CAPITOLO 1 – Il bacio del mare

SABATO 20 OTTOBRE 1888

Isa guardò le onde lievi che riflettevano il sole ormai aranciato. Non le era mai piaciuta quella spiaggia, ma amava la breve solitudine pomeridiana e il profumo del mare al posto del tanfo di vecchio. Mancavano alcuni minuti al tramonto e l’aria iniziava a farsi fredda. Adorava respirare l’autunno e la frizzante aria di mezza stagione; un tempo aveva passeggiato a lungo tra le foglie cadute, godendosi il loro silenzioso fruscio giallo sotto le dita infreddolite dei piedi nudi.

Guardò gli stivaletti neri opachi che spuntavano da sotto la gonna, grigia come richiesto dal duca e persino più malinconica di quella indossata durante l’anno di lutto stretto. Cielo, quanto odiava quel grigiore; molti dei suoi vestiti pastello giacevano in fondo a una cassapanca nella soffitta di villa Magda, probabilmente corrosi dall’umidità e dagli anni, quasi certamente troppo stretti per essere indossati ancora. Aveva sentito dire che le tinte chiare stavano tornando di moda, ma ormai da lungo tempo non verificava di persona.

Le venne voglia di alzarsi da quella seggiolina scomoda, togliersi scarpe e calze e correre sulla spiaggia prima che il buio viola l’avvolgesse, quando notò qualcosa muoversi; una figura stava emergendo dall’acqua, a pochi metri da lei. Una giovane donna; avrà avuto circa la sua età. Prima emerse la testa, corvina, e poi un viso da puttino, con due occhi verdi come l’acquamarina, così chiari da confondersi col colore del mare. Le labbra rosate spiccavano su quella pelle diafana e lucente, talmente lucida da sembrare coperta di scaglie. Con un ancheggiare gentile e sicuro, la giovane procedeva verso la terra ferma. Isa guardò il suo corpo emergere; il seno generoso, su cui i lunghi capelli neri disegnavano un arabesco bagnato, il ventre morbido, le braccia tornite, i fianchi e le cosce giunoniche che si muovevano lente nell’acqua salata. Isa si rese conto che la fanciulla era completamente nuda, un’Afrodite che nasceva dalla schiuma per portare la sua bellezza nel mondo, più bella del quadro di quel maestro italiano di cui non ricordava il nome. Le buone maniere imponevano che distogliesse lo sguardo, ma se ne ritrovò del tutto incapace; seguì ogni movimento della giovane per alcuni secondi che le parvero infiniti, fin quando gli occhi acquamarina non si voltarono verso di lei.

«Ma cosa?!» gridò la donna misteriosa, e poi capitombolò a faccia in giù nel bagnasciuga.

“Oh no!” pensò Isa, alzandosi in piedi, incurante della sabbia che avrebbe sporcato l’orlo della sua gonna grigia. Un po’ di sabbia l’avrebbe di certo abbellita. Tenendosi la vecchia crinolina con le mani per muoversi più agevolmente, si avvicinò alla giovane e iniziò a recitare le proprie scuse. «Perdonatemi signora, non volevo spaventarvi, non mi aspettavo che ci fosse qualcuno sulla nostra spiaggia!»

«Nemmeno io!» rispose la sconosciuta, rialzando il viso coperto di sabbia. Isa si inginocchiò di fianco a lei, cercando di capire come esserle d’aiuto, ma fu la donna a prendere la parola. «Comunque, sono io a dovervi delle scuse; ho il vizio di nuotare nuda e non mi sono assicurata di controllare se ci fosse qualcuno. Ma da quando Villa Daphne è abitata?»

Isa guardò dietro di sé, verso i muri bianchi e i tetti grigi dell’abitazione. «Oh, da ieri sera a dire il vero. Il duca di Lewes si è appena trasferito qui per l’autunno e…»

Prima che riuscisse a terminare la frase, un’onda inaspettata travolse lei e la misteriosa nuotatrice. Lo schiaffo dell’acqua ghiacciata sul volto e nei capelli le tolse il fiato e le accelerò il battito; non aveva mai imparato a nuotare.

«Ehi, stai bene?» domandò la sconosciuta, pochi istanti dopo. Isa era completamente bagnata; gli stupidi ricci biondo cenere fatti col ferro si erano ammosciati e la sua pettinatura pendeva molle da un lato, il vestito grigio era ormai tutto chiazzato e c’era persino un’alghetta verde tra le sue pieghe incolori.

Le due si guardarono per un attimo, poi entrambe scoppiarono a ridere. Isa nemmeno ricordava quanti anni fossero passati dalla sua ultima risata tanto sentita. «Lady Isabel Helena Ashford», si presentò, cercando di rimettersi in piedi ma scivolando penosamente sul bagnasciuga. «Adesso abito qui con il duca di Lewes».

«Celeste di quella capanna laggiù», replicò la donna, ridendo, mentre indicava una casetta di legno dall’aspetto leggermente dimesso, poco fuori dalla proprietà del duca e non distante dalla spiaggia. Isa ebbe l’impressione che si trattasse di una casa destinata più alle bambole che agli esseri umani; forse era per via delle pareti rosa antico, o magari per il tetto bianco, oppure erano le piante grasse, verdi e rigogliose, che crescevano intorno alla casa e facevano ombra alle finestre.

«Sei la moglie del duca?» domandò Celeste.

«No, la vedova di suo figlio».

«Oh, mi dispiace». Celeste afferrò Isa per le braccia e la rimise in piedi, vincendo il peso delle sottovesti e delle crinoline fradicie. L’aveva sollevata dalla sabbia umida con un solo gesto sicuro, come un fanciullo che raccoglie da terra un gattino.

«No, non dispiacerti. Non ci amavamo mica».

Isa si pentì subito di essere stata così diretta con una perfetta estranea; non avrebbe osato essere tanto schietta nemmeno con la sua amica più cara (se mai ne avesse avuta una), eppure c’era qualcosa negli occhi di Celeste che le faceva venir voglia di esprimersi.

«Ti prenderai un accidente tutta bagnata, non hai uno scialle o qualcosa del genere?» Celeste parlava con la sicurezza di una nobildonna vestita da capo a piedi, sebbene fosse ancora nuda e ricoperta di sabbia.

«E tu allora?» protestò Isa.

«Ah, ma io ci sono abituata!» rispose la sconosciuta, scrollando le spalle. «Ti porto una delle mie coperte, così potrai riscaldarti un po’ prima di tornare alla tua villa».

Celeste iniziò a correre goffamente sulla spiaggia, ondeggiando dolcemente a ogni passo. Ancora una volta, Isa non riuscì a staccare lo sguardo dal suo morbido corpo.

La osservò sparire dentro la casetta dai muri rosa e quando riemerse notò che le sue curve erano coperte da una leggera sottoveste; poco più che biancheria intima, un abbigliamento che la sua cameriera avrebbe considerato indecente. Si era asciugata alla meglio i capelli d’ebano, che adesso ricadevano sulla schiena acconciati in una treccia. Anche la sabbia che le imbrattava braccia, volto e seno pareva scomparsa. I suoi piedi, però, erano ancora nudi e sabbiosi, un po’ incerti tra le dune naturali disegnate dal vento. Tra le mani stringeva una pesante trapunta colorata. «Ecco qua! Non temere, lady Isabel, è pulita e stirata», sussurrò Celeste, avvolgendo in un morbido abbraccio ricamato il corpo bagnato di Isa.

«Grazie Celeste», rispose lei, con un senso di torpore che le colpiva lo stomaco, «ma chiamami solo Isa, per favore. Niente lady».

Celeste annuì e continuò a drappeggiare la trapunta. In uno degli angoli liberi, Isa notò un omino con una coda di pesce verde e una donnina vestita di rosso, che tenevano tra le braccia stilizzate un fagottino ricamato di bianco, con pochi fili neri sulla sommità della testa.

«Che bella, l’hai cucita tu?» domandò Isa, sfiorando con le dita tra i contrasti creati tra le stoffe diverse. Cercò di allungare le mani per toccare le cuciture esterne, ma quelle calde spire imbottite le rendevano difficile muovere le braccia.

«No, è un dono di mia madre», rispose Celeste con un sorriso. «Iniziò a ricamarla nei mesi di attesa prima del mio arrivo, e dormo avvolta in questa coperta da quando sono nata».

Isa avrebbe voluto togliersi di dosso la trapunta e ridarla alla legittima proprietaria, ma non prima di averle dato una buona occhiata per ammirarne ogni dettaglio.

«Ormai non ho più freddo», mentì Isa, cercando di emergere dagli strati di tessuto. «La trapunta non mi serve. Chiederò un bagno caldo e mi cambierò i vestiti!»

«Tienila fino a domani», disse Celeste, stringendo la stoffa sopra i riccioli sfatti di Isa. «Il sole è calato, adesso fa freddo per chi non è avvezzo al mare come lo sono io».

«Non posso, non posso accettare! È un oggetto troppo prezioso, come dormirai stanotte?»

Celeste rise, un suono limpido come l’acqua da cui era emersa, le labbra sinuose sopra i denti candidi. «Mia madre non mi permetterebbe mai di negare un po’ di calore a chi lo necessita. Me la riporterai domani, d’accordo? Stessa ora, stesso luogo!»

«Te la faccio lavare! L’avrò sporcata tutta di salsedine e sabbia, non posso ridartela così».

Le sopracciglia di Celeste si inarcarono e le pupille vagarono verso la coperta. «E sia, a patto che la lavi tu stessa. Non mi va che qualche povera quattordicenne debba lavare le mie cose. Ma se la laverai tu, come favore personale a colei che ti ha salvato da un brutto raffreddore, allora accetterò questa cortesia».

«Che richiesta curiosa!» esclamò Isa, chiedendosi se lei, che non aveva mai toccato un mastello in vita sua, sarebbe stata in grado di lavare da sola una trapunta così pregevole senza rovinarla. «Ma d’accordo. Domani a quest’ora te la riporterò, sperando che domattina ci sia un bel sole e riesca ad asciugare».

«Di questo non ti devi preoccupare, se sarà umida andrà bene comunque! Ti rivedrò da sola? O ci sarà tuo suocero con te?»

A Isa sfuggì un sospiro. «Presto non sarà più mio suocero, ma mio marito. E ormai sono pochi i momenti in cui lui non è insieme a me. Sta cercando in ogni modo di…»

Corteggiarmi, avrebbe voluto dire, anche se forse non era la parola giusta. Ma non poteva essere tanto sfrontata con Celeste, non di nuovo, quindi aggiunse solo: «…di consolarmi dalla mia perdita. Anche se non mi sento affatto da consolare». In quell’istante, nonostante ciò che si era ripromessa, Isa si accorse di aver nuovamente rivelato troppo. Stupida, stupida Isa!

Tacque, per non straparlare nuovamente, e Celeste la guardò per alcuni istanti intensi; Isa ebbe la sensazione di nuotare nel mare dei suoi occhi, un mare tiepido e fresco allo stesso tempo, pieno di pesciolini argentati e sabbia color perla. L’estranea alzò una mano e tolse dalla fronte di Isa una ciocca di capelli chiari sfuggita al calore della trapunta. Il tocco di quelle dita lunghe e incredibilmente calde fece rabbrividire la promessa sposa del duca.

«Ero ancora bambina», raccontò Celeste, «quando i miei genitori mi fecero promettere che, se mai mi fossi sposata, lo avrei fatto solo per amore. E tuttora, all’età di trentacinque anni, sono lietamente nubile… o zitella, come mi definirebbe qualcuno. Mi rattrista sapere che tu non hai avuto la possibilità di scegliere, e mi pare di capire che non ce l’hai nemmeno adesso».

«Abbiamo la stessa età», sospirò Isa, guardando l’opale nero della defunta duchessa che brillava sul suo anulare sinistro. Erano passati ormai tre anni da quando suo marito era morto, ma a volte sentiva ancora il peso della vecchia fede, l’unico gioiello che avesse mai posseduto davvero. Gli altri gioielli della sua famiglia, invece, giacevano nel baule che conteneva l’immensa dote con cui i suoi genitori l’avevano data in sposa. Non aveva mai saputo a quante sterline ammontasse, ma era ancora lì, intatta, conservata in banca, o magari in una delle tante stanze della residenza di città. Villa Magda, lo stesso nome della defunta duchessa. Isa non vedeva quelle monete dalla sera precedente alle nozze, ma sicuramente erano al sicuro in qualche cassaforte. Una somma simile avrebbe garantito una vita di agi a una famiglia di medie dimensioni, e forse anche ai loro discendenti, ma Isa non poteva toccarne una singola moneta. Il duca provvedeva a tutto: ogni suo minimo capriccio, ogni futile desiderio, ogni cosa di cui non le importasse niente. Ma non doveva disegnare né cucire, perché si sarebbe rovinata le mani, né indossare il rosa e il giallo che tanto amava, o l’avrebbero scambiata per una Gezabele di alto bordo. E i libri? Qual era l’ultimo libro che aveva letto? Una donna che legge è una donna noiosa, trovati un passatempo più femminile! le diceva il duca. E prima di lui, glielo aveva detto suo marito.

[…]

«Io debbo andare, adesso», mormorò Celeste con voce chiara, dando un’ultima carezza alla sua trapunta (e quindi alla spalla di Isa). «Corri a casa e non ti ammalare, d’accordo?»

Per un attimo Isa valutò proprio quell’idea. Se fosse rimasta fuori in giardino, tra i cactus senza fiori e gli arbusti ormai spogli, con gli abiti e i capelli umidi in attesa delle stelle tardive, forse la luna le avrebbe portato in dono una malattia letale, una salvezza estrema da quel vituperabile matrimonio.

«Sarei triste se ti accadesse qualcosa», aggiunse Celeste, come se avesse letto i pensieri di Isa. Alla fine, entrambe si congedarono con un inchino e la promessa di rivedersi l’indomani al tramonto. Isa era a metà strada quando si voltò, già nostalgica nei confronti di quella parentesi di bellezza e vitalità, e trovò Celeste ferma dove l’aveva lasciata. Lei la guardò, sorridendo; con una mano giocava con la sua treccia nera, adagiata sul petto sinuoso, e con l’altra salutava allegramente.

Un calore le salì al cuore, più morbido della trapunta, più dolce del bagno caldo che le avrebbero preparato, più bello del vestito di lana grigio che avrebbe indossato per la cena. E Celeste non le aveva nemmeno dato del voi.

CONTINUA…

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