KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 3: L’innamorato respinto

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Era trascorsa una settimana dall’arrivo di Eraldo. Domenica le aveva provate tutte per farci amicizia, ma non c’era stato niente da fare. Non so che problemi avesse Eraldo con lei, ma quasi non le rivolgeva la parola e quando parlavano fingeva di non capirla. Eppure lei non perdeva le speranze e ogni giorno lo salutava con un sorriso e con tutta la sua gentilezza. A volte mi faceva quasi pena vedere come lui la ignorasse. Domenica era una cara ragazza, piena di gioia di vivere. La vedevo intristirsi solo quando qualcuno le chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande. Sua madre era una poliziotta e segretamente anche Domenica avrebbe voluto seguire quella strada, se non fosse stato per le sue condizioni di salute.
Quel lunedì mattina iniziò con un’interrogazione a sorpresa d’italiano. Quando la Fragola si mise a scorrere con lo sguardo i nomi sul registro, sentii il cuore stringersi in una morsa. Non avevo studiato molto e certo si sarebbe notato.
Dopo alcuni interminabili secondi, la professoressa alzò lo sguardo, fissò Eraldo e gli fece cenno di venire accanto a lei.
Eraldo prese la sedia e la mise a lato della cattedra, si sedette e inspirò profondamente.
Fragola lo guardò negli occhi, impassibile, per alcuni istanti.
“Manzoni” disse lei alla fine. “Cosa sai di Alessandro Manzoni?”
“Professoressa…” iniziò lui. “Ne abbiamo parlato poco, solo durante l’ultima ora di sabato…”
“Lo so benissimo” rispose lei. “Sei tu che non sembri saperne granché. Eppure se sei stato attento ricorderai che cosa ho detto…”
“Lei ha detto che Manzoni ha scritto I promessi sposi.”
“Anche i bambini sanno che Manzoni ha scritto I promessi sposi. Coraggio, dimmi qualcosa in più!”
“Io non ho mai studiato Manzoni prima di venire in Italia” si difese lui. “E lei non ha spiegato altro!”
“Ah!” esclamò la professoressa indignata. “Non ho spiegato altro! Patrizia, vuoi dirmelo tu se non ho spiegato altro?”
Il sangue mi si gelò nelle vene. Strinsi forte la penna che tenevo tra le dita, indecisa sul da farsi.
“Ha spiegato…” balbettai. “Ha spiegato anche i primi versi de Il cinque maggio.”
“Te lo ricordi, Eraldo?” disse Fragola.
“No” ammise lui.
“Almeno sai dirmi per quale occasione è stata scritta?”
“No” rispose Eraldo. Una vena gli pulsava sulla fronte.
“Male, molto male” disse la professoressa, aprendo il registro. “Sicuro di non potermi dire altro di Manzoni? Mi costringi a metterti un tre.”
Eraldo tacque. Fragola stappò la penna, scrisse qualcosa sul suo registro e congedò Eraldo con un sorriso beffardo.
“Che stronza” sussurrò Diana.
La professoressa alzò gli occhi, cercando di capire chi avesse parlato, ma non disse niente. Aprì il libro di testo e a lesse ad alta voce Il cinque maggio. Poi iniziò a spiegare la poesia, verso per verso, lanciando qualche sporadica frecciata a Eraldo quando le andava di farlo.

Durante l’intervallo trovai il coraggio di andare da Eraldo per scusarmi di aver risposto al posto suo.
“Non ti preoccupare Patricia” disse lui. “Hai fatto bene. Si vede che tu sei stata più attenta di me! Ma la professoressa è sempre una così gran… bitch? Come si dice? Troia?”
Ridacchiai.
“Se vuoi possiamo studiare insieme” proposi. Avevo abbandonato il mio proposito di conquistarlo, ma volevo comunque trovare il modo di aiutarlo a recuperare quel brutto voto.
“Volentieri” disse lui. “L’ultima volta ho studiato con Diana… e non abbiamo aperto libro” disse, sorridendo.
“Con me i libri li aprirai, invece!” dissi io, fissandolo negli occhi. “Vieni a casa mia, se vuoi posso prepararti qualcosa da mangiare. I miei genitori torneranno tardi e comincio ad avere fame!”
“Sai cucinare?” chiese lui.
“Cucinare è un parolone” dissi io. “Però so come fare a non morire di fame!”
Quando la campanella decretò la fine della sesta ora, la scuola era già quasi deserta. Eraldo ed io avevamo già fatto qualche centinaio di metri verso casa mia, ma all’improvviso lui si ricordò di aver lasciato un raccoglitore sotto il banco e tornò indietro per recuperarlo. Lo guardai allontanarsi di corsa con i bei capelli al vento. Era molto veloce, sarebbe tornato in fretta.
Ne approfittai per iniziare a ripassare per conto mio. Era una bella giornata di inizio autunno. Un vento leggero smuoveva appena le foglie. Mi sedetti su una panchina e tirai fuori dallo zaino il libro di letteratura. Lessi un paio di paragrafi sulla biografia di Alessandro Manzoni, sottolineando con la matita i punti più importanti. Ero così concentrata da non essermi accorta che qualcuno mi aveva tenuto d’occhio per gli ultimi dieci minuti e si era appostato alle mie spalle. Sentii una mano posarsi sulla mia bocca e una bloccarmi le braccia contro il corpo.
“Non gridare” disse una voce maschile. “Sono io, il tuo Enrico! Non voglio farti del male!”
Enrico mi dette un bacio sulla fronte e uno sui capelli, ma non pareva intenzionato a lasciarmi andare. Mi divincolai, cercai di gridare, ma non c’era nessuno nei paraggi e la sua stretta era troppo solida per me.
“Sei mi dai un bacio sulla bocca ti lascio andare” sussurrò Enrico, leccandomi un orecchio. Inorridita, scossi la testa e iniziai a piangere.
“Solo un bacio, non ti sto chiedendo molto!” disse lui, toccandomi il seno.
Non so bene cosa accadde, ma d’improvviso sentii la sua presa allentarsi e mi ritrovai libera. Mi voltai di scatto e vidi Eraldo stringere con forza i polsi di Enrico dietro la sua schiena.
Son of a bitch, non si toccano le ragazze!”
Enrico era un ragazzo alto e robusto, ma Eraldo era riuscito a immobilizzarlo cogliendolo alla sprovvista.
“Chi sei?!” domandò Enrico.
“Sono il suo fidanzato” mentì Eraldo, mollando la presa. “Se ti avvicini ancora a Patricia ti faccio gli occhi neri, tu capisci, asshole? Non ti voglio rivedere!”
Enrico mi guardò con occhi spiritati e corse via come una lepre.
“Grazie” borbottai, con un fil di voce.
“Se lo meritava! Disgustoso individuo!” rispose Eraldo, riprendendo lo zaino che aveva posato a terra.

Diario di una scrittrice #2 – Le parole non dette

Caro diario,
ho appena finito di giocare “Life is Strange – Before The Storm”. Alla fine del gioco si può decidere se sia meglio vivere in una bugia confortevole e rassicurante o nella verità scomoda e dura. Sì, lo so, il solito cliché della pillola blu e rossa . Io ho scelto la verità. Come faccio a mentire alla persona che amo? Che senso ha fondare la nostra relazione, la nostra possibile vita insieme, sulla menzogna?

Qualche giorno fa avevo addosso una sensazione che non riuscivo a capire. Sapevo che qualcosa non andava. Ero nervosa, triste, arrabbiata, un misto di tutte e tre le cose. Ho anche disegnato una vignetta per l’occasione, perché io sono un po’ come un Sim, gli stati umorali mi si leggono in faccia anche quando cerco di occultarli. All’inizio pensavo fosse solo ispirazione, voglia di scrivere qualcosa di macabro o un po’ strano. No, non era quello. Era un’altra cosa. Era un pensiero che non avevo espresso. Anzi, forse erano anche più di uno. Pensieri che mi giravano nella testa, tutti per la stessa persona. L’ho capito solo dopo. Se pur in imbarazzo, ho trovato il coraggio di parlare di quello che frullava nella testa… e magicamente quello strano stato umorale è svanito. In realtà non così “magicamente”; il mio interlocutore mi ha ascoltato,mi ha dato una risposta che mi ha soddisfatto e finalmente mi sono sentita meglio. Era così semplice, no? E alla fine il mio problema era un’autentica sciocchezza. Immaginatevi cosa vuol dire tenersi dentro qualcosa di veramente importante!

Ho imparato sulla mia pelle che le cose non dette sono quelle che fanno più male. Mentire, nascondere, occultare, sono tutte cose che minano le fondamenta di una relazione, sia essa di qualsiasi tipo. Non fatelo, per favore. Ho visto sgretolarsi sotto le mie mani più di una storia a causa del peso delle cose non dette.

Diario di una scrittrice #1 – Non far chiudere la ferita

Caro diario,
qualche giorno fa stavo leggendo un’intervista alla scrittrice Amélie Nothomb. L’intervista terminava con la classica domanda: “cosa consigli agli scrittori in erba?”. La sua risposta mi ha colpita parecchio: leggi tanto, leggi i libri migliori, e scrivi sempre. Non lasciare che la ferita si chiuda.

Questa cosa mi ha proprio sconvolto. Metaforicamente si dice “vena poetica”, ma non è affatto una metafora. C’è davvero una sorgente interna di ispirazione da cui uno cerca di attingere per riempire i fogli bianchi che si ritrova davanti. A me a volte capita di essere lì di fronte alla tastiera e dirmi “Embè? Che ci faccio con te? Niente. Non ho niente da dirti.” E non va affatto bene: vorrei avere sempre qualcosa da dirle. Sempre. Come penso di farmi strada nel mondo della scrittura se non mi alleno costantemente? Devo farlo. Non so se riuscirò ma voglio farlo.
Oggi ho ripreso in mano il mio maledetto fantasy. Diamine, quanti anni sono che ci lavoro! Ormai quei personaggi mi sembra di vederli. Me li immagino vivere davanti ai miei occhi, quasi mi pare di sentire i loro sentimenti. Li ho vissuti anche io quei momenti, come una spettatrice silente, creatrice e distruttrice.
Non dimentichiamoci poi che dovrei leggere… dovrei leggere. Dovrei, dovrei, dovrei. Dovrei editare più video, fare più live, cercare più cose da portare sul canale, dormire di più, allenarmi di più, uscire di più… Tempo, dove sei mai? Il libro che tengo sul comodino è lì da così tanto che sta prendendo la polvere!

Quando un personaggio esce spontaneamente dal tuo libro

Vi siete mai chiesti cosa accade quando un personaggio di un libro decide di andarsene da quel libro? Non pensate possa succedere? Oh, sì che può. A me è capitato. E adesso ci sono un sacco di pagine vuote che devo riscrivere. E lo farò, non temete.
Immaginatevi un libro quasi finito, un libro a cui manca solo la conclusione per essere praticamente terminato. Immaginatevi che a un passo da quel finale, a cui pensate ormai da mesi, vi venga voglia di guardarvi indietro e vi accorgiate che uno dei personaggi che avevate inventato ha fatto i bagagli e ha cambiato vita. E’ come scalare una montagna e scoprire, una volta in vetta, di non essere affatto arrivati alla vetta.
Cosa fa uno scrittore in questi casi? Dice addio a quel che aveva scritto e ricomincia da zero, salvando quel che merita di essere salvato e lasciando andare tutto il resto.
In fondo cosa volete che sia riscrivere un libro, dopo che si è riscritto la propria vita?

Ok, adesso la smetto di fare metafore. Scusate, è che le trovo divertenti. Mi fanno sembrare intellettuale e quindi mi viene voglia di abusarne. Comunque, al di là dei significati occulti di questo messaggio, il senso è semplicemente questo: avevo quasi terminato di scrivere il seguito di “Le avventure di Norvy”, ma al momento Norvy non è più il “gatto immaginario di Luca e Chiara”, dunque devo fare qualche sistemazione (leggasi come: devo riscrivere praticamente da capo).
Norvy e io abbiamo passato momenti peggiori, una riscrittura non ci spaventa affatto. Nel frattempo, preparategli un po’ di lasagne per ingannare l’attesa.

KIRIA RACCONTA: “Volpe”

C’era una volta un piccolo villaggio, abitato da agricoltori, falegnami e artigiani. Un giorno una donna, mentre lavorava, cadde a terra in preda alle doglie.
Le altre donne la portarono nel granaio e chiamarono la levatrice per aiutarla a partorire. Non appena la madre ebbe tra le braccia la bambina, si rese conto di due occhi gialli, nascosti nel pagliaio, che la fissavano insistentemente: erano gli occhi di una volpe.
“Vattene via, bestiaccia!” gridò la vecchia guaritrice del villaggio, lanciando un secchio d’acqua contro l’animale.
“E’ forse un cattivo auspicio?” chiese la madre. “Cosa significa?”
“Significa che la neonata è una figlia della volpe. Sarà bella e di pelo rosso, ma anche molto astuta e infida.”
Presto tutti iniziarono a guardare con sospetto quella bambina con i capelli rossi e il volto cosparso di lentiggini. L’ingenuità dell’infanzia le impediva di vedere il disprezzo e l’apprensione con cui tutti la guardavano, ma giorno dopo giorno le si cucì addosso una consapevolezza sempre maggiore. Quando si verificavano un furto o un incidente, oppure si ammalava una pianta, tutti erano sempre pronti a incolpare lei. Persino i suoi genitori non le credevano quando tentava di dimostrare la sa innocenza.
“Tutti mi chiamano Volpe” disse un giorno tra sé la ragazza, ormai divenuta donna. “Ho deciso che d’ora in poi sarò una volpe per davvero!”
Volpe era sempre stata molto golosa di torte alla frutta, ma la sua famiglia non aveva mai potuto permettersi il lusso di entrare in una pasticceria. Un giorno, quando vide un dolce alle fragole sul davanzale della fornaia, si guardò bene intorno e allungò le mani verso l’oggetto del suo desiderio. Esitò per qualche istante, ma alla fine vinse la paura e andò a mangiare in pace dentro un granaio.
“Mi avrebbero dato la colpa comunque!” pensò, assaporando l’ultima fragola.
Ogni giorno che passava, trovava sempre più facile sconfiggere il senso di colpa e rubacchiare in pace quel che le suggeriva la testa. Era sempre così svelta e abile a nascondere le proprie tracce che nessuno riusciva mai a coglierla in flagrante.
Una sera riuscì persino ad appropriarsi di una gonna nuova, appena confezionata dal sarto con dell’ottimo cotone bianco, ed ebbe l’astuzia di tingerla di rosso come la sua vecchia gonna lacera, in modo che il cambiamento risultasse meno evidente.
Quando qualcuno le faceva una domanda, di qualunque genere essa fosse, Volpe rispondeva sempre con una bugia. Ben presto le persone iniziarono a rendersene conto e presero a evitarla. A Volpe non importava di quello che pensavano gli altri, le importava solo di comportarsi da brava volpe.

Un mattino, Volpe si alzò da letto molto preso. Raccolse gli arnesi di suo padre senza chiedergli il permesso e decise di costruirsi una casetta nei pressi del bosco di querce che circondava il villaggio. Nessuno osava avventurarsi oltre i primi alberi per timore dei lupi che abitavano in mezzo alle fronde. Quando giunse il tramonto, la casetta era quasi ultimata.
“Mi mancano solo alcuno ciocchi di legno per finire il tetto. Andrò a cercarli prima che il sole cali del tutto” pensò Volpe, prendendo l’accetta e tre zainetti vuoti: uno per la legna, uno per i frutti spontanei del bosco e uno per i funghi.
Volpe trovò quasi subito la legna che le serviva e stava per tornare indietro, ma d’improvviso notò un cespuglio sul quale rosseggiavano decine di bacche mature. Ne raccolse parecchie e le mise nello zaino. Quando ebbe finito, si guardò intorno e si rese conto che era calato il buio e che non riusciva a vedere un palmo dal proprio naso.
Volpe iniziò a insultarsi da sola per essere stata così sconsiderata da farsi cogliere alla sprovvista dalla notte, ma non ebbe molto tempo per lamentarsi: un ululato le ricordò che non era sola in quel bosco. Molti altri ululati si unirono a quello. Volpe lasciò andare l’accetta e i due zaini pieni di legna e di bacche e si mise a correre più forte che poté, pur non avendo idea di dove stesse andando. D’improvviso, un vecchio cacciatore apparso dal nulla le si parò davanti.
“Ohi! Che fai, bambina?” chiese l’uomo “Non è posto per te questo!”
“La prego, mi accompagni a casa! E’ pieno di lupi qui e io ho una gran paura!” risposa la ragazza, col fiatone.
“Che cos’hai nello zaino?” chiese lui.
“Pane, formaggio e mele!” mentì la ragazza.
“Va bene” disse il vecchio. “Facciamo uno scambio: io ti porterò a casa sana e salva e tu in cambio mi darai metà del tuo cibo. Ti prometto che finché starai con me non ti accadrà nulla!”
Volpe accettò il patto e seguì il cacciatore fino alla sua casetta ai limiti del bosco.
“Ma come ha fatto a trovare la mia casa, se neppure le ho detto dove abito?” chiese lei, sorpresa.
“Non farti troppe domande. Posso avere ciò che mi avevi promesso?” disse il vecchio.
Volpe, con un sorriso beffardo, mostrò al cacciatore il suo zaino aperto, vuoto.
“Ingrata bugiarda!” disse l’uomo, a denti stretti. “Ti avrei aiutato anche se non mi avessi dato niente in cambio! Che tu sia maledetta! La tua bocca, che tanto ha esitato a dir la verità, darà la morte a chiunque provi a baciarti, a meno che non si tratti del vero amore! Vediamo se ai tuoi amanti sarai capace di raccontare la verità o se preferirai averli sulla coscienza!
Dopo aver detto queste parole, il vecchio cacciatore scomparve.
La fanciulla scoppiò a ridere e non pensò più all’accaduto, contenta di esser tornata a casa sana e salva.
Passarono i mesi e presto molti giovani boscaioli si accorsero della sua presenza e iniziarono a farle la corte. Lei tendeva ad approfittarsi un po’ di loro, chiedendo a ciascuno di svolgere qualche lavoro per la su casetta. Quando per ricompensa le veniva chiesto un bacio, li respingeva tutti, a volte anche in malo modo. Uno dopo l’altro, i giovani uomini finirono per allontanarsi da lei e parecchi smisero anche di salutarla.
Solo un ragazzo continuò a corteggiarla e a ronzarle intorno nonostante i suoi rifiuti. In realtà la ragazza avrebbe volentieri accettato le sue attenzioni, ma il timore delle parole del vecchio non l’abbandonava.
Ogni giorno il giovane chiedeva alla ragazza di sposarlo, ma lei era costretta a rifiutare. Lo insultava, lo scacciava, gli diceva parole che non pensava affatto, ma ogni giorno lui tornava da lei.
Infine, non sopportando più l’idea di respingerlo, Volpe decise di confessare il suo segreto. “Ascolta, io non posso innamorarmi, ma se potessi saresti l’unico che vorrei!” gli disse.
“Tu mi rendi felice con queste parole, ma perché non possiamo stare insieme?” chiese il ragazzo.
“Perché io sono maledetta: se tu mi baciassi, moriresti!” disse Volpe, raccontando poi la storia del vecchio e della maledizione.
“Tutto qui?” disse il ragazzo. “Ti dimostrerò che sono io, il tuo vero amore! Non ho paura di morire, se sarò tra le tue braccia!”
In quel momento, dal nulla, apparve il vecchio che aveva salvato Volpe.
“Oh, ma guarda!” disse, con un sorriso ironico. “Allora alla fine hai imparato ad essere onesta! Mi fa piacere vedere che hai trovato un bravo ragazzo e che grazie a lui tu abbia capito l’importanza della sincerità. Adesso sai che a volte la verità non è bella, ma è senza dubbio giusta! Pensa alla mia maledizione, per esempio. Ti ho fatto stare in ansia, non è vero? Eppure non ne avresti avuto motivo, perché io ti ho mentito! L’hai capito, adesso? In realtà tu non hai nessuna maledizione addosso!”
Così come era apparso, il vecchio scomparve.
I due giovani, finalmente liberi di amarsi, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

KIRIA RACCONTA: “Quando i personaggi se la prendono con l’autore”

Vi racconterò una storia.
C’era una volta una Chiara che scriveva racconti traboccanti di personaggi tristi o un po’ psicopatici. Ma non “tristi” per dire un po’ giù di morale, proprio depressi, affranti, in pezzi. E quando dico “psicopatici” non intendo leggermente inquietanti, intendo completamente andati, così disagiati da non riuscire a connettere pensiero e realtà. Sapete cosa è successo? Quei personaggi si riunirono e decisero di boicottare Chiara. Non le mostrarono un minimo di riconoscenza per averli messi al mondo, anzi; le diedero la colpa per la loro tristezza e la loro psicosi. Lei provò a rincorrerli, cercando di riacchiapparli per continuare le loro storie, ma loro erano evanescenti come fantasmi. Una di loro, una studentessa di diciotto anni con i capelli corti e lo sguardo ambiguo, venne eletta capo della rivolta.
“Mia cara, tu e io abbiamo ancora un conto in sospeso!” gridò la ragazza, leccando la lucida lama del suo coltello. “Mi hai torturato per convincermi a ritornare nel mio racconto e a restarmene lì buona, poi mi hai costretta a uscire di nuovo, facendomi rivivere la tortura… Hai fatto fare a me la figura della cattiva, quando è ovvio che sia stata tu a manovrarmi come un burattino!”
“È questo che fa uno scrittore” si difese Chiara. “Inventa personaggi e scrive le loro storie!”
“Le nostre storie fanno schifo” si lamentò un ragazzo con i capelli biondi. “Io sono lo sfigato di turno, ignorato dalle ragazze e con una vita familiare alle spalle che fa pena! Per non parlare del mio amico che…”
“ZITTO!” lo redarguì Chiara. “Tu sei il personaggio di un libro che non ho ancora pubblicato, vedi di non raccontare troppo!”
“E allora io?” disse una giovane donna dotata di una bellezza divina. “Mi hai dato dei poteri talmente grandi che la mia terra…”
“MA INSOMMA!” gridò Chiara. “Neanche il tuo libro è ancora stato pubblicato! Non puoi parlare di niente!”
La donna la fissò con uno sguardo pieno di rancore.
“Andiamo ragazzi, la vita non è così male tutto sommato” disse un grosso gatto grigio, rimasto in disparte a leccarsi fino a quel momento.
“Ah no?!” dissero gli altri personaggi, voltandosi verso di lui.
“Tu sei un gattaccio parlante che vive in casa, che poltrisce dalla mattina alla sera e si ingozza di lasagne come un pozzo senza fondo!” obiettò la ragazza col coltello in mano. “Vorrei vedere come reagiresti se qualcuno tentasse di cavarti gli occhi!”
“Per non parlare del fatto che la tua storia è l’unica a essere effettivamente stata pubblicata” disse il ragazzo biondo. “Non hai idea di quanto vorrei finire anche io sugli scaffali di una libreria!”
“Con tutto il rispetto, amico mio” disse la donna bellissima “ma credo che tocchi prima a me! Chiara sta lavorando alla mia storia da lunghi anni ormai! Il mio destino vide il suo compimento ben prima che il tuo avesse inizio!”
“Ma la mia storia è praticamente finita” obiettò lui. “La tua è solo un gran casino di personaggi strani, innamoramenti fuori luogo e…”
“Ah, davvero?” disse la donna, trattenendo la rabbia a stento. “E tu allora, che sei riuscito a farti fregare da…”
“RAGAZZI! Ma che devo fare con voi?!” gridò Chiara, cercando di riprendere il controllo dei suoi personaggi.
“STAI ZITTA!” gridarono quelli all’unisono.
A Chiara non restò altro da fare che sedersi mesta di fronte al suo portatile, sperando che i suoi personaggi fossero troppo impegnati a scannarsi tra di loro per ricordarsi di lei…

Quando l’ispirazione non arriva

Non so bene in che percentuale l’ispirazione e l’allenamento contribuiscano a creare qualcosa. Sono entrambi due parametri di cui non si può in alcun modo fare a meno. Tuttavia, si può creare un’opera perfetta dal punto di vista tecnico ma priva di emozione, così come è possibile comunicare efficacemente quello che si sente in una forma pessima. Quale delle due mancanze è più grave? Dipende tutto dall’occasione, suppongo. Dubito che qualcuno si aspetti di emozionarsi leggendo un articolo sull’ultima tendenza in fatto di ombretti e smalti, ma sicuramente non vorrà vedere “H” messe a casaccio e congiuntivi in libertà.
Ok, vi ho sentiti.
“Kiria, che cosa stai cercando di dire?”
Voglio dire che sto scrivendo poco, diamine. Aspetto l’ispirazione, l’aspetto, l’aspetto… Meglio se cambio approccio e me la vado a cercare. Non è proprio vero che non sono ispirata, semplicemente non lo sono per quanto riguarda la scrittura. Ho disegnato con soddisfazione diverse vignette e ho persino ripreso a disegnare un po’ a mano. Ma non mi basta. Sono una maledetta scrittrice, e come tale devo scrivere. Scrivere. Scrivere. SCRIVERE. E lo farò. Avete presente tutti quei manichini privi di volto che ho disegnato mentre studiavo l’anatomia del corpo umano? Proverò a trattare la scrittura nello stesso modo. Mi allenerò di più, scriverò di più, disegnerò di più, registrerò di più… Ok, ho capito. Hermione, passami la giratempo!

Blocco dello scrittore (sì, di nuovo)

Parliamoci chiaro.
Al momento ho le mani in tre libri. TRE. Un fantasy che mi ha preso la mano, uno young adult novel e il sequel di Norvy, che come potete facilmente immaginare ha bisogno di qualche migliaio di modifiche. Sono tutti e tre pieni di errori da far schifo e di cambiamenti da fare. Qualche cavia si è volontariamente offerta di aiutarmi e sono molto grata per questo.
Ma non sto scrivendo più niente, porca miseria.
Non riesco quasi a disegnare, figuriamoci a scrivere.
Il mio prossimo progetto è un ebook con tre racconti del mistero (vedi “L’assassino delle fiabe”), ma non riesco a scrivere il terzo. Non trovo un finale. E l’altro racconto, “Bello da morire”, è concluso ma non pienamente soddisfacente.
Il mio cervello sta galleggiando in un mare di cose in sospeso (dal punto di vista lavorativo intendo) e io sto annaspando come una cretina. Ma sapete cosa? Va benissimo così. Sto bene. Ricomincerò a scrivere prima o dopo.
Il mio cuore è di nuovo intero, non intatto, perché le cicatrici restano anche dopo che la ferita è chiusa, ma quel che non ammazza rende solo più forte.
Sono più forte? Sì.
Mi sono persa d’animo? Ovvio.
Mi sono rialzata? Ci ho provato in tutti i modi.
Ce l’avrei fatta da sola? Mai.
Ho ricominciato a ridere? Sì.
Sono soddisfatta della mia vita? Sì, ma voglio lottare con ogni goccia del mio sangue per dare tutto quello che ho dentro. E dentro ho veramente tanto.

KIRIA racconta: “Bello da morire” – CAPITOLO 2: La professoressa

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TRAMA: uno studente delle superiori, dotato di una bellezza fuori dal comune, scatenerà involontariamente la furia criminale di qualcuno a lui molto vicino… Attenzione: il seguente testo potrebbe contenere linguaggio non adatto a un pubblico sensibile.

Quando suonò la campanella della ricreazione, Eraldo non si alzò nemmeno dal suo posto. Si mise a riordinare gli appunti che aveva preso. Approfittando dell’assenza di Diana, pensai di avvicinarmi e fare due chiacchiere nella speranza di non rendermi troppo ridicola.
Quando mi vide davanti al suo banco, alzò lo sguardo e mi pugnalò con i suoi meravigliosi occhi, facendomi ammollare le gambe. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per spiccicare parola sembrando disinvolta.
“Ciao Eraldo, io sono Patrizia” dissi, porgendo la mano.
“Ciao Patricia” disse lui, stringendola. La sua pelle era calda e callosa.
“Spero tu possa trovarti bene in questa classe! Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure a me, me la cavo piuttosto bene in parecchie materie!”
“Oh, io sono anche più brava!” disse Diana, comparsa da non so dove.
La maledissi per aver interrotto quel momento e mi bastò lanciare uno sguardo alla faccia di Eraldo per capire di aver perso definitivamente la sua attenzione.
Li lasciai chiacchierare in pace e me ne tornai al mio banco, furente. Non era la prima volta che Diana mi rubava qualunque speranza di fare colpo su un ragazzo. Non ero brutta, ma certo ero a malapena carina di fronte alla sua insolente bellezza. Avrei potuto forse conquistare qualcuno con il mio cervello, ma nessuno si prendeva mai la briga di arrivare fino a quel punto.
Una mano picchiettò sulla mia spalla. Era Domenica. Domenica era nata quasi sorda, ma con l’aiuto dell’apparecchio acustico aveva ricominciato a sentire e imparato a parlare, nonostante a volte non fosse così facile capire cosa stesse dicendo.
“Simpatico, vero?” disse, con un sorriso.
“Non ne ho idea, ma mi piacerebbe saperlo!” le risposi. Per motivi a me sconosciuti, Domenica si era convinta che fossimo amiche e spesso finivo per chiacchierare con lei anche se non ne avevo voglia.
“Vorrei invitarlo per i compiti” disse lei.
Domenica e io eravamo le uniche della classe ad avere voti alti in italiano, mentre i nostri compagni vagavano tra il quattro e il sei e mezzo. La professoressa Fragola era una donna severa e rigorosa, sia nel carattere che nel modo di fare. Si vestiva come una vecchia signora, con lunghe gonne nere e maglioni smorti dai colori indefiniti. Il suo viso struccato non mostrava alcun segno di cura e i suoi capelli biondo chiaro erano trascurati e mal acconciati. I ragazzi la prendevano spesso in giro, chiamandola strega o suora. Fragola non mostrava mai nessun tipo di emozione, tranne quando spiegava. In quei momenti i suoi occhi grigi si illuminavano, la sua bocca spenta si schiudeva come un fiume di poesia pronto a inondare l’aula. Persino i miei compagni più scapestrati non potevano far a meno di fissarla ammutoliti. Danzava da una parola all’altra come una cantante tra le note musicali, eppure in molti non riuscivano a capire tale melodia. Io mi limitavo ad ascoltarla estasiata e lasciavo che le sue parole si facessero strada da sole sul mio quaderno. Quando tornavo a casa e rileggevo gli appunti era come leggere un’opera d’arte.

La ricreazione terminò, e vidi Diana tornare di malavoglia accanto a me mentre Domenica trotterellava felice al suo posto vicino al bell’americano.
“Guarda un po’ qua” borbottò Diana, mostrandomi lo smartphone.
“Ti sei fatta dare il numero?!”
“Certo! Sono abbastanza sicura di aver fatto colpo anche stavolta” disse lei, con un sorriso malizioso.
“Ma perché non ne lasci un po’ anche alle altre?! Tu sei già fidanzata!”
“E tu hai già Enrico, cosa vuoi da Eraldo?”
Enrico era un ragazzo ripetente della classe accanto che si era messo in testa di essere il mio fidanzato. Gli avevo spiegato in mille modi che non mi piaceva, che non volevo aver niente a che fare con lui e che non volevo vederlo nemmeno in foto. Avevo dovuto parlare con la preside e con i suoi genitori per ottenere il diritto di andare a casa a piedi senza che lui mi seguisse.
“Non è il mio ragazzo” ringhiai, arrabbiata. “Lo sai benissimo!”
“Non sono affari miei” rise lei beffarda. “Stasera Eraldo e io ci vedremo in biblioteca per studiare insieme…”studiare”… come no…”
Smisi di ascoltarla e cercai di concentrarmi sulla lezione di filosofia.

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La triste storia del cane senza una scarpa (Nonsense)

Piove. Il cielo è grigio, le nuvole impediscono alla luce del sole di illuminare la terra. Mi affaccio alla finestra per guardare la pioggia cadere e bagnare i vetri, la strada, gli alberi, i tetti delle case.
Nel giardinetto sotto la mia finestra vedo un cane, da solo, bagnato fradicio. Gli manca una scarpa. Dove l’avrà persa?
Forse ha salvato un bambino da un’automobile che stava per investirlo, forse ha lottato con un altro cane che ha preteso la scarpa come bottino di guerra. Chissà quante strade avrà percorso con quella scarpa, e adesso non ce l’ha più. Forse non la ritroverà mai. Dovrà camminare a piedi nudi, dovrà sentire il freddo dell’asfalto tra le dita e farsi fare il solletico dall’erba. Forse è per questo che ha l’aria così triste. Forse pensa con un po’ di rimpianto a cosa voleva dire correre libero sotto la pioggia. Magari adesso gli fa male la zampa rimasta senza una scarpa.
Più lo guardo, più divento triste anche io. Poi mi rendo conto di un dettaglio che non avevo proprio considerato: i cani non portano le scarpe.
Getto un’ultima occhiata verso il cane. Lo guardo allontanarsi, insieme al suo padrone, un poveraccio infreddolito che vorrebbe essere ovunque tranne sotto questa scrosciante pioggia. Gli manca l’ombrello. Dove l’avrà perso..?