La fanciulla coi capelli color sabbia #bizzarrobazarcontest

Questo racconto è la mia entry per il contest organizzato da Ivan Cenzi per festeggiare l’undicesimo anno di attività del suo bellissimo blog, Bizzarro Bazar (https://www.bizzarrobazar.com/).

Una giornata in spiaggia, un'onda troppo alta, una dimensione strana in cui abitano delle creature che un tempo erano state vive...
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“Qui va bene?” domanda Isabella, indicando un posto vuoto sulla sabbia.

Annuisco con un grugnito e inizio a lottare contro il vento per stendere l’asciugamano. Isabella piazza il suo senza sforzo, e alla fine dà una mano anche a me. Sta ridacchiando sotto i baffi e non fa niente per nasconderlo. Alla fine ci sdraiamo sotto il sole delle 17:45, basso ma ancora carico di tutto il calore di agosto.

Isabella si sdraia e chiude gli occhi, il reggiseno del bikini la copre a mala pena. È rossa e nera di sole, mentre io sono una mozzarella che riflette la luce.

Mi guardo intorno attraverso gli occhiali scuri: diciottenni abbronzati che sembrano modelli, famigliole coi bimbi piccoli e coppiette che si coccolano sotto il sole. Mi calco il cappello sulla testa e inizio a spalmarmi la protezione cinquanta. 

“Quanto puzza questa roba!” commenta Isabella, ridendo. Cerco di baciarla ma si scansa. 

“Sei troppo unto!” dice, scostandosi un ricciolo dagli occhi.

Ho le gambe lucide e pelose, cosparse di crema e sabbia; somiglio più a una cotoletta che a un essere umano.

Qui intorno è pieno di persone distese, immobili come lucertole che si vogliono scaldare il sangue. Io non mettevo piede in spiaggia da quando ero minorenne, e comincio a ricordarmi il perché: è tutto incredibilmente, fastidiosamente noioso.

Provo a disegnare dei cerchi sulla sabbia con le dita, ma i legnetti e le cicche che affiorano mi fanno passare la voglia. Oh, guarda, c’è anche una palettina del gelato… Ma i cestini non vanno più di moda?

Isabella si è appena girata, offrendo la schiena al sole e il sedere agli occhi di tutti quanti.

“E se facessimo il bagno?” sussurro.

“Va bene”, risponde lei, aprendo gli occhi.  “Ma oggi le onde sono un po’ alte per te… Ti porterò dove l’acqua è bassa!”

A passi incerti camminiamo fino alla riva. Qualche donna ogni tanto alza il viso per guardarmi, e non lo nego, la cosa mi lusinga.

Poso i piedi sulla sabbia bagnata, e inizio a ridere quando gli schizzi d’acqua calda e schiuma mi colpiscono la pancia e le gambe.

“Non entravo in acqua da almeno dieci anni!” grido, a voce un po’ troppo alta.

Isabella sorride, mi abbraccia, mi tiene appena un’onda un po’ più forte ci viene addosso. Poi si immerge, riaffiora, torna sott’acqua e poi ritorna fuori, una sirena coi lunghi riccioli lisciati dal peso dell’acqua. Le onde sono alte, ma non così alte. Mi metto di schiena per non beccarmele dritte in faccia.

Ok, questa era forte… Questa non molto… questa… questa…

L’acqua mi arriva alla gola, al mento, e poi il cielo sparisce. I miei piedi non sono più ancorati al fondale, stanno vagando disperatamente tra i flutti. Cerco di spingermi su con le braccia, ma porca miseria… non ci riesco. Sento un’altra onda, che mi spinge verso riva… Non so dove aggrapparmi.

Aiut… aiut…” borbotto, con l’acqua negli occhi, nel naso e nelle orecchie. 

Non ce la faccio.

La mia vita finirà oggi, davanti a un mucchio di bambini idioti, mentre la mia ragazza sta nuotando ignara a cinque metri da me. Morirò qui, annaspando in mezzo metro d’acqua. 

Il cuore batte più forte, e.… finalmente posso smettere di muovermi. Apro gli occhi. Sono ancora sott’acqua, eppure… eppure adesso respiro. Non sento suoni, non sento il sale sulla lingua, né il bruciore nel naso. Il mare è immobile adesso… anzi: il mare è sparito. Un leggero soffio di aria gelida mi carezza il viso, eppure non sento freddo. Il cielo è diventato rosa e azzurro, solcato da nubi bianche e grigie che odorano di cenere e incenso. Odio l’odore dell’incenso, di solito mi fa starnutire, eppure in questo istante non sento alcun fastidio. Vedo delle ombre in lontananza, laddove il rosa e l’azzurro si fondono insieme in una sottile linea indaco. Non sono quei bambini chiassosi, no… sono ombre nere e silenziose…sembrano persone con la testa china. Cerco di muovere un passo verso di loro, ma… non c’è niente a cui appoggiarsi. Sto galleggiando.  Mi muovo, volteggio su me stesso e mi ritrovo la testa al posto dei piedi; mi capovolgo ancora, ma quelle ombre sono ancora troppo lontane perché io possa toccarle. Cosa sono? Persone o forse… fantasmi? Non sarò già morto?

“No, non sei morto”, dice una voce femminile alle mie spalle.

Mi volto, più lentamente di quanto vorrei. Una ragazza con dei lunghi capelli biondi mi guarda coi suoi grandi occhi e mi sorride. La sua pelle è bianca, troppo bianca, e le sue labbra, che forse un tempo erano state rosa, tendono al viola. I suoi vestiti sembrano bagnati, e dai bordi della gonna una miriade di piccole gocce trasparenti si stacca per svanire nell’aria.

“Non basta così poco per affogare”, dice lei, scostandosi una ciocca di capelli fluttuanti dal viso. “Servono diversi minuti con la testa sommersa. Arriva un punto in cui l’istinto di sopravvivenza ti forza a respirare, e così i polmoni ti si riempiono d’acqua… Ma non chiedermi i dettagli, non sono un medico!”

“Chi sei?” domando, cercando di muovermi verso la ragazza. “Dove mi trovo? Sono morto?”

“No, tu no, te l’ho già detto!” dice lei con un sorriso. “E non morirai nemmeno, stai tranquillo. O almeno, non oggi… Ti trovi al varco tra la vita e la morte.  La tua anima si è spaventata così tanto che si è staccata dal corpo ed è salita fin quassù. In questo luogo lo spazio non esiste, si galleggia e basta fin quando non si è pronti a scendere, come nel tuo caso, oppure a salire ancora… Ma non so cosa mi aspetti, se salirò…”

La ragazza indica un sole bianco sopra la sua testa. I miei occhi rimangono ammaliati da quella luce, intensa ma che non acceca.

Più la guardo, più le cose intorno a me sembrano diventare dolci e soffici, come se i muscoli del mio corpo stessero diventando una nuvola di panna montata.

“È stupendo, non è vero?” dice lei. “Dev’essere bello abitare lì… O almeno credo; nessuno è mai tornato indietro per raccontarlo… che sia proibito?”

“Ma perché tu non sali?” domando, pentendomi all’istante.

 La ragazza scuote la testa, distogliendo lo sguardo.

“Non posso ancora farlo…  Sono troppo legata alla terra, alla mia Padova! Ci sei mai stato a Padova? Vacci, guarda quanto è bella! Ogni tanto, nei giorni di pioggia, scendo un po’ più in basso, fino a sfiorare i tetti delle case più alte… Come è cambiata la gente! Adesso le fanciulle indossano quasi sempre i pantaloni, e tutti girano per strada incollati a quei pezzi di vetro e ferro colorati! Speravo che gettandomi nel fiume avrei posto un fine alle mie sofferenze, e invece mi ritrovo solo a invidiare la vita degli altri. Sono passati due secoli ormai, e il mio unico piacere è parlare con le anime spaventate come la tua…

Non temere per il tuo corpo laggiù sulla Terra, potrà resistere ancora un poco! Il tempo qui non scorre mai; il passato e il futuro non esistono, collidono insieme in un unico istante presente!”

La ragazza tace. Mille domande mi affollano la testa, ma non ho il coraggio di chiedere.

“Ti prego, narrami un po’ del tuo mondo”, dice lei alla fine. “Parlami di te e dei giovani che vivono in questo secolo!”

Lei mi fissa con le sopracciglia alzate e le mani giunte. Vorrei accontentarla, e invece le domando: “Non vorresti raccontarmi qualcosa di te, prima?”

“Oh, che strano! Sei la seconda persona che mi fa questa domanda! Come mai vuoi sapere la mia storia?” “Perché… perché tu… hai detto di esserti suicidata buttandoti in un fiume… Quanti anni hai? Una ventina forse? O magari di meno? Perché hai fatto una cosa del genere?”

“Per il motivo più stupido”, risponde lei, lasciandosi sfuggire un sospiro. “Per amore. Un amore orribile, che non si meritava di essere chiamato tale… Ero così felice, sai? Avevo compiuto da poco diciotto anni, ed ero appena stata assunta come cucitrice. La mia padrona era proprio una brava donna! Poi conobbi… lui. Che l’inferno possa spolparlo vivo! Pensavo di essere speciale ai suoi occhi, di essere l’unica… Non ero speciale, e non ero nemmeno l’unica. Tutto ciò che mi dava erano i segni viola che portavo sulle braccia. Gli avevo dato troppo di me per tornare indietro, non volevo disonorare la mia famiglia… Non sapevo cosa fare, dove andare, e decisi che l’acqua, quel giorno, sarebbe stata mia amica…”

Sento una lacrima scendere silenziosa lungo la mia guancia, ma lei non se ne accorge. I suoi occhi sono luminosi e vigili, rivolti all’indietro nel tempo. Vorrei abbracciarla, dirle che sarà felice di nuovo non appena raggiungerà il sole bianco, ma… le parole non mi escono dalla gola.

La giovane si avvicina e mi fa un lieve inchino. Le sue guance mostrano una lieve sfumatura rossa.

“Grazie, giovane straniero, per aver ascoltato la storia di come sono morta. Sai, questa è la pena che sconto per essermi tolta la vita… Per ogni anima che mi mostra pietà, io potrò salire un po’ più in alto verso il cielo, e sentirò di meno il richiamo della Terra… Vedi tutte le anime che ci sono intorno a noi? Anche loro si sono tolti la vita, e aspettano che qualcuno li liberi.”

“Voglio farlo io!” grido, cercando di toccarla. “Voglio aiutarli tutti!”

“No, amico mio”, risponde lei, scuotendo la testa. “Non c’è più tempo! Devi andare adesso, la vita ti chiama! Tra pochi secondi le tue gambe toccheranno il fondale e ti potrai alzare in piedi! Tossirai un po’, ma starai bene. Prima però dimmi una cosa: è vero che il mondo si ricorda ancora di me?”

“Io… io non lo so, mi dispiace!”

“Ah… come temevo…  Sai, c’è un signore che a volte viene a trovare me, e tutte quelle anime confuse che orbitano in questa zona… Credo sia uno scrittore, o qualcosa del genere, ed è molto gentile… si ferma a parlare un po’ con tutti, e siamo sempre così contenti di passare del tempo insieme a lui! È un tipo strano, sai? Porta spesso un cappello buffo, e ha una barbetta lunga e appuntita… Nessuno di noi ha capito come faccia a entrare in questa dimensione come e quando vuole, e se glielo domandiamo non risponde mai! Un giorno mi disse che poco dopo la mia morte qualcuno trasformò il mio corpo in una statua, e mi disse anche che le persone vengono da tutto il mondo per ammirarmi e farmi le…. come le chiamate voi? Fotografie, ecco. Se quel signore ha detto il vero, ti prego, cerca la mia statua e guardala! Non mi dimenticare!”

“Non lo farò, te lo prometto!” dico, trattenendo a stento le lacrime. “Ma… prima che vada, potresti dirmi il tuo nome?”

“Se proprio insisti… Quando ero viva, mi chiamavano…”

Sabbia. Sento la sabbia sotto i piedi. Faccio leva sul fondale, mi spingo in avanti e finalmente ho la testa e il corpo fuori dall’acqua. Mi porto le mani al petto e tossisco, tossisco forte. Arranco a fatica verso la riva. Sento la voce di Isabella farsi più vicina.

“Perdonami, non pensavo che…” balbetta.  “Ti ho perso di vista un solo attimo, io non pensavo, non credevo…”

Lei parla, si scusa, mi rimette a posto gli occhiali e il cappello ma io non la sento. Continuo a tossire e sputare, mi tengo una mano sul petto dolente. I bambini mi guardano straniti.

Posso solo immaginare cosa debba aver provato quella povera creatura mentre l’acqua si inghiottiva la sua vita.

Isabella mi bacia, mi stringe, mi chiede scusa, trattiene a stento una risata. Ho appena fatto la figura dell’imbecille, ma domani non avrà più importanza. Tutti l’avranno scordato…

Guardo la sabbia, davanti a me, dorata come i capelli di quella ragazza. Cammino a fatica verso l’asciugamano.

Mentre Isabella impacchetta le sue cose, mi volto e alzo la testa verso il sole. Sollevo una mano, e inizio a muoverla da sinistra a destra.

“Chi stai salutando?” chiede Isabella.

“L’anima di una ragazza annegata”, rispondo io.

Isabella mi fissa, alza le spalle e sospira.

Voglio solo tornare a casa e farmi una doccia calda, dimenticare che stavo affogando in cinquanta centimetri d’acqua, dimenticare il mare e le sue stramaledette onde; voglio dimenticare tutto, ma…  non voglio dimenticare lei. 

Volpe – Una fiaba di Kiria EternaLove

C’era una volta un piccolo villaggio, abitato da agricoltori, falegnami e artigiani. Un giorno una donna, mentre lavorava, cadde a terra in preda alle doglie.
Le altre donne la portarono nel granaio e chiamarono la levatrice per aiutarla a partorire. Non appena la madre ebbe tra le braccia la bambina, si rese conto di due occhi gialli, nascosti nel pagliaio, che la fissavano insistentemente: erano gli occhi di una volpe.
“Vattene via, bestiaccia!” gridò la vecchia guaritrice del villaggio, lanciando un secchio d’acqua contro l’animale.
“E’ forse un cattivo auspicio?” chiese la madre. “Cosa significa?”
“Significa che la neonata è una figlia della volpe. Sarà bella e di pelo rosso, ma anche molto astuta e infida.”
Presto tutti iniziarono a guardare con sospetto quella bambina con i capelli rossi e il volto cosparso di lentiggini. L’ingenuità dell’infanzia le impediva di vedere il disprezzo e l’apprensione con cui tutti la guardavano, ma giorno dopo giorno le si cucì addosso una consapevolezza sempre maggiore. Quando si verificavano un furto o un incidente, oppure si ammalava una pianta, tutti erano sempre pronti a incolpare lei. Persino i suoi genitori non le credevano quando tentava di dimostrare la sa innocenza.
“Tutti mi chiamano Volpe” disse un giorno tra sé la ragazza, ormai divenuta donna. “Ho deciso che d’ora in poi sarò una volpe per davvero!”
Volpe era sempre stata molto golosa di torte alla frutta, ma la sua famiglia non aveva mai potuto permettersi il lusso di entrare in una pasticceria. Un giorno, quando vide un dolce alle fragole sul davanzale della fornaia, si guardò bene intorno e allungò le mani verso l’oggetto del suo desiderio. Esitò per qualche istante, ma alla fine vinse la paura e andò a mangiare in pace dentro un granaio.
“Mi avrebbero dato la colpa comunque!” pensò, assaporando l’ultima fragola.
Ogni giorno che passava, trovava sempre più facile sconfiggere il senso di colpa e rubacchiare in pace quel che le suggeriva la testa. Era sempre così svelta e abile a nascondere le proprie tracce che nessuno riusciva mai a coglierla in flagrante.
Una sera riuscì persino ad appropriarsi di una gonna nuova, appena confezionata dal sarto con dell’ottimo cotone bianco, ed ebbe l’astuzia di tingerla di rosso come la sua vecchia gonna lacera, in modo che il cambiamento risultasse meno evidente.
Quando qualcuno le faceva una domanda, di qualunque genere essa fosse, Volpe rispondeva sempre con una bugia. Ben presto le persone iniziarono a rendersene conto e presero a evitarla. A Volpe non importava di quello che pensavano gli altri, le importava solo di comportarsi da brava volpe.

Un mattino, Volpe si alzò da letto molto preso. Raccolse gli arnesi di suo padre senza chiedergli il permesso e decise di costruirsi una casetta nei pressi del bosco di querce che circondava il villaggio. Nessuno osava avventurarsi oltre i primi alberi per timore dei lupi che abitavano in mezzo alle fronde. Quando giunse il tramonto, la casetta era quasi ultimata.
“Mi mancano solo alcuno ciocchi di legno per finire il tetto. Andrò a cercarli prima che il sole cali del tutto” pensò Volpe, prendendo l’accetta e tre zainetti vuoti: uno per la legna, uno per i frutti spontanei del bosco e uno per i funghi.
Volpe trovò quasi subito la legna che le serviva e stava per tornare indietro, ma d’improvviso notò un cespuglio sul quale rosseggiavano decine di bacche mature. Ne raccolse parecchie e le mise nello zaino. Quando ebbe finito, si guardò intorno e si rese conto che era calato il buio e che non riusciva a vedere un palmo dal proprio naso.
Volpe iniziò a insultarsi da sola per essere stata così sconsiderata da farsi cogliere alla sprovvista dalla notte, ma non ebbe molto tempo per lamentarsi: un ululato le ricordò che non era sola in quel bosco. Molti altri ululati si unirono a quello. Volpe lasciò andare l’accetta e i due zaini pieni di legna e di bacche e si mise a correre più forte che poté, pur non avendo idea di dove stesse andando. D’improvviso, un vecchio cacciatore apparso dal nulla le si parò davanti.
“Ohi! Che fai, bambina?” chiese l’uomo “Non è posto per te questo!”
“La prego, mi accompagni a casa! E’ pieno di lupi qui e io ho una gran paura!” risposa la ragazza, col fiatone.
“Che cos’hai nello zaino?” chiese lui.
“Pane, formaggio e mele!” mentì la ragazza.
“Va bene” disse il vecchio. “Facciamo uno scambio: io ti porterò a casa sana e salva e tu in cambio mi darai metà del tuo cibo. Ti prometto che finché starai con me non ti accadrà nulla!”
Volpe accettò il patto e seguì il cacciatore fino alla sua casetta ai limiti del bosco.
“Ma come ha fatto a trovare la mia casa, se neppure le ho detto dove abito?” chiese lei, sorpresa.
“Non farti troppe domande. Posso avere ciò che mi avevi promesso?” disse il vecchio.
Volpe, con un sorriso beffardo, mostrò al cacciatore il suo zaino aperto, vuoto.
“Ingrata bugiarda!” disse l’uomo, a denti stretti. “Ti avrei aiutato anche se non mi avessi dato niente in cambio! Che tu sia maledetta! La tua bocca, che tanto ha esitato a dir la verità, darà la morte a chiunque provi a baciarti, a meno che non si tratti del vero amore! Vediamo se ai tuoi amanti sarai capace di raccontare la verità o se preferirai averli sulla coscienza!
Dopo aver detto queste parole, il vecchio cacciatore scomparve.
La fanciulla scoppiò a ridere e non pensò più all’accaduto, contenta di esser tornata a casa sana e salva.
Passarono i mesi e presto molti giovani boscaioli si accorsero della sua presenza e iniziarono a farle la corte. Lei tendeva ad approfittarsi un po’ di loro, chiedendo a ciascuno di svolgere qualche lavoro per la su casetta. Quando per ricompensa le veniva chiesto un bacio, li respingeva tutti, a volte anche in malo modo. Uno dopo l’altro, i giovani uomini finirono per allontanarsi da lei e parecchi smisero anche di salutarla.
Solo un ragazzo continuò a corteggiarla e a ronzarle intorno nonostante i suoi rifiuti. In realtà la ragazza avrebbe volentieri accettato le sue attenzioni, ma il timore delle parole del vecchio non l’abbandonava.
Ogni giorno il giovane chiedeva alla ragazza di sposarlo, ma lei era costretta a rifiutare. Lo insultava, lo scacciava, gli diceva parole che non pensava affatto, ma ogni giorno lui tornava da lei.
Infine, non sopportando più l’idea di respingerlo, Volpe decise di confessare il suo segreto. “Ascolta, io non posso innamorarmi, ma se potessi saresti l’unico che vorrei!” gli disse.
“Tu mi rendi felice con queste parole, ma perché non possiamo stare insieme?” chiese il ragazzo.
“Perché io sono maledetta: se tu mi baciassi, moriresti!” disse Volpe, raccontando poi la storia del vecchio e della maledizione.
“Tutto qui?” disse il ragazzo. “Ti dimostrerò che sono io, il tuo vero amore! Non ho paura di morire, se sarò tra le tue braccia!”
In quel momento, dal nulla, apparve il vecchio che aveva salvato Volpe.
“Oh, ma guarda!” disse, con un sorriso ironico. “Allora alla fine hai imparato ad essere onesta! Mi fa piacere vedere che hai trovato un bravo ragazzo e che grazie a lui tu abbia capito l’importanza della sincerità. Adesso sai che a volte la verità non è bella, ma è senza dubbio giusta! Pensa alla mia maledizione, per esempio. Ti ho fatto stare in ansia, non è vero? Eppure non ne avresti avuto motivo, perché io ti ho mentito! L’hai capito, adesso? In realtà tu non hai nessuna maledizione addosso!”
Così come era apparso, il vecchio scomparve.
I due giovani, finalmente liberi di amarsi, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 8

Un mattino, Marcella arrivò in classe con la faccia buia. Per la prima volta dopo anni, si era presentata in classe con i capelli sciolti. Per un attimo rimasi a fissarla, incantata. Non avevo mai visto una chioma così lunga. Le ciocche le si avviluppavano intorno alle braccia come dei rampicanti e poi scendevano giù, selvagge, fino a metà della coscia. Il castano ramato delle radici si trasformava in biondo fragola verso le punte.
“Ciao Raperonzolo!” la salutò Alice, tutta allegra.
“Raperonzolo… è proprio per quello che ho deciso di tagliarli. Se l’assassino mi vedesse, di certo vorrebbe la mia testa!” sospirò Marcella, toccandosi i capelli.
“Nooo!” protestò Alice. “Che idea sciocca! E allora io dovrei cambiarmi nome? Ne abbiamo già parlato e abbiamo detto che non c’è modo di salvarsi quando l’assassino ti prende di mira. A meno che tu non sia Francesco” aggiunse, ammiccando nella mia direzione.
“Li sciolgo oggi per mostrarli a voi, per l’ultima volta. Quando uscirò da scuola andrò dal parrucchiere e li farò corti come i tuoi” disse, guardandomi.
Mi passai una mano sulla nuca. Avevo sempre odiato i capelli lunghi su di me perché non volevo perdere tempo a lavarli e asciugarli, ma mi piaceva vederli sulle altre ragazze e mi dispiacque sentire la decisione di Marcella.
Le ore trascorsero lentamente come al solito. Eravamo obbligati a fare lezione con le porte aperte per permettere agli agenti che pattugliavano la scuola di controllare ogni spostamento. Durante l’intervallo andai in bagno con Alice e Marcella per parlottare un po’ e per sentirmi sommergere di domande riguardo Francesco. Dopo aver eluso l’ennesima illazione, mi chiusi in bagno per poter fare pipì in pace. Per quei pochi minuti si decisero a tacere. Quando aprii la porta, vidi Alice seduta per terra vicino al lavandino e Marcella distesa a terra, con i lunghi capelli a farle da cornice ai lati del viso. Sentii lo stomaco contorcersi e per poco credetti di vomitare.
“Non è divertente!” gridai. “Aprite gli occhi!”
Non mi stavano prendendo in giro.
Il maglione rosa di Marcella si era tinto di rosso. Il sangue stava iniziando a macchiare anche il pavimento. I suoi occhi erano aperti verso il soffitto, le sue mani giunte al petto.
Alice fissava un punto indistinto davanti a sé. Aveva la testa reclinata su un lato. I riccioli biondi e l’espressione assente la facevano sembrare una bambola di porcellana. Sulle sue gambe era stato posato un coniglio bianco di peluche.
Sullo specchio, qualcuno aveva appeso un biglietto.

“Nessun principe risalirà mai la chioma di Raperonzolo.

Alice è caduta nella tana del Bianconiglio e rimarrà nel Paese delle Meraviglie.”

Disperata e terrificata, andai a cercare un agente di polizia. Non riuscii quasi a proferir parola, ma riuscii a indicare il bagno. Solo allora lo vidi: un piccolo coltello da cucina, affilato e sporco di sangue, era stretto tra le mani di Marcella. Distolsi gli occhi quasi subito, ma persi i sensi.

Mi risvegliai in infermeria. Francesco e la professoressa d’italiano mi stavano fissando.
“L’ho sognato?” sussurrai.
Entrambi mossero la testa in segno di diniego.
Sentii i miei occhi farsi umidi.
La polizia mi interrogò fino a farmi esaurire completamente ogni briciolo di forza interiore. Mi interrogarono su tutto quello che avevo visto quel giorno e i giorni precedenti. Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che ero chiusa in bagno, che erano mie amiche e che non avrei mai voluto vederle in quel modo. Alla fine una poliziotta mi lasciò andare a casa. “Hai un talento per trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato” disse, invitandomi a uscire dalla stanza degli interrogatori.
Restai a casa da scuola una settimana. I miei genitori non dissero niente. Mi lasciarono soffrire in pace, senza farmi troppe domande. Uscii soltanto per assistere ai funerali di Marcella e Alice. Dovevo prendere il sonnifero per riuscire a dormire, e così passavo le mie giornate in un perenne stato di stordimento grigio e insapore. Il sonno e la veglia si fondevano e non sapevo più cosa era vero e cosa fosse un sogno.
Una sera Francesco venne a trovarmi per vedere come stavo. Non ero di molte parole e lui rispettò il mio silenzio. Portò un film da poter vedere insieme. Diceva che mi avrebbe distratto. Era un poliziesco di cui non ricordo il titolo, piuttosto noioso. Dopo i primi venti minuti, infatti, complici i sonniferi, finii per addormentarmi. Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che Francesco mi stringeva fortissimo i polsi, come a volermi impedire di toccarlo, e mi fissava atterrito, con la bocca contorna in una smorfia di terrore e stupore.