cucì addosso una consapevolezza sempre maggiore. Quando si verificavano un furto o un incidente, oppure si ammalava una pianta, tutti erano sempre pronti a incolpare lei. Persino i suoi genitori non le credevano quando tentava di dimostrare la sa innocenza.
“Tutti mi chiamano Volpe” disse un giorno tra sé la ragazza, ormai divenuta donna. “Ho deciso che d’ora in poi sarò una volpe per davvero!”
Volpe era sempre stata molto golosa di torte alla frutta, ma la sua famiglia non aveva mai potuto permettersi il lusso di entrare in una pasticceria. Un giorno, quando vide un dolce alle fragole sul davanzale della fornaia, si guardò bene intorno e allungò le mani verso l’oggetto del suo desiderio. Esitò per qualche istante, ma alla fine vinse la paura e andò a mangiare in pace dentro un granaio.
“Mi avrebbero dato la colpa comunque!” pensò, assaporando l’ultima fragola.
Ogni giorno che passava, trovava sempre più facile sconfiggere il senso di colpa e rubacchiare in pace quel che le suggeriva la testa. Era sempre così svelta e abile a nascondere le proprie tracce che nessuno riusciva mai a coglierla in flagrante.
Una sera riuscì persino ad appropriarsi di una gonna nuova, appena confezionata dal sarto con dell’ottimo cotone bianco, ed ebbe l’astuzia di tingerla di rosso come la sua vecchia gonna lacera, in modo che il cambiamento risultasse meno evidente.
Quando qualcuno le faceva una domanda, di qualunque genere essa fosse, Volpe rispondeva sempre con una bugia. Ben presto le persone iniziarono a rendersene conto e presero a evitarla. A Volpe non importava di quello che pensavano gli altri, le importava solo di comportarsi da brava volpe.

Un mattino, Volpe si alzò da letto molto preso. Raccolse gli arnesi di suo padre senza chiedergli il permesso e decise di costruirsi una casetta nei pressi del bosco di querce che circondava il villaggio. Nessuno osava avventurarsi oltre i primi alberi per timore dei lupi che abitavano in mezzo alle fronde. Quando giunse il tramonto, la casetta era quasi ultimata.
“Mi mancano solo alcuno ciocchi di legno per finire il tetto. Andrò a cercarli prima che il sole cali del tutto” pensò Volpe, prendendo l’accetta e tre zainetti vuoti: uno per la legna, uno per i frutti spontanei del bosco e uno per i funghi.
Volpe trovò quasi subito la legna che le serviva e stava per tornare indietro, ma d’improvviso notò un cespuglio sul quale rosseggiavano decine di bacche mature. Ne raccolse parecchie e le mise nello zaino. Quando ebbe finito, si guardò intorno e si rese conto che era calato il buio e che non riusciva a vedere un palmo dal proprio naso.
Volpe iniziò a insultarsi da sola per essere stata così sconsiderata da farsi cogliere alla sprovvista dalla notte, ma non ebbe molto tempo per lamentarsi: un ululato le ricordò che non era sola in quel bosco. Molti altri ululati si unirono a quello. Volpe lasciò andare l’accetta e i due zaini pieni di legna e di bacche e si mise a correre più forte che poté, pur non avendo idea di dove stesse andando. D’improvviso, un vecchio cacciatore apparso dal nulla le si parò davanti.
“Ohi! Che fai, bambina?” chiese l’uomo “Non è posto per te questo!”
“La prego, mi accompagni a casa! E’ pieno di lupi qui e io ho una gran paura!” risposa la ragazza, col fiatone.
“Che cos’hai nello zaino?” chiese lui.
“Pane, formaggio e mele!” mentì la ragazza.
“Va bene” disse il vecchio. “Facciamo uno scambio: io ti porterò a casa sana e salva e tu in cambio mi darai metà del tuo cibo. Ti prometto che finché starai con me non ti accadrà nulla!”
Volpe accettò il patto e seguì il cacciatore fino alla sua casetta ai limiti del bosco.
“Ma come ha fatto a trovare la mia casa, se neppure le ho detto dove abito?” chiese lei, sorpresa.
“Non farti troppe domande. Posso avere ciò che mi avevi promesso?” disse il vecchio.
Volpe, con un sorriso beffardo, mostrò al cacciatore il suo zaino aperto, vuoto.
“Ingrata bugiarda!” disse l’uomo, a denti stretti. “Ti avrei aiutato anche se non mi avessi dato niente in cambio! Che tu sia maledetta! La tua bocca, che tanto ha esitato a dir la verità, darà la morte a chiunque provi a baciarti, a meno che non si tratti del vero amore! Vediamo se ai tuoi amanti sarai capace di raccontare la verità o se preferirai averli sulla coscienza!
Dopo aver detto queste parole, il vecchio cacciatore scomparve.
La fanciulla scoppiò a ridere e non pensò più all’accaduto, contenta di esser tornata a casa sana e salva.
Passarono i mesi e presto molti giovani boscaioli si accorsero della sua presenza e iniziarono a farle la corte. Lei tendeva ad approfittarsi un po’ di loro, chiedendo a ciascuno di svolgere qualche lavoro per la su casetta. Quando per ricompensa le veniva chiesto un bacio, li respingeva tutti, a volte anche in malo modo. Uno dopo l’altro, i giovani uomini finirono per allontanarsi da lei e parecchi smisero anche di salutarla.
Solo un ragazzo continuò a corteggiarla e a ronzarle intorno nonostante i suoi rifiuti. In realtà la ragazza avrebbe volentieri accettato le sue attenzioni, ma il timore delle parole del vecchio non l’abbandonava.
Ogni giorno il giovane chiedeva alla ragazza di sposarlo, ma lei era costretta a rifiutare. Lo insultava, lo scacciava, gli diceva parole che non pensava affatto, ma ogni giorno lui tornava da lei.
Infine, non sopportando più l’idea di respingerlo, Volpe decise di confessare il suo segreto. “Ascolta, io non posso innamorarmi, ma se potessi saresti l’unico che vorrei!” gli disse.
“Tu mi rendi felice con queste parole, ma perché non possiamo stare insieme?” chiese il ragazzo.
“Perché io sono maledetta: se tu mi baciassi, moriresti!” disse Volpe, raccontando poi la storia del vecchio e della maledizione.
“Tutto qui?” disse il ragazzo. “Ti dimostrerò che sono io, il tuo vero amore! Non ho paura di morire, se sarò tra le tue braccia!”
In quel momento, dal nulla, apparve il vecchio che aveva salvato Volpe.
“Oh, ma guarda!” disse, con un sorriso ironico. “Allora alla fine hai imparato ad essere onesta! Mi fa piacere vedere che hai trovato un bravo ragazzo e che grazie a lui tu abbia capito l’importanza della sincerità. Adesso sai che a volte la verità non è bella, ma è senza dubbio giusta! Pensa alla mia maledizione, per esempio. Ti ho fatto stare in ansia, non è vero? Eppure non ne avresti avuto motivo, perché io ti ho mentito! L’hai capito, adesso? In realtà tu non hai nessuna maledizione addosso!”
Così come era apparso, il vecchio scomparve.
I due giovani, finalmente liberi di amarsi, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 1

Guardai l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Mi alzai di malavoglia e andai in cucina a preparare del caffè per tenermi sveglia. Avevo trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui non ricordavo niente. Mi girava la testa e sentivo di avere un alito tremendo, ma non vi diedi peso. Bevvi il caffè e andai in bagno a lavarmi la faccia. La veglia mi aveva donato due belle occhiaie violacee che non avrei perso tempo a coprire col trucco. Era il secondo giorno di quinta liceo. Quell’anno avrei dovuto sostenere la maturità, non mi andava di perdere tempo a occuparmi del mio aspetto fisico.

Mi infilai i primi vestiti puliti che riuscii a trovare e uscii in punta di piedi, senza svegliare i miei genitori. La notte prima avevano dovuto tenere aperto il ristorante fino alle due di notte a causa di una cena aziendale privata. Erano tornati tardi, non volevo svegliarli. Presi la bicicletta e mi diressi verso la scuola. Avrei dovuto aspettare almeno mezzora prima che aprissero il portone, ma l’idea di godermi l’aria frizzante di settembre immersa nella lettura di un buon libro non mi dispiaceva. Posai la bici a ridosso del solito muro, misi la catena e mi diressi verso i gradini della scala antincendio su cui ero solita sedermi quando arrivavo a scuola troppo presto. Con mia sorpresa, mi resi conto che i gradini erano cosparsi di fiori bianchi. Guardai in alto: tutta la scala era coperta di fiori, fino al secondo piano. Iniziai a salire le scale. Quando ebbi percorso quattro rampe, vidi un’enorme distesa di fiori bianchi sul pianerottolo. Mi avvicinai. Notai con orrore che una persona stava dormendo proprio in mezzo a quei fiori. Era una ragazza; aveva i capelli neri e il rossetto rosso. Sul volto aveva un fondotinta troppo pallido per la sua carnagione. Mi avvicinai, tremando. Aveva le braccia conserte sul petto e tra le mani stringeva una mela rossa morsicata. Un biglietto, scritto a macchina, era stato lasciato accanto a lei.

Il principe non verrà mai a svegliarla dal suo sonno.

Mi sentivo paralizzata. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel volto immobile. Gridai con tutto il fiato che avevo in corpo.

La polizia mi fece un mucchio di domande. Mi chiesero se conoscessi la vittima, se avessi toccato qualcosa, che cosa ci facessi in giro a quell’ora. Alla fine mi lasciarono andare, intimandomi di tornare a casa per riprendermi dallo shock. Non sapevo niente di quella ragazza. Ricordavo solo che a volte la sua classe divideva la palestra con la mia durante le ore di educazione fisica, ma non avevo neppure idea di quale fosse il suo nome. Sul suo corpo non c’erano tracce di violenza, era stata soffocata da una mela che le si era incastrata nella gola.

Quando tornai a scuola, la storia di Biancaneve era un sussurro sulla bocca di tutti. La professoressa d’italiano scoppiò in lacrime nel mezzo della lezione; la vittima era stata una sua allieva fino all’anno prima. Una studentessa promettente, gentile con i compagni, separata dalla vita così presto. Ci raccontò che il suo fidanzato l’aveva lasciata pubblicamente durante l’ultimo giorno di scuola per fidanzarsi con un’altra ragazza, spezzandole il cuore.

Bene o male, tutti noi studenti ricominciammo a vivere come prima dell’omicidio. Vedevamo spesso degli agenti pattugliare la zona durante le prime ore di lezione e durante l’intervallo, ma ci avevano assicurato che non c’era alcun pericolo reale che venissero fatte altre vittime.

Decisi di non voler mai più arrivare a scuola troppo presto: non volevo correre il rischio di imbattermi in altri cadaveri né tanto meno volevo diventare un cadavere io stessa. Mi sentivo quasi sollevata quando arrivavo in ritardo. La notte di Halloween alcuni miei compagni avevano deciso di organizzare una festicciola per esorcizzare la paura dovuta agli ultimi avvenimenti, ma io non potetti partecipare a causa di un’interrogazione di fisica programmata per la prima ora il mattino seguente. Passai tutta la notte a leggere e rileggere le stesse cose e alla fine mi risvegliai con il mal di testa e un gran freddo addosso: mi ero addormentata sui libri. La sveglia indicava le nove meno cinque di mattina.

“Il professore penserà che l’abbia fatto di proposito!” pensai, uscendo di casa come un razzo e salendo sulla bici. Quando arrivai a cento metri dalla scuola, mi resi conto che l’ingresso era costellato di volanti della polizia. Un brivido mi attraversò la schiena.

Mi avvicinai, cercando di capire cosa fosse successo. Vidi un ragazzo piangere e gridare, tenuto stretto da due agenti. Prima che una poliziotta mi cacciasse, vidi una ragazza bionda sdraiata a terra. Il cemento ai piedi della scala antincendio era diventato rosso. Alla ragazza mancava una delle scarpe.

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