KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 2: La professoressa

Quando suonò la campanella della ricreazione, Eraldo non si alzò nemmeno dal suo posto. Si mise a riordinare gli appunti che aveva preso. Approfittando dell’assenza di Diana, pensai di avvicinarmi e fare due chiacchiere nella speranza di non rendermi troppo ridicola.
Quando mi vide davanti al suo banco, alzò lo sguardo e mi pugnalò con i suoi meravigliosi occhi, facendomi ammollare le gambe. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per spiccicare parola sembrando disinvolta.
“Ciao Eraldo, io sono Patrizia” dissi, porgendo la mano.
“Ciao Patricia” disse lui, stringendola. La sua pelle era calda e callosa.
“Spero tu possa trovarti bene in questa classe! Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure a me, me la cavo piuttosto bene in parecchie materie!”
“Oh, io sono anche più brava!” disse Diana, comparsa da non so dove.
La maledissi per aver interrotto quel momento e mi bastò lanciare uno sguardo alla faccia di Eraldo per capire di aver perso definitivamente la sua attenzione.
Li lasciai chiacchierare in pace e me ne tornai al mio banco, furente. Non era la prima volta che Diana mi rubava qualunque speranza di fare colpo su un ragazzo. Non ero brutta, ma certo ero a malapena carina di fronte alla sua insolente bellezza. Avrei potuto forse conquistare qualcuno con il mio cervello, ma nessuno si prendeva mai la briga di arrivare fino a quel punto.
Una mano picchiettò sulla mia spalla. Era Domenica. Domenica era nata quasi sorda, ma con l’aiuto dell’apparecchio acustico aveva ricominciato a sentire e imparato a parlare, nonostante a volte non fosse così facile capire cosa stesse dicendo.
“Simpatico, vero?” disse, con un sorriso.
“Non ne ho idea, ma mi piacerebbe saperlo!” le risposi. Per motivi a me sconosciuti, Domenica si era convinta che fossimo amiche e spesso finivo per chiacchierare con lei anche se non ne avevo voglia.
“Vorrei invitarlo per i compiti” disse lei.
Domenica e io eravamo le uniche della classe ad avere voti alti in italiano, mentre i nostri compagni vagavano tra il quattro e il sei e mezzo. La professoressa Fragola era una donna severa e rigorosa, sia nel carattere che nel modo di fare. Si vestiva come una vecchia signora, con lunghe gonne nere e maglioni smorti dai colori indefiniti. Il suo viso struccato non mostrava alcun segno di cura e i suoi capelli biondo chiaro erano trascurati e mal acconciati. I ragazzi la prendevano spesso in giro, chiamandola strega o suora. Fragola non mostrava mai nessun tipo di emozione, tranne quando spiegava. In quei momenti i suoi occhi grigi si illuminavano, la sua bocca spenta si schiudeva come un fiume di poesia pronto a inondare l’aula. Persino i miei compagni più scapestrati non potevano far a meno di fissarla ammutoliti. Danzava da una parola all’altra come una cantante tra le note musicali, eppure in molti non riuscivano a capire tale melodia. Io mi limitavo ad ascoltarla estasiata e lasciavo che le sue parole si facessero strada da sole sul mio quaderno. Quando tornavo a casa e rileggevo gli appunti era come leggere un’opera d’arte.

La ricreazione terminò, e vidi Diana tornare di malavoglia accanto a me mentre Domenica trotterellava felice al suo posto vicino al bell’americano.
“Guarda un po’ qua” borbottò Diana, mostrandomi lo smartphone.
“Ti sei fatta dare il numero?!”
“Certo! Sono abbastanza sicura di aver fatto colpo anche stavolta” disse lei, con un sorriso malizioso.
“Ma perché non ne lasci un po’ anche alle altre?! Tu sei già fidanzata!”
“E tu hai già Enrico, cosa vuoi da Eraldo?”
Enrico era un ragazzo ripetente della classe accanto che si era messo in testa di essere il mio fidanzato. Gli avevo spiegato in mille modi che non mi piaceva, che non volevo aver niente a che fare con lui e che non volevo vederlo nemmeno in foto. Avevo dovuto parlare con la preside e con i suoi genitori per ottenere il diritto di andare a casa a piedi senza che lui mi seguisse.
“Non è il mio ragazzo” ringhiai, arrabbiata. “Lo sai benissimo!”
“Non sono affari miei” rise lei beffarda. “Stasera Eraldo e io ci vedremo in biblioteca per studiare insieme…”studiare”… come no…”
Smisi di ascoltarla e cercai di concentrarmi sulla lezione di filosofia.

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 3

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Quando giunse gennaio, il preside decise di chiudere la scuola finché non fosse stato catturato l’assassino. Gli istituti superiori vicini predisposero delle classi per permettere agli studenti della mia scuola di proseguire le lezioni, così la mia classe fu trasferita in un liceo artistico. Mi sentivo un po’ fuori luogo, come tutti i miei compagni, del resto. Non eravamo abituati a vedere gli studenti sfoggiare vestiti, acconciature e trucchi stravaganti, ma era bello per una volta essere stupiti da una macchia di rossetto piuttosto che da una macchia di sangue. L’edificio era pieno di quadri, statue e progetti colorati che rallegravano l’atmosfera e distraevano da pensieri ben più bui. La povera Alice non si sentiva ancora tranquilla a causa del suo nome, ma l’aver cambiato scuola aveva giovato a tutti. Almeno fino a San Valentino.

Alice, seguendo il mio consiglio, aveva iniziato a frequentare la palestra insieme a me per esorcizzare le sue paure. La conoscevo da anni, ma non eravamo mai state troppo intime. Di solito ero un tipo abbastanza solitario, ma conoscendola meglio mi resi conto che la sua presenza era tollerabile e stringemmo un legame che potrei definire amichevole. Per mia disgrazia, si prese una cotta per un ragazzo della classe accanto di nome Adamo. Alice non parlava d’altro tutto il giorno. Passava il tempo a decantare la bellezza di costui, bellezza che onestamente io non vedevo. Era un ragazzo molto appariscente: altissimo, muscoloso, con una lunga chioma bionda e una barba da vichingo, lineamenti molto virili e per nulla aggraziati. Qualche volta lo abbordava con la scusa di complimentarsi per i suoi disegni, ma era palese che gli stesse facendo il filo. Dopo un paio di settimane, Adamo chiese ad Alice di uscire insieme. Lei ci tenne a raccontarmi ogni istante di quel che avvenne, compresi dettagli piccanti di cui avrei fatto volentieri a meno. Spesso li vedevo camminare insieme nei corridoi tenendosi la mano, oppure baciarsi sulle scale durante l’intervallo. E’ brutto da dire, ma era un sollievo non avere più Alice tra i piedi troppo spesso. Da quando eravamo compagne di banco facevo una gran fatica a prendere appunti per colpa delle sue chiacchiere, finalmente invece era troppo impegnata a scrivere al suo ragazzo per disturbare me.

Da quando avevo cambiato scuola, la mia vita era tornata quella di prima. Ogni tanto, per abitudine, passavo davanti al mio vecchio liceo. Mi metteva tristezza vederlo chiuso, ma non mi soffermavo mai troppo nelle vicinanze. Avevo ancora gli incubi dal giorno in cui avevo visto quella povera ragazza conciata come Biancaneve.

Un sabato sera, Alice mi chiese di uscire con lei per approfittare dei saldi. Io odiavo fare shopping, soprattutto a pochi giorni da San Valentino; le strade e le vetrine erano infestate di cuori di ogni forma e dimensione, ma visto che dovevo sbrigare una commissione per mia madre decisi di accontentarla. Ci fermammo a fare merenda in un bar. Proprio mentre stavo addentando il primo morso di pizza,  guardai fuori dalla vetrina e notai una figura alta e bionda fuori dal locale. Adamo. Non era solo: era con una ragazza castana bellissima, così minuta rispetto a lui da sembrare quasi una bambina. Alice, seduta di fronte a me, si rese conto di un cambiamento nella mia espressione e si voltò. In quel momento, le labbra di Adamo e della bella sconosciuta si unirono in un bacio appassionato.

Alice divenne bianca e poi paonazza. Non disse una parola. Fissava la scena alle sue spalle con occhi sbarrati. Adamo e la ragazza se ne andarono, cingendosi la vita l’un l’altro.
“Posso fare qualcosa per te?” sussurrai, mortificata.
“Non occorre, grazie” sussurrò Alice, senza guardarmi in faccia. “Vorrei solo essere accompagnata a casa, per favore.”

Alice non mi chiamò né mi inviò messaggi durante tutta la domenica. Verso sera ricevetti una telefonata da Marcella, un’altra ragazza in classe con noi.
“Si può sapere cosa è successo ad Alice?” mi domandò. “Non risponde ai messaggi da ieri, comincio a stare in pensiero! E se il killer delle fiabe avesse preso anche lei?”
Le spiegai cosa fosse accaduto il giorno prima, pregandola di mantenere il segreto. Finsi di non essere preoccupata, ma lo ero. Avevo il terrore che Alice potesse essere finita sulla lista dell’assassino e che il suo turbamento non fosse l’unico motivo per cui era sparita nel nulla.
Lunedì mattina, Alice non si presentò a scuola. La chiamai, andai persino a cercarla a casa nel pomeriggio. Nessuna risposta. Sentii il cuore stringersi in una morsa.