FILM HORROR – LA TRILOGIA DI FEAR STREET | RECENSIONE

Sono una persona estremamente ansiosa e se devo scegliere un film da vedere, in genere cerco di nutrire la mia anima tormentata con commedie o film di animazione come quelli della Pixar/Disney o dello studio Ghibli. Ogni tanto, però, la mia ansia riesce ad avere la meglio e finisco per fare delle piccole maratone di film dell’orrore; se l’ultima volta toccò alla saga di Annabelle, stavolta è stato il turno della trilogia di Fear Streat comparsa su Netflix durante gli ultimi mesi e basata sull’omonima serie di libri scritti da Robert Lawrence Stine, che forse molti di voi conosceranno per la serie Piccoli brividi.

Trailer di Netflix per presentare la trilogia (sottotitoli in italiano)

Trama (senza spoiler)

Sunnyvale e Shadyside sono due cittadine rivali in perenne competizione tra di loro (un po’ come Pisa e Livorno); se l’una è ridente, allegra e sicura, l’altra è perennemente sconvolta da crimini, incidenti e addirittura serial killer. La leggenda narra che una strega abbia lanciato una maledizione su Shadyside alcuni secoli addietro, poco prima della propria esecuzione, ma ovviamente non tutti credono a questa storia.

La vicenda si snoda in tre diversi titoli (che vanno visti necessariamente nell’ordine), ciascuno ambientato in un epoca diversa.

Appunti che mostrano uno schizzo con la strega Sarah Fier impiccata,
Sarah Fier, la strega che venne giustiziata a Shadyside e che scagliò una maledizione sui suoi abitanti

Fear Street Parte 1: 1994:

In seguito all’ennesima carneficina, alcuni ragazzi di Shadyside decidono di indagare sul sanguinoso mistero che affligge la loro cittadina e cercano di rimettere insieme le poche prove che sono riusciti a raccogliere; possibile che sia davvero colpa di una strega morta nel 1600?

Uno dei killer di Shadyside, con il volto coperto da una maschera da teschio.
Uno dei simpatici abitanti di Shadyside.

Fear Street Parte 2: 1978

Durante le loro indagini, i protagonisti riescono a mettersi in contatto con una ragazza che forse potrebbe aiutarli a far luce sulle strane vicende che affliggono Shadyside. La ragazza inizia a raccontare gli eventi accaduti durante l’estate del 1978, all’interno di un campeggio estivo popolato da adolescenti e scoutmasters appena più grandi.

Istantanea di un campeggio estivo che appare nel secondo titolo di Fear Street.
“Benvenuti al Camp Nightwing”… ma facevate meglio a stare a casa.

Fear Street Parte 3: 1666

Una delle protagoniste torna indietro nel tempo con la mente e rivive sulla propria pelle la storia della strega a cui è imputata la maledizione che affligge la cittadina da generazioni. Questo è il capitolo conclusivo dell’arco narrativo, e personalmente è anche quello che ho apprezzato maggiormente.

Piccoli pareri oggettivi

Diciamolo chiaramente: trovare un horror fatto bene è difficile; si rischia sempre di cadere nei soliti cliché per cui:

  • Gli eroi si separano in gruppi invece di restare uniti.
  • Gli eroi credono di aver ucciso il cattivo e se ne vanno, dando al cattivo tutto il tempo di riprendere i sensi e di massacrare tutti nella scena successiva.
  • Le coppiette si appartano chissà dove e quindi muoiono per prime.
  • Le persone decidono di fare cose stupide perché altrimenti la trama non prosegue o magari non inizia nemmeno.
Le due protagoniste della trilogia di Fear Street
Come nella maggior parte dei film horror, oltre alla morte c’è anche l’ammmmmore! 🏳️‍🌈

La trilogia di Fear Street, tuttavia, non è vittima dei soliti stereotipi che spesso affliggono i film horror. Ovviamente alcune scene sono delle chiare citazioni di altri film (come Scream e Shining), ma nel complesso non si avvertono delle forzature eccessive.

Riassumendo, potremmo dire che:

Motivi per vedere Fear Street
  • Le scene violente e/o splatter non sono gratuite, ma alcune sono comunque pesanti. Non consiglio la visione del film ai minori di 14 anni per via di alcune scene particolarmente sanguinose.
  • I film scorrono bene; pur essendo chiaramente pensati per un pubblico giovane, sono perfetti anche per gli adulti appassionati del genere.
  • Il finale è molto interessante e coerente con il resto della storia.
  • Se vi piacciono i film ambientati nel passato, apprezzerete molto il terzo titolo.
Motivi per NON vedere Fear Strett
  • Si tratta di una trilogia in cui ogni capitolo è collegato agli altri. I film presi singolarmente sono privi di senso, a differenza di quanto avviene in altre saghe (come Scream o Saw). Questo non è un vero e proprio punto a sfavore, ma alcuni potrebbero non gradire il fatto che sia necessario vedere tre film prima di ottenere una conclusione della trama.
  • Il secondo titolo della serie vi richiamerà alla mente Jason di Venerdì 13 per molte ragione (forse un po’ troppe).
  • Molte scene vengono girate al buio o in condizioni di quasi completa oscurità, rendendo difficile seguire alcuni eventi.

Vi consiglio di vedere questa trilogia? Sì, purché il sangue non vi disturbi! La trama non è troppo difficile da seguire ma è complessa al punto giusto, ed è bello vedere come tutti i tasselli finiscono al loro posto.

Mi raccomando fatemi sapere se ci sono altri film (non eccessivamente) horror che potrei recensire! Ah, un ultima cosa: occhio a quello che trovate quando scavate sottoterra, potrebbero capitarvi dei “reperti” molto strani…

SERIE TV – BEASTARS (S1 e S2) | RECENSIONE

Ok, lo ammetto; dopo anni di fedeltà ad Amazon e ad Amazon Prime Video, alla fine sono cascata anch’io nella splendida trappola di Netflix. Doveva essere solo un regalo per mia mamma, che si era appena comprata il suo primo televisore smart, ma in fondo che fai, paghi un servizio e non lo usi? Alla fine mi sono loggata pure io e…

In questa piccola serie di recensioni vi parlerò dei film/serie che ho visto e di cosa mi ha colpito di ciascuno/a. Sì, lo so che in genere queste cose le faccio con i libri o coi fumetti, ma sto ancora finendo di leggere I ragazzi di Jo, l’ultimo libro della quadrilogia di Piccole donne. Poi comincerò a leggere altri generi di libri, non temete… Ma fino ad allora, parliamo di serie TV!

In questo trailer potreste avere a che fare con qualche spoiler della seconda stagione, quindi fate attenzione!

BEASTARS: una metafora del razzismo?

L’universo di Beastars non è popolato da esseri umani, ma da animali antropomorfi di ogni specie; in particolare, i carnivori e gli erbivori convivono “pacificamente” all’interno degli stessi ambienti, eppure… ogni tanto gli incidenti capitano.

Non mi metterò a fare spoiler, perché non voglio guastarvi il piacere di immergermi in un universo alternativo così dannatamente vicino al nostro; vi dirò soltanto che tutto ruota intorno ad alcuni personaggi principali (come in qualunque altra serie). In particolare, nella prima stagione i protagonisti indiscussi sono Haru, una coniglietta bianca di 18 anni, e Legoshi, un grosso lupo grigio di 17.

Haru e Legoshi, la coniglietta e il lupo di Beastars, si guardano negli occhi
Secondo voi di chi si è innamorato follemente il nostro canide?

Tra i coprotagonisti, ricordiamo anche la bella lupacchiotta Juno e il cervo Luois (che ha lo stesso doppiatore di Light Yagami, Flavio Aquilone, e questo vi basti a capire che tipo è).

Louis, il cervo di Beastars, e la lupacchiotta Juno. Entrambi sembrano un po' perplessi.
Qualcuno pensa che questi due sarebbero una bella coppia, io non ho ancora deciso!

Tra erbivori e carnivori può nascere l’amicizia, può persino nascere l’amore, ma c’è sempre quel timore di essere divorati e divorare che permea ogni piccola interazione tra due mondi così vicini ma forse troppo diversi per poter davvero vivere insieme. Non si tratta di un vero e proprio razzismo, perché i carnivori non vengono semplicemente denigrati, ma vengono letteralmente temuti per quello che potrebbero fare… e che talvolta in effetti fanno.

Due stagioni di anime, 22 manga

Come molti altri anime, Beastars proviene da un manga con il quale presenta alcune differenze. Non ho (ancora) letto il manga, quindi non posso mettermi a fare confronti, ma so per certo che ci sono stati degli adattamenti che potrebbero non piacere a tutti, ma che potrebbero giovare al risultato complessivo. Se volete scoprire dove andrà a parare la serie, andate pure a procurarvi il manga; se invece avete pazienza, potete aspettare l’uscita delle prossime stagioni.

Il primo volume del manga

Vi consiglio di vedere la serie?

Sì, se vi piacciono gli anime un po’ alternativi. L’idea di fondo di Beastars è molto buona, penso che potrebbe piacere molto anche agli adulti che in genere non guardano troppi anime (un po’ come me, in fondo).

Per riassumere il punto della situazione, potremmo dire che:

Le parti migliori
  • Molto sfaccettata la storia d’amore tra Haru e Legoshi
  • Le scene di violenza e le scene allusive sono presenti, ma non eccessive, rendendo l’anime adatto anche ai più giovani
  • La serie pone parecchi dilemmi morali che possono tranquillamente adattarsi al mondo umano (vedi il tema del razzismo e della discriminazione)
Le parti peggiori
  • La storia d’amore tra Haru e Legoshi è caduta in secondo piano durante la seconda stagione
  • Alcuni ragionamenti e atteggiamenti dei personaggi sembrano un po’ strani, ma questa cosa potrebbe essere determinata dai tagli fatti al manga

La prima stagione mi ha tenuta incollata allo schermo fino all’ultimo episodio e anche la seconda mi è piaciuta parecchio (anche se non quanto la prima). Non vedo l’ora che esca la terza stagione, così potrò aggiornare questa recensione oppure scriverne una nuova!

Mi raccomando fatemi sapere nei commenti se ci sono delle altre serie di Netflix (e non solo) di cui vorreste leggere una recensione! Al momento la mia lista di serie di cui parlarvi è piuttosto lunga, anche se alcune non sono propriamente adatte ai più giovani… ma di questo parleremo la prossima volta!

LIBRI: “Guida galattica per gli autostoppisti” – Douglas Adams

[…] mi pento amaramente di non avere dato retta a mia madre, agli insegnamenti che mi dava quando ero giovane. — Perché, cosa ti diceva tua madre? — Non lo so, non la stavo ad ascoltare.”

Guida galattica per gli autostoppisti, pubblicato da Douglas Adams nel 1979, è un libro di fantascienza che ho sentito spesso nominare, ma che per qualche motivo non avevo mai letto. Un giorno, però, mentre mi aggiravo per i meandri di Amazon, ho deciso di acquistarlo.

Non so se mi abbia attirato la grafica rosa oppure la voglia di un libro poco impegnativo, fatto sta che mi è piaciuto molto, soprattutto per via dello stile allegro e ironico, anche quando si tratta di argomenti seri come la distruzione del pianeta Terra… in fondo non sarà mica la fine del mondo, no?

Trama: Arthur Dent, un essere umano come tanti altri, scopre che la sua casa sta per essere demolita per fare spazio a uno svincolo della superstrada. Ironicamente, pare che anche il pianeta Terra stia per subire la stessa sorte, così da fare spazio a una superstrada spaziale. Per fortuna un vecchio amico di Arthur, lo strano Ford Prefect, non è propriamente un essere umano…

Vi consiglio di leggerlo? Sì, assolutamente. Si tratta del classico libro che ti fa ridere, sorridere e magari anche un po’ riflettere, anche se non è questa la sua pretesa principale. Sembra quasi di leggere una versione alternativa di quello che realmente è il nostro pianeta… Come mai in Norvegia è pieno di fiordi? Perché le cavie da laboratorio sono spesso topi ? E soprattutto… cosa significa 42? Ok, detta così sembra che io sia impazzita, ma fidatevi che tutto avrà senso se leggerete il libro!

Se poi siete in vena di letture, potreste sempre valutare l’idea di leggere anche i libri successivi, magari acquistando un unico volume oppure comprando i libri singolarmente. Ammetto di aver voluto saggiare la saga a partire dal primo libro; vedrò come procedere in futuro!

Perché leggerlo
  • Stile divertente
  • Capitoli brevi e scorrevoli
  • Libro corto e poco impegnativo
  • 42
Perché NON leggerlo
  • Fa parte di una “trilogia più che completa in 5 parti”, e magari non avete voglia di iniziare una saga

Se volete fare come me, ecco il link del primo volume: https://amzn.to/3pwlPbw

Se non avete voglia di leggere i libri, potete sempre dare un’occhiata al film!

Inuyasha: alla riscoperta dei cartoni “vecchi”

Chi mi conosce sa bene quanto mi divertano i doppi sensi, le battute oscene e tutto quello che potrebbe essere etichettato come “un po’ pervertito”. Sarà colpa degli anime con cui sono cresciuta? In fondo il mio preferito era Ranma 1/2, di Rumiko Takahashi.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Ranma è un sedicenne con un grande talento per le arti marziali, di bell’aspetto e di buon cuore; un ragazzo come tanti, se non fosse che a contatto con l’acqua fredda si trasforma in una ragazza coi capelli rossi! Le premesse per uno shōnen ironico e pieno di malintesi ci sono tutte; consideriamo poi il fatto che Ranma è promesso sposo a una ragazza che sostiene di non amare, e che molte altre pretendenti si faranno avanti nel corso della serie… Insomma, credo sia uno di quei pochi cartoni che mi sono rivista allo sfinimento.

Ranma con la fidanzata Akane; cosa pensate che succeda se mettete insieme due tsundere che non vogliono saperne di ammettere i propri sentimenti? Ecco, appunto.

Quando mi alleno sul tapis roulant, mi annoierei a morte se non facessi qualcosa nel frattempo, così sono sempre a caccia di serie televisive da guardare sul tablet. Ho l’abbonamento ad Amazon Prime, così spesso finisco per guardare le serie disponibili su Prime Video, e… per qualche motivo, mi sono ritrovata Inuyasha tra le serie consigliate. Ricordavo di averne intravisto qualche episodio anni fa, ma non mi ero mai messa a seguire la serie con attenzione. Poi, ricordando che l’autrice di Inuyasha è la stessa di Ranma 1/2, ho pensato di guardare i primi episodi, e… ho trovato difficile smettere. Ho già finito la prima stagione di oltre trenta episodi, e non vedo l’ora di scoprire cos’altro accadrà.

Una storia a cavallo tra due epoche

Giappone, epoca Sengoku (1467-1603). Un mezzo demone di nome Inuyasha ha appena rubato la Sfera dei Quattro Spiriti, un artefatto che gli permetterà di diventare un demone completo. La sacerdotessa Kikyo, prima di esalare l’ultimo respiro, riesce a scagliare una freccia sacra che colpisce in pieno Inuyasha, sigillandolo in un sonno perenne dal quale non potrà più risvegliarsi.

Inuyasha lascia andare la sfera dopo essere stato colpito dalla freccia sacra.

Dopo la morte, il corpo della sacerdotessa viene dato alle fiamme insieme alla potente Sfera, in modo che nessun demone cerchi più di impadronirsene. Cinquant’anni dopo, però, una ragazza venuta dal futuro, con gli stessi lineamenti di Kykio, comparirà dal nulla portando con sé la perduta Sfera…

“Ciao, sono Kagome Higurahi, ho quindici anni e a quanto pare riesco a viaggiare nel tempo!”

Purtroppo non posso dirvi molto di più, perché rischierei di rovinarvi un po’ il gusto della scoperta. Man mano che la serie procede, i personaggi aumentano, così come le questioni irrisolte e le rivelazioni interessanti. Non dimentichiamoci che oltre all’avventura in questo anime è presente anche l’amore: Inuyasha, proprio come Ranma, rispecchia in pieno l’archetipo tsundere, regalando degli spunti divertenti che sdrammatizzano un’atmosfera altrimenti troppo solenne. Che poi, a dire il vero, Inuyasha e Ranma si somigliano molto anche fisicamente, soprattutto quando Inuyasha diventa un essere umano… Chissà, forse la mia passione per i ragazzi coi capelli lunghi è nata per colpa di Rumiko Takahashi? Voglio lasciarmi il beneficio del dubbio!

Inuyasha Universe
Inuyasha umano che combatte; stessi capelli neri e lunghi di Ranma, stessi occhi scuri, stesso vestito rosso…

L’anime Inuyasha è andato in onda in Italia nel 2001, quindi si tratta di una serie che forse, agli occhi di molti, potrebbe sembrare “vecchia”; anche lo stile di disegno è diverso da quello contemporaneo, ma i colori, le colonne sonore e l’espressività dei personaggi hanno retto molto bene il peso degli anni. Se siete a caccia di anime da vedere, vi consiglio fortemente di dare una possibilità a Inuyasha… e magari anche a Ranma 1/2, perché no!

Se non avete Amazon Prime e siete studenti, vi consiglio di sfruttare la prova gratuita per 90 giorni che trovate seguendo questo link (mi raccomando, ricordatevi di disdire nel caso non vogliate più usufruire del servizio).

Fatemi sapere nei commenti se avete già visto Inuyasha e cosa ne pensate!

LIBRI: “Piccole donne” – Louisa May Alcott

Piccole donne è stato scritto nel 1868 da Louisa May Alcott, ed è uno di quei classici libri che solitamente si leggono da piccoli ma che si apprezzano di più da grandi.

In questi ultimi mesi, Piccole donne è tornato di moda grazie all’omonimo film del 2019, e io stessa mi sono improvvisamente ricordata di averne una copia in salotto, di cui mia madre neppure si ricordava. Alla fine ho trafugato il libro, me lo son portata in camera, e dopo qualche settimana ho iniziato a leggerlo… Devo dire che mi è piaciuto molto più di quanto potessi pensare.

Il libro, ambientato durante la Guerra di secessione americana, narra le avventure della famiglia March, in particolare delle quattro sorelle Meg (16 anni), Jo (15), Beth (13) e Amy (12). Ovviamente ci sono anche altri personaggi importanti, come la madre delle ragazze e il loro vicino di casa, il giovane Theodore Laurence (detto Laurie), ma non voglio dirvi altro. Questi personaggi son talmente vivi che dovete leggerli di persona per poterli apprezzare.

Meg (Emma Watson ), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) e Amy (Florence Pugh) nel film del 2019

I motivi per cui dovreste leggerlo

  • Il libro è vecchio di quasi due secoli, eppure è estremamente moderno, e per certi versi anche femminista. La madre delle quattro protagoniste è consapevole dell’importanza di un buon matrimonio (basato sull’amore, e non solo sul denaro), ma non ha alcuna fretta di vedere le proprie figlie sistemate, anzi; se non dovessero mai sposarsi, sono invitate a rimanere nella casa dei genitori, piuttosto che unirsi a qualcuno che non amano.
  • La Alcott ha uno stile leggero, talvolta velatamente ironico, che fa sorridere, ridere e talvolta piangere.
  • Sicuramente vi immedesimerete in una delle sorelle March… o magari in tutte e quattro, a seconda del capitolo.
  • Potete farvi un’idea del buon senso e delle abitudini morali di una volta, e magari dare un’occhiata agli usi e alle consuetudini della società americana di metà Ottocento.

I motivi per cui non dovreste leggerlo

  • Alcuni lettori potrebbero trovare il libro troppo sentimentale e moraleggiante; personalmente la cosa non mi ha disturbato, anzi, ma mi rendo conto che per qualcuno potrebbe risultare noioso e/o melenso.
  • La storia non termina con il primo libro: per conoscere il vero epilogo della vicenda dovreste leggervi anche Piccole donne crescono, e magari anche I figli di Jo e Piccoli uomini.
  • A seconda del tipo di libri a cui siete abituati, potreste trovare Piccole donne lento e privo di colpi di scena o eventi particolarmente emozionanti. Vi ricordo che si tratta di un romanzo di formazione, in cui quattro ragazze diventano un po’ più donne.

Vi consiglio di leggerlo? Personalmente sì. Infatti non vedo l’ora di leggere anche il seguito per scoprire cosa ne sarà delle quattro sorelle March.

Se volete tutti e quattro i libri della Alcott in un unico volume: https://amzn.to/2Ux7VYM

Se invece preferite solo Piccole donne: https://amzn.to/3fay6MM

Unmentionable: the Victorian Lady’s guide to sex, marriage and manners – Therese Oneill

Guardate che bel corsetto indossa la signora nella foto. E poi pensate a che fine ha fatto il fegato, spiaccicato in qualche angolo della pancia.

Avete mai letto libri come Jane Eyre, Cime tempestose, Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento? Avete mai visto qualche film tratto da questi libri? Vestiti stupendi, acconciature elaborate, storie d’amore strappalacrime. Tutto molto bello, no? Aggiungiamoci anche che farsi il bagno o la doccia era opzionale, che lavarsi i capelli non era un’abitudine, che i vestiti non venivano letteralmente mai lavati e che tutti erano ricoperti da strati e strati di profumo che serviva a coprire l’odore personale.

Tutto questo lo sto leggendo nel libro Unmentionable: the Victorian Lady’s guide to sex, marriage and manners, scritto da Therese Oneill, in lingua inglese. Lo so, lo so, è più divertente leggere in italiano, ma con un dizionario alla mano penso possiate cavarvela tranquillamente.

Il libro è articolato in vari capitoli, ciascuno dedicato alla vita di una signora vittoriana in tutte le sue sfaccettature: igiene personale, abbigliamento, ciclo mestruale, rapporti con l’altro sesso e altri argomenti scabrosi e piccanti, sempre trattati con un’ironia che rende la lettura molto leggera e affatto noiosa.

All’interno trovate anche parecchie foto d’epoca, dipinti o pubblicità. Per l’occhio moderno, certe abitudini e credenze sembrano completamente fuori di testa. Ad esempio fumare per curare l’asma o lavarsi i capelli con l’ammoniaca, perché fa “brillare la pelle”.

Libro consigliatissimo ai curiosi, o a tutti coloro che vorrebbero essere nati in un’altra epoca storica, per dimostrarvi che no, non avreste voluto. Nemmeno per idea. Pensate a quelle belle principesse Disney. E adesso pensate al fatto che i loro vestiti pesavano venti chili e che dovevano indossare per forza gli stivali quando uscivano di casa, per evitare di trovarsi coperte di “fango” (chiamiamolo fango) fino alle caviglie.

Se volete dare un’occhiata, lo trovate su Amazon: https://amzn.to/2B78Rte

Visto che belli i corsetti? Trovate questa foto anche su Amazon!

Il film di Death Note (SPOILER)

Ho appena visto il film di “Death Note”, ispirato al manga/anime “Death Note”,  la cui trama ruota intorno a un quaderno capace di uccidere quando vi viene scritto il nome di una persona avendone in mente il volto. Onestamente non credo che quelli che ci hanno lavorato abbiano la minima idea di cosa sia davvero “Death Note”. Sì, so benissimo che doveva essere un remake americano, ma c’è differenza tra prendere spunto da qualcosa e snaturarla definitivamente, soprattutto quando ci si fregia dello stesso titolo. Non so nemmeno da dove cominciare per dire quanto è tutto sbagliato… Iniziamo parlando della veste splatter di questa rivisitazione. “Death Note” è pieno di gente morta, ma non si vedono mai scene piene di sangue e di pezzi di cervello che volano addosso ai passanti… Onestamente ne avrei fatto a meno.

Parliamo di “Light Turner”, la versione americana di Light/Raito Yagami, e di L. Avete presente le meravigliosa sfida di cervelli tra loro due? DIMENTICATEVELA. Light adesso è una versione light  di se stesso, annacquato e privo di strategia. L poi, non parliamone. Niente deduzioni, niente discorsi flemmatici, anzi: L è un personaggio pieno di tic, emotivo, rabbioso al punto di impugnare una pistola. Addirittura in una scena piomba in casa Yagami/Turner e si mette a fare a botte con Soichiro/James, il padre di Light. Chi ha visto l’anime/manga si ricorderà la scena in cui L e Light si picchiano; L era in grado di apparire calmo anche in quel frangente, non alzava mai la voce ed era in grado di spiegare logicamente ogni scelta. Se questo nuovo L fosse stato nell’anime di Death Note, Kira starebbe ancora mietendo vittime indisturbato.

Un appunto anche per Mia/Misa: la dolce idol che uccideva nel nome di Kira per aiutarlo e guadagnare il suo amore in stile yandere si è trasformata in una cheerleader assetata di sangue che non da minimamente retta a Light, arrivando al punto di scrivere il suo nome sul quaderno.

Il personaggio più snaturato di tutti è probabilmente Ryuk. Da essere neutrale in veste di puro spettatore è diventato un individuo manipolatore che si diverte a far saltare la luce con la sua presenza.

Quello che ci ha rimesso più di tutti in questo remake è probabilmente il Death Note stesso: le regole sono state cambiate enormemente e usate in malo modo. Avete presente Watari? Ovviamente il nome con cui era noto era uno pseudonimo, ma stranamente scrivere “Watari”, senza nome di battesimo, è bastato comunque a uccidere l’assistente di L, trucidato proprio mentre tentava di cercare il vero nome di L stesso. Inoltre adesso la morte di un individuo può essere evitata se la pagina sui cui è scritto il suo nome viene bruciata, si può programmare la morte con un anticipo di soli due giorni, il proprietario del quaderno ne perde il possesso se non lo usa per sette giorni e soprattutto NON esiste la possibilità di acquisire gli occhi dello Shinigami, mandando completamente al diavolo il senso di tutto “Death Note”.

Sul finale non mi pronuncio: è un finale strano che non conclude niente, per quanto mi riguarda.

Consiglio la visione del film solo a chi non è fissato con Death Note e non ha visto/letto niente in proposito. A tutti gli altri, consiglio la visione a proprio rischio e pericolo di arrabbiature costanti.

“Alice attraverso lo specchio”: perché mi ha fatto storcere un po’ il naso

Premetto che quella che state per leggere non è altro che la mia umilissima opinione, senza la pretesa di fare critica cinematografica.

Quando è uscito il trailer di “Alice attraverso lo specchio“, sull’onda dell’esaltazione, mi sono letta entrambi i libri di Lewis Carroll dedicati ad Alice, ovvero “Alice nel Paese delle Meraviglie” e “Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò“. Il film di Tim Burton “Alice in Wonderland“, per quanto poco fedele al libro, ricreava piuttosto bene l’atmosfera carrolliana anche nei dettagli; ad esempio le mosche cavalline, simili a dei piccoli cavalli a dondolo alati, sono del tutto identiche a quelle descritte nel libro. Per esigenze di scena, molte situazioni e molti personaggi sono state tralasciati o ingigantiti in favore di soluzioni maggiormente sceniche (chiunque abbia letto i libri saprà che il Ciciarampa, o Jabberwock, o come lo si vuol chiamare, non è altro che una poesia nonsense e che l’epica battaglia combattuta da Alice è solo un’invenzione cinematografica. “Alice in Wonderland” ha comunque donato l’illusione di un Paese delle Meraviglie pulsante di vita propria e popolato di personaggi dalle personalità eccentriche, personaggi per altro realmente esistenti anche nel libro, come il Cappellaio Matto, lo Stregatto, Il Bianconiglio, Pinco Panco e Panco Pinco, il Leprotto Bisestile, il Ghiro, la Regina Rossa e la Regina Bianca. Non ho apprezzato molto la fusione che ha operato Tim Burton tra la Regina di Cuori e la Regina Rossa degli scacchi (personaggi rispettivamente del primo e del secondo libro), confluite entrambe a creare un personaggio sanguigno e infantile, ovvero la “Capocciona Maledetta”, come viene definita durante il film, ma posso dire che il personaggio è comunque ben riuscito.

Passiamo ora al sequel. Tralascerò il fatto che non è stato aggiunto nemmeno un personaggio del secondo libro, e che l’unico personaggio importante che ci viene presentato appartiene solo alla fantasia della sceneggiatrice. Alice viene richiamata nel Paese delle Meraviglie per aiutare il Cappellaio Matto a ritrovare la sua famiglia e l’unico modo per farlo è attraverso un viaggio nel Tempo. Si scopre subito che il Tempo è una persona, nella fattispecie un personaggio ironico e un po’ ridicolo, magnificamente riuscito. Ecco, il Tempo è probabilmente uno dei motivi per cui vale la pena vedere il film. Per quanto riguarda il resto: i personaggi del prequel vengono ripresi pari pari, ma viene tolta loro parecchia scena; la diatriba tra Regina Rossa e Regina Bianca viene finalmente risolta una volta che viene alla luce il motivo idiota che l’ha scatenata, troppo idiota anche per i membri del Paese delle Meraviglie, che dovrebbero essere caratterizzati da un umorismo nonsense, e non dal rancore o dalla gelosia. La morale di fondo è un tantino scontata: la famiglia è importante e il tempo che si ha a disposizione va usato bene. Una volta che Alice ha imparato queste verità, abbandona per sempre il Paese delle Meraviglie e torna a vivere come una persona normale.

Ma allora non mi è piaciuto proprio?
Non fraintendetemi: la recitazione è ottima e gli effetti speciali sono incantevoli, ma è la trama ad avermi lasciata un po’ perplessa. Forse avrei voluto vedere qualche personaggio del secondo libro, o forse mi sarei accontentata di una maggior coerenza con il primo film; ho trovato certe scelte forzate e altre inspiegabili. Nel complesso il film è godibile a patto di non concentrarsi troppo sugli eventi, quanto sulle singole scene.
Personalmente, credo che i film, soprattutto quelli ben riusciti, non dovrebbero avere dei sequel, perché il rischio che il risultato non regga il confronto è alto. Se fosse stato un film a sé stante, e non fosse stato “ripreso” da nessun libro, forse il mio parere sarebbe stato diverso.

Lo consiglio?
Se non avete letto i libri o non vi importa che il film discosti così molto dai libri di Carroll, sì. Se vi piacciono gli effetti speciali e le ambientazioni bizzarre, sì. Se vi piacciono gli attori principali, sì. Se volete vedere un film con una trama solida e priva di forzature, no.
La discesa nella tana del Bianconiglio è stata un po’ meno piacevole, questa volta, per quanto mi riguarda.

LIBRI: “Il peso della Farfalla” – Erri De Luca

A volte i libri brevi, come questo, come “Il piccolo principe” (il mio preferito), come “Il gabbiano Jonathan Livingston”, sono quelli che ti rimangono addosso e ti offuscano i pensieri, pronti a finire nel dimenticatoio per riemergere con tutta la loro forza al momento opportuno. E’ come mangiare una torta con tanti strati; se vuoi mangiarla come si deve, occorre affondare il cucchiaio fino all’ultimo strato.

Trama
La trama in quanto tale vede la contrapposizione tra i due re dei camosci. L’uno è un grosso camoscio, indurito dagli anni e dalla prematura perdita della madre, capobranco imbattuto di un numeroso gruppo; l’altro è un vecchio bracconiere che si è meritato quel soprannome uccidendo centinaia di camosci. L’uno ha passato la vita a sfuggire dall’altro.
Alla fine del libro, è incluso un brevissimo racconto su un albero cresciuto su uno strapiombo che l’autore paragona ad un alpinista.

Mi è piaciuto?
Oh, beh… Ha i suoi momenti poetici, non posso negarlo. Paragonare gli zoccoli dei camosci che saltano tra le rocce alle dita di un violinista è certo una metafora che colpisce, e non è la sola. Molti di voi sapranno che io sono vegetariana, e come tale sono contraria alla caccia e alla pesca, pertanto un libro che ha come coprotagonista un bracconiere mi fa innervosire già in partenza. Per quanto l’autore si sforzi di dare un po’ di umanità a questo bracconiere che una volta si dispiacque di aver ucciso una femmina davanti al suo piccolo, la mia simpatia non incrocerà mai questo personaggio. L’altro re dei camosci, quello vero, che, per inciso, ha visto morire la madre proprio grazie al bracconiere, è un animale fiero e incredibilmente placido e coraggioso anche di fronte a quel che ogni altro suo simile teme: il fucile.

Ma insomma, tolti i camosci e i bracconieri, che altro c’è?
Attenzione, qui si spoilera di brutto, quindi non legga chi è amante delle sorprese. Il camoscio, conscio che ormai è giunto il momento di cedere il suo branco a un figlio più giovane e forte, dopo anni di fughe si offre spontaneamente al mirino del cacciatore, il quale però non prova alcuna soddisfazione nell’ucciderlo. La morte sopraggiunge anche per il cacciatore, proprio mentre porta il cadavere del camoscio sulle spalle, e con esso verrà sepolto dalla neve invernale.
Questo scontro mortale tra nemici di vecchia data non porta in sé il dramma della sconfitta e il trionfo della vittoria, ma la resa della vecchiaia alla morte, l’accettazione della fine della propria esistenza, senza rimpianti, poiché gli errori ormai commessi non si possono più cancellare.

Che c’entrano le farfalle?
Fin dall’inizio del libro, quando il camoscio è giovane e riusce a conquistare il suo branco, aleggia una farfalla bianca laddove qualcuno ha perso o perderà la vita: la prima volta, la farfalla si posa sul corno con cui il camoscio ha sventrato il suo rivale. La farfalla è inoltre l’ultima cosa che il bracconiere vedrà prima che il gelo dell’inverno chiuda i suoi occhi per l’ultima volta. Una famiglia di farfalle ha vissuto con il re dei camosci per molti anni, ognuna a simboleggiare l’anima dei camosci che il bracconiere ha strappato al branco (almeno, così la vedo io). Ogni farfalla altro non è che quel che rimane di chi ha lasciato il mondo sensibile ed è diventato uno spirito, leggero, appunto, come una farfalla.

Lo consiglio?
Volete un libro corto? Allora sì. Volete un libro allegro e spensierato? Scordatevi pure tutto quello che ho detto. Avete voglia di arrovellarvi il cervello per qualche tempo? Andate avanti. In un giorno saprete già se pentirvene o meno, tanto è breve e veloce da leggere.

Ma allora mi è piaciuto o no?
Ehm… diciamo che resta un po’ troppo amaro in bocca, per i miei gusti. Non posso dire che sia un brutto libro, non posso nemmeno dire di sentirmi una persona peggiore dopo averlo letto, anzi, è poetico e fa riflettere, solo che io amo i lieto fine. Tutto qui.

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