La centaura innamorata – Una fiaba di Kiria EternaLove

Questa fiaba è stata pubblicata della raccolta “Amore e Psiche 2018”, casa editrici Kimerik.

Nel cuore di un bosco di querce, laddove gli alberi erano più radi e il sole riusciva a riscaldare l’erba, viveva una creatura metà donna e metà bestia: una centaura. I suoi capelli erano rossi e i suoi occhi verdi come l’erba. Ogni giorno girovagava da sola in cerca di animali e piante, spinta dalla curiosità e dalla sete di conoscenza.

Un mattino udì uno splendido canto. Si nascose dietro un grosso arbusto e vide il giovane uomo a cui apparteneva la voce. Aveva i capelli neri e la pelle bianca ed era vestito di seta e di velluto. D’improvviso, un cinghiale sbucò da dietro un albero e tentò di attaccare il giovane. La centaura fu pronta a incoccare una freccia e a scagliarla vicino al cinghiale, costringendolo a fuggire.

«Chi siete voi, che mi salvate la vita e mi guardate con quegli occhi tanto belli?» domandò lui, voltandosi verso di lei. «Siete forse una dea?»

«Il mio nome è Primula» disse la centaura. «Non sono una dea, sono solo un’arciera.»

«Che voi siate benedetta, arciera. Vi prego, lasciate che baci la vostra mano!» supplicò il giovane, inginocchiandosi per terra. La centaura, arrossendo in viso, allungò la mano verso di lui e accettò il suo bacio.

«Vorrei tanto vedervi» disse lui, con un sorriso. «Potreste uscire da dietro quel cespuglio?»

«Oh, non posso!» mentì la centaura. «Stavo facendo il bagno e sono completamente nuda!»

«Perdonatemi!» disse il ragazzo, distogliendo lo sguardo. «Grazie ancora per avermi salvato!»

«Non mi avete detto il vostro nome» aggiunse lei.

«Mi chiamo Febo, come il dio del sole» rispose lui, con gli occhi bassi. «Potrò mai rivedervi, se adesso me ne andrò?»

«Mi rivedrete solo se lo vorrete» rispose Primula.

«Lo vorrò di certo. Addio, mia signora!»

La centaura tornò verso la sua casa scavata nel legno di un’enorme quercia. Non riusciva a smettere di pensare al bel giovane ed escogitò un modo per poterlo rivedere. I centauri erano da sempre i depositari dell’ultimo residuo di magia rimasto sulla Terra. In mezzo ai mille libri che aveva sullo scaffale, Primula trovò un incantesimo che le avrebbe concesso la forma umana, almeno per un giorno. Preparò un filtro e lo bevve, provando un dolore atroce: in pochi istanti le sue zampe equine svanirono per lasciare il posto a due esili gambe umane. Era ancora instabile e malferma, ma si mise in marcia e all’alba finalmente raggiunse la strada dove aveva visto sparire il giovane. Si coprì il seno con i capelli e iniziò a chiamare aiuto, fingendo di essere stata derubata. Alcune lavandaie la soccorsero e le diedero un vestito e dei sandali. Quando fece il nome di Febo, tutte la riconobbero.

«Tu devi essere Primula!» esclamò una comare.

«Il signor Febo ha parlato di te tutto il giorno!» affermò un’altra donna. «Ha dichiarato che ti avrebbe cercata per sposarti!»

«Vi prego, portatemi da lui!» disse Primula, con gli occhi pieni di speranza.

«Io sono la sua governante!» asserì la comare più vecchia. «Vieni con me.»

La donna prese a braccetto Primula e la condusse in una bella villa con le pareti bianche. Febo sedeva alla scrivania, intento a esaminare alcune carte.

«Signore, guardate chi vi ho portato!» disse la governante.

«Primula!» esclamò lui, con un gran sorriso. «Mia salvatrice! Mi avete ritrovato! Debbo dunque tener fede alla mia parola e prendervi in moglie!»

«Vi prego, cantate per me» chiese Primula, arrossendo. Febo fece cenno alla governante di uscire e iniziò a intonare una melodia struggente, narrando la storia di una principessa chiusa in un castello in attesa del vero amore.

Quando intonò l’ultima strofa, gli occhi di Primula erano pieni di lacrime. «Accetterete la mia proposta di matrimonio?» chiese lui, prendendole le mani. 

 «Canterete ancora per me?» chiese lei, speranzosa.

«Ogni giorno, se lo vorrete.»

«Io vi sposerò, ma vorrei che la stanza più grande di questa villa fosse riservata a me e vorrei essere l’unica a possederne la chiave. Vi prego, non fatemi domande.»

«Se è tutto quel che volete, lo avrete» disse Febo.

Alla vigilia delle nozze, Primula raccolse i suoi averi e li trainò con un carretto fino alla casa di Febo mentre era ancora una centaura.

«O mie forti zampe!» pensò. «Dovrò dirvi addio per due misere gambe che mi sorreggono appena! Non potrò più correre per i boschi, non potrò nitrire di gioia sotto la pioggia, non potrò tendere il mio arco! Ahimè, perderò tutta la mia forza!»

Prima che spuntasse il sole, Primula bevve il filtro che la rendeva umana e sposò il giovane uomo. Durante la prima notte di nozze, Febo le tolse il velo dal viso e dai capelli.

«Come sei bella!» sussurrò.

«Se un giorno non dovessi più essere bella, mi vorrai ancora?» domandò lei. «Per sempre» rispose Febo.

I due sposi vissero felicemente per parecchi mesi. Ogni mattina, Primula si svegliava all’alba per impedire alle sue gambe di tramutarsi in zampe di cavallo, sopportando il dolore con il sorriso sulle labbra. Una sera, mentre Febo cantava, venne colto da un attacco di tosse fortissimo che quasi gli tolse il fiato. Col passare del tempo, la tosse si ripresentò sempre più forte, finché una notte il giovane non macchiò di sangue il fazzoletto bianco con cui si copriva la bocca.

«Mi amerai ancora, anche se non potrò più cantare?» chiese Febo.

«Per sempre» rispose Primula.

La governante corse a chiamare un medico, ma con lui vennero solo cattive notizie. Primula si chiuse nella sua stanza e sfogliò i suoi libri sperando di trovare una cura. Finalmente, tra le pagine del libro più vecchio e lacero lesse una soluzione: Febo sarebbe rimasto in vita se avesse potuto bere ogni giorno il sangue di un centauro. Senza pensarci due volte, Primula attese l’alba e corse nella sua stanza per lasciare che la sua trasformazione in centaura avvenisse. Si praticò un taglio profondo su una delle zampe e lasciò che il sangue si raccogliesse in un bicchiere. Dopo esser tornata umana, andò in camera da letto e svegliò suo marito per dargli da bere.

«Che cos’è?» domandò lui.

«È una medicina che mi preparava sempre mia nonna quando avevo la tosse» mentì Primula.

«Devi berla ogni mattino, affinché faccia effetto.» Il giovane bevve e si sentì improvvisamente meglio.

Ogni giorno, prima che Febo si svegliasse, Primula gli faceva trovare la medicina sul comodino. Era felice di aver trovato il modo di curarlo, ma presto i suoi capelli persero la loro bella sfumatura rossa e due occhiaie scure si formarono sotto i suoi occhi.

«Mi ami anche se non sono più bella?» domandò Primula a suo marito.

«Per me sarai sempre bella» rispose lui. «Però sei tanto pallida. Sei forse ammalata anche tu?»

«Sto bene, stai tranquillo!» disse lei, con un sorriso.

«Cosa fai da sola in quella stanza, ogni mattino?» domandò Febo.

«Mi avevi promesso di non chiedermelo mai!» rispose Primula.

Una notte, credendo che il marito dormisse, Primula iniziò a svestirsi. Innumerevoli tagli le costellavano le gambe e le braccia.

«Ti sei fatta male?» domandò Febo. Primula si rivestì in fretta.

«Sono solo caduta in mezzo ai rovi. Ti prego di non domandare altro» disse lei, senza guardarlo negli occhi.

Quando giunse l’alba, Primula si alzò in fretta per raggiungere la sua stanza. Le gambe si stavano facendo più forti e presto le dita sarebbero divenute zoccoli. Febo l’afferrò per una mano prima che potesse andare via.

«Dove vai?» chiese, preoccupato.

«Vado a preparare la tua medicina!» disse Primula. Lui lasciò andare la sua mano e attese il suo ritorno. Passò un’intera ora: il sole era ormai già alto, ma Primula non era ancora tornata. Febo, senza la medicina, iniziò a sentirsi di nuovo debole. Nonostante la promessa che aveva fatto, decise di andare a cercare Primula nella sua stanza e iniziò a bussare insistentemente, ma lei non apriva la porta.

«Ti prego, fammi entrare!» disse lui, con una mano sulla maniglia.

«Aspetta!» rispose Primula, con voce debole. «Prima rispondi a una domanda: mi ameresti ancora anche se non fossi… non fossi più umana?»

«Per me tu non sei mai stata umana» rispose Febo. «Per me sei l’angelo che mi ha salvato la vita!»

«E allora entra…» 

Il giovane aprì la porta e si portò le mani alla bocca. Nel mezzo alla stanza giaceva una centaura moribonda che aveva lo stesso volto di sua moglie. «È ora che tu sappia…» sussurrò Primula, con un debole sorriso.

La centaura raccontò per la prima volta a suo marito la verità sulla sua natura e sull’origine della medicina che lo aveva tenuto in vita.

«Tu stai morendo a causa mia!» disse Febo tra le lacrime, tenendo in grembo la testa di lei.

«Mi rammarico solo di non poterti più aiutare, però morirò felice: morirò come sono nata, come una centaura, e morirò sapendo di averti raccontato tutto. Ti prego, canta per me un’ultima volta…»

Il giovane baciò la moglie sulle labbra e poi intonò la melodia che aveva condotto Primula da lui nel bosco. Quando intonò l’ultima strofa, gli occhi di lei si erano chiusi per sempre. Febo seppellì Primula da solo, nel giardino della villa, e ogni giorno cantò per lei fino a consumare i suoi polmoni. Un mattino la governante lo sorprese inginocchiato sulla tomba di Primula, con la testa appoggiata sulla lapide.

«Vi prego, venite in casa. Qui fuori è troppo freddo per voi!» disse lei, ma non giunse risposta. La donna poggiò una mano sulla spalla del padrone: solo allora si accorse che aveva smesso di respirare. Se ne era andato col sorriso sulle labbra e con un canto nella gola.

L’indomani, Febo venne sepolto accanto alla moglie. La primavera successiva, tantissime primule coprirono le tombe dei due sposi e in mezzo a esse nacque una grossa quercia. Coloro che hanno osato avvicinarsi alle lapidi durante la notte giurano di aver udito il vento cantare in mezzo alle primule e di aver visto i rami della quercia allungarsi per poter accarezzare i fiori nati tra le sue radici.  

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 11

[ATTENZIONE: IL SEGUENTE CAPITOLO CONTIENE ESPRESSIONI VIOLENTE CHE POTREBBERO URTARE I LETTORI PIU’ SENSIBILI.]
Con le sue ultime forze, Marta sfiorò la guancia di Francesco, sorrise e poi spirò tra le tue braccia.
“Marta!” disse lui, tra le lacrime. “Non ti ho nemmeno detto che ti amo…”
“Stai tranquillo, ormai lo aveva capito da sola.”
Francesco si voltò, spaventato. Una ragazza minuta con dei lunghi capelli castani lo stava fissando con i suoi occhi verdi.
“E tu che cosa… chi… chi sei? Come sei entrata?!” esclamò Francesco.
La ragazza non gli prestò minimamente attenzione. Lo spintonò via con una forza di disumana, poi si avventò verso il corpo di Marta e iniziò a scrollarlo con cattiveria.
“Ma che stai facendo?! Lasciala andare!” disse Francesco cercando di rimettersi in piedi.
“SILENZIO!” gridò la ragazza, spingendolo contro il muro con il solo suono della sua voce. “Svegliati, brutta sgualdrina” aggiunse, rivolta a Marta. “Lo so benissimo che sei viva, apri gli occhi!”
Marta sorrise in modo beffardo e alla fine si decise a fare quanto gli era stato chiesto.
“Marta, ma sei viva!” gridò Francesco emozionato. Una folata di vento sovrannaturale lo sbatté contro il muro con tanta forza da fargli prendere i sensi.
“Non mi piace vederti maltrattare il mio ragazzo” sussurrò Marta digrignando i denti.
“E a me non piace sapere che entri nel mio mondo per ammazzare la gente!”
“Che cosa pensi di fare?” disse maliziosa. “Non puoi fermarmi, lo sai benissimo che io continuerò a rigenerarmi all’infinito!”
La stanza intorno a loro iniziò a cambiare. Francesco iniziò a svanire, così come i macabri trofei delle uccisioni di Marta.
“Che sta succedendo?!” domandò Chiara, sorpresa.
“Tra pochi minuti la storia si riavvolgerà su se stessa e potrò ricominciare a mietere vittime!” spiegò Marta, ridendo.
“Non così in fretta…” disse Chiara.
Nel giro di un istante, tutti i fantasmi delle vittime di Marta si riunirono intorno alla loro carnefice, ancora vestiti dei loro abiti di morte.
Il principe azzurrò gettò Marta a terra, le salì sopra e le bloccò le gambe e le braccia. Biancaneve si gettò su di lei e iniziò a morderle il viso, sempre più forte, fino a staccare un pezzo della guancia.
“Bianca come neve, rossa come il sangue…” sussurrò la ragazza, leccandosi le labbra. Marta gridava di dolore e di paura.
Chiara assistette alla scena impassibile.
Cenerentola afferrò la sua scarpetta col tacco, abbassò i pantaloni di Marta fino a lasciare scoperte le cosce e infilzò il tacco con forza nel muscolo fino a lacerarlo. Il sangue sgorgava copioso dall’arteria femoraria, inondando le mani di Cenerentola. “Come farai ad andare al ballo, conciata così?” disse, ridendo istericamente. Marta era quasi in stato di shock, ma uno schiaffo tirato da Bestia la fece risvegliare.
“Chi è davvero una bestia tra me e te?” ringhiò lui.
La Bella strappò la maglia di Marta, l’afferrò per il collo e strinse forte le mani intorno alla sua gola, facendola quasi soffocare. Poco prima che svenisse, Bestia le tirò un pugno in faccia che le spezzò il setto nasale. La Bella aveva tra le mani la rosa senza petali con cui era stata abbandonata tra le braccia della morte. Con tutta la forza che aveva, conficcò lo stelo nella spalla di Marta.
Raperonzolo e Alice si fecero avanti per ultime. Avevano l’aria delusa ma glaciale. Alice stringeva tra le dita il pugnale con cui Marta si era uccisa pochi minuti prima. Appoggiò la punta del coltello sulla gola martoriata di Marta e affondò la lama quanto bastava per tingerla di rosso. Lentamente iniziò a muovere la punta come se fosse un pennello intriso di vernice scarlatta, finché il petto e quel che restava del volto di Marta non divennero un’unica tela rossa.
“Eramo amiche…” sussurrò. “E sai dove andrò a toccarti adesso con la lama? Importa poco, purché tu soffra!”
Alice piantò il coltello ai lati della bocca di Marta, aprendo la carne a formare un inquietante sorriso.
“Adesso sembri proprio lo Stregatto!” disse ridendo.
Raperonzolo, con il lunghi capelli sciolti davanti al viso, fissò Marta agonizzante al suolo, si inginocchiò davanti a lei e iniziò a sussurrare nel suo orecchio.
“Lo sai cosa successe all’uomo innamorato di Raperonzolo quando precipitò dalla torre? Perse entrambi gli occhi cadendo su un cespuglio di rovi, ed è quello che capiterà a te!”
Raperonzolo affondò le unghie affilate nelle orbite di Marta.

Marta aprì gli occhi di scatto, col fiato mozzo. Guardò l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Si alzò di malavoglia e andò in cucina a preparare del caffè per tenersi sveglia. Aveva trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui ricordava fin troppo bene i particolari…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 6

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“FRANCESCO!” gridai, disperata, gettandomi su di lui. Cercai di liberarlo dalle corde e dalla benda, presi la sua testa tra le braccia e iniziai a piangere.

“Marta…” sussurrò lui.

“SEI VIVO!”  gridai, abbracciandolo più stretto. Chiamai immediatamente l’ambulanza, che fu lì nel giro di pochissimi minuti insieme alla polizia.

I paramedici fecero allontanare tutti i ragazzi e tentarono di mandare via anche me, ma Francesco protestò. “E’ la mia ragazza!” disse. “E’ lei che vi ha chiamato. Fatela restare per piacere!”

Un infermiere iniziò a tagliare i vestiti di Francesco per poterlo bendare. “O santo cielo…” sussurrò. Sulla schiena di Francesco, l’assassino aveva inciso la sagoma di un uncino. Alla base di essa aveva affondato il suo coltello, ma senza colpire organi vitali.

“L’assassino voleva accoltellarmi di nuovo ma si è fermato. L’ho sentito” disse Francesco. “Per qualche motivo è fuggito. Forse stava arrivando qualcuno”.

“L’hai visto?!” domandai, col cuore in gola.

“No. Mi ha dato una botta in testa e mi ha bendato. Ha fatto tutto mentre ero svenuto. Mi ha svegliato il dolore alla schiena quando mi ha pugnalato.”

“Questo spiega parecchie cose…” sussurrò un poliziotto, che aveva ascoltato tutto.

I paramedici portarono via Francesco. Le lezioni furono sospese per l’ennesima volta, così non mi restò altro da fare che tornarmene a casa. Ero felice, ma terrorizzata. E se l’assassino avesse deciso di riprendere l’opera da dove era rimasto? Stava riscrivendo le fiabe in modo da eliminare ogni lieto fine, ma Capitan Uncino aveva di nuovo avuto la peggio contro Peter Pan. Quella fiaba non era riuscito a riscriverla. Perché? Mi lambiccai il cervello fino a cadere addormentata.

Quando mi svegliai, mi accorsi che era ancora presto, così decisi di andare a trovare Francesco in ospedale.

Presi la bicicletta e mi misi in marcia. “Oh, no…” pensai, vedendo le volanti della polizia parcheggiate davanti all’ingresso dell’edificio. Mollai la bicicletta al primo marciapiede che trovai e corsi a piedi verso l’unica persona che riconobbi: la poliziotta con cui avevo parlato in palestra.

“Che è successo?!” domandai, spaventata. “Un’altra vittima?”

“Ancora tu?!” disse la poliziotta, quando mi vide. “No! Però ci ha provato. L’assassino ha provato di nuovo a  uccidere il tuo ragazzo, ma si è salvato anche stavolta. Ha sette vite come i gatti.”

“Posso vederlo?” chiesi, col cuore in gola.

La poliziotta fece cenno ai suoi colleghi di lasciarmi passare. Trovai Francesco nel suo letto, circondato da agenti. Gli gettai le braccia al collo e mi sciolsi in lacrime.

“Non ti avevo mai vista piangere se non adesso e stamattina!” disse lui, accarezzandomi i capelli. “Allora mi vuoi bene.”

“Sei un deficiente!” dissi, sorridendo tra le lacrime e cercando di darmi un contegno. “Che è successo stavolta?”

“Ho visto l’assassino!” esclamò lui. Era alto, vestito di nero dalla testa ai piedi!”

“Cosa?!” esclamai.

“Sì, te  lo giuro! È entrato qui dentro mentre dormivo, non ho idea di come abbia fatto, e ha cercato di strangolarmi. Ho provato a urlare, ma non ci sono riuscito! Poco prima che perdessi i sensi mi ha lasciato andare ed è scappato! Qualcuno lo ha visto fuggire e hanno temuto che mi avesse fatto fuori, e invece eccomi qui! E nessuno l’ha più visto in giro, pare svanito nel nulla!”

“Hai capito se era un uomo o una donna?”

“Potrei dire che mi sembrava un uomo, ma conciato com’era… mi chiedo perché mi abbia risparmiato di nuovo! Che senso aveva tornare qui e rischiare di farsi scoprire se non aveva intenzione di uccidermi?”

“Non lo so, ma non me ne andrò via da qui finché non verrai dimesso. Non posso stare a casa e vivere con quest’angoscia.”

“Non preoccuparti” mi disse uno degli agenti. “Nemmeno noi abbiamo intenzione di lasciare il tuo ragazzo qui da solo. Vivi pure tranquilla”.

“Non posso restare qui durante la notte?” domandai.

“D’accordo, resta.” Disse una voce di donna.

Solo in quel momento mi accorsi che c’era una piccola donna con i capelli neri striati di grigio seduta vicino a Francesco: sua madre. L’avevo vista un paio di volte fuori da scuola, ma non ci eravamo mai parlato prima di quel momento. Mi scusai per non averla salutata, ma lei mi fermò. “La situazione ti concede di non essere formale. Eri preoccupata per Francesco. Avrei reagito nello stesso modo.”

Mi scusai di nuovo e feci un salto a casa per avvisare i miei genitori dell’accaduto. Provai un po’ di imbarazzo nel dire che avevo un ragazzo. Non avevo mai risposto “sì” alla sua proposta, ma il timore di aver perso Francesco per sempre mi aveva fatto capire che i miei sentimenti erano più forti di quanto pensassi. Riempii lo zaino con quel che avrebbe potuto servirmi durante la notte e mi feci accompagnare in macchina da mio padre fino all’ospedale. Non ricordavo bene dove fosse la camera di Francesco, ma i due agenti piazzati davanti alla sua porta me lo rammentarono subito. Quando entrai, mi accorsi subito che Francesco era da solo. Sua madre se ne era andata. Non si accorse del mio arrivo, stava dormendo. Sicuramente lo avevano messo k.o. con qualche antidolorifico. Sistemai una coperta sulla squallida poltrona vicino al letto, cercando di non far rumore, e mi sedetti. Guardai Francesco dormire per qualche minuto. I suoi occhiali erano stati piegati e riposti sul comodino. Era bello, per una volta, vedere il suo volto per intero, senza le lenti a far da scudo. Mi resi conto di star ridacchiando come una bambina. Cercai di dormire un po’, ma la vicinanza di Francesco mi faceva agitare e me lo impediva. Andai in bagno per sgranchirmi le gambe. Mi sciacquai la faccia con dell’acqua fresca. Quando mi guardai nello specchio, mi parve di vedere un’ombra scura alle mie spalle. Mi guardai un po’ intorno, ma non vidi nessuno.

“Non puoi vedermi” disse una voce di cui non riuscii a identificare il genere.

Mi sentii paralizzata dal terrore.  Mi voltai in fretta: non c’era anima viva.

“Ti ho già detto che non puoi vedermi. Adesso ti metterò a dormire e mi occuperò del tuo amichetto. E’ la seconda volta che non riesco a ucciderlo per colpa tua!”

“Cosa vuoi da lui?” risposi. “Lascialo stare!”

“Peter Pan sta cercando di crescere. Ha una ragazza, ora. Non può più stare nell’isola che non c’è. Devo aiutarlo ad andarsene.”

“Sei completamente pazzo!” gridai, sperando che qualcuno mi sentisse.

“Oh, non sai nemmeno quanto…”

Un agente spalancò le porte del bagno.

“Perché gridi? Tutto bene?” chiese.

“No! C’è l’assassino! Qui da qualche parte, mi ha parlato, ma non sono riuscita a vederlo!”

Il poliziotto estrasse la pistola dalla fondina e iniziò a esaminare ogni angolo del gabinetto.

“Tornatene in camera” disse l’uomo. Se è qui, non mi scapperà.

Corsi verso la stanza di Francesco. Tutto quel trambusto non l’aveva svegliato. Presi la sua mano destra, libera dalle flebo, e la strinsi piano. “Non permetterò che quell’individuo si avvicini a te!” promisi.

Le avventure di Norvy, il Gatto Immaginario di Luca e Chiara – IL GATTO VAMPIRO – 11°pt

Quella che state per leggere è una storia a puntate ricca di follie. Non leggetela se sperate di trovare qualcosa di sensato.
Qui trovate la puntata precedente.

“Amore, che ha quel gatto, adesso?” chiese Luca, guardando di sbieco Norvy.
“Oh, ti riferisci al fatto che ha passato gli ultimi tre quarti d’ora gettandosi dalla credenza e sbattendo le zampe come se fossero ali?” rispose Chiara con noncuranza.
“Sì, sì, mi riferivo proprio a quello. Perché fa così?”
“Domandaglielo.”
Luca si avvicinò a Norvy e seguì il consiglio di Chiara. “Norvy, si può sapere che ti è preso?”
Norvy, dopo l’ennesimo tentativo di volo fallito, tentò di alzarsi sulle zampe posteriori, si coprì il muso con la zampa destra, tentando di risultare teatrale, estrasse un libro da sotto il divano con la zampa sinistra e disse “Io sono il conte Dracatula, vampiro della Norvegia! E questo libro ne è la prova! Ho i canini lunghi, odio l’aglio e odio il sole! È la prova! È la prova!”
“Oh, questa è buona.” esclamò Luca. “Dovresti proprio nasconderli, i tuoi dannati libri!” disse poi rivolto a Chiara, che in quel momento stava giusto esaminando la libreria e constatando la presenza di uno spazio vuoto.
“Sì, credo che dovrei farlo. Se trovo un altro libro con un una pagina spiegazzata darò di matto!” rispose Chiara.
Norvy, rendendosi conto che nessuno gli stava prestando attenzione, si esibì in una scenetta degna di un consumato attore teatrale: tirò fuori da sotto il divano un mantello nero (ovvero una maglietta di Luca), che si appuntò alla gola, e mostrò i canini, rivendicando con convinzione il suo status di nobile principe della notte.
Luca e Chiara si scambiarono un’occhiata e sospirarono.
“Lo sai cosa mangiano i vampiri, vero?” chiese Chiara.
“Certo! Succhiano il sangue delle loro vittime direttamente dal collo! Chi di voi due vuole essere la mia prima vittima?”
Luca aprì bocca per rispondere, ma Chiara gli fece cenno di tacere, e rispose al suo posto: “I vampiri moderni bevono il sangue direttamente dalla tazza: non vorrai rischiare di rovinare la punta dei tuoi bellissimi canini cercando di infilzare una parte del corpo dura come il collo, vero? Se ci dai un attimo, andiamo di là e ti portiamo un po’ di sangue umano, d’accordo? Un po’ del mio e un po’ di quello di Luca.”
“Va bene, vi aspetto!” Norvy si acciambellò sul divano e guardò i due umani allontanarsi.
“Ma ti ha dato di volta il cervello?” borbottò Luca, quando furono fuori dalla portata di Norvy.
“Ssssh, sta a sentire. Adesso io…” rispose Chiara, sussurrando nel suo orecchio.
“Aaaah, geniale!” disse Luca con un sorriso.

Qualche minuto dopo, gli umani furono di ritorno: Chiara reggeva un piattino pieno di un caldo liquido rosso scuro che porse a Norvy.
Norvy vi immerse appena la lingua ed esclamò: “Ma che schifo! È amarissimo! Ma come fanno i vampiri a bere questa roba?!”
“Esatto, i vampiri ci riescono! Tu no: sai cosa significa questo?”
“Sigh… allora non potrò mai diventare un pipistrello e svolazzare intrepido nella notte…” esclamò Norvy sconsolato.
“No, ma se vuoi più tardi puoi vedere la TV con noi, d’accordo?”
“Ok!” disse Norvy. Dopo pochi istanti, scosso dall’emozione di non essere un vampiro, crollò addormentato.
Chiara tornò in cucina e versò in una tazza un po’ dello stesso liquido rosso che aveva fatto assaggiare a Norvy, e iniziò a sorseggiarlo.
“Bleah, non capirò mai come fai a bere quella roba senza un briciolo di zucchero!” disse Luca.
“In effetti all’inizio non è il massimo, ma dopo un po’ ti abitui. Il karkadè contiene molta vitamina C, bevine un po’ anche tu!” disse Chiara, versando un del karkadè anche per Luca, il quale aggiunse almeno tre cucchiaini di zucchero.
“Dici che se l’è bevuta?” sussurrò Luca.
“Oh, sì…. Letteralmente!”

– FINE UNDICESIMA PUNTATA-

Chiara