Diario di una scrittrice #2 – Le parole non dette

Caro diario,
ho appena finito di giocare “Life is Strange – Before The Storm”. Alla fine del gioco si può decidere se sia meglio vivere in una bugia confortevole e rassicurante o nella verità scomoda e dura. Sì, lo so, il solito cliché della pillola blu e rossa . Io ho scelto la verità. Come faccio a mentire alla persona che amo? Che senso ha fondare la nostra relazione, la nostra possibile vita insieme, sulla menzogna?

Qualche giorno fa avevo addosso una sensazione che non riuscivo a capire. Sapevo che qualcosa non andava. Ero nervosa, triste, arrabbiata, un misto di tutte e tre le cose. Ho anche disegnato una vignetta per l’occasione, perché io sono un po’ come un Sim, gli stati umorali mi si leggono in faccia anche quando cerco di occultarli. All’inizio pensavo fosse solo ispirazione, voglia di scrivere qualcosa di macabro o un po’ strano. No, non era quello. Era un’altra cosa. Era un pensiero che non avevo espresso. Anzi, forse erano anche più di uno. Pensieri che mi giravano nella testa, tutti per la stessa persona. L’ho capito solo dopo. Se pur in imbarazzo, ho trovato il coraggio di parlare di quello che frullava nella testa… e magicamente quello strano stato umorale è svanito. In realtà non così “magicamente”; il mio interlocutore mi ha ascoltato,mi ha dato una risposta che mi ha soddisfatto e finalmente mi sono sentita meglio. Era così semplice, no? E alla fine il mio problema era un’autentica sciocchezza. Immaginatevi cosa vuol dire tenersi dentro qualcosa di veramente importante!

Ho imparato sulla mia pelle che le cose non dette sono quelle che fanno più male. Mentire, nascondere, occultare, sono tutte cose che minano le fondamenta di una relazione, sia essa di qualsiasi tipo. Non fatelo, per favore. Ho visto sgretolarsi sotto le mie mani più di una storia a causa del peso delle cose non dette.

La strana storia delle balene suicide

Qualcuno ne avrà sentito parlare, agli altri lo spiegherò io: un gruppo di sociopatici russi si sta divertendo a contattare/farsi contattare da adolescenti e giovani particolarmente sensibili o che stanno attraversando periodi di vita particolari. L’obiettivo è spingerli al suicidio attraverso 50 sfide quotidiane, di cui molte incentrate sull’autolesionismo. La sfida si chiama “Blue Whale Challenge” e onestamente mi dispiace per le balene, animali meravigliosi che adesso verranno associati ai pazzi.
Io non so perché questa gente si diverta a giocare con la vita delle persone e non starò a parlare di questo, voglio parlare con tutte quelli che almeno una volta hanno seriamente preso in considerazione l’idea di farsi fuori.
L’adolescenza è la fase di vita in cui il cervello va per conto suo. E’ come essere sotto costante influsso di droghe: tutto è amplificato, tutto è più grave, tutto capita solo a noi, gli altri ci odiano e se sparissimo non mancheremmo a nessuno. NON è così, anche se sembra.
Se c’è qualcuno tra di voi che sta avendo pensieri troppo strani o che sta iniziando a essere troppo in confidenza con le lamette e con le cose appuntite, fatevi aiutare. Se pensate che i vostri genitori non possano, se non avete amici, avete sempre gli insegnanti. Se nemmeno loro vi ispirano fiducia, provate in ospedale, dal preside, da chiunque. La vita è troppo breve per metterla a rischio con dei pensieri sbagliati. Ci sono professionisti e/o volontari che possono aiutarvi. Se una persona vicina a voi ha dei comportamenti che non vi sembrano normali o ha dei segni sul corpo che nasconde e di cui non vuol parlare, segnalatelo subito all’adulto di cui vi fidate di più.
Spesso chi medita il suicidio o pratica autolesionismo non vuole farlo sapere, ma questa è l’epoca in cui si posta qualunque cosa sui social network e nemmeno una cosa privata come la depressione viene risparmiata dagli hashtag. Guardatevi intorno.
A tutti capita un momento di scoraggiamento, a tutti capitano delle giornate no, a tutti capita di pensare che tutto sommato nessuno piangerebbe la nostra morte. Come sempre, il confine tra sanità e malattia è lo stesso che passa tra pensiero e azione. Se il pensiero di agire, di passarvi una lametta sulle braccia, si fa più forte, DOVETE farvi aiutare. Le balene stanno bene solo in acqua, non sulle braccia delle persone.
Avevo un amico, un tempo, che praticava autolesionismo. Una volta eravamo in giro per negozi; si fermò e mi mostrò il braccio. Aveva una cicatrice enorme e fresca, molto profonda, che si era fatto da solo. Anche il suo coraggio però fu enorme: parlò dell’accaduto con i genitori e loro trovarono il modo di farlo stare meglio affidandolo a dei professionisti. L’ultima volta che l’ho sentito aveva quasi finito l’università e stava bene. Fate come lui, per favore. PARLATE.

Le avventure di Norvy, il Gatto Immaginario di Luca e Chiara – 2°pt

Quella che state per leggere è una storia a puntate ricca di follie. Non leggetela se sperate di trovare qualcosa di sensato.
Qui trovate la puntata precedente.

“NOOORVY!” gridò Chiara, arricciando il naso per il disgusto.
“Che c’è, adesso? E’ la quinta volta che mi urli contro, oggi. Devo spazzolarmi il pelo!”
“Facciamo finta che io sia d’accordo con il fatto che tu usi il nostro stesso bagno. Facciamo anche finta che non sia un problema che tu distrugga un rotolo di carta igienica al giorno… Ma non potresti almeno tirare lo sciacquone, ogni tanto?”
“Uff, quante storie. Non ce la faccio a usare quel congegno, è troppo complicato.” Rispose Norvy, facendo ondeggiare la coda.
“Sai usare il mouse, andare su Internet, postare immagini del tuo fondoschiena peloso su Instagram e non sai premere un dannatissimo bottone?!” Urlò Chiara, spazientita.
“Smettila di urlare! I gatti hanno un udito molto più raffinato del vostro, quindi non hai alcun bisogno di alzare la voce.”
“Togli subito tutti quei peli che hai lasciato sul tappeto. E tu, per cortesia” disse rivolgendosi a Luca “ordina altre dieci di quegli arnesi per togliere i peli di gatto dai vestiti. Oggi volevo mettermi l’abito blu ed era in condizioni indecenti!”
“Oh, l’abito blu… Mi piace quell’abito… Non è che me lo regali?” Disse Norvy sbattendo gli occhi.
“Non mi sembra della tua misura. Se vuoi te ne faccio fare uno uguale! Ma sappi che per gli umani la gonna è considerata abbigliamento femminile, a meno che non si parli della Scozia.”
“Abbigliamento femminile, dici? Perché, sei una femmina, tu?”
Il volto di Chiara divenne livido di rabbia.
“Ehi, non ti scaldare tanto! Per noi gatti voi umani siete tutti uguali. Non dirmi che tu riesci a capire che sono un maschio solo guardandomi in faccia?”
“LUCA, OCCUPATI TU DI QUESTO COSO. IO VADO A SFOGARMI CON UN PO’ DI SHOPPING COMPULSIVO ONLINE. E USERO’ LA TUA CARTA.”
Detto questo, Chiara sbattè la porta alle sue spalle.
Norvy si rivolse a Luca, alquanto sconcertato.
“Ma che ho detto di male?” domandò.
“Vedi, Norvy, Chiara è una femmina, e come tutte le femmine si arrabbia per motivi incomprensibili, ti urla contro anche se non hai fatto niente e si offende se non ti accorgi che ha cambiato vestito o acconciatura.”
“Ma è terribile! E non si può proprio fare niente?” esclamò Norvy.
“Di solito le femmine tra di loro non si comportano così. Pare che sia il comportamento dei maschi a farle arrabbiare.”
“Da grande capirò qualcosa di come funzionano queste cose, vero?”
“No, Norvy. Ci sono cose che un maschio non può capire. Però sii gentile con Chiara e magari deciderà di comprartelo davvero, quel vestito blu.”

– FINE SECONDA PUNTATA-

Chiara