KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 10: La trappola

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Quando Eraldo entrò in classe al mattino, sembrava un cavaliere dell’apocalisse pronto a dispensare morte, peste, carestia e guerra con una sola occhiata. Si sedette al suo banco senza dire una parola. Cercando di non destare l’attenzione di Domenica, gli toccai un braccio per chiedergli che problema avesse, ma mi incenerì con lo sguardo.
Lo vidi scrivere qualcosa sul cellulare. Sentii una vibrazione provenire dalla tasca.

Lo stronzo ha aggredito mia madre mentre tornava a casa da lavoro, proprio davanti a casa mia. Le ha dato una botta in testa. È ancora in ospedale. Volevo tornare casa mia in America, i miei genitori erano d’accordo, e adesso non posso più farlo. Devo trovarlo e farlo arrestare, chiunque sia!

Mi venne un groppo alla gola. Non provai a parlargli per tutta la mattinata, limitandomi a riflettere in silenzio. Non capii una parola della lezione sugli integrali, né di quella su Hegel, ma quando arrivò il momento di studiare James Joyce finalmente mi venne in mente l’unica cosa che avremmo potuto fare. Avremmo rischiato di farci ammazzare, o farci tramortire nel migliore dei casi, ma dovevamo far uscire l’aggressore allo scoperto.

Sei con la macchina?

Scrissi a Eraldo. Lui annuì.

Io fingerò di andare a casa, ma andrò a casa della prof. Tu resta con lei finché non te lo dico io. Poi accompagnala a casa, fingi di andartene, fai il giro e ritorna. Dille di aprirmi la porta sul retro. Cancella tutti i messaggi.

Dopo qualche istante, Eraldo fece cenno di aver capito.

Quando tutti se ne furono andati, Eraldo andò a cercare Fragola, mentre io finsi di tornare a casa mia. Quando fui sicura che nessuno fosse nei paraggi, feci dietro front e andai a casa della Fragola. Inviai un messaggio a Eraldo per avvertirlo.
La villetta in cui Fragola viveva con altre quattro coinquiline era molto vicina alla casa dei miei nonni. C’ero passata davanti molte volte e quasi sempre avevo visto qualcuna delle ragazze. Quel giorno, però, pareva non esserci nessuno. Non c’erano mezzi parcheggiati né finestre aperte. Forse erano fuggite per la paura. Scavalcai il cancello senza troppa fatica e mi nascosi in mezzo ai cespugli del giardino. Dopo una decina di minuti sentii il rumore di una macchina, di una portiera che si apriva e di un paio di tacchi che camminavano sull’asfalto. L’automobile ripartì. Un suono di chiavi mi suggerì di uscire dal mio nascondiglio e di avvicinarmi alla porta del giardino. Dopo pochi istanti la porta si aprì e io sgattaiolai dentro camminando a quattro zampe.
“Spero solo che tu abbia avuto l’intuizione giusta” disse la professoressa a bassa voce. “Ma non ho capito quale sia il tuo ruolo in questa storia.”
“Io… io voglio solo sapere chi è” ammisi. “Voglio sapere perché mi ha aggredito.”
“Beh… credo tu possa fare di più che stare solo qui a guardare” disse lei, aprendo un cassetto. Ne estrasse una pistola che pareva uscita da un film d’azione.
“Bella, eh?” disse, montando quello che suppongo fosse il silenziatore. “Una delle mie coinquiline è una guardia notturna, abbiamo la casa piena di armi e pallottole… questa è la mia preferita, è leggera e ha pochissimo rinculo… peccato che io abbia una pessima mira… tu sai sparare?”
“No, non ho nemmeno mai tenuto una pistola in mano” dissi.
“Beh, c’è sempre una prima volta!” disse lei, lanciandomi dei guanti di lattice e l’arma.
“Ma… ma…” blaterai.
“Niente ma. Usala se dovesse servire. Non vogliamo fare la fine di Diana. Se lo ammazzi, dirò che sono stata io e ti toglierò da questo impiccio. Troveranno solo me e le mie impronte. Sai, comincio a pensare di aver capito chi c’è dietro questa faccenda…”
Sentii il telefono vibrare.
“Eraldo è in zona” dissi a voce bassa. “Lascerà la macchina nella parallela e verrà qui passando dal retro.”
“Cosa pensa di fare, povero caro… gli avevo chiesto di restare a casa sua…” disse la Fragola, scuotendo la testa.
La professoressa uscì in giardino per togliere i panni dalle corde e tagliare qualche foglia secca alle piante. Eraldo mi raggiunse in casa. I suoi muscoli erano tesi e pronti a scattare. Ci acquattammo dietro le tende tirate, pensando al peggio.
Proprio mentre la professoressa era chinata per innaffiare una pianta di gerani, una figura con il cappuccio calato sulla faccia si materializzò da dietro il cancello. Nella mano brandiva una mazza da baseball.
Eraldo corse via dalla porta sul retro.
Trattenni il fiato, troppo ebbra di adrenalina per capire cosa stessi facendo.
Presi la mira attraverso la tenda trasparente, pregai Dio di non farmi diventare un’assassina e premetti il grilletto.
La figura incappucciata lasciò andare la mazza: l’avevo colpito alla spalla destra. Avevo mirato alla mano, ma ero comunque grata per il risultato.
Lasciai andare la pistola e corsi in giardino. Quello che vidi pochi istanti dopo mi tolse quasi il fiato. Eraldo aveva bloccato a terra l’aggressore e gli aveva tolto il cappuccio. Due occhi neri mi fissarono con livore, coperti da una frangetta di capelli chiari. Il suo sopracciglio era tagliato in due da una ferita recente.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 9: Un segreto poco segreto

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L’indomani la mia classe era preda di un terribile fermento. Era tutto un parlare delle aggressioni e un ipotizzare chi sarebbe stato il prossimo. Eraldo e la Fragola erano chiaramente in agitazione.
Fabio aveva cinque punti di sutura che gli tagliavano il sopracciglio e un grosso livido sul mento. Tentai di avvicinarmi per chiedergli come stesse.
Quando gli rivolsi la parola alzò appena lo sguardo dal quaderno che teneva davanti come mero diversivo. Mi fissò per qualche istante con i suoi occhi neri e mi lanciò un debole sorriso.
“Poteva andarmi peggio” disse. “Sono quasi tutto intero e non ho riportato danni gravi… grazie per averlo chiesto.”
Annuii imbarazzata e tornai al mio posto.

Nell’intervallo andai a parlare con Eraldo. Schizzò come un gatto non appena gli rivolsi la parola. Scosse la testa quando gli chiesi se volesse parlare. Una parte di me si era davvero messa a giocare al detective e non vedevo l’ora di scambiare due chiacchiere con quello che, con tutta probabilità, avrebbe potuto essere la prossima vittima.
Fuori da scuola, fu lui a raggiungermi. Mi portò nel parcheggio, dove aveva lasciato la macchina, e mi disse di salire per parlare.
Aprii la porta del passeggero pronta ad ascoltarlo.
“Sono il prossimo… sicuro che sono il prossimo! Io o Claudia! Sicuramente! Puoi anche dirlo in giro se vuoi, non… holy shit! Again!”
Eraldo corse fuori dalla macchina per capire chi ci stesse origliando, sicuro che fosse la stessa persona della volta prima, invece si trattava solo di Fabio, venuto a prendere la bicicletta.
“Perché ovunque io vada ti trovo sempre tra i piedi?” disse Eraldo, visibilmente arrabbiato.
“Perché frequentiamo gli stessi posti” rispose Fabio, senza scomporsi. “Stai pure con la tua ragazza tutto il tempo che vuoi, si vede che la mia non era abbastanza per te se l’hai già dimenticata…”
“Mothafucka!” disse Eraldo, afferrandolo per la maglietta. “Io volevo bene a Diana, non ti azzardare a dire mai più una cosa del genere! Patricia è solo un’amica!”
“Lei forse sì, ma la professoressa Fragola?” sogghignò Fabio.
Eraldo gli tirò un pugno così forte che temetti gli saltassero i punti.
“Fatti i cazzi tuoi” sussurrò Eraldo, a denti stretti.
“Lo prendo per un sì” disse Fabio, sputando del sangue per terra.
Fabio salì sulla bici e se ne andò, con un sorriso strano stampato sul volto.
“Non avresti dovuto picchiarlo” dissi io, spaventata. “Adesso ha capito… ha capito che…”
“Ha capito che non sono affari suoi” disse Eraldo, togliendosi i capelli dalla faccia.

Il giorno dopo tornò a scuola anche Domenica. Aveva un taglietto su un labbro e una spalla lussata, così accettò di buon grado che la spingessi nel tragitto dall’ascensore all’aula.
Eraldo, non appena la vide, corse ad abbracciarla.
“Stai bene?” disse, inginocchiandosi per poterla vedere in faccia. Lei fece segno di sì con la testa e sorrise, gettando le braccia verso Eraldo per farsi abbracciare di nuovo.
“Ci pensi ancora, non è vero?” le domandai, quando Eraldo fu abbastanza lontano.
“Sempre” rispose lei, con aria sognante. “Vorrei sposarlo. Non è solo bello, è anche dolce e gentile…”
Scoppiai a ridere, ripensando alle risse e alle tresche in cui era coinvolto, ma decisi di non spezzare il sogno di Domenica, morto ancora prima di nascere.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 8: Un’altra aggressione

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L’indomani, verso le sette del pomeriggio, sentii il campanello suonare come se fosse impazzito. Di malavoglia mi alzai dal divano, ancora intontita, e andai ad aprire. Mi aspettavo di vedere mio padre con le pizze, invece era Enrico.
Richiusi la porta quasi istantaneamente, ma con una spinta lui si fece strada lo stesso. Ero sola in casa e mi spaventai a morte, ma mi sentivo troppo debole per difendermi. Scoppiai a piangere di frustrazione. Avevo un gran paura che volesse farmi del male.
“No, no, mi dispiace” disse lui. “Non voglio farti piangere, stai tranquilla. Guarda, mi metto quaggiù in un angolo” disse, avvicinandosi al muro e alzando le mani. “Sono stato una persona orribile con te, non voglio farlo mai più!”
Smisi di singhiozzare un attimo e presi un fazzoletto per soffiarmi il naso.
“Che cosa vuoi?” domandai.
“Volevo sapere come stavi, ho saputo che cosa ti è successo. La gente a scuola chiacchiera. Ormai sono tutti convinti che ci sia un killer in mezzo a noi, me incluso. Io non ho visto chi ti ha colpito, ma so che qualcuno voleva darti un avvertimento… io so una cosa, di cui non posso parlare… credo che la prossima vittima sarà il tuo amico americano… o forse la sua… volevo dire… la vostra professoressa, la Fragola. Qualcuno se l’è presa con loro… credo ci sia sotto una passione malsana…”
“Che c’entra la Fragola con Eraldo?” domandai, chiedendomi se anche lui fosse al corrente della cosa.
“C’entra, c’entra. Ho visto che una volta lei gli ha dato un passaggio… e l’ha portato nel suo appartamento… Lui è rimasto da lei per due ore… credo che… Non dirmi che è andato lì per farsi dare ripetizioni d’italiano!”
“Perché lo stavi seguendo?!” domandai, arrossendo.
“Perché volevo gonfiarlo di botte per la figura che mi ha fatto fare davanti a te. Speravo di trovarlo solo, invece… ma non mi va di parlarne. L’ho detto a te come segno della mia fiducia.”
“A dir la verità già lo sapevo” ammisi. “Li ho colti sul fatto…”
“Oh, caspita…” disse lui. “Io non riesco a farmi dare nemmeno un bacio e lui riesce a farsi dare… lascia perdere.”
“Eri tu fuori dalla porta?” domandai.
“Eh?” domandò lui.
“Eraldo mi ha confessato della sua tresca… pensavamo di essere soli, ma qualcuno ha ascoltato la conversazione ed è scappato… eri tu?”
“No, assolutamente” disse lui, deciso.
“Sicuro?”
“Certo! Sapevo già tutto, perché avrei dovuto origliare? Comunque quel che dici è grave. Qualcun altro sa, quindi qualcun altro potrebbe essere in pericolo… Sono arrabbiato. Sono un imbecille ma nel mio modo malato ci tengo molto a te, non voglio che ti accada qualcosa di male. E non voglio che accada nemmeno a Fabio… sono in pena per lui!”
“Che c’entra Fabio? Come lo conosci?” domandai.
“Lui non ama raccontarlo in giro, ma siamo cugini. Le nostre madri sono sorelle, ma non si parlano dalla morte della nonna. Problemi di eredità, lascia stare. Lui ha smesso di rivolgermi la parola da allora, ma un tempo eravamo molto uniti. Chiunque abbia buttato Diana giù dal terrazzo sicuramente voleva far ricadere la colpa su di lui, era il candidato ideale. Il fidanzato tradito più e più volte, frustrato, che si fa prendere dall’ira… sarebbe stato anche troppo facile. E’ un cretino, è vero, ma non credo sia un omicida.”
Rimuginai su quello che avevo appena sentito.
“Diana è morta…” dissi, con un nodo in gola. “Io sono stata aggredita… io ero sua amica… forse…”
Cercai di dare vita a un ragionamento, ma fui interrotta da una notifica sul telefono.
“DOMENICA!” gridai. “Qualcuno ha aggredito anche lei!” dissi, leggendo il messaggio.
Fui interrotta dal suono di un’altra notifica, ma non era il mio telefono.
Enrico prese il telefono e fissò lo schermo con aria spaventata.
“Hanno aggredito anche Fabio!” disse lui, portandosi una mano alla bocca. “Qualcuno lo ha spinto giù dalle scale!”
“Ma che problemi ha questo aggressore?!” gridai, massaggiandomi le tempie sul punto di esplodere.
In quel momento il campanello iniziò a suonare vigorosamente. Mi affrettai ad aprire a mio padre, che aveva le mani occupate dai cartoni della pizza. Non vide subito Enrico, ma quando si accorse della sua presenza lo fissò con uno sguardo rabbioso e iniziò a farsi rosso in viso.
“Dopo quello che hai fatto a Patrizia hai il coraggio di farti vedere in casa mia?!” disse, stringendo i pugni.
Senza dire una parola, Enrico corse via dalla porta e la chiuse alle sue spalle.
“Ti ha fatto qualcosa?” disse mio padre, correndo vicino a me. “Se restava un altro secondo, io…”
“No…” dissi. “Mi ha solo detto… che qualcuno ha aggredito il ragazzo di Diana… e anche Domenica…”
“Io ti faccio cambiare scuola!” disse, scuotendo la testa. “Non mi importa se sei maggiorenne, io te la cambio! Fai quello che vuoi ma te la cambio!”
“Non puoi farlo! C’è un pazzo a piede libero là fuori e dobbiamo scoprire chi è!”
“Cosa pensi di fare, di giocare all’investigatore? Parlerò con la preside, non voglio che tu resti lì! Stasera lo dirò a tua madre, che darà ragione a te, ma non riuscirete a farmi cambiare idea.”

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 7: Aggressione

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Quando ripresi conoscenza, una giovane infermiera con degli enormi occhi azzurri mi guardò sorridendo.
“Che succede? Dove sono?” biascicai. Avevo un terribile mal di testa. Mi guardai meglio intorno. Ero in un letto d’ospedale.
“Sei al sicuro” disse l’infermiera. “Qualcuno ti ha aggredito, vuoi sporgere denuncia?”
“Che?! Chi mi ha aggredito? Non ho visto niente! Ricordo solo un gran dolore alla testa…”
“E’ stata una tua compagna a chiamare l’ambulanza, dice di aver visto qualcuno tirarti una botta in tesa e fuggire, ma nemmeno lei è in grado di dire chi possa essere stato…”
Fissai l’infermiera perplessa. Mi aveva detto decisamente troppe cose in un tempo così breve e il mio mal di testa non rendeva le cose più semplici.
“Chi ha chiamato l’ambulanza?” domandai, massaggiandomi le tempie.
“Non lo so. I tuoi genitori stanno per arrivare. Ti manderemo via con loro. Ti abbiamo fatto degli esami e non hai preso una botta troppo forte. Non bere alcolici e non prendere antidolorifici. Se il mal di testa non ti passa o se ti capitasse di vomitare vieni qui subito, intesi?”
Nel giro di poco tempo arrivarono i miei e andai a casa a riposare.
“Che cosa sta succedendo nella tua scuola?” domandò mio padre, rimboccandomi le coperte. “Non si è ancora scoperto niente di quella tua amica caduta dal terrazzo?”
“Lasciala stare” disse mia madre, trascinandolo fuori dalla stanza. “Si sente male, ne parliamo tra qualche giorno. Dobbiamo ancora ringraziare Domenica per aver chiamato l’ambulanza!”
Confusa e arrabbiata, sprofondai in un sonno tormentato e preoccupato. Rividi il volto immoto di Diana e immaginai me stessa al suo posto.