LIBRI: “Piccole donne” – Louisa May Alcott

Piccole donne è stato scritto nel 1868 da Louisa May Alcott, ed è uno di quei classici libri che solitamente si leggono da piccoli ma che si apprezzano di più da grandi.

In questi ultimi mesi, Piccole donne è tornato di moda grazie all’omonimo film del 2019, e io stessa mi sono improvvisamente ricordata di averne una copia in salotto, di cui mia madre neppure si ricordava. Alla fine ho trafugato il libro, me lo son portata in camera, e dopo qualche settimana ho iniziato a leggerlo… Devo dire che mi è piaciuto molto più di quanto potessi pensare.

Il libro, ambientato durante la Guerra di secessione americana, narra le avventure della famiglia March, in particolare delle quattro sorelle Meg (16 anni), Jo (15), Beth (13) e Amy (12). Ovviamente ci sono anche altri personaggi importanti, come la madre delle ragazze e il loro vicino di casa, il giovane Theodore Laurence (detto Laurie), ma non voglio dirvi altro. Questi personaggi son talmente vivi che dovete leggerli di persona per poterli apprezzare.

Meg (Emma Watson ), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) e Amy (Florence Pugh) nel film del 2019

I motivi per cui dovreste leggerlo

  • Il libro è vecchio di quasi due secoli, eppure è estremamente moderno, e per certi versi anche femminista. La madre delle quattro protagoniste è consapevole dell’importanza di un buon matrimonio (basato sull’amore, e non solo sul denaro), ma non ha alcuna fretta di vedere le proprie figlie sistemate, anzi; se non dovessero mai sposarsi, sono invitate a rimanere nella casa dei genitori, piuttosto che unirsi a qualcuno che non amano.
  • La Alcott ha uno stile leggero, talvolta velatamente ironico, che fa sorridere, ridere e talvolta piangere.
  • Sicuramente vi immedesimerete in una delle sorelle March… o magari in tutte e quattro, a seconda del capitolo.
  • Potete farvi un’idea del buon senso e delle abitudini morali di una volta, e magari dare un’occhiata agli usi e alle consuetudini della società americana di metà Ottocento.

I motivi per cui non dovreste leggerlo

  • Alcuni lettori potrebbero trovare il libro troppo sentimentale e moraleggiante; personalmente la cosa non mi ha disturbato, anzi, ma mi rendo conto che per qualcuno potrebbe risultare noioso e/o melenso.
  • La storia non termina con il primo libro: per conoscere il vero epilogo della vicenda dovreste leggervi anche Piccole donne crescono, e magari anche I figli di Jo e Piccoli uomini.
  • A seconda del tipo di libri a cui siete abituati, potreste trovare Piccole donne lento e privo di colpi di scena o eventi particolarmente emozionanti. Vi ricordo che si tratta di un romanzo di formazione, in cui quattro ragazze diventano un po’ più donne.

Vi consiglio di leggerlo? Personalmente sì. Infatti non vedo l’ora di leggere anche il seguito per scoprire cosa ne sarà delle quattro sorelle March.

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“L’assassino delle fiabe” è in vendita su Amazon!

Dopo mesi di ripensamenti e preoccupazioni, finalmente la raccolta di racconti L’assassino delle fiabe e altre strane storie” è disponibile su Amazon!

Oltre ai racconti L’assassino delle fiabe e Bello da morire, troverete l’inedito Il racconto, una storia di follia percorsa da una scia di sangue lunga parecchi anni…

Grazie a tutti per avermi supportato fino a ora! E per favore, se il libro vi piacerà, lasciatemi una recensione positiva!

Unmentionable: the Victorian Lady’s guide to sex, marriage and manners – Therese Oneill

Guardate che bel corsetto indossa la signora nella foto. E poi pensate a che fine ha fatto il fegato, spiaccicato in qualche angolo della pancia.

Avete mai letto libri come Jane Eyre, Cime tempestose, Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento? Avete mai visto qualche film tratto da questi libri? Vestiti stupendi, acconciature elaborate, storie d’amore strappalacrime. Tutto molto bello, no? Aggiungiamoci anche che farsi il bagno o la doccia era opzionale, che lavarsi i capelli non era un’abitudine, che i vestiti non venivano letteralmente mai lavati e che tutti erano ricoperti da strati e strati di profumo che serviva a coprire l’odore personale.

Tutto questo lo sto leggendo nel libro Unmentionable: the Victorian Lady’s guide to sex, marriage and manners, scritto da Therese Oneill, in lingua inglese. Lo so, lo so, è più divertente leggere in italiano, ma con un dizionario alla mano penso possiate cavarvela tranquillamente.

Il libro è articolato in vari capitoli, ciascuno dedicato alla vita di una signora vittoriana in tutte le sue sfaccettature: igiene personale, abbigliamento, ciclo mestruale, rapporti con l’altro sesso e altri argomenti scabrosi e piccanti, sempre trattati con un’ironia che rende la lettura molto leggera e affatto noiosa.

All’interno trovate anche parecchie foto d’epoca, dipinti o pubblicità. Per l’occhio moderno, certe abitudini e credenze sembrano completamente fuori di testa. Ad esempio fumare per curare l’asma o lavarsi i capelli con l’ammoniaca, perché fa “brillare la pelle”.

Libro consigliatissimo ai curiosi, o a tutti coloro che vorrebbero essere nati in un’altra epoca storica, per dimostrarvi che no, non avreste voluto. Nemmeno per idea. Pensate a quelle belle principesse Disney. E adesso pensate al fatto che i loro vestiti pesavano venti chili e che dovevano indossare per forza gli stivali quando uscivano di casa, per evitare di trovarsi coperte di “fango” (chiamiamolo fango) fino alle caviglie.

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Visto che belli i corsetti? Trovate questa foto anche su Amazon!

Diario di una scrittrice #1 – Non far chiudere la ferita

Caro diario,
qualche giorno fa stavo leggendo un’intervista alla scrittrice Amélie Nothomb. L’intervista terminava con la classica domanda: “cosa consigli agli scrittori in erba?”. La sua risposta mi ha colpita parecchio: leggi tanto, leggi i libri migliori, e scrivi sempre. Non lasciare che la ferita si chiuda.

Questa cosa mi ha proprio sconvolto. Metaforicamente si dice “vena poetica”, ma non è affatto una metafora. C’è davvero una sorgente interna di ispirazione da cui uno cerca di attingere per riempire i fogli bianchi che si ritrova davanti. A me a volte capita di essere lì di fronte alla tastiera e dirmi “Embè? Che ci faccio con te? Niente. Non ho niente da dirti.” E non va affatto bene: vorrei avere sempre qualcosa da dirle. Sempre. Come penso di farmi strada nel mondo della scrittura se non mi alleno costantemente? Devo farlo. Non so se riuscirò ma voglio farlo.
Oggi ho ripreso in mano il mio maledetto fantasy. Diamine, quanti anni sono che ci lavoro! Ormai quei personaggi mi sembra di vederli. Me li immagino vivere davanti ai miei occhi, quasi mi pare di sentire i loro sentimenti. Li ho vissuti anche io quei momenti, come una spettatrice silente, creatrice e distruttrice.
Non dimentichiamoci poi che dovrei leggere… dovrei leggere. Dovrei, dovrei, dovrei. Dovrei editare più video, fare più live, cercare più cose da portare sul canale, dormire di più, allenarmi di più, uscire di più… Tempo, dove sei mai? Il libro che tengo sul comodino è lì da così tanto che sta prendendo la polvere!

Quando un personaggio esce spontaneamente dal tuo libro

Vi siete mai chiesti cosa accade quando un personaggio di un libro decide di andarsene da quel libro? Non pensate possa succedere? Oh, sì che può. A me è capitato. E adesso ci sono un sacco di pagine vuote che devo riscrivere. E lo farò, non temete.
Immaginatevi un libro quasi finito, un libro a cui manca solo la conclusione per essere praticamente terminato. Immaginatevi che a un passo da quel finale, a cui pensate ormai da mesi, vi venga voglia di guardarvi indietro e vi accorgiate che uno dei personaggi che avevate inventato ha fatto i bagagli e ha cambiato vita. E’ come scalare una montagna e scoprire, una volta in vetta, di non essere affatto arrivati alla vetta.
Cosa fa uno scrittore in questi casi? Dice addio a quel che aveva scritto e ricomincia da zero, salvando quel che merita di essere salvato e lasciando andare tutto il resto.
In fondo cosa volete che sia riscrivere un libro, dopo che si è riscritto la propria vita?

Ok, adesso la smetto di fare metafore. Scusate, è che le trovo divertenti. Mi fanno sembrare intellettuale e quindi mi viene voglia di abusarne. Comunque, al di là dei significati occulti di questo messaggio, il senso è semplicemente questo: avevo quasi terminato di scrivere il seguito di “Le avventure di Norvy”, ma al momento Norvy non è più il “gatto immaginario di Luca e Chiara”, dunque devo fare qualche sistemazione (leggasi come: devo riscrivere praticamente da capo).
Norvy e io abbiamo passato momenti peggiori, una riscrittura non ci spaventa affatto. Nel frattempo, preparategli un po’ di lasagne per ingannare l’attesa.

Volpe – Una fiaba di Kiria EternaLove

C’era una volta un piccolo villaggio, abitato da agricoltori, falegnami e artigiani. Un giorno una donna, mentre lavorava, cadde a terra in preda alle doglie.
Le altre donne la portarono nel granaio e chiamarono la levatrice per aiutarla a partorire. Non appena la madre ebbe tra le braccia la bambina, si rese conto di due occhi gialli, nascosti nel pagliaio, che la fissavano insistentemente: erano gli occhi di una volpe.
“Vattene via, bestiaccia!” gridò la vecchia guaritrice del villaggio, lanciando un secchio d’acqua contro l’animale.
“E’ forse un cattivo auspicio?” chiese la madre. “Cosa significa?”
“Significa che la neonata è una figlia della volpe. Sarà bella e di pelo rosso, ma anche molto astuta e infida.”
Presto tutti iniziarono a guardare con sospetto quella bambina con i capelli rossi e il volto cosparso di lentiggini. L’ingenuità dell’infanzia le impediva di vedere il disprezzo e l’apprensione con cui tutti la guardavano, ma giorno dopo giorno le si cucì addosso una consapevolezza sempre maggiore. Quando si verificavano un furto o un incidente, oppure si ammalava una pianta, tutti erano sempre pronti a incolpare lei. Persino i suoi genitori non le credevano quando tentava di dimostrare la sa innocenza.
“Tutti mi chiamano Volpe” disse un giorno tra sé la ragazza, ormai divenuta donna. “Ho deciso che d’ora in poi sarò una volpe per davvero!”
Volpe era sempre stata molto golosa di torte alla frutta, ma la sua famiglia non aveva mai potuto permettersi il lusso di entrare in una pasticceria. Un giorno, quando vide un dolce alle fragole sul davanzale della fornaia, si guardò bene intorno e allungò le mani verso l’oggetto del suo desiderio. Esitò per qualche istante, ma alla fine vinse la paura e andò a mangiare in pace dentro un granaio.
“Mi avrebbero dato la colpa comunque!” pensò, assaporando l’ultima fragola.
Ogni giorno che passava, trovava sempre più facile sconfiggere il senso di colpa e rubacchiare in pace quel che le suggeriva la testa. Era sempre così svelta e abile a nascondere le proprie tracce che nessuno riusciva mai a coglierla in flagrante.
Una sera riuscì persino ad appropriarsi di una gonna nuova, appena confezionata dal sarto con dell’ottimo cotone bianco, ed ebbe l’astuzia di tingerla di rosso come la sua vecchia gonna lacera, in modo che il cambiamento risultasse meno evidente.
Quando qualcuno le faceva una domanda, di qualunque genere essa fosse, Volpe rispondeva sempre con una bugia. Ben presto le persone iniziarono a rendersene conto e presero a evitarla. A Volpe non importava di quello che pensavano gli altri, le importava solo di comportarsi da brava volpe.

Un mattino, Volpe si alzò da letto molto preso. Raccolse gli arnesi di suo padre senza chiedergli il permesso e decise di costruirsi una casetta nei pressi del bosco di querce che circondava il villaggio. Nessuno osava avventurarsi oltre i primi alberi per timore dei lupi che abitavano in mezzo alle fronde. Quando giunse il tramonto, la casetta era quasi ultimata.
“Mi mancano solo alcuno ciocchi di legno per finire il tetto. Andrò a cercarli prima che il sole cali del tutto” pensò Volpe, prendendo l’accetta e tre zainetti vuoti: uno per la legna, uno per i frutti spontanei del bosco e uno per i funghi.
Volpe trovò quasi subito la legna che le serviva e stava per tornare indietro, ma d’improvviso notò un cespuglio sul quale rosseggiavano decine di bacche mature. Ne raccolse parecchie e le mise nello zaino. Quando ebbe finito, si guardò intorno e si rese conto che era calato il buio e che non riusciva a vedere un palmo dal proprio naso.
Volpe iniziò a insultarsi da sola per essere stata così sconsiderata da farsi cogliere alla sprovvista dalla notte, ma non ebbe molto tempo per lamentarsi: un ululato le ricordò che non era sola in quel bosco. Molti altri ululati si unirono a quello. Volpe lasciò andare l’accetta e i due zaini pieni di legna e di bacche e si mise a correre più forte che poté, pur non avendo idea di dove stesse andando. D’improvviso, un vecchio cacciatore apparso dal nulla le si parò davanti.
“Ohi! Che fai, bambina?” chiese l’uomo “Non è posto per te questo!”
“La prego, mi accompagni a casa! E’ pieno di lupi qui e io ho una gran paura!” risposa la ragazza, col fiatone.
“Che cos’hai nello zaino?” chiese lui.
“Pane, formaggio e mele!” mentì la ragazza.
“Va bene” disse il vecchio. “Facciamo uno scambio: io ti porterò a casa sana e salva e tu in cambio mi darai metà del tuo cibo. Ti prometto che finché starai con me non ti accadrà nulla!”
Volpe accettò il patto e seguì il cacciatore fino alla sua casetta ai limiti del bosco.
“Ma come ha fatto a trovare la mia casa, se neppure le ho detto dove abito?” chiese lei, sorpresa.
“Non farti troppe domande. Posso avere ciò che mi avevi promesso?” disse il vecchio.
Volpe, con un sorriso beffardo, mostrò al cacciatore il suo zaino aperto, vuoto.
“Ingrata bugiarda!” disse l’uomo, a denti stretti. “Ti avrei aiutato anche se non mi avessi dato niente in cambio! Che tu sia maledetta! La tua bocca, che tanto ha esitato a dir la verità, darà la morte a chiunque provi a baciarti, a meno che non si tratti del vero amore! Vediamo se ai tuoi amanti sarai capace di raccontare la verità o se preferirai averli sulla coscienza!
Dopo aver detto queste parole, il vecchio cacciatore scomparve.
La fanciulla scoppiò a ridere e non pensò più all’accaduto, contenta di esser tornata a casa sana e salva.
Passarono i mesi e presto molti giovani boscaioli si accorsero della sua presenza e iniziarono a farle la corte. Lei tendeva ad approfittarsi un po’ di loro, chiedendo a ciascuno di svolgere qualche lavoro per la su casetta. Quando per ricompensa le veniva chiesto un bacio, li respingeva tutti, a volte anche in malo modo. Uno dopo l’altro, i giovani uomini finirono per allontanarsi da lei e parecchi smisero anche di salutarla.
Solo un ragazzo continuò a corteggiarla e a ronzarle intorno nonostante i suoi rifiuti. In realtà la ragazza avrebbe volentieri accettato le sue attenzioni, ma il timore delle parole del vecchio non l’abbandonava.
Ogni giorno il giovane chiedeva alla ragazza di sposarlo, ma lei era costretta a rifiutare. Lo insultava, lo scacciava, gli diceva parole che non pensava affatto, ma ogni giorno lui tornava da lei.
Infine, non sopportando più l’idea di respingerlo, Volpe decise di confessare il suo segreto. “Ascolta, io non posso innamorarmi, ma se potessi saresti l’unico che vorrei!” gli disse.
“Tu mi rendi felice con queste parole, ma perché non possiamo stare insieme?” chiese il ragazzo.
“Perché io sono maledetta: se tu mi baciassi, moriresti!” disse Volpe, raccontando poi la storia del vecchio e della maledizione.
“Tutto qui?” disse il ragazzo. “Ti dimostrerò che sono io, il tuo vero amore! Non ho paura di morire, se sarò tra le tue braccia!”
In quel momento, dal nulla, apparve il vecchio che aveva salvato Volpe.
“Oh, ma guarda!” disse, con un sorriso ironico. “Allora alla fine hai imparato ad essere onesta! Mi fa piacere vedere che hai trovato un bravo ragazzo e che grazie a lui tu abbia capito l’importanza della sincerità. Adesso sai che a volte la verità non è bella, ma è senza dubbio giusta! Pensa alla mia maledizione, per esempio. Ti ho fatto stare in ansia, non è vero? Eppure non ne avresti avuto motivo, perché io ti ho mentito! L’hai capito, adesso? In realtà tu non hai nessuna maledizione addosso!”
Così come era apparso, il vecchio scomparve.
I due giovani, finalmente liberi di amarsi, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

KIRIA RACCONTA: “Quando i personaggi se la prendono con l’autore”

Vi racconterò una storia.
C’era una volta una Chiara che scriveva racconti traboccanti di personaggi tristi o un po’ psicopatici. Ma non “tristi” per dire un po’ giù di morale, proprio depressi, affranti, in pezzi. E quando dico “psicopatici” non intendo leggermente inquietanti, intendo completamente andati, così disagiati da non riuscire a connettere pensiero e realtà. Sapete cosa è successo? Quei personaggi si riunirono e decisero di boicottare Chiara. Non le mostrarono un minimo di riconoscenza per averli messi al mondo, anzi; le diedero la colpa per la loro tristezza e la loro psicosi. Lei provò a rincorrerli, cercando di riacchiapparli per continuare le loro storie, ma loro erano evanescenti come fantasmi. Una di loro, una studentessa di diciotto anni con i capelli corti e lo sguardo ambiguo, venne eletta capo della rivolta.
“Mia cara, tu e io abbiamo ancora un conto in sospeso!” gridò la ragazza, leccando la lucida lama del suo coltello. “Mi hai torturato per convincermi a ritornare nel mio racconto e a restarmene lì buona, poi mi hai costretta a uscire di nuovo, facendomi rivivere la tortura… Hai fatto fare a me la figura della cattiva, quando è ovvio che sia stata tu a manovrarmi come un burattino!”
“È questo che fa uno scrittore” si difese Chiara. “Inventa personaggi e scrive le loro storie!”
“Le nostre storie fanno schifo” si lamentò un ragazzo con i capelli biondi. “Io sono lo sfigato di turno, ignorato dalle ragazze e con una vita familiare alle spalle che fa pena! Per non parlare del mio amico che…”
“ZITTO!” lo redarguì Chiara. “Tu sei il personaggio di un libro che non ho ancora pubblicato, vedi di non raccontare troppo!”
“E allora io?” disse una giovane donna dotata di una bellezza divina. “Mi hai dato dei poteri talmente grandi che la mia terra…”
“MA INSOMMA!” gridò Chiara. “Neanche il tuo libro è ancora stato pubblicato! Non puoi parlare di niente!”
La donna la fissò con uno sguardo pieno di rancore.
“Andiamo ragazzi, la vita non è così male tutto sommato” disse un grosso gatto grigio, rimasto in disparte a leccarsi fino a quel momento.
“Ah no?!” dissero gli altri personaggi, voltandosi verso di lui.
“Tu sei un gattaccio parlante che vive in casa, che poltrisce dalla mattina alla sera e si ingozza di lasagne come un pozzo senza fondo!” obiettò la ragazza col coltello in mano. “Vorrei vedere come reagiresti se qualcuno tentasse di cavarti gli occhi!”
“Per non parlare del fatto che la tua storia è l’unica a essere effettivamente stata pubblicata” disse il ragazzo biondo. “Non hai idea di quanto vorrei finire anche io sugli scaffali di una libreria!”
“Con tutto il rispetto, amico mio” disse la donna bellissima “ma credo che tocchi prima a me! Chiara sta lavorando alla mia storia da lunghi anni ormai! Il mio destino vide il suo compimento ben prima che il tuo avesse inizio!”
“Ma la mia storia è praticamente finita” obiettò lui. “La tua è solo un gran casino di personaggi strani, innamoramenti fuori luogo e…”
“Ah, davvero?” disse la donna, trattenendo la rabbia a stento. “E tu allora, che sei riuscito a farti fregare da…”
“RAGAZZI! Ma che devo fare con voi?!” gridò Chiara, cercando di riprendere il controllo dei suoi personaggi.
“STAI ZITTA!” gridarono quelli all’unisono.
A Chiara non restò altro da fare che sedersi mesta di fronte al suo portatile, sperando che i suoi personaggi fossero troppo impegnati a scannarsi tra di loro per ricordarsi di lei…

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 1: Il ragazzo americano

TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando entrò in classe il nuovo ragazzo venuto dall’America, tutte noi trattenemmo il fiato. Persino gli occhi della professoressa Claudia Fragola trasudavano lussuria. Era alto, più alto dei nostri compagni, e decisamente più atletico. La sua maglietta chiara faceva intuire i muscoli scolpiti da intensi allenamenti. Sulle sue spalle larghe e possenti ricadeva una pioggia di capelli castani e ondulati nei quali avrei potuto passare le dita per delle ore intere. Sorrise alla classe, mostrando dei denti bianchi e perfetti. I suoi occhi neri sembravano fatti di ebano.
Avrei potuto celebrare tanta bellezza in una delle mie insulse poesiole, ma ero troppo imbambolata per pensare a delle rime decenti. Lo sentii blaterare qualcosa con un accento delizioso riguardo la sua voglia di conoscere il nostro paese e altre cose di cui non ricordo assolutamente nulla.
“Eraldo, vai a sederti accanto a Domenica” disse la professoressa, accennando con la mano alla seconda fila di banchi.
“Eraldo? Un nome raro” pensai, talmente raro che non sapevo nemmeno fosse un nome.
Domenica sorrise con la sua bocca sgangherata e spostò un po’ più a destra la sedia a rotelle per fare spazio a Eraldo. Diana, seduta accanto a me, si voltò senza pudore al passaggio di Eraldo per puntare gli occhi sul suo sedere marmoreo fasciato alla perfezione da dei jeans firmati.
Le detti una gomitata nelle costole.
“Fabio ti sta guardando malissimo!” sussurrai.
“Sai cosa me ne fotte” rispose lei, senza distogliere la sua attenzione.
Eraldo si sedette, posò lo zaino per terra ed estrasse una penna e un quaderno. Domenica lo fissava estasiata.
“Persino lei si è accorta che è un gran figo” borbottò Diana. “Avrà anche una paralisi cerebrale, ma i suoi occhi funzionano bene. Non sai quanto vorrei sbattermelo sulla cattedra…”
“DIANA!” dissi a bassa voce. “Smettila, ti sentirà!”
“Oh, magari!”
Diana era la ragazza più bella, più sboccata e più infedele che avessi mai conosciuto. Con i suoi boccoli biondi e gli occhi azzurri aveva incantato mille cuori e altrettanti ne aveva spezzati. Fabio era il suo fidanzato storico, quello con cui si era lasciata e rimessa almeno cinque volte negli ultimi due anni, promettendo ogni volta fedeltà eterna e amore imperituro.
Stavano insieme dal secondo anno di superiori, ma solo il cielo sapeva quanto grosse fossero le corna di quel poveraccio.
La professoressa si mise a spiegare qualcosa su I promessi sposi, ma anche un imbecille si sarebbe reso conto che era a disagio. Si interrompeva spesso, perdeva il filo del discorso, balbettava persino.
“Guarda quella vecchia assatanata” sussurrò Diana ridacchiando. “Anche lei è distratta da Eraldo!”.
“Vecchia…” dissi io. “Ma se ha poco più di trent’anni!”
“Ne dimostra ottanta. Guarda che pelle vizza e spenta. E guardale i capelli! Sembrano saggina!”
“Smettila subito!” le intimai. “Non voglio finire nei guai per colpa tua!”
Diana era la figlia del vicepreside. Non aveva alcuna paura dei professori. Nonostante i suoi voti non fossero niente di eccezionale e il suo atteggiamento fosse strafottente, nessuno aveva mai il coraggio di dirle niente per timore di un licenziamento, così le ire dei professori frustrati venivano sfogate su qualche altro disgraziato studente, per esempio la sottoscritta.
Mi voltai con discrezione per dare un’ultima occhiata a Eraldo. Lo sorpresi mentre si arrotolava una ciocca di capelli intorno alle dita. Lo fissai per qualche istante. Aveva un’espressione intensa e quasi imbronciata. I suoi occhi neri erano socchiusi e concentrati.
“PATRIZIA!” gridò una voce querula.
Mi voltai di scatto, sentendo le guance avvampare.
“Hai finito di stare voltata?” domandò la professoressa fissandomi con occhi gelidi.
Annuii con gli occhi bassi.

Puntata successiva:

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – EPILOGO

Chiara digitò l’ultimo puntino di sospensione sulla sua tastiera.
“Vediamo se avrai voglia di subire tutto questo ogni volta che uscirai dalla tua storia” sogghignò malignamente.
Chiara dormì male quella notte. Sognò i suoi personaggi e rivisse la morte di ciascuno di loro. A mezzogiorno si svegliò si soprassalto.
“Bah, devo smetterla di scrivere questi racconti!” borbottò tra sé. “La prossima volta scriverò un libro per ragazzi sulle avventure di un gatto parlante!”
Chiara si diresse nello studio. Si sedette, accese il computer, bevve un sorso d’acqua e si mise a scorrere le ultime notizie. L’acqua le andò di traverso sulla tastiera.

“DICIANNOVENNI MORTI: CONFERMATA L’IPOTESI DELL’OMICIDIO DOLOSO
Mirko R. e Virginia U. sono stati trovati morti nei pressi del liceo Andrea d’Oria alle otto del mattino del 24 settembre. Entrambi hanno riportato fratture multiple al cranio. I testimoni affermano di aver visto che il volto del ragazzo era dipinto di azzurro e che una delle scarpe della ragazza era stata rimossa dalla scena del crimine. Dopo “Biancaneve”, si assiste alla morte di “Cenerentola” e del “principe azzurro”. Il liceo verrà chiuso per una settimana e i compagni di classe delle vittime verranno interrogati. Tra le mani della ragazza è stato rinvenuto un biglietto con su scritto: “Ci hai provato, Chiara… Ci hai provato…”.

P.S.: La storia di Marta è finita, o forse no. Forse la vedrete a scuola, seduta dietro di voi, oppure la incontrerete in autobus mentre sta tornando a casa dopo aver ucciso l’ennesima vittima. La prossima volta che avrete tra le mani un libro di fiabe, forse lo vedrete in un’altra prospettiva…

KIRIA racconta: “L’assassino delle fiabe” – PARTE 11

[ATTENZIONE: IL SEGUENTE CAPITOLO CONTIENE ESPRESSIONI VIOLENTE CHE POTREBBERO URTARE I LETTORI PIU’ SENSIBILI.]
Con le sue ultime forze, Marta sfiorò la guancia di Francesco, sorrise e poi spirò tra le tue braccia.
“Marta!” disse lui, tra le lacrime. “Non ti ho nemmeno detto che ti amo…”
“Stai tranquillo, ormai lo aveva capito da sola.”
Francesco si voltò, spaventato. Una ragazza minuta con dei lunghi capelli castani lo stava fissando con i suoi occhi verdi.
“E tu che cosa… chi… chi sei? Come sei entrata?!” esclamò Francesco.
La ragazza non gli prestò minimamente attenzione. Lo spintonò via con una forza di disumana, poi si avventò verso il corpo di Marta e iniziò a scrollarlo con cattiveria.
“Ma che stai facendo?! Lasciala andare!” disse Francesco cercando di rimettersi in piedi.
“SILENZIO!” gridò la ragazza, spingendolo contro il muro con il solo suono della sua voce. “Svegliati, brutta sgualdrina” aggiunse, rivolta a Marta. “Lo so benissimo che sei viva, apri gli occhi!”
Marta sorrise in modo beffardo e alla fine si decise a fare quanto gli era stato chiesto.
“Marta, ma sei viva!” gridò Francesco emozionato. Una folata di vento sovrannaturale lo sbatté contro il muro con tanta forza da fargli prendere i sensi.
“Non mi piace vederti maltrattare il mio ragazzo” sussurrò Marta digrignando i denti.
“E a me non piace sapere che entri nel mio mondo per ammazzare la gente!”
“Che cosa pensi di fare?” disse maliziosa. “Non puoi fermarmi, lo sai benissimo che io continuerò a rigenerarmi all’infinito!”
La stanza intorno a loro iniziò a cambiare. Francesco iniziò a svanire, così come i macabri trofei delle uccisioni di Marta.
“Che sta succedendo?!” domandò Chiara, sorpresa.
“Tra pochi minuti la storia si riavvolgerà su se stessa e potrò ricominciare a mietere vittime!” spiegò Marta, ridendo.
“Non così in fretta…” disse Chiara.
Nel giro di un istante, tutti i fantasmi delle vittime di Marta si riunirono intorno alla loro carnefice, ancora vestiti dei loro abiti di morte.
Il principe azzurrò gettò Marta a terra, le salì sopra e le bloccò le gambe e le braccia. Biancaneve si gettò su di lei e iniziò a morderle il viso, sempre più forte, fino a staccare un pezzo della guancia.
“Bianca come neve, rossa come il sangue…” sussurrò la ragazza, leccandosi le labbra. Marta gridava di dolore e di paura.
Chiara assistette alla scena impassibile.
Cenerentola afferrò la sua scarpetta col tacco, abbassò i pantaloni di Marta fino a lasciare scoperte le cosce e infilzò il tacco con forza nel muscolo fino a lacerarlo. Il sangue sgorgava copioso dall’arteria femoraria, inondando le mani di Cenerentola. “Come farai ad andare al ballo, conciata così?” disse, ridendo istericamente. Marta era quasi in stato di shock, ma uno schiaffo tirato da Bestia la fece risvegliare.
“Chi è davvero una bestia tra me e te?” ringhiò lui.
La Bella strappò la maglia di Marta, l’afferrò per il collo e strinse forte le mani intorno alla sua gola, facendola quasi soffocare. Poco prima che svenisse, Bestia le tirò un pugno in faccia che le spezzò il setto nasale. La Bella aveva tra le mani la rosa senza petali con cui era stata abbandonata tra le braccia della morte. Con tutta la forza che aveva, conficcò lo stelo nella spalla di Marta.
Raperonzolo e Alice si fecero avanti per ultime. Avevano l’aria delusa ma glaciale. Alice stringeva tra le dita il pugnale con cui Marta si era uccisa pochi minuti prima. Appoggiò la punta del coltello sulla gola martoriata di Marta e affondò la lama quanto bastava per tingerla di rosso. Lentamente iniziò a muovere la punta come se fosse un pennello intriso di vernice scarlatta, finché il petto e quel che restava del volto di Marta non divennero un’unica tela rossa.
“Eramo amiche…” sussurrò. “E sai dove andrò a toccarti adesso con la lama? Importa poco, purché tu soffra!”
Alice piantò il coltello ai lati della bocca di Marta, aprendo la carne a formare un inquietante sorriso.
“Adesso sembri proprio lo Stregatto!” disse ridendo.
Raperonzolo, con il lunghi capelli sciolti davanti al viso, fissò Marta agonizzante al suolo, si inginocchiò davanti a lei e iniziò a sussurrare nel suo orecchio.
“Lo sai cosa successe all’uomo innamorato di Raperonzolo quando precipitò dalla torre? Perse entrambi gli occhi cadendo su un cespuglio di rovi, ed è quello che capiterà a te!”
Raperonzolo affondò le unghie affilate nelle orbite di Marta.

Marta aprì gli occhi di scatto, col fiato mozzo. Guardò l’orologio, rassegnata. Erano le sei e mezza di mattina. Si alzò di malavoglia e andò in cucina a preparare del caffè per tenersi sveglia. Aveva trascorso la notte in bianco, immersa in un sogno a occhi aperti di cui ricordava fin troppo bene i particolari…